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Il ruolo del PCI

nelle svolte fondamentali

della storia economica italiana

di Fulvio Bellini

Cumpanis, dicembre 2020

 

Premessa

 

Affrontare un tema così vasto e complesso come la storia della politica economica del Partito comunista italiano ci pone di fronte al problema di come circoscrivere il campo. Si sono scritti libri su questo tema, vi è una dovizia di articoli e riviste, da cercare e riassumere. Come fare allora? Ho preferito soffermarmi su alcuni momenti, a mio avviso fondamentali della storia economica italiana dagli anni trenta agli inizi degli anni novanta, per osservare quale sia stato il ruolo del Partito comunista in tali fatti. Indagando questo ruolo, ho cercato infine di determinare una possibile eredità per quanto riguarda proposte e soluzioni in economia per i nostri tempi, mai stati così difficili dalla fine della seconda guerra mondiale.

 

 

 

La crisi del 1929 e l’avvento del Capitalismo di Stato

 

Il primo rilevante banco di prova per la critica economica del Partito comunista d’Italia (PCd’I), dopo la sua fondazione del 1921, fu in occasione della grande crisi economica mondiale conseguente al crollo della borsa di New York avvenuto il 24 ottobre del 1929. In quella rovina finanziaria e nella crisi successiva che ha investito dapprima gli Stati Uniti e poi quasi tutto il resto del mondo (con l’esclusione dell’URSS che stava seguendo un suo percorso economico) e stava provocando milioni di disoccupati, causando una decisa compressione dei redditi di vasti strati della popolazione, ma anche permettendo favolosi guadagni a pochi privilegiati, il PCI poté verificare la correttezza delle analisi marxiane e leniniste sulla crisi del capitalismo. L’allora segretario del PCd’I, Palmiro Togliatti, riassumeva plasticamente la posizione del Partito Italiano, esiliato e clandestino, confrontando i paesi capitalisti in affanno con l’Unione Sovietica: “Due mondi stanno di fronte, l’uno che decade e si sfascia, l’altro che viene costruito vittoriosamente. Questo contrasto diventa il tema centrale della Storia d’Europa e del mondo intero” (cit. “Il partito durante la crisi economica, le guerre del fascismo, la preparazione della seconda guerra mondiale”). La posizione del PCI, quindi, fu quella di attendersi il collasso del sistema capitalistico e quindi la possibilità, attraverso cambiamenti rivoluzionari, di poter replicare nei paesi occidentali il modello sovietico che in politica economica significava proprietà pubblica dei mezzi di produzione, centralità organizzativa e soprattutto introduzione di un innovativo strumento di programmazione economica, il “Piano Quinquennale”, varato per la prima volta da Stalin nel 1928. Durante i successivi anni della Grande Depressione, di fronte a milioni di disoccupati in tutto il mondo, il PCd’I criticò aspramente l’economia liberista, caratterizzata da una endemica anarchia mascherata da improbabili soluzioni che sarebbero dovute sorgere dallo stesso “libero mercato”, come predicato invano dal presidente americano Herbert Hoover durante le sue famigerate trasmissioni radiofoniche. Come unica soluzione alla crisi mondiale, il Partito comunista proponeva l’economia di Piano perseguita in Unione sovietica la quale, nonostante il sostanziale boicottaggio da parte del mondo occidentale procrastinando di fatto la fine dell’economia di guerra, stava riorganizzando l’intero settore primario (fattorie cooperative e fattorie statali) per poi dedicarsi all’industrializzazione pesante (produzione di acciaio, energia elettrica, carbone, petrolio e cemento), in un quadro di crescente occupazione di tutti i sovietici, quindi non solo dei russi, diretto al raggiungimento del sorprendente obiettivo della piena occupazione. In quegli anni difficili, a Roma governava Benito Mussolini, proveniente dalle file del Partito socialista (ex direttore dell’Avanti) ed affatto sordo alle idee economiche di un socialista convinto come Alberto Beneduce (talmente appassionato da chiamare la figlia Idea Socialista, futura moglie di Enrico Cuccia). Mussolini, probabilmente conoscitore anche delle critiche del PCd’I, lasciò mano libera sia a Beneduce che a Donato Menichella per le realizzazioni dell’Istituto Mobiliare Italiano (IMI) e dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) nonché al varo della legge bancaria del 1936 tesa alla netta separazione tra banche commerciali e banche d’affari. IMI e IRI erano il tentativo di cercare una terza via in Italia tra il liberismo di matrice anglo-sassone e il comunismo sovietico: si sarebbe chiamato capitalismo di Stato. La critica del PCd’I non si fece attendere e questa terza via fu denominata “socialfascismo”, additando coloro che avessero guardato con favore tale svolta come “opportunisti”. Nelle Lezioni sul fascismo tenute da Togliatti, tra il gennaio e l’aprile del 1935, il dirigente comunista avvertì la trasformazione del Partito Nazionale Fascista in un partito unico, della trasformazione del socialfascismo in totalitarismo, del progressivo fondersi del partito con lo Stato nonostante la monarchia. Anche a causa dell’inaspettata spinta data dalla funzione capitalistica dello Stato, il regime fascista diventava interprete e guida dispotica di tutti i diversi interessi nazionali, caratteristica dei cosiddetti anni del consenso. La critica del PCd’I al capitalismo di Stato non fu ulteriormente approfondita: nel giudicare il regime mussoliniano, il partito comunista si concentrò maggiormente sugli aspetti politici (il progressivo avvicinamento tra fascismo e nazismo), sociali (la trasformazione in regime totalitario) e militari (la guerra d’Etiopia).

