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Per verificare punti di contatto e differenze tra la fase storica attuale e quella che diede origine alle prime riflessioni sulla centralità del capitale finanziario, c’è un modo molto semplice: riprendere l’opera a carattere divulgativo di Lenin.

In essa, Lenin individuò dapprima la caratteristica di fondo della fase imperialistica del capitalismo nella centralità assunta dai monopoli nell’economia:

«se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo». (p. 128)

 Così Lenin nell’Imperialismo: (le pagine indicate d’ora in poi si riferiscono a L’imperialismo fase suprema del capitalismo”, Editori riuniti, 1970).

L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Saggio popolare, pubblicato in opuscolo nell’aprile 1917, venne scritto, come ricorda Lenin nella prefazione, a Zurigo nella primavera del 1916, in risposta a un’esigenza pressante: intendere la natura della guerra mondiale in atto, per chiarirne le caratteristiche, e in base a ciò determinare l’atteggiamento dei socialisti nei suoi confronti.

La guerra corrispondeva alla nuova fase cui era giunto il capitalismo: era imperialistica, e le sue condizioni oggettive rappresentavano “il preludio della rivoluzione socialista”. Questa era la tesi che Lenin sosteneva, al contempo economica – giacché asseriva essere l’imperialismo prodotto dello sviluppo del capitalismo (e non una “politica” ad esso contrapponibile) e tesi politica, perché denunziava, nell’allineamento alla borghesia, il socialsciovinismo che non solo aveva tradito il socialismo, ma si era mostrato incapace di capire come la guerra potesse offrire al proletariato un’occasione di vittoria.

Il modesto sottotitolo dell’opera di Lenin – “Saggio popolare” – non deve condurre a sottostimare l’enorme lavoro preparatorio che su di esso fu fatto.

Questo si ritrova nei “Quaderni sull’imperialismo”, che colma di fatto novecento pagine.

Questi quaderni, numerati dalla alfa alla omicron, e completati da altri quaderni su vari temi particolari (per esempio “Marxismo e imperialismo”, “Materiali sulla Persia”  e “Note varie”), contengono commenti estratti da circa 150 libri, così come 240 articoli apparsi su 49 diversi periodici, in tedesco, francese, inglese e russo, insieme a complete liste bibliografiche collezionate soprattutto in base a ciò che era conservato nella biblioteca di Zurigo, la città dove Lenin viveva in questo periodo.

Qui trovò tutte le informazioni concernenti le compagnie (elettriche, petrolifere, del carbone, del ferro, del cinema…), le lotte concorrenziali per l’egemonia fra i grandi poteri, le banche, i diversi imperialismi e il sistema coloniale.

Il termine “suprema” del titolo non va inteso come “ultima” o “eterna”, nel senso, per così dire, ontologico di una fase dopo la quale non vi sarebbe più alcun altro sviluppo – significa meramente “contemporanea” o “attuale” come precisò lo stesso Lenin più volte.

La categoria di imperialismo nella sua accezione marxista, fino alla metà degli anni ’70, era abitualmente impiegata all’interno del movimento comunista internazionale.

Ora appare abbandonata dai più, insieme con altre fondamentali categorie del marxismo, bollate come “vecchio armamentario ideologico”.

Non sono particolarmente affezionato alle parole, e se quella di imperialismo non esprime più i caratteri del mondo attuale, meglio metterla in soffitta. Ma prima di far ciò, conviene esaminare se è proprio così.

L’odierna categoria di “imperialismo” nasce in concomitanza con l’espansione coloniale che a partire dall’ultimo decennio del 1800 si fa sempre più incalzante, al punto che, alla vigilia della guerra mondiale, le grandi potenze arrivano a coprire coi loro possessi l’85% della superficie del globo. Fu il periodo che, convenzionalmente, da alcuni teorici della II Internazionale fu detto del ‘nuovo’ imperialismo perché i moventi e i fini erano mutati rispetto alle precedenti spinte colonialiste, nella misura stessa in cui le strutture della società capitalistica erano uscite trasformate dalla severa lezione della crisi recessiva iniziata nel 1873.

