Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Dal 2 al 6 marzo del 1983 si tiene a Milano il XVI Congresso Nazionale del P.C.I. Un ’Assise che conferma come in una sorta di “coazione a ripetere”, nonostante i rilevanti cambiamenti del quadro internazionale, una linea del Partito volta al distacco dal “campo” socialista e dal pensiero marxista e leninista. Pubblichiamo questo articolo di Ambrogio Donini (storico, accademico italiano, a lungo titolare delle cattedre di Storia del Cristianesimo sia all’Università di Roma che in quella di Bari e dirigente nazionale del PCI) pubblicato sul n° 1 di Interstampa del gennaio 1983. Il taglio con il quale in questo testo vengono affrontati i temi della “laicizzazione” del PCI e del suo nuovo orientamento politico e culturale – basi materiali anche della nuova collocazione internazionale del Partito di Berlinguer – ci dicono chiaramente che non siamo di fronte ad un testo solo politico ma, in relazione al livello intellettuale dell’Autore, ad una riflessione di alta densità teorica, ideologica e filosofica.

Il PCI verso il Congresso

Un dibattito non manovrato per evitare divisioni

e non cristallizzare il dissenso

di Ambrogio Donini

Interstampa, gennaio 1983

 

Da almeno alcuni mesi l’intera area dei paesi socialisti – e in primo luogo di quelli che sono stati maggiormente al centro dell’attenzione di larga parte dell’opinione pubblica internazionale – appare in pieno movimento. Ben prima della scomparsa di Leonid Breznev, che in quasi venti anni di direzione del Partito e dello Stato in Unione Sovietica aveva creato le condizioni per assicurare, a tutti i livelli, la continuità nello sviluppo di una politica di difesa della pace e del socialismo, il governo di Mosca ha preso alcune coraggiose iniziative, che tendono a superare gli ostacoli frapposti al processo di distensione e di dialogo dall’avvento al potere, negli Stati Uniti d’America, dei circoli più reazionari e oltranzisti dell’imperialismo. La proposta di una moratoria nella produzione bellica, la dichiarazione di non voler mai fra ricorso per primi all’uso di mezzi nucleari di distruzione di massa, la rinnovata disponibilità a discutere accordi per il disarmo controllato in tutte le sedi diplomatiche, da Ginevra a Madrid, hanno costretto lo stesso presidente Reagan, sotto il peso di una forte pressione all’interno del suo paese, a formulare alcune prime, anche se ancor timide, controproposte, che i vertici dell’Unione Sovietica, raccolti intorno al nuovo segretario generale del Partito, Jurij Andropov, hanno dichiarato “interessanti”.

Anche per quel che riguarda la situazione in Afghanistan non mancano i segnali che indicano la possibilità concreta di una soluzione politica e negoziata della crisi che si è aperta, dopo l’aggressione ai danni della giovane Repubblica da parte delle forze insurrezionali, largamente organizzate e armate dall’esterno. Le trattative in corso tra i rappresentanti del governo rivoluzionario e nazionale di Kabul e gli altri dirigenti del governo del Pakistan, sembrano aprire la strada a un accordo per porre fine alla sovversione antidemocratica e gettare le basi per il ritiro del contingente militare sovietico, salvaguardando le strutture politiche, sociali e culturali del paese trasformandolo in un fattore di pace e di equilibrio in un settore così irto di pericoli del mondo islamico.

Qualcosa di decisamente nuovo e incoraggiante si sta anche verificando nelle relazioni, a livello di Stato e di partito, tra la Repubblica Popolare Cinese e l’Unione Sovietica. I primi sintomi di questa svolta si erano già manifestati negli ultimi tempi della vita di Breznev e non si sono attenuati, anzi si sono ulteriormente precisati, ad opera dei suoi successori, anche se molte difficoltà permangono, dall’una parte e dall’altra. Con l’avvento di un nuovo gruppo dirigente alla gestione politica, economica e sociale del paese, anche in Cina nulla è più come prima. Esaltante è la prospettiva di una ripresa della tradizionale amicizia e collaborazione tra i due più grandi paesi usciti rinnovati e rafforzati, nello spazio di pochi decenni, dall’impulso liberatore della Rivoluzione d’Ottobre.