 

 

 

L’esperienza dei Consigli di gestione nel quadriennio 1945-1949

 

A partire dall’aprile 1945, dopo essere stato l’autentico nerbo della lotta partigiana contro i nazi-fascisti, il PCI ebbe la storica occasione di arrivare al potere in Italia. Lo fece a più livelli: entrando nel governo nazionale come parte integrante dei gabinetti Parri e De Gasperi (ministero di Grazia e Giustizia dato a Palmiro Togliatti) dal 21 giugno 1945 al 1° luglio 1946, essendo protagonista dei lavori della Costituente dal 25 giugno 1945 al 31 gennaio 1948. Queste date rappresentano una sorta di “cappello politico” al di sotto del quale si sperimentarono interessanti iniziative economiche volte alla riorganizzazione in senso originale del tessuto industriale italiano uscito malconcio dalla seconda guerra mondiale, dall’occupazione nazista e dalla guerra civile. Un forte spirito insurrezionale di matrice comunista soffiava forte soprattutto in nord Italia dove si trovavano la maggior parte delle grandi industrie italiane. Già nell’inverno 1945, quando le sorti della guerra e della Repubblica sociale italiana apparivano segnate, ci si poneva la questione di come riorganizzare l’industria italiana. E non si trattava di un tema banale per svariate ragioni. Innanzitutto andava gestito il difficile rapporto tra la presenza di contingenti armati comunisti, che spesso si erano impossessati delle fabbriche, le sopravvissute istituzioni civili e militari dello stato italiano (ad esempio i Carabinieri), e soprattutto l’ingombrante presenza delle truppe alleate. Il desiderio di “collettivizzare” le aziende occupate, spesso abbandonate da proprietari e dirigenti a seguito del collasso della R.S.I si scontrava con la presenza degli anglo-americani innanzitutto, che si posero subito come fattori di garanzia del fatto che il sistema economico italiano sarebbe rimasto inquadrato nel campo occidentale e del “libero mercato”. E non poteva essere altrimenti visti gli accordi di Jalta presi nel febbraio 1945 dagli imminenti vincitori della seconda guerra mondiale: Stalin, Roosevelt e Churchill. Come riuscì il PCI ad avere un’iniziativa politica nella gestione di molte aziende, soprattutto quelle di maggiore importanza come l’Alfa Romeo, in una situazione potenzialmente esplosiva? La risposta furono i Consigli di Gestione delle aziende (CdG). Con il decreto del Clnai del 17 aprile 1945, emanato a Milano, viene abrogata la regolamentazione sociale fascista e può essere considerato l'atto formale di nascita dei consigli di gestione. Anche nella legislazione repubblichina si era pensato a forme di gestione condivisa delle fabbriche. Ma è con il CdG di ispirazione comunista che gli operai ottengono un percorso democratico che avesse come sua destinazione l’ingresso nella gestione dell’azienda al pari della proprietà capitalistica; anzi, in molti casi nei primi mesi il CdG fu di fatto l’organismo di gestione delle aziende in attesa che proprietà e direzione riemergessero dall’incognito dove si erano rifugiati negli ultimi mesi del conflitto. Siamo quindi di fronte ad un organismo diverso dal sindacato. Non si tratta più di difendere i diritti dei lavoratori nella fabbrica in modo antitetico agli interessi del padronato. Il CdG sancisce l’ingresso dei lavoratori nella stanza dei bottoni, nel luogo dove l’azienda prende quelle decisioni tradizionalmente di competenza della direzione. Anche il concetto di profitto cambia: da remunerazione destinata alla proprietà, il profitto diventa elemento di redistribuzione del reddito ai lavoratori, i quali diventano parte integrante dell’azienda. L’esperienza dei CdG riusciva quindi a conciliare la permanenza dell’azienda nell’alveo del “libero mercato” con le istanze di condivisione delle responsabilità manageriali e di beneficio del risultato economico che venivano dagli operai, spesso partigiani, e dal partito che li guidava. Vi era però un timore diffuso in quel momento storico: la preoccupazione che l'azienda intendesse coinvolgere i lavoratori solo come elemento di accelerazione della ricostruzione delle fabbriche e del rilancio della produzione, nonché dei profitti solo del “padronato”. Già nel 1948 i rappresentanti dei lavoratori nei Consigli di gestione, ribadivano che i CdG erano sorti dalla lotta di Liberazione e avevano come fine la partecipazione attiva dei lavoratori alla gestione dell’azienda. Sorsero inevitabili dissidi tra datori di lavoro e direzioni da un lato e i membri del CdG dall’altro, e questo scontro non fu affatto banale e nemmeno intellettualmente sproporzionato. I membri dei CdG erano spesso operai specializzati, ottimi ed esperti lavoratori, magari con idee differenti da quelle dell'azienda, proponendo di cambiare processi e prodotti, di modificare i rapporti di lavoro, di variare la produzione in generale. La presenza dei Consigli di Gestione iniziava a diventare un problema politico, la sua progressiva eliminazione era un’esigenza avvertita da più parti. Innanzitutto dai comandi alleati, che nei mesi successivi al 25 aprile 1945 compresero maggiormente la forza della sinistra italiana in generale, e del Partito comunista in particolare, nella penisola. Questa forza era vissuta come un’anomalia politica da sanare al più presto nel rispetto delle sfere d’influenza sancite a Jalta. In secondo luogo, le associazioni datoriali come Confindustria ritenevano il momento dell’emergenza post bellica in via di soluzione, e i Comitati di Gestione, visti come strumenti emergenziali, avevano esaurito il loro compito. Le parti dovevano tornare ai loro posti: la proprietà capitalistica avrebbe ripreso il totale controllo dell’azienda, e dei profitti, attraverso la Direzione, i lavoratori sarebbero tornati nei capannoni, rappresentati dai sindacati. Infine, conclusi i lavori dell’assemblea costituente e ritornato Alcide De Gasperi da Washington con i soldi americani del Piano Marshall, le elezioni del 1948 sancirono la definitiva esclusione di PCI e PSI dal governo del Paese, togliendo quindi quel necessario cappello politico ai CdG di cui abbiamo accennato all’inizio. Anche alcuni settori del sindacalismo, soprattutto d’ispirazione cattolica, non diedero supporto ai CdG, temendo che questi si sovrapponessero e ridimensionassero il ruolo dei sindacati all’interno delle fabbriche. Il pericolo rappresentato dalla presenza dei CdG organizzati e presenti ai vertici delle aziende fu chiaramente avvertito in seguito all’attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948. In un clima da insurrezione contro le neonate istituzioni repubblicane, molte fabbriche venivano occupate e i vertici presi in ostaggio (famoso il caso del “fermo” imposto a Vittorio Valletta, presidente della FIAT, nei suoi uffici di Torino). Fu chiaro a tutti che in caso d’insurrezione comunista, il tessuto produttivo nazionale avrebbe potuto continuare la sua attività proprio grazie ai CdG, che avrebbero coperto il fianco economico alla rivoluzione proletaria. Il segretario del PCI però, conscio che gli americani (non più gli inglesi in quanto la fine della monarchia dei Savoia aveva sancito il passaggio definitivo dell’Italia nella sfera d’influenza geopolitica e militare di Washington) non avrebbero tollerato insurrezioni di matrice comunista e che l’URSS non si sarebbe mossa in soccorso, riuscì a far rientrare la crisi gettando acqua sul fuoco. Siamo all’inizio degli anni cinquanta, l’Italia aveva raggiunto un assetto politico stabile e l’esperienza dei Comitati di Gestione morì di naturale consunzione, non essendoci più la necessità di averli e la possibilità di rieleggerli. Il PCI aveva vissuto la sua esperienza diretta nella politica economica italiana.