Per il movimento operaio si trattava allora di comprendere donde provenisse la spinta alla spartizione del mondo, quali mutamenti l’avessero a tal punto accelerata e quale posizione assumere rispetto ad essa.

Un inciso.

In questa fase storica è prevalsa una retorica della “globalizzazione”, raffigurata come una fase inedita, una autentica svolta epocale. Senza precedenti, e irreversibile.

La sostanza della fase sta nella controffensiva dell’imperialismo soprattutto a base statunitense, che si è aperta con la crisi di sovrapproduzione degli anni ‘70.

Val la pena, perciò, rimettere la storia con “i piedi per terra”.

Già Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista scrivono:

[….] «Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi».

(Manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, 1971, p. 61)

 

La logica capitalistica dell’espansione sul mercato mondiale era, quindi, già presente nello scritto del 1848.

E la prima “globalizzazione” è ottocentesca.

Dagli anni ’80 fino alla vigilia della I guerra mondiale, il valore delle merci importate ed esportate si triplicò, nel quadro di una ‘economia mondiale’ che rappresentò una vera e propria ‘integrazione capitalistica del mondo’. Il capitalismo monopolistico e protezionista aveva soppiantato il capitalismo individuale liberista; ma la concorrenza, soffocata nei mercati nazionali, si proiettò sul piano internazionale e a un livello tale da richiedere la mobilitazione di ingenti risorse, che solo il capitale finanziario, risultato della fusione di capitale bancario e industriale, fu in grado di soddisfare. Un imponente movimento di esportazione di capitali accompagnò il rilancio del commercio mondiale, servendo esso stesso ad aprire la strada all’esportazione di merci.

L’espansione coloniale diventa solo uno degli aspetti della politica di conquista dei mercati: il flusso di investimenti dei capitali non va solo in direzione dei paesi coloniali, ma anche verso i paesi ad avanzato sviluppo. È una corsa all’accaparramento dei mercati in cui la nuova pratica del protezionismo intende non più difendere i mercati nazionali, ma aggredire il mercato mondiale: le colonie non sono più solo sbocchi commerciali, ma aree di investimento di capitali; al dominio indiretto informale esercitato attraverso il sistema dei protettorati o dei ‘trattati ineguali’ o del privilegiamento di compagnie concessionarie, subentrò la conquista diretta e la chiusura del più vasto mercato coloniale possibile entro la cornice di un impero formale, saldamente protetto e monopolizzato, dove il capitale finanziario investiva anche a costo di danneggiare settori dell’area metropolitana.

Il nuovo colonialismo di fine ‘800 primo ‘900 è quindi intimamente diverso dal vecchio, pur conservandone alcuni tratti formali: esso è figlio della nuova fase capitalistica dei monopoli e del capitale finanziario, che aggredisce il mercato mondiale in una concorrenza sfrenata a tutto campo. In questo contesto va compresa anche l’occupazione di territori non immediatamente funzionali agli interessi dei capitali metropolitani: non dunque per utilizzarli profittevolmente, ma per impedirne l’occupazione da parte della potenza concorrente.

Scrive Lenin:

«Politica coloniale e imperialismo esistevano anche prima del più recente stadio del capitalismo, anzi prima del capitalismo stesso. Roma, fondata sulla schiavitù, condusse una politica coloniale e attuò l’imperialismo. Ma le considerazioni generali sull’imperialismo, che dimentichino le fondamentali differenze tra le formazioni economico-sociali o le releghino nel retroscena, degenerano in vuote banalità […] Perfino la politica coloniale dei precedenti stadi del capitalismo si differenzia essenzialmente dalla politica coloniale del capitale finanziario. La caratteristica fondamentale del modernissimo capitalismo è costituita dal dominio delle leghe monopolistiche dei grandi imprenditori. Tali monopoli sono specialmente solidi allorché tutte le sorgenti di materie prime passano nelle stesse mani. […] Quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto più la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie prime, tanto più disperata è la lotta per la conquista delle colonie». (p. 120)

 

La comprensione di questi passaggi è essenziale per cogliere la genesi della categoria marxista di imperialismo e la sua specificazione storica.

