Negli ultimi trent’anni abbiamo potuto assistere ad una proliferazione continua delle sigle sindacali, una proliferazione spinta a tal punto da favorire la nascita non solo di innumerevoli sindacati di base ma addirittura di sindacati indipendenti di categoria.

Al di là della domanda, che sorge spontanea, su a chi giova questa estrema frammentazione della lotta sindacale (al capitale, se fosse proprio necessario dirlo), vogliamo analizzare in queste brevi righe quale dev’essere il ruolo del militante comunista all’interno della realtà sindacale: che tipo di presenza, in quali sindacati, con che ruoli, con che modalità.

Partendo quindi dal presupposto che il frazionismo sindacale, la continua creazione avventurista di nuove sigle, non può che danneggiare i lavoratori e la lotta di classe, viene appunto da chiedersi come si devono comportare militanti di un partito comunista rispetto al sindacato.

“I comunisti devono agire anche nei sindacati più reazionari”: in questa chiara e cristallina frase di Lenin (L’estremismo malattia infantile del comunismo) troviamo la risposta, netta e scevra di ambiguità. 

Ovviamente a nessuno possono sfuggire gli enormi problemi che il mondo sindacale sta vivendo: ci è senza dubbio chiaro il fatto che i sindacati di massa già esistenti, ad esempio i confederali ed in primis la CGIL, sono sempre di più complici della classe politica dominante asservita al capitale, limitandosi ormai a trattare quasi sempre temi che a un sindacato non competerebbero affatto, dilungandosi sempre più estesamente sui “diritti civili“ (per poi ad esempio far sponsorizzare il concerto del primo maggio da ENI ), senza quasi più parlare del vero problema, ovvero i diritti dei lavoratori che ormai anche grazie alla loro complicità  sono stati quasi completamente smantellati (prendiamo ad esempio l’articolo 18, il  lavoro interinale e molti altri argomenti).

I sindacati di base (USB, COBAS, CUB ecc), invece, se da una parte hanno avuto il pregio di portare alla ribalta molti problemi importantissimi, dalla sanità alla logistica, hanno dall’altra commesso l’errore di prendere via via le sembianze e dunque i comportamenti tipici di un movimento politico, con la logica conseguenza di diluire la propria azione parlando di tutto e di più in modo sostanzialmente dispersivo ed inefficace. 

Dunque, ripetiamo, che ruolo deve avere oggi il militante comunista all’interno del sindacato?

Innanzitutto, sgombriamo il campo da ogni malinteso: a nostro avviso, lungi dal favorire il proliferare di sigle e micro-sigle di cui abbiamo parlato poc’anzi, il militante comunista deve prendere in considerazione come opzione strategica l’ingresso nel sindacato di massa, ben conscio della situazione tragica in cui esso si trova oggigiorno, ma egualmente consapevole che solo una forza sindacale che ha raggiunto una certa massa critica, trasversale a categorie e localismi, può mettere in campo un’azione di lotta efficace ed incisiva, che non si limiti a tatticismi concertativi o peggio ancora di stampo corporativistico.

All’interno di questi sindacati, come comunisti dobbiamo sentirci chiamati a ricoprire tutti i ruoli che via via si renderanno disponibili, da quello del semplice iscritto a quello di quadro e dirigente sindacale, secondo le competenze ed inclinazioni personali ma soprattutto secondo quello che verrà ritenuto più opportuno a livello politico; vale appena il caso di ricordare come dovrebbe essere posta la più grande attenzione nell’evitare con attenzione l’esecrabile pratica delle “doppie cariche” politiche e sindacali.

Detto questo, l’azione del militante comunista all’interno del sindacato dovrà essere tesa al cambiamento dall’interno delle strategie e delle pratiche di lotta, riportando l’azione del sindacato di cui fa parte sui giusti binari, che potremmo individuare nei seguenti capisaldi:

  • Lotta senza quartiere all’approccio concertativo, che va sostituito con la riscoperta della conflittualità e della contrapposizione decisa agli interessi del padronato, concentrandosi invece sugli interessi reali e concreti dei lavoratori.
  • Questo approccio, oltre a riportare il focus sulla conquista dei diritti del lavoro, troppo a lungo compressi e ridotti, potrebbe aumentare la ricettività dei lavoratori alla lotta di classe come strumento non solo di rivalsa economica ma di reale cambiamento sociale e politico, rendendoli quindi più sensibili ad un successivo lavoro politico del partito.
  • Sostegno concreto e deciso alla lotta tesa implementare il programma minimo sul lavoro come delineato in sede politica

Ma andando oltre agli aspetti economici e puramente sindacali, una rinnovata presenza di comunisti all’interno delle organizzazioni di massa già esistenti, caratterizzata da impegno, concretezza e rigore morale, potrebbe consentire l’occupazione di uno spazio ove essere testimonianza tra i lavoratori di ciò che significa essere comunisti, fungendo quindi da anello di raccordo tra i lavoratori ed il partito e propiziando gradualmente tra di loro la diffusione e la comprensione dell’ideologia e della prassi marxista, preludio necessario all’organizzazione in seno alla classe lavoratrice di un partito che torni a basarsi sulle cellule di produzione preconizzate da Lenin e Gramsci.