 

 

 

Il PCI e la questione dell’IRI

 

Un altro tema delicato che il PCI dovette affrontare dopo la fine della seconda guerra mondiale, fu come porsi di fronte all’eredità del ventennio mussoliniano. Se da un punto di vista politico non vi furono dubbi nel condannare definitivamente sia l’esperienza fascista che l’istituzione monarchica, viste entrambe colpevoli della tragedia che l’Italia dovette vivere nel primo lustro degli anni quaranta, cosa diversa e più complessa fu la gestione dell’eredità economica lasciata dal regime, che si concretizzava nella decisione di cosa fare di IMI e IRI, e degli uomini ancora in vita che le avevano create e guidate. La decisione non era affatto semplice. Agli inizi degli anni cinquanta le aziende dell’IRI erano presenti nella telefonia attraverso la STET (Società Torinese per l’Esercizio Telefonico), nella cantieristica attraverso la Finmare e nella siderurgia attraverso la Finsider. L’IMI deteneva ancora il controllo della Banca Commerciale Italiana, del Credito Italiano e della Banca di Roma. La posizione delle associazioni datoriali e dei partiti liberali era chiara e precisa. Si doveva ritornare al periodo pre-fascista, l’IRI andava sciolto e le sue controllate cedute (nemmeno vendute) agli (im)prenditori italiani, che avrebbero saputo cosa farne. In altre parole, alla fine degli anni quaranta si poteva aprire uno scenario simile a quello che l’Italia visse poi agli inizi degli anni novanta, cioè l’era delle privatizzazioni selvagge. Il grande merito storico avuto dal Partito comunista di quegli anni fu quella di non cedere alla demagogia, di non essere caduto nell’inganno teso dalla grande borghesia con la scusa dell’antifascismo, ma di aver saputo distinguere le responsabilità politiche del regime dal ruolo dello Stato in economia. Il PCI si fece argine all’idea di una mera restaurazione dello stato liberale degli anni dieci e parte degli anni venti del secolo.  In questa decisione di portata storica contarono alcuni aspetti culturali fondamentali. Innanzitutto pesava la critica al sistema capitalista in economia, insito nel marxismo ancora forte nel Partito. Questa impostazione teorica portava il PCI a non preferire il liberalismo di stampo anglo-sassone al capitalismo di stato, del quale però coglieva difetti e limiti soprattutto nella prospettiva storica. Il secondo aspetto era connaturato alla caratteristica di partito di massa del PCI, fortemente strutturato e radicato su tutto il territorio nazionale tramite le sezioni di partito, e presente nel mondo del lavoro tramite i sindacati, soprattutto la CGIL. Questa struttura ramificata funzionava da cinghia di trasmissione dal basso verso l’alto dei vari problemi del dopoguerra, soprattutto delle istanze legate alla crisi occupazionale, tipica dell’Italia alla vigilia del boom economico. Il PCI era conscio che solo una maggiore presenza dello Stato in economia avrebbe alleviato la piaga della disoccupazione e dell’arretratezza economica e sociale di alcune zone del paese come il mezzogiorno d’Italia. La saggezza dei dirigenti comunisti fu quella di non giocare la carta politica di un impossibile rilancio al modello socialista che si stava gradualmente affermando nell’est europeo, ma di accettare la sfida della costruzione di un originale sistema economico italiano. Il terzo aspetto derivò dal rapporto con l’altro partito di massa, detentore del potere: la Democrazia Cristiana. Il partito dello scudo crociato condivideva con il PCI due caratteristiche: essere un partito di massa ramificato sul territorio tramite le sezioni locali e gli oratori, quindi soggetto alle medesime pressioni provenienti dal paese reale che subiva il partito di Togliatti; essere privo di una cultura economica liberista avendo assorbito la dottrina sociale della chiesa da un lato (declinata in economia da uomini come Ezio Vanoni), ed aver ereditato il corporativismo fascista (attraverso esponenti come Amintore Fanfani) dall’altro. La situazione economica degli anni a cavallo tra i quaranta e i cinquanta è particolarmente grave in agricoltura, dove il PCI denuncia il ruolo retrogrado dei latifondisti soprattutto nel sud Italia. In quelle terre lo sfruttamento del lavoro operario agricolo era ancor più aggravato dalla surrettizia alleanza tra grande proprietà terriera e mafia, allo scopo di reprimere anche in modo violento le rivendicazioni dei lavoratori della terra. A tale proposito basta citare la strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947 ad opera del bandito Salvatore Giuliano. Per quanto riguarda l’industria, il PCI promosse e difese la presenza dei sindacati e della loro libertà d’azione nelle fabbriche, ma avvertì subito che questa linea era necessaria ma non sufficiente. Il Partito comunista criticò la forte presenza dei privati nei settori strategici dell’economia nazionale, ed osservò invece la totale assenza degli imprenditori italiani in altri settori, latitanze dovute anche alle storiche carenze di lungimiranza e coraggio della grande borghesia italiana, incline ad un ruolo parassitario piuttosto che produttivo. Queste critiche diedero la certezza alla direzione comunista che il ruolo dello Stato in economia non solo non andava smantellato ma al contrario rafforzato. Ad una conclusione simile, pur seguendo diverse analisi economiche e politiche, era giunta anche la Democrazia cristiana. I due partiti si fronteggiavano nel parlamento e nella società italiana su innumerevoli temi ma, nemmeno tanto velatamente, erano propensi a prendere “a sberle” i liberali e i loro padroni, gli (im)prenditori italiani. Questo fu il presupposto politico del boom economico degli anni cinquanta e sessanta.