Oggi sono in pochi ad esaminare il nesso tra espansionismo coloniale e struttura economico-sociale dei monopoli capitalistici e a cogliere in questi ultimi il carattere determinante dell’imperialismo, rispetto al quale l’espansionismo coloniale assume carattere subordinato e diviene soltanto un aspetto dell’imperialismo stesso. L’identificazione erronea di imperialismo e colonialismo porta a concludere che con la “decolonizzazione” (creazione di Stati formalmente indipendenti liberatisi del dominio coloniale), il cui processo è in gran parte compiuto alla metà degli anni ’60, sarebbe finita anche l’età dell’imperialismo (come fanno Hardt e Negri nel loro libro Impero).

Si possono individuare in prima istanza due grandi “correnti”: l’una separa il capitalismo dall’imperialismo (che diviene una pura e semplice opzione politica, frutto di una deviazione da un “sano” e “corretto” sviluppo capitalistico del libero mercato); l’altra, che trova nel testo di Lenin la migliore e più organica sintesi, individua nella struttura stessa del capitalismo mondiale il fondamento dell’imperialismo.

Il testo di Lenin, L’imperialismo quale tappa più recente del capitalismo, utilizza le elaborazioni marxiste precedenti, sottraendole all’unilateralità e inserendole in un quadro sistematico e coerente, che riesce a dar ragione, a partire dai mutamenti subìti dal capitalismo e già analizzati da Hilferding e Bucharin, tanto della “spartizione del mondo tra le grandi potenze” (è il titolo del capitolo VI), e, quindi dell’oppressione e dello sfruttamento da queste esercitato nei confronti dei popoli del mondo, chiamati a sollevarsi in una lotta antimperialista; quanto dei conflitti interimperialistici che la “spartizione del mondo tra i complessi capitalistici” (è il titolo del capitolo V) comporta. Nella sintesi leniniana, insomma, l’imperialismo presenta sempre un duplice carattere strutturale: la tendenza all’espansione in aree non capitalistiche o non capitalisticamente sviluppate, allo sfruttamento e all’oppressione dei popoli (che è, ai tempi di Lenin, il colonialismo); la tendenza allo scontro tra grandi potenze imperialiste per la redistribuzione di aree, materie prime strategiche, mercati, sbocchi agli investimenti capitalistici (che può assumere – come ha assunto – la forma della guerra mondiale interimperialistica): sono le contraddizioni interimperialistiche.

Lenin sgombera, perciò, il campo da letture moralistiche, come quelle legate ad un capitalismo “cattivo” contrapposto ad un capitalismo “buono”.

Osserva:

«I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie ‘proporzionalmente al capitale’, ‘in proporzione alla forza’, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico. Per capire gli avvenimenti, occorre sapere quali questioni siano risolte da un mutamento di potenza; che poi tale mutamento sia di natura ‘puramente’ economica oppure ‘extra-economica’ (per esempio militare), ciò, in sé, è questione secondaria, che non può mutar nulla nella fondamentale concezione del più recente periodo del capitalismo». (p. 113)

 

Lenin però non si limitò a questa definizione e, dopo aver rilevato la necessità di non dimenticare “il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni”, propose “cinque principali contrassegni” che a suo avviso dovevano essere contenuti nella definizione di “imperialismo”.

Eccoli:

«1. la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2. la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo ‘capitale finanziario’, di un’oligarchia finanziaria;

3. la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

4. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5. la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche». (p. 128)

La questione che ci interessa è la seguente: questi 5 aspetti hanno oggi perso la loro validità o possono essere ravvisati anche nella fase attuale? La mia risposta, ma credo si tratti di una conclusione obbligata, è che nelle cinque componenti citate della definizione di imperialismo risulti difficile trovare alcunché di “superato”. Vediamole una per una.

Prima caratteristica: “la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica”.

A questo riguardo è facile constatare che stiamo attualmente assistendo ad un processo di concentrazione tra le imprese che non ha eguali in nessun altro momento della storia del capitalismo. Si tratta di un processo che non ha eguali né per numero di imprese coinvolte da processi di fusione e acquisizione (M & A), né per il loro valore, né quanto alla portata transnazionale di tali processi.

L’attuale crisi preparerà di certo un’ulteriore ondata di fusioni.

