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Il Perù ha appena superato un’altra crisi politica. Il fallito tentativo di destituzione del presidente Martin Vizcarra si somma alla crisi dei partiti, allo sgretolamento del neoliberismo, a operazioni politiche di basso livello e con i militari che tornano a farsi vivi. La sinistra non riesce a trovare un suo posto.

In soli sette giorni, il futuro politico peruviano è salito su una nuova montagna russa, una delle tante dal tempo delle dimissioni dell’ex presidente Pedro Pablo Kuczynski e dal subentro dell’allora vicepresidente Martin Vizcarra.

Contro ogni attesa generale, l’ascesa al potere di Vizcarra non ha portato a una fase di relazioni pacifiche fra il nuovo governo e la maggioranza parlamentare di allora, nelle mani di Forza Popolare, condotta da Keiko Fujimori. La pace è durata solo quattro mesi. Il periodo successivo ha presentato un intenso conflitto fra il partito di maggioranza nel Congresso e il Presidente. Nel mezzo degli scontri politici, le indagini giudiziarie per il caso Lava Jato sono terminate con Keiko Fujimori al carcere preventivo, mentre si aprivano le indagini per il finanziamento illecito che avrebbe ricevuto dall’impresa brasiliana Odebrecht e da alcuni imprenditori edili locali.

Si pensava che la montagna russa politica sarebbe terminata il 30 settembre 2019, quando usando i suoi poteri costituzionali il presidente Vizcarra ha sciolto il Parlamento a maggioranza fujimorista. L’elezione del nuovo Parlamento però non ha calmato le acque della politica. Quanto successo negli ultimi giorni, quando il Congresso ha aperto un processo politico contro Vizcarra, costituisce un ulteriore episodio di instabilità politica del paese. Ed è difficile che sia l’ultimo.

L’origine più ravvicinata di questa ennesima crisi comporta talmente tanti particolari rocamboleschi, degni di una telenovela di basso livello, che risulta difficile spiegarla a un pubblico che non segue le vicende quotidiane della politica peruviana. Come in ogni crisi politica dal tempo di Fujimori, l’inizio coincide con una serie di registrazioni. Questa volta il protagonista è il Presidente e alcune persone della sua cerchia più ristretta. Secondo i parlamentari che hanno reso pubbliche le registrazioni, pare che il Presidente abbia concordato con personale del Palazzo di governo una strategia per eludere le indagini che il Fisco peruviano stava conducendo sul contratto relativo a un dubbio consulente del Ministero della cultura, noto negli ambienti artistici come Richard Swing, pare molto vicino al Presidente. Si tratta di un cantante, ingaggiato per attività non consone con la sua professione, come seminari motivazionali e di leadership, con onorari che ammontano a circa 50.000 dollari.

Dopo questa accusa, i fatti si sono succeduti molto rapidamente. Quella stessa notte pareva che Vizcarra fosse destinato a seguire il destino di Kuczynski e che il presidente del Congresso, Manuel Merino, uno degli accusatori più entusiasti, avrebbe potuto cingere la fascia di Presidente del Perù. Man mano che passavano le ore, però, si chiariva non solo che le accuse non erano sufficientemente fondate, ma inoltre che i capi della rivolta del Congresso erano mossi da una serie di interessi nel migliore dei casi puramente personali, e nel peggiore di un’oscurità inconfessabile in pubblico.

Già all’inizio le accuse avevano presentato dei problemi. Il Presidente della Commissione fiscale del Congresso, Edgar Alarcón, è un personaggio dal percorso molto discutibile. Nel 2017 è stato destituito dalla carica di controllore generale della Repubblica per abuso di fondi pubblici e per svolgimento di attività incompatibili con la sua carica. Attualmente, sono a suo carico più di trenta indagini da parte del Fisco, che ha sollecitato il Parlamento a revocargli l’immunità parlamentare.

Se l’accusatore principale non ispirava molta fiducia, quel che si seppe appena dodici ore dopo che, con 60 voti su 130, venne approvata la mozione per destituire Vizcarra, ha finito per determinarne la sorte. Il mattino di sabato 12 settembre si seppe che il Presidente del Congresso aveva cercato più volte di contattare i comandanti generali delle tre armi e il Capo del comando congiunto. Ciò ha dato alla manovra un aspetto golpista che, sommato alla debolezza delle accuse, ha finito per disfare la coalizione che cercava di estromettere il Presidente sette mesi prima delle elezioni presidenziali, programmate per l’aprile dell’anno prossimo. Una settimana dopo, venerdì 18 settembre, la destituzione è stata bocciata con 32 voti a favore e 78 contro. Quasi il 50% dei parlamentari che una settimana prima avevano votato a favore, poi ha votato contro o preferito una cauta astensione.