 

 

 

Il PCI contribuisce alla nascita delle grandi aziende di Stato

 

Il miracolo economico italiano fu indubbiamente un raro mix di condizioni politiche favorevoli e di storie di uomini eccezionali. Facciamo ora tre esempi, che non rispettano necessariamente l’ordine cronologico, allo scopo d’indagare il ruolo svolto dal PCI, sempre determinante, in quelle vicende dove politica ed economia s’intrecciarono in un modo virtuoso, visti i risultati, e incredibile, se considerati i successivi rapporti avuti dagli anni novanta ad oggi. La situazione della telefonia italiana negli anni cinquanta era piuttosto confusa: operavano cinque concessionarie private e a ciascuna era assegnata una zona del territorio nazionale, mentre l’Azienda di Stato per i servizi telefonici (ASST) aveva il compito di gestire il servizio telefonico interurbano a grande distanza e quello internazionale, oltre a svolgere la funzione di controllo sulle cinque concessionarie. In sede di rinnovo delle concessioni telefoniche si aprì un fervido dibattito politico nel quale il Partito comunista sosteneva l’importanza della nazionalizzazione di tutto il sistema. Grazie alla spinta dei comunisti e al beneplacito dei democristiani, Guglielmo Reiss Romoli, direttore generale di STET, riuscì a ottenere l’assorbimento da parte dell’IRI degli altri gestori telefonici. Il piano strategico di Reiss Romoli, imperniato sullo sviluppo di STET, rappresentava una premessa essenziale per il superamento delle dimensioni prevalentemente locali della rete telefonica e per dare impulso allo sviluppo della teleselezione. Nel 1964, a seguito della nazionalizzazione del settore elettrico che vedremo tra poco, l’IRI decise la fusione per incorporazione delle società STIPEL, TELVE, TIMO, TETI e SET nella vecchia Società Idroelettrica Piemontese, che assunse la nuova denominazione di SIP-Società Italiana per l'Esercizio Telefonico. Al momento della sua nascita, la nuova SIP contava 5,5 milioni di utenti di apparecchi telefonici in servizio, alla fine del 1993 gli utenti SIP erano oltre 24 milioni. Il secondo esempio del ruolo fondamentale del PCI riguarda la vicenda della nazionalizzazione dell’industria elettrica. Analogamente al precedente esempio, lo scenario di partenza era quello di un mercato elettrico frazionato tra molteplici società pubbliche e private: SIP (Piemonte), Edison Volta (Lombardia), la famigerata SADE responsabile del disastro del Vajont (Veneto), SEEE (Emilia), OEG (Liguria), SELT-Valdarno (Toscana), SRE (Lazio), SME (Campania), SGES (Sicilia), SEC (Calabria), Carbosarda (Sardegna). Questa frammentazione rendeva la rete italiana cara e inefficiente e si avvertiva chiaramente che non sarebbe stata in grado di supportare l’impetuoso sviluppo economico di quegli anni. È noto che il ruolo preminente nella battaglia per la nazionalizzazione dell’industria elettrica è stato ricoperto dal socialista Riccardo Lombardi, in un dibattito però dove i due grandi partiti della sinistra italiana condividevano la convinzione che lo sviluppo industriale accelerato, e quindi la reale possibilità di assorbimento della disoccupazione tipica degli anni cinquanta, passava attraverso un ulteriore allargamento del ruolo dello stato in economia. Un primo progetto di legge di nazionalizzazione dei “monopoli elettrici” venne presentato congiuntamente da PCI e PSI nel febbraio del 1953, a ridosso delle elezioni politiche. Il partito comunista presentò un secondo piano nel 1959, che prevedeva importanti novità nella struttura e nelle finalità dell’ente nazionale di gestione. Il PCI proponeva la costituzione di un ente autonomo che avrebbe dovuto acquisire, oltre alla gestione del servizio elettrico secondo le modalità del 1953, anche le attività produttive e distributive dell’Eni, assumendo la funzione di ente energetico nazionale. L’elemento che mise all’ordine del giorno l’intervento pubblico nel settore elettrico fu l’ingresso del PSI nell’area di governo. La nazionalizzazione del servizio elettrico venne presentata dai socialisti come una richiesta non negoziabile ai fini dell’accordo di governo e trovò il consenso anche dei repubblicani e dei socialdemocratici. Infine nel 1962 vennero votate le leggi relative alla nazionalizzazione dell’industria elettrica e alla costituzione dell’ENEL, che avrebbe inglobato le attività delle varie aziende elettriche italiane. Finalmente l’Italia era dotata di una società pubblica capace di elevare il livello della produzione e della distribuzione abbassando le tariffe. Il terzo esempio è legato al complesso rapporto tra il PCI e l’ENI di Enrico Mattei. Sull’epopea del fondatore dell’ENI si sono scritti fiumi d’inchiostro e sulla sua tragica fine si sono scritti libri. Personalmente sono legato al libro di mio padre Fulvio Bellini “L’assassinio di Enrico Mattei” dal quale Francesco Rosi trasse il suo celebre film “Il caso Mattei” del 1972. Da liquidatore dell’agenzia petrolifera di origine fascista Agip a fondatore dell’Ente Nazionale Idrocarburi, la cavalcata di Mattei fu condotta innanzitutto con l’appoggio di importanti esponenti della DC: in prima fila Ezio Vanoni, con cui più tardi fonderà la corrente “Base”, che si collocherà all’estrema sinistra della galassia democristiana. Mattei si trovò spesso a fare i conti con lo sviluppo degli equilibri interni alla DC, ma l’azione straordinaria dell’ENI, che nel frattempo era sorta nel 1953, poneva la politica di Mattei inevitabilmente in un contesto internazionale. E quale contesto! Il mercato mondiale degli idrocarburi, rigorosamente espresso in dollari, era governato dalle famigerate sette sorelle (Shell, BP, Standard Oil of New Jersey in seguito Esso, Standard Oil of New York in seguito Mobil, Texaco, Standard Oil of California in seguito Chevron, Gulf Oil). Ma al di là dei nomi delle società, Mattei si poneva in antitesi al gotha del potere capitalistico vincitore della seconda guerra mondiale: le famiglie reali di Gran Bretagna e dei Paesi Bassi (da non trascurare visto il ruolo ricoperto dal principe consorte d’Olanda Bernhard van Lippe-Biesterfeld nella fondazione del  gruppo Bildenberg avvenuta nel 1954 insieme a David Rockefeller), tutta la potente famiglia Rockefeller appunto, le altri grandi dinastie del petrolio texano e di conseguenza il governo USA. Dal punto di vista politico, quindi, a parte le personali convinzioni di Mattei e di Vanoni, lo sbocco dell’ENI non poteva che essere a sinistra. Ancora una volta, come accaduto per l’industria elettrica e la rete telefonica, il PCI era chiamato ad assumere una precisa posizione nei confronti dell’industria degli idrocarburi italiani. Il vento che soffiava dall’ENI sul quadro politico era forte, e lo si vide già nel 1955 con l’elezione di Giovanni Gronchi alla presidenza della Repubblica. Gronchi, uno dei leader della sinistra democristiana, credeva fermamente ad un qualificato intervento dello Stato in economia per il quale vi erano già importanti strumenti, come l’ENI e l’IRI. Gronchi capiva inoltre che la crescita economica permetteva all’Italia di ricoprire un ruolo internazionale di maggior rilievo, per la prima volta dalla fine della guerra (solo l’anno prima Trieste era ritornata pienamente italiana dopo la lunga occupazione alleata). Gronchi vedeva una politica internazionale più autonoma rispetto al passato, pur rimanendo fedeli all’alleanza con gli Stati Uniti, ed era una visione del tutto coerente con quella di Enrico Mattei. Il PCI ebbe un ruolo decisivo nel far raggiungere ai vertici dello Stato elementi della sinistra democristiana, votando ad esempio a favore di Gronchi. Mattei privilegiava il gas metano rispetto al petrolio come fonte energetica ed era alla ricerca di nuovi mercati di approvvigionamento. I grandi produttori di allora erano Unione Sovietica e Algeria. Ancora una volta il Partito comunista italiano, pienamente coinvolto nella gigantesca opera di industrializzazione del paese, favorì i rapporti di ENI con il governo sovietico e gli enti di stato deputati alla vendita del gas. Dietro quest’apertura energetica, l’Italia si stava ponendo come elemento di disallineamento rispetto al blocco occidentale ricompreso nell’alleanza militare della NATO varata nel 1949. Il PCI vide nella leva economica la possibilità di restituire attualità politica alla famosa nota di Stalin del 1952 a proposito della finlandizzazione della Germania. In altre parole, l’ENI usò il PCI per avere rapporti privilegiati con le industrie metanifere sovietiche, e le ottenne; il PCI usò l’ENI di Mattei, e la sua indiscussa influenza sia sulla DC che sul governo di Roma, per spostare l’Italia verso una posizione maggiormente equidistante tra i duellanti della Guerra Fredda. È tesi de il Delitto di Enrico Mattei, e mia personale, che negli articoli non scritti della “pace” tra John F. Kennedy e Nikita Krusciov, a chiusura della crisi dei missili di Cuba del 1962, vi fosse anche la richiesta americana della testa di Enrico Mattei, ucciso appunto il 27 ottobre di quell’anno; e non poteva essere altrimenti se gli Stati Uniti non avessero voluto lo smottamento della NATO in piena guerra fredda.