Questo processo di concentrazione (e centralizzazione) della produzione e del capitale, come aveva già osservato Karl Marx, non è una patologia transitoria, ma, al contrario, una tendenza immanente al modo di produzione capitalistico.

«Con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico – scriveva Marx – cresce il volume minimo del capitale individuale, necessario per far lavorare un’azienda nelle sue condizioni normali»: infatti, «contemporaneamente alla caduta del tasso di profitto, aumenta il volume minimo di capitale che è necessario al capitalista individuale per la messa in opera produttiva del lavoro». (Marx, Il Capitale, III, cap. 15, par. 3)

(Da questo discende la necessità che parte crescente del capitale sociale complessivo rimanga nella forma di denaro, come capitale monetario, per la continuità del processo di riproduzione).

E va notato che già Marx osservò come tale processo chiamasse in causa direttamente quello che egli chiamava “il sistema del credito” (e che oggi è rappresentato dall’insieme delle attività finanziarie): nel senso che questo diviene ben presto «un’arma nuova e terribile nella lotta della concorrenza trasformandosi infine in un immane meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali».

 

Seconda caratteristica: “la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo ‘capitale finanziario’, di un’oligarchia finanziaria”.

Che “la fusione del capitale bancario col capitale industriale” sia un fatto ce lo dicono le percentuali delle partecipazioni detenute dalle assicurazioni e dalle banche in imprese industriali.

In Internet è agevole rintracciare i dati statistici.

 

Terza caratteristica: “la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci”.

Lenin afferma:

 «la necessità dell’esportazione del capitale è creata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato ‘più che maturo’ e al capitale... non rimane più campo per un investimento redditizio». (p. 100)

 

In questo contesto, quale ruolo giocano i risparmiatori, i piccoli investitori che dovrebbero costituire il pilastro vitale della nuova democrazia economica? Il ruolo di mettere i soldi nella società e di rendere possibile agli azionisti di controllo di... controllarla senza doverla possedere. È interessante notare che, anche in questo caso, non vi è nulla di nuovo sotto il sole.

Questa forma di controllo è minutamente descritta (e denunciata) in un’opera tedesca dell’inizio del Novecento (H. G. Heymann, Die gemischten Werke im deutschen Grosseisengewerbe, 1904, p. 269) citata da Lenin nell’Imperialismo, che ne trasse le seguenti conclusioni:

«La ‘democratizzazione’ del possesso di azioni, dalla quale i sofisti borghesi e gli opportunisti ‘pseudosocialdemocratici’ si ripromettono (o fingono di ripromettersi) la ‘democratizzazione del capitale’, l’aumento di importanza e di funzione della piccola produzione, ecc., nella realtà costituisce un mezzo per accrescere la potenza dell’oligarchia finanziaria». (p. 83)

 

Infatti, siamo nel pieno dominio del capitale fittizio, dell’economia di carta.

Circa l’entità del fenomeno, non è un mistero per nessuno che i flussi finanziari internazionali siano oggi un multiplo (e per giunta elevato) dei flussi commerciali.

Ma, per paradosso, oggi nel mercato dei titoli di Stato si registrano tassi negativi.

La quotazione cambia di giorno in giorno, ma il quadro generale è che i bond sovrani a dieci anni di Germania, Francia, Svizzera, Olanda, Finlandia, Danimarca, Austria, Svezia e Giappone hanno rendimenti sotto lo zero, e quelli di Spagna e Portogallo sono a un passo dall’averli.

La logica è che la domanda crescente da parte degli investitori porta i rendimenti in territori negativi. Semplificando all’estremo, significa che pago per investire il mio capitale invece di guadagnarci, un controsenso in termini.

Per avere un’idea dell’entità dell’economia di carta:

il valore globale dei derivati finanziari in circolazione è di 2,2 milioni di miliardi di dollari, pari a 33 volte il Pil mondiale.

Quarta caratteristica:

“il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo”.

Anche in questo caso, la situazione ci mostra una conferma (e un rafforzamento) della tendenza evidenziata da Lenin.

Chiunque salga su un’automobile, ad esempio, ha immediatamente a che fare con i cartelli delle società petrolifere, con quelli delle società assicurative, e con un enorme processo di concentrazione delle società produttrici di automobili su scala mondiale.

