Luana D'Orazio

È lunedi 3 maggio. Ultimo scorso. Possiamo immaginarla, Luana D’Orazio, 22 anni, alzarsi presto al mattino, col grigio – rosa dell’alba che sale piano alle finestre; levarsi anticipando la luce, ancor prima del tempo necessario per giungere in fabbrica e smarcare il cartellino, forse per accudire la sua bambina di cinque anni, forse per riassettare rapidamente qualche angolo della casa: non è questo il battito del tempo che suona ogni giorno, frenetico, sulle spalle delle operaie, delle lavoratrici madri?

Luana parte da Pistoia, come ogni giorno, pendolare verso Oste di Montemurlo, provincia di Prato, terra del tessile. Si dirige alla fabbrica dove lavora dal 2019. Si dirige alla morte. Percorre la stessa strada funerea – iscritta nel contratto di sangue del profitto, nel talmud del capitale – che percorrono ogni giorno i caduti nei cantieri navali, edili, nelle fabbriche, in ogni luogo del lavoro.  Non da ieri, da secoli, dai tempi in cui i contadini senza anagrafe morivano di fatica, crollando assieme ai loro somari negli appezzamenti dei “terratenienti” pre-borghesi; dai tempi di Manchester, della prima rivoluzione industriale, nelle cui fabbriche popoli di schiavi-bambini, di schiavi-operai, di donne della campagna e della suburra, ancor più tiranneggiate degli schiavi-operai, andavano inconsapevoli a costituire – ammalandosi, soffrendo, morendo,  tra gli sbocchi di sangue, in quegli opifici come inferni danteschi descritti da Friedrich Engels e da Leon Faucher – l’accumulazione originaria del capitale. L’orgine del dominio più violento della storia dell’umanità: il capitalismo.

Luana D’Orazio va verso la fabbrica, verso l’ora greca del destino, della propria tragedia. Sua e della sua bambina, dei suoi cari. Forse, come lampi, le passano nelle mente, senza lasciare traccia, seminando leggere, “strane” malinconie, gli ultimi giorni della scuola, precocemente abbandonata senza conclusione, per la nascita della bambina (a quante sarà capitato? Perchè deve accadere?). O le tornano a battere nel cuore le emozioni del film di Pieraccioni, a cui ha lavorato, bella com’era, come comparsa: i luccichii che mai si fanno luce, promesse cattive della “cultura” della falsa promessa che ci sovrasta.

Luana entra in fabbrica, smarca probabilmente alle 8; in quel 3 maggio forse i suoi pensieri si affollano, si intrecciano, salgono come nebbia tra i cinque gesti ripetitivi,  ossessivi, (alienanti, si dice, da Marx e dal latino “alienus”, l’altro da te, o tu che esci da te). O c’è forse un guasto ai macchinari (come si dice: le indagini sono in corso), un caso certo non inconsueto nei luoghi del profitto, dove esso si fa esigenza “naturale”, incontestata, nell’essenza filosofica, anche da tanta parte delle attuali organizzazioni sindacali operaie, un’esigenza “naturale”, il profitto, cui sottomettere le lavoratrici, i lavoratori, la loro salute, la loro vita. Mutatis mutandis, come a Manchester, nell’800, come nelle Pontefici Fonderie, nei primordi della barbarica indutria btitannica e italiana.

Manca poco alle 10, Luana sbaglia forse in un dettaglio l’ennesimo gesto ripetitivo (non si può sbagliare nulla, difronte al capitale o alla morte) ; oppure, non è affatto improbabile, la macchina non ha avuto la necessaria manutenzione (le spese di manutenzione sono sempre meno inserite tra gli investimenti generali del capitale, mentre sono sempre più utilizzate – “naturalità” della corruzione – come parti della deducibilità fiscale).  

Luana, che il capitale  considera come macchina per l’accumulazione del capitale, ma che non è una macchina, sbaglia forse il centesimo gesto, forse obliqua di un grado di troppo la mano. O forse è la macchina a sbagliare, per lo stress da mancanza di cura tecnica a cui la sottomette il capitale: sta di fatto che circa alle 10 del mattino Luana viene divorata dalle bocche feroci ed algide dell’orditoio, che dovrebbe compiere l’azione gentile di ordinare i fili, ma che lasciato a  sè, senza la ragione della manutenzione, si fa selvaggio, si fa mattatoio. Luana scompare nei nastri e, prime testimonianze dei colleghi operai, tanto è rapida e bestiale l’azione della macchina che  muore senza un grido.

