Una società in declino è una società che si trova ad un grado di sviluppo storico in esaurimento. Con ciò è da intendersi che lo sviluppo espansivo, crescente, delle forze produttive ha raggiunto il suo limite e non può espandersi oltre, dati i rapporti sociali di produzione in essere. Una società in cui le forze produttive sono enormemente sviluppate e non più contenibili in determinati rapporti sociali di produzione, possiede già in sé gli elementi della società nuova, emergente. Ciò significa che dentro lo svolgimento storico di una società ad un grado di sviluppo in esaurimento, si formano, espandendosi e diventando critici, gli elementi rivoluzionari che consentiranno la transizione ad una società nuova, ad una società dal grado di sviluppo più elevato. Grado di sviluppo non raggiungibile dalla vecchia società. In termini più precisi, un complesso di rapporti sociali di produzione che costituisce de facto una società ad un grado di sviluppo storico determinato, è in esaurimento storico quando non riesce più a contenere le più evolute forze produttive, e nuovi rapporti sociali di produzione si rendono necessari. Per quanto la classe dominante della obsoleta società si prodighi per la conservazione dei vecchi rapporti di produzione, di proprietà, e di conseguenza per il proprio dominio, i rapporti sociali di produzione si trasformano sempre con la trasformazione e con lo sviluppo delle forze produttive. I rapporti sociali di produzione, di proprietà, si adattano alle più evolute forze produttive. La classe dominante in declino cercherebbe sempre di posticipare il trapasso, ma ciò radicalizza solamente le già evidenti storture della società vecchia ed estremizza la lotta di classe in seno alla stessa società. Le evolute forze produttive sono già nel futuro, e la lotta di classe consiste nel conquistare nuovi rapporti sociali di produzione compatibili con il grado di sviluppo delle forze produttive. Ciò è valido per qualsiasi società; per qualsiasi complesso di rapporti sociali di produzione.

Nel Manifesto, Marx ed Engels affermano che “i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si era venuta costituendo la borghesia erano stati prodotti entro la società feudale. A un certo grado dello sviluppo di quei mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava, l’organizzazione feudale dell’agricoltura e della manifattura, in una parola i rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più alle forze produttive ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono spezzate” (vedi K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Laterza, 2018, p. 12-13).

Nel caso specifico della società borghese moderna, il cortocircuito tra le più evolute forze produttive e gli obsoleti rapporti di produzione, di proprietà, va di pari passo con il cortocircuito tra la socializzazione della produzione e la non-socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio dei beni prodotti. Ovvero, la socializzazione della produzione non è affatto compatibile con la proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio dei beni prodotti, poiché tale modalità di produzione determina una simile modalità di distribuzione dei beni prodotti. La transizione dal capitalismo al socialismo consentirebbe la riconciliazione della produzione socializzata con la proprietà comune dei mezzi di produzione e di scambio; la riconciliazione delle già evolute forze produttive con i compatibili rapporti di produzione, di proprietà. Ma cosa si deve intendere per “compatibile”?

Possiamo intendere per rapporti sociali di produzione, di proprietà, compatibili con le forze produttive ad un determinato grado di sviluppo, quei rapporti che non causano la distruzione di gran parte delle forze produttive già create, ma che al contrario ne consentono la creazione di nuove e lo sviluppo in quantità sempre maggiori.

Sappiamo benissimo, infatti, che il cortocircuito tra le sviluppate forze produttive e gli obsoleti rapporti di produzione porta, nel capitalismo, a crisi sistemiche e ciò viene risolto, se non con il conflitto armato tipico della fase imperialistica, con la distruzione di gran parte delle forze produttive già create in modo tale da rientrare da regimi di sovrapproduzione. Regimi tipici dei rapporti sociali di produzione, e di conseguenza di distribuzione, capitalistici.