 

 

 

Il PCI e l’economia mista

 

Mi permetto, a questo punto della storia del ruolo del Partito comunista italiano nello sviluppo economico, di aprire una parentesi di carattere teorica. Cerchiamo di capire cosa era diventata l’IRI alla fine degli anni sessanta grazie ad una curiosa ma intelligente nota del responsabile delle Relazioni esterne dell’Istituto, Franco Schepis: “Un turista straniero arriva in Italia con un aereo dell’Alitalia? Alitalia è la compagnia aerea dell’Iri. Sbarca a Genova da uno dei più bei transatlantici del mondo come la Michelangelo o la Raffaello, la Cristoforo Colombo o la Leonardo da Vinci? Sono dell’Iri. Noleggia una macchina veloce ed elegante come un’Alfa Romeo? È dell’Iri. Per uscire da Genova percorre la prima strada sopraelevata costruita in Italia? È dell’Iri, ed è stata realizzata con l’acciaio della Finsider (Iri) e il cemento della Cementir (Iri). Uscito dalla città prende un’autostrada della più estesa rete esistente in Europa? È dell’Iri. Si ferma per pranzare in un autogrill? È dell’Iri. Assaggia i prodotti della Motta e dell’Alemagna? Sono aziende Iri. Dopo pranzo, telefona a qualcuno della sua città, usando la prima teleselezione integrale da utente del continente? È una linea della Sip, cioè dell’Iri. Arrivato a destinazione, deve cambiare della valuta? Va in una delle principali banche italiane (la Banca Commerciale Italiana o il Banco di Roma o il Credito Italiano)? È anch’essa dell’Iri”. Questa era l’attività della prima e principale industria di Stato italiana. Ma non era solo questione di quanto fosse potente e ramificata la presenza dell’Istituto nel nostro paese, era anche un gruppo che nel 1980 occupava oltre 500.000 dipendenti. All’atto della sua liquidazione Telecom (ex SIP) contava oltre 100.000 dipendenti; ENI nel 1982 raggiunse i 144.000 dipendenti. Solo questi tre gruppi davano lavoro direttamente a quasi 700.000 persone. Ma non era che la punta di un iceberg formato da una vasta rete di aziende private che lavoravano per i tre colossi. Milioni di lavoratori italiani lavoravano per l’industria pubblica, e tutte le attività produttive ruotavano intorno all’industria di Stato. Risultati casuali? Ovviamente no. Qual era allora la differenza tra l’IRI degli anni Trenta e quella degli anni del dopoguerra? L’IRI di Beneduce fu una brillante iniziativa di Capitalismo di Stato con taglio socialista, a differenza di quanto accaduto negli Stati Uniti rooseveltiani e nella Germania hitleriana. In Italia salvare la Banca commerciale italiana e il Credito Italiano non significò regalare soldi a banche fallite, ma volle dire salvare tali banche sottraendole al controllo di coloro che le avevano fatte fallire. Politica coraggiosa e brillante ma era comunque capitalismo di Stato pienamente inserito in un contesto di economia di mercato. Anche la prima decade della storia repubblicana vide il capitalismo di Stato non solo permanere, ma svilupparsi in un modo sconosciuto in tutta Europa. Poi arrivò un elemento di rottura col passato: nel 1956 fu istituito il Ministero delle Partecipazioni Statali. Perché la Democrazia cristiana prese questa decisione che apriva ad una stagione nuova e del tutto originale nella storia economica italiana? Indubbiamente una delle ragioni fu la forte critica proveniente dal PCI e dal PSI. La considerazione che le opposizioni di sinistra muovevano alla DC era che le strategie delle società di proprietà pubblica non erano poi tanto dissimili da quelle private. Ognuna di loro era soggetta alle forti personalità dei rispettivi “top manager”, che erano uomini del tutto eccezionali: Enrico Mattei per l’ENI, Gugliemo Reiss Romoli per la STET, Oscar Sinigaglia per Finsider per fare alcuni esempi. Senza citare altri uomini ex IRI come Donato Menichella, governatore della Banca d’Italia dal 1948 al 1960. Insomma grandi manager d’importanti gruppi che, nonostante le gestissero per il pubblico interesse, spesso le guidavano come se fossero proprie. Più in generale, le aziende pubbliche non si occupavano di alcuni settori industriali non interessanti per i privati, oppure non si impegnavano a risollevare determinate aree del paese. Il Partito comunista lamentava l’irrisolta questione meridionale e lo stato di arretratezza dell’agricoltura del sud Italia. Mancava un luogo politico dove vi fosse una visione complessiva dell’azione che dovevano intraprendere le aziende pubbliche, dove anche le forze politiche d’opposizione parlamentare potessero avere maggiore voce in capitolo. Mancava, in poche parole, un luogo istituzionale dove fare politica industriale. Questo luogo fu trovato nel Ministero delle Partecipazioni Statali, assumendo in sé i pacchetti azionari delle aziende pubbliche e coordinando l’attività di IRI, ENI e altri enti autonomi. A sua volta il Ministero delle Partecipazioni statali riceveva direttive generali dal Comitato interministeriale per la Politica Industriale e dal Comitato Interministeriale per la Programmazione economica. In sintesi, nonostante una certa farraginosità del sistema, la politica aveva gli strumenti per indirizzare l’economia tramite le aziende di proprietà dello Stato che, dato dimensioni e peso specifico nel nostro paese, di fatto dirigeva l’intera economia italiana. Non si trattava più di Capitalismo di Stato, si era entrati nell’era dell’Economia mista. Venendo incontro alle critiche del Partito comunista, il Ministero delle Partecipazioni statali si impegnò nei confronti del mezzogiorno d’Italia. Per aiutare l’agricoltura del sud nel 1963 la SME venne trasformata in Società Meridionale Finanziaria specializzandosi nell’industria agro-alimentare e nella grande distribuzione. Insieme alla Cassa del Mezzogiorno di Pasquale Saraceno (creata dall’IMI), la SME e IRI realizzarono stabilimenti in tutto il sud Italia. In conclusione, i benefici dell’economia mista alla fine degli anni sessanta si potevano riassumere nel seguente quadro d’insieme: l’economia italiana era inserita in un contesto relativamente stabile di relazioni economiche e finanziarie internazionali (che prevedeva, tra l’altro, il controllo sui movimenti di capitale); con un saggio di crescita del PIL piuttosto elevato e non troppo variabile; con una tendenza alla crescita dimensionale e organizzativa delle imprese; con un tasso di inflazione relativamente basso; con un livello di spesa pubblica ancora modesto e ben al di sotto di quello prevalente in altri grandi paesi europei; con un saldo di parte corrente del bilancio pubblico positivo e vicino a quello medio dei paesi industrializzati.

 

 

 

La vittoria elettorale del 1976 e la mancata correzione della riforma fiscale

 