In Polonia, infine, proprio là dove avevano trovato maggior consistenza i giudizi critici e gli ostracismi nei confronti dei paesi del socialismo reale – e cioè, se si vuol tenere fede al senso delle parole, non più utopistico, ma realizzato o in via di progressiva attuazione – quasi tutto è cambiato, dal 13 dicembre 1981 in poi. Il ritorno alla normalità politica ed economica non appare più soltanto come una prospettiva lontana. Il fallimento dello sciopero antistatale tendenzialmente antisocialista della fine di agosto dello scorso anno, apertamente istigato e manovrato da chi ha interesse a destabilizzare una delle zone più delicate e cruciali del nuovo assetto europeo uscito dalla sconfitta del nazismo e del fascismo, ha dimostrato quale fosse il peso effettivo delle forze attive nel paese, sia da parte degli organi di Stato e di partito che da parte di strati sempre più vasti di lavoratori cattolici e delle stesse gerarchie ecclesiastiche polacche. La nuova legge sindacale, che può offrire possibilità insperate di rinnovamento e di progresso sociale alla classe operaia, all’interno del processo di costruzione del socialismo e non del ritorno in Polonia alle vecchie e disastrose strutture dello sfruttamento capitalistico o addirittura feudale, ha portato in breve tempo alla liberazione di Lech Wałęsa e di quasi tutti coloro che erano stati internati prima che venissero travolti in un’avventura senza via d’uscita. Si è così arrivati alla fine dello stato di emergenza proclamato dal generale Jaruzelski, per salvare la nazione dalla catastrofe.

Basta ricordare questi pochi ma significativi dati della storia più recente di questi paesi, per domandarsi come sia stato possibile, in un documento così importante come quello elaborato dagli organi dirigenti del Partito Comunista Italiano, in vista dell’orientamento della campagna congressuale, rimanere legati alle critiche e alle condanne formulate un anno prima, esponendosi in modo più emotivo che documentato al rischio di restare immobili, mentre tutto è in movimento. Una parte considerevole dei militanti comunisti, e non soltanto di quella che si vuole definire “la base”, è convinta invece che un ripensamento è diventato inevitabile e che l’occasione immediata, nello spirito di unità che ha sempre contrassegnato il movimento comunista nel nostro paese, è proprio quella di un dibattito ampio e non manovrato su queste posizioni, nel corso della preparazione del XVI Congresso di marzo, senza cadere nella ripetizione dogmatica di giudizi ormai superati dagli eventi. Occorre evitare ogni pericolo di divisione e ogni cristallizzazione del dissenso, non solo a livello interno, ma soprattutto in campo internazionale, là dove più è necessaria oggi, di fronte alle minacce che pesano sull’umanità, l’intesa e la collaborazione del movimento comunista mondiale, la più grande speranza cui abbia dato vita la classe operaia in questo tormentato secolo della nostra storia.

Per questo abbiamo ritenuto non solo opportuno, ma necessariamente, riportare, nell’inserto di questo numero di Interstampa, come contributo alla serietà e alla chiarezza della nostra discussione, le parti del documento precongressuale che si riferiscono a questi problemi, e in particolare i passi essenziali del VI capitolo, “Le prospettive del socialismo”, con gli emendamenti presentati da alcuni compagni, non approvati in prima istanza dalla maggioranza del Comitato Centrale, ma resi doverosamente pubblici sull’Unità del 30 novembre scorso. È questo il metodo che può meglio assicurare la libera circolazione delle idee nell’ambito del movimento operaio, secondo le tradizioni che hanno contribuito a far avanzare l’azione politica e ideale dei comunisti italiani, consolidandone l’unità.

In alcune parti del documento su cui abbiamo ritenuto giusto richiamare l’attenzione viene ripetutamente affermato che occorre sempre “partire dai fatti”. Ora, i fatti sono anche quelli che abbiamo sommariamente ricordati e che vanno inseriti nel più vasto contesto della lotta dei popoli di tutti i continenti per arrivare a un cambiamento di fondo, per permettere di uscire dalle contraddizioni e dai guasti provocati dal sistema di produzione e di potere capitalistico e garantire a tutti il posto che loro spetta nella società. I fatti parlano di per sé, quando sono collocati nel loro giusto posto. Ma anche le idee sono dei “fatti”, se escono dall’astratto e diventano patrimonio di larghe masse in movimento – almeno per chi si sia veramente liberato dai residui d’irrazionalismo e di soggettivismo propri del pensiero borghese.