Quinta caratteristica:

“la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche”.

La ripartizione del globo terrestre tra le più grandi potenze imperialistiche non sarà forse “compiuta” (almeno nel senso di definitivamente stabilita), ma è inequivocabile.

(Del resto lo stesso Lenin precisa che la “compiutezza” della spartizione imperialistica del mondo significa che «il mondo per la prima volta appare completamente ripartito sicché in avvenire sarà possibile soltanto una nuova spartizione») (p. 115)

Quanto al carattere necessario della battaglia per la ripartizione del globo, è difficile negare l’attualità di quanto Lenin affermava a proposito delle colonie:

«quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto più la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie prime, tanto più disperata è la lotta per la conquista delle colonie». (p. 121)

 

 

 

Conclusioni

 

 

Tutti gli aspetti caratterizzanti l’imperialismo individuati da Lenin hanno conosciuto un enorme sviluppo: i monopoli, i cartelli, i trust sono diventati mega monopoli che hanno travalicato i confini stessi dello Stato d’origine, divenendo potentissime corporation transnazionali, il ruolo del capitale finanziario si è immensamente accresciuto, lo sviluppo ineguale è molto più evidente, il capitalismo è oramai pienamente sistema mondiale, all’interno di questo sistema non vi è interdipendenza, ma rapporti di gerarchia e subordinazione tra paesi capitalistici dominanti e paesi capitalistici dipendenti, ai quali i grandi monopoli impongono i loro diktat, le loro politiche economiche, ricorrendo, se necessario, all’impiego delle armi, in forma indiretta (i colpi di Stato in America Latina, di cui quello di Pinochet in Cile nel 1973 a difesa delle multinazionali USA è uno degli esempi più illuminanti) o diretta (le “operazioni di polizia internazionale”, le “guerre umanitarie” degli anni ’90, la “guerra al terrorismo”).

La categoria di imperialismo continua ad essere fondamentale non solo sul piano dell’analisi economico-politica, ma anche su quello della mobilitazione e della lotta.

È fondamentale per spiegare le ultime guerre e quelle che si prospettano anche nel breve periodo, smascherando la propaganda imperialista che le presenta come guerre umanitarie, per la libertà, la democrazia, i diritti violati, ecc.

È fondamentale per unire il proletariato delle metropoli capitaliste e i popoli oppressi, ancorando marxianamente le motivazioni profonde della guerra alla struttura economico-sociale del capitalismo contemporaneo, che continua ad essere, come ai tempi di Lenin, quello dei grandi monopoli.

I quali sono cresciuti a tal punto da costituire potentissime filiere di produzione e immani concentrazioni di capitale finanziario che travalicano i confini dei singoli Stati.

Quello attuale è un mondo di Stati deboli e disgregati e Stati forti disgreganti. In questi ultimi si rafforza il consolidamento della macchina statale (compresi gli apparati egemonici e di fabbricazione del consenso) di cui parlava Lenin.

E gli Stati, gli Stati capitalisticamente più sviluppati, non sono affatto in estinzione, ma costituiscono il supporto indispensabile all’espansione dei grandi monopoli – oggi in maniera molto più diretta e sfacciata che in passato – grazie anche alla sconfitta subìta dal movimento operaio su scala mondiale.

In tutti gli Stati imperialistici, in primo luogo negli USA, ma anche in Inghilterra, Germania, Francia, Giappone, Italia, cresce il peso del complesso militar-industriale, aumenta il trasferimento di risorse dai servizi sociali all’apparato militare.

La nozione di imperialismo ci consente di leggere e inserire in un quadro organico e coerente tutti questi fenomeni. Sotto questo profilo non siamo affatto usciti dall’epoca dell’imperialismo ed è allora più che opportuno il ricorso a tale categoria, non feticcio di consunta bandiera, ma attuale e valido strumento per l’analisi del presente.

Imperialismo

e globalizzazione

Attualità dell’analisi di Lenin

nel 150° della sua nascita

 

di Vittorio Gioiello

Direttore del CESPI (Centro Studi Problemi Internazionali)