Abbiamo visto che nel sistema di economia mista il ruolo della politica era decisivo. Il rapporto tra Democrazia Cristiana e Partito comunista ha determinato il modello di economia mista, che si è sviluppato rispecchiando le caratteristiche fondamentali dei due principali partiti italiani: il fatto di essere grandi partiti di massa, e per questo facilitati nell’affrontare autentici giganti dell’industria; ed essere perennemente “obbligati” ai ruoli parlamentari di maggioranza e opposizione. Questa posizione rigida e senza possibilità di alternanza costrinse i due partiti, non solo in economia, a trovare modalità di interlocuzione senza possibilità di “inciuci”. La struttura economica italiana degli inizi anni settanta non era più liberale, per certi versi il mercato italiano era maggiormente socialista di quello di molti paesi aderenti al Comecon. E siccome il sistema funzionava, e non aveva solo generato il boom economico degli anni sessanta, ma anche il conseguente generale aumento del livello di vita (rifrangendosi positivamente su diritti, istruzione, cultura, arte ecc.) non poteva non influenzare la “sovrastruttura elettorale”. Il PCI raggiunse l’apice storico dei suoi consensi nelle elezioni del 1976, dopo una campagna elettorale senza esclusione di colpi con la DC, che aveva previsto una significativa avanzata dei comunisti, e si impegnò al massimo delle sue possibilità per evitare il temuto sorpasso. La DC andò bene in rapporto alle aspettative (+ 0,05%) ma il PCI ottenne un +7,22%, mentre il PSI si fermò ad un + 0,03%; non era quindi una vittoria della sinistra italiana, era un clamoroso successo del Partito Comunista Italiano, che poteva formare un governo. Non è oggetto di questo articolo analizzare le ragioni che, al contrario, indussero la segreteria di Berlinguer a dare un appoggio esterno ad un esecutivo, denominato di “unità nazionale”, al gabinetto Andreotti III che era composto con esponenti democristiani di centro e di destra tra i quali: Forlani, Cossiga, Lattanzio, Malfatti, Pandolfi. Dal punto di vista politico il PCI non chiese sostanzialmente nulla, tale era il timore di suscitare nemmeno l’ira ma solo il disappunto degli americani. Berlinguer fu così scioccato dall’affermazione elettorale e dalle sue ripercussioni internazionali da affermare, nella celebre intervista rilasciata a Pansa ed apparsa sul Corriere della Sera del giugno 1976: “Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico «anche» per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia”. Ma vi era un tema che quella direzione comunista poteva affrontare senza timore di allarmare nessuna potenza straniera: la modifica migliorativa della recente riforma fiscale del 1° gennaio 1973, entrata in vigore nel 1974. Tale riforma, vigente ancora oggi, introdusse l’IRPEF e l’IVA cioè le due colonne della tassazione diretta e indiretta sulle persone fisiche. La riforma nacque dopo più di un decennio di dibattito, ed era figlia degli anni sessanta piuttosto che dei settanta. Nella sua preparazione ebbe un ruolo fondamentale la commissione Cosciani del 1964 il cui lavoro fu ripreso dalla legge delega del 1971, con gravi lacune e stravolgimenti. La differenze che la legge delega prese dai risultati e dagli obiettivi originari riguardarono fondamentalmente i seguenti punti: 1) il divario tra il sistema tributario ideale delineato nel disegno di riforma e il sistema tributario legale risultante dalle norme effettivamente approvate; 2) il profondo cambiamento delle condizioni economiche e sociali prevalenti al momento in cui fu elaborato il disegno di riforma e quelle prevalenti al momento in cui la riforma fu attuata, in altre parole la riforma era nata già superata; 3) il mancato adeguamento dell’amministrazione finanziaria a gestire un sistema tributario finalmente di massa in un’economia complessa e in continua trasformazione; 4) i limiti insiti nella nozione di reddito imponibile. Laddove si rimarcava la gradualità delle aliquote in ottemperanza al principio costituzionale di equità e progressività contributiva (art. 53 della Carta), si “giocava” in modo opaco sulla sottostante definizione di reddito da tassare allo scopo di calmierare il peso fiscale sugli introiti più alti. A tale proposito è utile riportare il seguente passaggio del rapporto della commissione presieduta da Cesare Cosciani: “per essere perequata, un’imposta progressiva deve gravare sul reddito netto complessivo del soggetto, da qualsiasi fonte provenga, e i singoli elementi che lo compongono devono essere determinati in modo omogeneo per tutte le categorie. Lo scostamento dal reddito effettivo di uno o più elementi che compongono il reddito complessivo, sia tale scostamento da attribuire alla sua definizione legale, o a esenzioni o a evasioni totali o parziali, non si limita a ridurre in misura corrispondente l’onere fiscale che si intende agevolare, ma si trasforma, altresì, in uno sgravio per gli altri redditi soggetti al regime normale”. Il primo elemento di correzione della riforma il PCI avrebbe dovuto ottenerlo circa gli scarti profondi verificatisi nel passaggio tra il disegno originario e la legislazione emanata, e poi nella effettiva applicazione di quest’ultima, e che sono