E stato lo stesso vescovo di Pistoia, Monsignor Franco Tardelli, ad affermare severamente, liquidando tutti i probabilisimi tentativi di rendere “tragedia inevitabile” la morte di Luana: “Nel 2021 non si può morire così sul posto di lavoro. È un dramma che ci deve inquietare. Non voglio fare processi a nessuno ma qualcuno dovrà prendersi la responsabilità di questa tragedia”.

Ed è stata la segretaria generale della CGIL Toscana, Dalida Angelini, distaccandosi dall’ormai troppo vasta passività sindacale, a dichiarare: “Al di là di come sia andata, c’è una giovane donna che perde la vita per lavorare e mantenere sua figlia. Un fatto che deve fare indignare tutti. Finchè si continuerà a considerare la sicurezza sul lavoro come una spesa e non come un investimeto, conteremo i morti”.

Luana non è la prima a morire di lavoro, tra Prato e Pistoia, non sarà l’ultima: lo scorso 2 febbraio, schiacciato sotto una pressa, alla Millefili di Montale, è morto Sabri Jaballah, 23 anni, operaio di origini tunisine. “Oscure” sono ancora le cause della sua morte. Ma da ciò che è emerso anche dalle denunce sindacali, per nulla oscuri sono i ritmi di lavoro in quell’azienda. Peraltro, il profitto è un dio che non prevede più riposo: la borghesia non ha cancellato forse, come avevano preconizzato Marx ed Engels nel “Manifesto” del 1848, anche la spititualità religiosa? Non ha abolito anche “le feste comandate” in nome del produttivismo? Non ha forse utilizzato “un filosofo di sinistra” (avviene spesso), Saint-Simon, per benedire il produttivismo e il profitto? Non violano, sempre più numerosi, la “santità” della domenica e il comandamento sacro dell’Esodo biblico, “il settimo giorno ti riposerai”,  i supermercati, i centri commerciali, i negozi ormai di ogni tipo, persino le fabbriche e i cantieri?

Dal 1° gennaio al 31 marzo 2021 hanno perso la vita sul lavoro, in Italia, due persone ogni giorno. E scrivono i bollettini dell’Inail: “Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail nel primo trimestre del 2021 sono state 185: 19 in più rispetto alle 166 nel primo trimestre del 2020 (+11,4%), effetto degli incrementi osservati in tutti i mesi del 2021 rispetto a quelli del 2020”.

Nei nuovi “work rhythms” imposti dal produttivismo capitalista dell’ultimo verntennio; nei cantieri navali ove s’è imposto da decenni quel “toyotismo” – degenerazione del “fordismo” – che prevede la cancellazione delle misure di sicurezza persino nelle stive delle navi in costruzione dove operano i saldatori, che impone l’allungamento degli orari di lavoro al fine di non assumere forza-lavoro o assumerla direttamente dalle ditte d’appalto (operai immigrati senza contratti, senza salario parificato, senza garanzie); nei cantieri edili dove scompaiono  le più elementari misure di sicurezza per non perdere nulla del  profitto e i muratori (sempre più immigrati irregolari) muoiono cadendo dalle impalcature (48% delle vittime) o travolti dai materiali (26%); nelle fabbriche senza più regole e senza più contropotere operaio e sindacale di classe; nelle campagne del sud e del nord d’Italia ove il caporalato imperversa e impone agli immigrati e al sottoproletariato italiano ritmi e condizioni  di lavoro animali: ovunque s’aggira la morte, ovunque si versa il sangue operaio.

Mentre è per noi doveroso esprimere alla famiglia di Luana D’Orazio e ai suoi cari le nostre più sincere e sentite condoglianze, non possiamo non notare come il destino si incarichi spesso di imbastire le più ardite e violente metafore, capaci di evocare con pochi segni le verità più nascoste.

La fabbrica dove è morta Luana si chiama “Orditura Luana”. Una fabbrica-madre che divora le proprie figlie – operaie.