E ci pare cada qui a proposito un’altra considerazione. L’ideologia che ha creato il terreno più favorevole per il crescere e l’affermarsi dell’influenza della classe operaia, dalla Rivoluzione socialista d’Ottobre in poi, in tutta una serie di passi, non esclusi quelli del cosiddetto mondo occidentale, non può essere sottovalutata o mortificata in nome di non si sa bene quale professione di “laicismo”. Un partito operaio “laico” – a meno che ciò non significhi, se le parole hanno ancora un loro senso – abbandono di ogni concezione metafisica e irrazionalistica della storia dell’uomo, una vera e propria contraddizione in termini.

Un partito operaio non “ideologico”, se questo è il significato che si vuole dare al termine “laico”, corre inevitabilmente il rischio di ricadere sotto l’influenza dell’ideologia dei gruppi dominanti. Il marxismo e il leninismo non sono una delle tante dottrine che il pensiero dell’uomo è venuto elaborando, nel corso delle successive tappe della sua storia; ma la traduzione scientifica delle forze che regolano lo sviluppo della produzione sociale e la lotta dei ceti subalterni per la loro emancipazione economica, politica e culturale. Con la Rivoluzione d’Ottobre questo impulso è passato dal campo della teoria a quello della vita concreta; e parlare del suo esaurimento è errore di valutazione storica, prima ancora che politica.

Su tanta parte della terra, a dire il vero, non si è ancora esaurita la “forza propulsiva” dei grandi principi proclamati dalla Rivoluzione francese; dove sono la libertà, l’eguaglianza e la fratellanza per la sterminata massa dei diseredati e degli oppressi? Sono processi, questi, che si contano a secoli, e non a decenni. Lo stesso sviluppo della lotta di classe, che ha superato i limiti storici della Rivoluzione francese, aprendo la strada alla costruzione di una società socialista, con l’Ottobre 1917, non ha impedito contraddizioni e ritardi all’interno degli stessi paesi, che si sono liberati dal giogo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Non tenerne conto minaccia di riportare l’intero movimento operaio nelle strette dell’utopia.

Non si può prendere seriamente in esame, e tanto meno sottoporre a revisione critica, le novità delle società che sono uscite dalle storture e dalle brutture del sistema capitalistico, se si resta al di fuori del contesto in cui si muovono, in primo luogo sotto la minaccia costante, che ha assunto forme diverse ma non si è mai attenuata, dalla Rivoluzione d’Ottobre in poi, del ricatto militare, politico e culturale dell’imperialismo, che ha il suo centro, oggi, negli Stati Uniti d’America e si articola, in Europa, attraverso le strutture della NATO. Ironizzare sulla “scelta di campo”, di fronte a questo pericolo concreto e sempre incombente, non può essere passato sotto silenzio.

È la storia stessa della società umana che si è sempre presentata, ai poveri e agli oppressi di tutte le età, sotto l’aspetto di una “scelta di campo”, sin da quando si è manifestata, da alcuni millenni, la prima scissione dell’organizzazione sociale in classe.

Ciò non significa accettare un qualsiasi modello precostituito al di fuori delle condizioni nazionali particolari di ogni singolo paese. Né ciò implica una qualsiasi “delega” alla politica di questo o di quello Stato dello schieramento socialista. Ma ciò non può autorizzare nessuno a parlare di “politica di potenza” là dove è in gioco uno sforzo immane per la salvaguardia del socialismo e della pace: è questa una garanzia per tutti, in una prospettiva di continuo sviluppo della democrazia e della libertà effettiva per la grande maggioranza degli uomini. È necessario capire sempre da dove viene il pericolo reale per i lavoratori e per la stessa umanità; e non sottrarsi mai all’obbligo di saper assolvere, al fianco del movimento operaio dell’uno e dell’altro “campo”, ai nostri compiti di liberazione economica e sociale.