Se, quindi, all’interno della “vecchia società si sono formati gli elementi di una nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti d’esistenza”, possiamo constatare che così come all’interno della società feudale si sono creati, per poi esplodere, i primi elementi della società borghese, così all’interno della società borghese ci sono già gli elementi della futura società socialista. Nella fase imperialistica, ma ciò era anche vero nel periodo del Manifesto, le forze produttive sono enormemente più sviluppate rispetto agli obsoleti rapporti di produzione borghesi che giuridicamente vengono espressi con la proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio. Difatti, “i rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate. Sono decenni ormai che la storia dell’industria e del commercio è soltanto storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio” (vedi Ivi, p. 13).

Dopotutto, il nostro obiettivo politico, strategico, è il socialismo, e ciò implica la rivoluzione socialista, presa del potere politico da parte della classe operaia, la quale è egemone nei confronti delle classi sociali alleate, instaurazione della dittatura del proletariato che consenta di avviare la costruzione economica della società socialista. Si tratta, per noi ora, di rompere le catene borghesi poiché così come “durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto tutte insieme le altre generazioni del passato”(vedi Ivi, p. 12), così il dominio della classe operaia nel socialismo dovrà avviare lo sviluppo ancora più massiccio delle forze produttive, del tutto necessario poiché alla proprietà comune dei mezzi di produzione e di scambio dei beni di sussistenza segue la distribuzione in comune di ciò che viene prodotto. Passaggio, quindi, assolutamente imprescindibile data la natura distributiva necessariamente differente rispetto al passato capitalistico, essendo la modalità della distribuzione dei beni prodotti una conseguenza della modalità della produzione: “Il socialismo, nel senso marxista del termine, invece, unisce produzione e distribuzione all’interno di uno stesso percorso sociale, poiché se la proprietà dei mezzi di produzione è comune, e nel socialismo lo è, ne segue una coerente modalità nella ripartizione dei mezzi di consumo” (vedi M. Santoro, Produzione/distribuzione, https://www.cumpanis.net/produzione-distribuzione/).

Ricapitolando, dunque, prima di procedere oltre, due punti sono stati esposti: 1) nella nostra società capitalistica in esaurimento storico, vi sono già gli elementi della futura società socialista e che tali elementi possono essere sviluppati solo di pari passo con lo sviluppo di nuovi rapporti di produzione e di proprietà, ovvero passando ad un regime di proprietà comune dei mezzi di produzione e di scambio dei beni di sussistenza prodotti. Solo tale regime può consentire una equivalente modalità distributiva dei beni di sussistenza; 2) le forze produttive dentro la nostra società capitalistica sono enormemente sviluppate, e in quanto contenute ancora in obsoleti rapporti di proprietà capitalistici, continuano ad essere decimate in gran quantità poiché costrette in recinti troppo stretti. Lo sviluppo esplosivo delle forze produttive non può essere contenuto dagli attuali rapporti sociali di produzione e, di conseguenza, tali forze, devono essere decimate per poter assicurare il dominio della classe della borghesia moderna. Lo sviluppo sostenuto delle forze produttive può solo essere assicurato dalle modalità di produzione sociale della società socialista, prima fase della società comunista.

Nel passaggio al socialismo, gli elementi della società nuova finalmente si svilupperebbero, come appena detto. Il passaggio dalla proprietà privata alla proprietà comune dei mezzi di produzione e di scambio, e relativi passaggi nel campo della distribuzione, porterebbero alla modificazione consequenziale delle sovrastrutture, della coscienza, delle idee, e straordinario sarebbe il transito dal pensiero individualista, egocentrico, egoistico, particolare, tipico delle società capitalistiche al pensiero solidale, eterocentrico, comunistico della società socialista. Un valido esempio storico è costituito, in questo senso, dai sabati comunisti: “i ferrovieri comunisti, in risposta all’appello dei loro compagni di Mosca, hanno deciso nell’assemblea generale di partito di fare ogni sabato cinque ore supplementari senza compenso, per sostenere l’economia nazionale” (vedi V. Lenin, La grande iniziativa, 1919). Mai questo forte apporto per il <bene comune> da parte dei lavoratori sarebbe stato possibile nella società borghese. Nel capitalismo il <bene comune> non esiste; esso è una chimera esattamente come lo slogan falso socialista, becero progressista della <equa distribuzione della ricchezza>. Nel capitalismo, difatti, gli operai non solo sono estraniati dai beni prodotti che non li appartengono affatto; essi sono alienati anche dall’atto della produzione in cui producono, dai processi di produzione e di scambio e, quindi, dalla società intera.