L’ultimo episodio della lunga saga denominata “crisi politica peruviana” ha messo in luce una serie di fatti che hanno un’importanza maggiore dell’episodio in sé.

In primo luogo, la coalizione parlamentare a favore della destituzione ripete un modello ben noto alla politica peruviana: quello di un gruppo di politici indipendenti che coincidono su unico punto, l’attuazione di un disegno politico specifico (in questo caso il processo contro Vizcarra). Realizzata o fallita questa impresa, ognuno segue la propria strada fino alla prossima volta. Dietro la destituzione, non ci sono uno o vari gruppi politici che vogliono far progredire i propri progetti, ma solo una manciata di politici – o individui appena atterrati nella politica – che vogliono portare avanti i propri variati interessi particolari. Alcuni cercavano un presidente più vicino a loro, per fermare o bloccare i loro processi davanti alla Magistratura, altri cercavano di arrivare al governo per fermare i processi di regolamentazione intrapresi dallo Stato peruviano, e altri per eliminare il divieto che impedisce loro di ricandidarsi la primavera prossima.

Il caso più noto è quello dei parlamentari proprietari di università la cui concessione è stata recentemente revocata dall’ente incaricato di controllare la qualità dell’istruzione superiore. È certo, poi, che vari parlamentari dell’attuale Congresso sono vincolati a una serie di attività economiche di dubbia legalità, fenomeno che si sta cercando di invertire con politiche regolative, attuali o potenziali. Se quello delle università è l’affare più chiaro, si potrebbero rammentare i proprietari di veicoli che svolgono illecitamente un servizio di trasporto passeggeri, o coloro che invocano la legalizzazione dell’occupazione abusiva di suolo pubblico. In misura almeno parziale, il tentativo di destituzione del Presidente ha radici nel malessere generato dai timidi tentativi di regolazione da parte dello Stato.

In secondo luogo, l’altro punto messo in luce dal tentativo di allontanare il Presidente dal potere è la maniera in cui si sta incrinando la struttura socioeconomica che organizza il paese. Il Parlamento che ha iniziato la sua attività il febbraio scorso si è caratterizzato per l’emanazione di una serie di leggi in diretta collisione con i cardini dell’ordinamento economico peruviano. La tendenza si è accelerata con il progredire della pandemia, che ha permesso delle misure impensabili solo qualche mese prima, fra cui l’autorizzazione all’uso dei fondi delle casse pensionistiche private per aiutare i lavoratori, in un contesto in cui la disoccupazione ufficiale è salita fino all’8,8%, mentre la disoccupazione occulta potrebbe interessare il 40% dei lavoratori peruviani. Una misura adottata contro l’opinione del Ministero dell’economia e della potente Amministrazione dei fondi pensione (AFP).

I progetti di legge tendenti ad autorizzare il ritiro dei fondi pensione del sistema pubblico e collettivo, quelli diretti a congelare la riscossione di crediti delle banche private e la legge che ha sospeso la riscossione dei pedaggi nel contesto della pandemia, sono altre iniziative che vanno nella stessa direzione. Ma  queste politiche presentano due aspetti particolari: da una parte, rompono con il neoliberismo peruviano; dall’altra, non sono tecnicamente fondate. Sono misure di rottura che in molti casi vengono poi dichiarate incostituzionali dai tribunali, oppure indeboliscono i sistemi di risparmio collettivo dei lavoratori.

Il liberismo in Perù si sta incrinando, ma non ad opera degli attori immaginati e neppure attraverso le misure sperate.

Il liberismo in Perù si sta incrinando, ma non ad opera degli attori immaginati e neppure attraverso le misure sperate. La sua crisi coincide piuttosto con le azioni di politici opportunisti e politicamente irresponsabili e con misure più ad effetto che effettive. La sinistra capeggiata dalla giovane Verónika Mendoza o quella organizzata intorno al Frente Amplio sono estranee a queste azioni. D’altra parte, neppure l’ex presidente Ollanta Humala, che sembra voler tornare sulla scena politica, ha alcun ruolo in questa frana. Sembra che la fine di un ordinamento non si produca come gli analisti della politica avevano previsto.

Un terzo fatto che emerge dagli avvenimenti delle ultime settimane è che il presidente Vizcarra è rimasto seriamente colpito. Il tentativo di destituzione ha messo in luce i problemi della sua cerchia, oltre che i suoi limiti come politico. Le registrazioni sono state realizzate e fatte filtrare da qualcuno di piena fiducia del Presidente, apparentemente per motivi alquanto puerili (qui bisogna dimenticare obiettivi politici grandi o piccoli) e ciò è indice di una cerchia presidenziale poco affidabile. La sua inaspettata ascesa alla Presidenza, la mancanza di un partito e il suo passaggio per un poco rilevante governo locale spiegano in parte le fragilità di Vizcarra. Seppure nel periodo trascorso dal suo giuramento il numero dei commensali al suo tavolo è aumentato, si tratta comunque di un tavolo troppo modesto per gestire il potere di un Esecutivo in un paese come il Perù.