alla base della nascita deficitaria della riforma fiscale di quegli anni e al successivo evidente fallimento che subiamo oggi. Ad esempio, a riforma varata nella formazione del reddito imponibile si registrava l’esclusione degli interessi e degli altri frutti delle obbligazioni pubbliche e private, e degli interessi bancari, tipiche rendite di stampo borghese. Altro elemento deficitario riguardava la determinazione della rendita catastale di terreni e fabbricati, sempre deficitaria rispetto alla realtà, dando un beneficio evidente ai proprietari. La riforma tributaria fece il suo esordio in un contesto economico diverso da quello degli anni sessanta. Gli anni settanta scontarono la fine dell’onda lunga della ricostruzione post bellica, si registrò una caduta tendenziale del tasso di crescita, un forte aumento dell’inflazione, una fatale liberalizzazione della circolazione dei capitali, un rallentamento della concentrazione industriale, un’accelerazione della spesa pubblica con conseguenti deficit di bilancio nonostante l’aumento del gettito fiscale. Occorreva un’amministrazione tributaria efficiente e capace di cogliere i mutamenti economici e finanziari del paese. Il PCI avrebbe dovuto premere sul governo per adeguare le strutture, il personale, le funzioni, i metodi di lavoro, i meccanismi di accertamento, le procedure dell’amministrazione tributaria, nonché adeguare il sistema del contenzioso, delle riscossioni e delle sanzioni. Nulla di tutto questo accadde e fu un errore evidente in quanto la platea dei soggetti a tassazione diretta e personale passò di colpo da poco più di 4 milioni a 22 milioni. Inoltre, il fisco italiano non seppe gestire correttamente l’altra nuova imposta, l’IVA, la quale si prestava a molteplici forme di evasione. Il PCI conosceva perfettamente l’opinione di Cosciani circa l’amministrazione fiscale: “le due esperienze italiane di riforma tributaria (del 1951-1956 e del 1973-1974) dimostrano in modo evidente che ogni riforma tributaria che non trova una sufficiente struttura amministrativa degli uffici o che non sia preceduta da una adeguata riorganizzazione degli stessi, non può portare al successo sperato. Ed ogni aggravio delle sanzioni amministrative e penali a carico degli evasori, in questa ipotesi, per correre ai ripari, si dimostra del tutto inutile fino a quando i meccanismi amministrativi non sono in grado di funzionare”. Strettamente legata all’impreparazione dell’amministrazione pubblica vi era la forte difficoltà nella corretta determinazione e misurazione effettiva dei vari redditi che componevano il reddito complessivo del contribuente. Questa difficoltà era particolarmente grave in una realtà, come quella italiana, dove la formazione del reddito era estremamente variegata dalla presenza di numerose imprese private di piccola e media dimensione nonché da una elevata presenza di lavoratori autonomi che determinavano un tessuto produttivo frammentato e disomogeneo. La difficoltà di una corretta determinazione del reddito imponibile fu alla base dell’endemica evasione fiscale tipica del sistema tributario italiano. La ricerca dell’elusione e dell’evasione fiscale fu immediata al varo della riforma tributaria e fu dettata anche dall’incredibile impennata delle entrate fiscali dovute a caratteristiche endogene alla riforma stessa (aumento della platea dei contribuenti, introduzione di moderne tecniche di accertamento e riscossione come l’estensione significativa delle ritenute alla fonte), ma soprattutto da fattori esogeni alla riforma come la forte spinta inflattiva determinata dalla crisi petrolifera del 1973. Il PCI avrebbe potuto correggere subito l’alterazione della distribuzione del carico fiscale causato dal brusco innalzamento delle aliquote medie e marginali dei soggetti che non riuscivano a sfuggire all’applicazione dell’imposta, accentuando la differenza di trattamento tra coloro che sono pienamente colpiti (lavoratori dipendenti) e coloro che erano riusciti a rifugiarsi in forme di elusione ed evasione. In sintesi, la scorretta introduzione della riforma fiscale aveva determinato un autentico trauma sociale, invece di calibrare temporalmente l’aumento della pressione, si agì in modo contrario, determinando un violento e immediato innalzamento del prelievo. Infine, il modo disastroso di applicazione della riforma creò un meccanismo perverso fatto di una sostanziale contrapposizione tra un numero comunque limitato di tartassati senza via d’uscita e coloro che potevano evadere. Tale perverso meccanismo, spesso usato dai partiti a fini elettorali, è stato uno dei motivi di rallentamento della crescita e della crescente crisi finanziaria (deficit annuale dei bilanci) a partire dagli anni ottanta. Non solo, ma l’errata riforma fiscale del 1973 stimolò anche la diffusione di un’attività economica sommersa in modalità diverse su tutto il territorio nazionale. Infine, la mancata e immediata correzione della riforma favorì una successiva esagerata produzione legislativa e regolamentare che ha reso il sistema fiscale estremamente complicato, contradditorio, ingiusto ma soprattutto esposto a pratiche elusive a beneficio dei grandi redditi, siano essi personali o derivanti da attività economiche.