Questa spiccata disciplina, e l’esempio dei ferrovieri è un esempio, è comunista e non appartiene affatto alla società capitalistica; tale disciplina è difatti aliena a qualsiasi processo storico di natura borghese. È chiaro come proprio i diversi rapporti sociali di produzione conducano a risultati molti diversi anche nell’approccio al lavoro, che da questione privata diventa questione comune. E Lenin, un paio di anni dopo la rivoluzione, ne era cosciente: “ho riportato, per quanto mi è stato possibile, le informazioni sui sabati comunisti, perché in questi vediamo indubbiamente uno dei lati più importanti dell’edificazione comunista […] meno chiacchiere politiche, più attenzione ai fatti più semplici, ma reali, ai fatti dell’edificazione comunista presi dalla vita, provati dalla vita: questa parola d’ordine deve essere continuamente ripetuta da noi tutti, dai nostri scrittori, agitatori, propagandisti, organizzatori, ecc.” (ibidem).

Seppure tale disciplina dei comunisti sia reale, evidente e palesata nel socialismo in quanto prima fase della società comunista, i suoi primi semi sono già presenti ma velati, nascosti, non ancora germogliati nella società capitalistica. Questa disciplina comunistica non sorge dal nulla ma “sorge dalle condizioni materiali create dalla grande produzione capitalistica, e soltanto da esse. Senza queste condizioni essa non è possibile” (ibidem).

E chi modella, realizza tali condizioni materiali se non la classe sociale più oppressa, “la classe operaia [la quale] non solo è legata al salariato, come altre categorie del lavoro, ma è collocata dalla società capitalistica, e quindi dai suoi processi produttivi e di scambio, nel posto più basso, più infimo, più misero della gerarchia borghese. L’operaio è colui che difatti è a più stretto contatto con la ferocia dei processi di produzione e di scambio capitalistici; è colui che più di qualsiasi altro lavoratore salariato si trova ad essere fortemente educato dal capitale poiché altamente sfruttato. Più si è oppressi dai processi produttivi e di scambio borghesi, più si è educati dal capitale stesso, più si acquisisce potenzialità rivoluzionarie per la propria emancipazione” (vedi M. Santoro, Le categorie sociali di riferimento del partito marxista-leninista, https://www.cumpanis.net/le-categorie-sociali-di-riferimento-del-partito-marxista-leninista/).

Ciò indica in modo chiaro come siano gli operai, e non in modo indistinto i lavoratori in generale, a dover essere la classe sociale egemone nel passaggio al socialismo, grazie al lavoro di guida da parte dell’avanguardia ovvero il partito. E, di conseguenza, è la classe operaia ad essere la più disciplinata per il compito poiché essa è stata “creata, organizzata, unita, istruita, educata e temprata dal grande capitalismo” (ibidem).

È proprio la classe sociale degli operai, epurata dagli elementi aristocratici di natura borghese, ad essere potenzialmente la più cosciente, con la più ferrea disciplina mentale. È proprio la classe operaia che avvierà una nuova organizzazione sociale del lavoro, quella socialista, e da cui emergeranno fulgidi esempi pratici, quali i sabati comunisti, in cui gli operai avranno finalmente compreso, e messo in atto, il loro ruolo storico che consenta non solo a tutti i lavoratori ma a tutti i membri della società di emanciparsi da qualsiasi tipologia di oppressione e di sfruttamento.