Oltre ai problemi della sua cerchia, anche la sua relazione non ottimale con l’attuale Parlamento rivela errori e limiti del Presidente. Il più importante è la maniera in cui ha affrontato le elezioni parlamentari di fine gennaio. Al vertice della sua popolarità e con un fujimorismo debilitato, il presidente Vizcarra ha optato per non presentare né appoggiare alcuna lista. Il risultato – peraltro prevedibile – è stato che nel nuovo Congresso i parlamentari che lo appoggiano sono meno di quelli della legislatura precedente.

Si ripete, ma in versione peggiorata, lo scenario di divisione governativa del 2016, con un Presidente che non dispone del numero minimo di parlamentari per sostenere un veto presidenziale e che non permette di proteggersi da un eventuale tentativo di impeachment. Tutto questo nel quadro si un’agenda legislativa che si poneva in aperta collisione con quella di vari nuovi parlamentari eletti.

In mancanza di una sua maggioranza parlamentare e di un suo partito, la governabilità di Vizcarra si fonda sull’appoggio dell’opinione pubblica.

A tutto questo si somma una strategia politica limitata. In mancanza di parlamentari e di un partito, la governabilità di Vizcarra si fonda principalmente sull’appoggio dell’opinione pubblica. Per mantenerla e aumentarla, una delle forme più facili ha avuto come perno il suo confronto pubblico con il Congresso. Il problema è che questa strategia dava risultati sempre minori e ignorava il potere dei parlamentari. Su questa base, essi hanno cercato di limitare la strategia che il Presidente portava avanti a loro spese.

Un ultimo fatto messo in luce da questi avvenimenti è il ritorno, discreto ma costante, delle forze armate sullo scenario principale della politica nazionale. La prima scena del ritorno è avvenuta nella notte dello scioglimento costituzionale del Congresso controllato dal fujimorismo da parte di Vizcarra. In una foto diffusa attraverso Twitter dall’Esecutivo, si vedevano il Presidente e i comandanti delle tre armi seduti insieme intorno a un tavolo. Mentre il fujimorismo cercava di far votare la seconda vicepresidente Mercedes Araos, Vizcarra rispondeva con una foto in compagnia dei militari.

La seconda scena si è presentata meno di due mesi fa. Negata la fiducia al gabinetto presieduto da Pedro Cateriano, il Presidente ha risposto proponendo un gabinetto presieduto da un militare in pensione che comprendeva altri due militari nella stessa situazione. Si tratta di un numero di militari inconsueto per la democrazia peruviana, almeno dal 2001.

L’ultima scena è avvenuta nel contesto del fallito processo politico. I comandanti generali non solo hanno rivelato gli indebiti appelli del Presidente del Congresso, ma sono per di più apparsi in una conferenza stampa alle spalle del primo ministro e della ministra della giustizia. Il messaggio era chiaro: appoggiavano il Presidente di fronte al tentativo di scalzarlo dal potere. Man mano che procede l’instabilità politica, i militari recuperano il loro ruolo di arbitri della politica peruviana.

La vacanza presidenziale per ora è stata sventata, ma nulla garantisce che non sia ritentata nei prossimi mesi.

La situazione di vacanza presidenziale per ora è stata sventata, ma nulla garantisce che non sia ritentata nei prossimi mesi. La data fatidica è quella della fine di dicembre o i primi di gennaio. In quel momento, la campagna elettorale farà sparire ogni altro fatto dall’agenda politica del paese. Vizcarra, se per adesso ha vinto, è rimasto però severamente danneggiato. La base della sua legittimità si fondava sull’impressione, dominante nell’opinione pubblica, che la sua condotta fosse esemplare e che fosse lontano da ogni sospetto di corruzione. Oggi tutto questo è messo in discussione e per quanto la maggioranza della popolazione desideri che Vizcarra concluda il suo mandato, risulta difficile dire che lo appoggia molto oltre questo preciso obiettivo. Il Presidente deve rimandare a data indefinita la sua agenda politica e concentrarsi quasi esclusivamente su due scopi: uscire dalla pandemia con il minor numero di morti possibile, e condurre in maniera limpida le elezioni del 2021. Qualsiasi altro progetto non ha la maggioranza parlamentare necessaria per l’approvazione, e neppure viene sostenuto dall’opinione pubblica con la forza necessaria per far mutare la volontà del Congresso.

Ogni altro comportamento mette in pericolo una democrazia che ha limiti enormi ma che è riuscita a mantenersi per vent’anni, un inedito nella storia peruviana. I suoi effetti, benché modesti, finora hanno dato come risultato una serie di attori statali che stanno acquisendo un peso proprio e di attori politici che solo giocando impareranno il gioco.