 

 

 

Il PCI negli anni ottanta abbandona progressivamente

la difesa dell’economia mista

 

Con le segreterie di Palmiro Togliatti e Luigi Longo, il partito comunista rivestì un ruolo di sprone critico alle trasformazioni della struttura economica italiana: dall’esperienza dei CdG dell’immediato dopoguerra, al rilancio del Capitalismo di Stato che evita all’Italia di entrare in una letale spirale di privatizzazioni selvagge, e infine alla transazione al modello originale di economia mista. Non è un mistero che Deng Xiao Ping abbia studiato e tenuto in considerazione questo modello, insieme alla NEP di Lenin, quando pensò al modo migliore di aprire l’economia cinese alle aziende occidentali, operazione sempre gravida di incognite e pericoli. La segreteria di Enrico Berlinguer inaugurò la deriva socialdemocratica del partito e una surrettizia apertura al liberismo che portò il PCI sempre più lontano dalle posizioni a difesa delle grandi aziende pubbliche. Non aver valutato la portata disastrosa della riforma fiscale del 1973, nata con ottimi presupposti sulla carta ma applicata nel modo peggiore possibile, avendo la facoltà di poter agire direttamente sul governo grazie al suo appoggio esterno, è stato un errore storico che paghiamo ancora oggi. Negli anni ottanta il sistema di Economia mista aveva un urgente bisogno di riforme per adattarlo alla nuova società più ricca e con maggiori bisogni sotto il profilo educativo, culturale, lavorativo, sociale. Questo nuovo corso fu interpretato da Bettino Craxi, divenuto segretario del PSI sempre nel fatidico 1976. Quando la scure di Mani pulite si abbatté sulla Democrazia cristiana 15 anni dopo era troppo tardi. L’epoca delle privatizzazioni selvagge, quelle stesse che il PCI era riuscito ad evitare alla fine degli anni quaranta, alla fine giunse con l’accordo di tutti i partiti sopravvissuti. La nuova classe dirigente del PCI si salvò rinnegando il partito e la sua storia e non mosse un dito quando, agli inizi degli anni novanta, l’allora presidente IRI Romano Prodi e l’allora Direttore generale del Ministero del Tesoro Mario Draghi liquidarono in un modo sciatto e volgare quell’autentico miracolo italiano che fu l’IRI, motore di crescita economica e d’innovazione; sappiamo come il capitalismo internazionale abbia poi ricompensato questi due signori con fulgide carriere personali.

 

 

 

Quale eredità ci ha lasciato il PCI in economia?

 

Alla fine di questo articolo, sintetico e certamente lacunoso per brevità, possiamo dire che esiste una eredità del PCI in campo economico. Un’eredità, però, lontana nel tempo e quindi bisognosa di essere riscoperta, analizzata e soprattutto attualizzata. Il PCI condivise esperienze di milioni di lavoratori e vicende di enormi aziende, divenute tra le più importanti del mondo. È indubbio che se oggi l’Italia è diventata un paese privo di futuro e di speranza la causa va ricercata nella voluta distruzione dei grandi partiti di massa DC e PCI e la loro sostituzione con movimenti di plastica creati in provetta, da Forza Italia al Movimento 5 Stelle, ai quali il capitale internazionale può far fare ciò che vuole. Allora che fare? Riprendere, studiare e riformulare, almeno su base teorica la storia economica italiana, per essere poi argilla da usare per un programma comunista del terzo millennio. I temi li abbiamo visti: modelli di partecipazione degli operai alla gestione della fabbrica; la ricostruzione della via all’economia mista come forma di programmazione in una economia di mercato; la necessaria riforma fiscale. Non cadiamo nell’inganno di chi dice che non è possibile, che l’Europa non lo permette, che si tratta di cose vecchie. Stiamo assistendo ad una nuova forma di guerra senza uso di armi convenzionali (oggi si chiama Covid-19), come ci è stata magistralmente descritta dai due ufficiali cinesi Wang Xiangsui e Qiao Liang nel loro libro “Guerra senza limiti. L'arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione”. È tempo di pensare osando, di essere portatori di nuove idee che nascono da vecchie esperienze, alle quali il PCI ha partecipato da protagonista per almeno 30 anni.