“Nessun modo migliore può esistere di commemorare il quinto anniversario della Internazionale comunista, della grande associazione mondiale di cui ci sentiamo, noi rivoluzionari italiani, più che mai parte attiva e integrante, che quello di fare un esame di coscienza, un esame del pochissimo che abbiamo fatto e dell’immenso lavoro che ancora dobbiamo svolgere, contribuendo così a chiarire la nostra situazione, contribuendo specialmente a dissipare questa oscura e greve nuvolaglia di pessimismo che opprime i militanti più qualificati e responsabili e che rappresenta un grande pericolo, il più grande forse del momento attuale, per le sue conseguenze di passività politica, di torpore intellettuale, di scetticismo verso l’avvenire.

 Questo pessimismo è strettamente legato alla situazione generale del nostro paese; la situazione lo spiega, ma non lo giustifica, naturalmente. Che differenza esisterebbe tra noi e il Partito socialista, tra la nostra volontà e la tradizione del Partito socialista, se anche noi sapessimo lavorare e fossimo attivamente ottimisti solo nei periodi di vacche grasse, quando la situazione è propizia, quando le masse lavoratrici si muovono spontaneamente per impulso irresistibile e i partiti proletari possono accomodarsi nella brillante posizione della mosca cocchiera?

Così scriveva Antonio Gramsci all’inizio di un suo articolo (“Contro il pessimismo”) su “L’Ordine Nuovo” del 15 marzo 1924. 

Nuvolaglia di pessimismo, passività politica, torpore intellettuale, scetticismo verso l’avvenire: non si addicono perfettamente, queste denunce di Gramsci del ’24, alla condizione politica, esistenziale, psicologica di una parte sicuramente non irrilevante dei comunisti italiani di questa nostra fase, siano essi iscritti ai loro partiti che comunisti senza tessera e organizzazione, cellule comuniste dormienti? 

È forse addebitabile, questa “nuvolaglia di pessimismo”, a quella visione del mondo imposta in questa fase dalle classi dominanti, secondo la quale il comunismo sarebbe morto storicamente e in ogni continente? 

Se così fosse, se questa introiezione del dogma liberista avesse già indotto anche “i militanti più qualificati e responsabili” ad una genuflessione da neocatecumeni, allora occorrerebbe condurre una battaglia di verità, volta a rovesciare l’idealismo imperante, rimettere il mondo sui piedi, ripristinare quel principio di verità che dimostrerebbe come, oggi, i partiti comunisti del mondo, o direttamente dalle loro postazioni di potere rivoluzionario (Cina, Vietnam, Laos, Corea del Nord, Cuba, Angola, Congo-Brazzaville, Sud Africa, Kerala, con i suoi 35 milioni di abitanti) o essendo parte, a partire dall’America Latina, di coalizioni o fronti rivoluzionari, governano circa un quinto dell’intera umanità. Un ruolo da protagonista planetario, questo del movimento comunista mondiale al potere, al quale va aggiunto il ruolo di tutti quei partiti comunisti (o d’ispirazione comunista, marxista) del mondo che, dall’opposizione politica e sociale, condizionano in modo positivamente determinante Paesi come la Russia, l’Ucraina, il Giappone, l’India (e in modo pesante,  da partito di governo ora all’opposizione, una sua grande “regione”, il Bengala, di 95 milioni di abitanti), il Nepal, le Filippine, il Brasile, il Cile, la Colombia, la Repubblica Ceco-Morava, la Grecia, Cipro, il Portogallo, l’Etiopia, lo Yemen, la Namibia, la Somalia,  il Sudan e il Sudan del Sud (dove il partito comunista è ora in prima fila nella lotta di popolo contro il “golpe” reazionario di questo ottobre 2021),  organizzando nella lotta antimperialista, anticapitalista e per la liberazione dei popoli, come quella condotta dai comunisti palestinesi contro l’imperialismo sionista, altri milioni e milioni di operai, lavoratori, intellettuali in tutti i continenti, un’altra area vasta dell’umanità.

In verità, non crediamo che, in Italia, sia questa spettacolare menzogna borghese volta a cancellare (con un’acrobazia politico-ideologica degna dei più audaci numeri e delle più allucinogene giocolerie circensi, quelle che poi sconfinano nella surreale comicità dei clown) l’immenso, odierno ruolo del movimento comunista mondiale a provocare, tra le file comuniste, “la nuvolaglia pessimista”. 

Siamo anzi convinti che la verità storica (cioè il fatto che l’attuale movimento comunista e antimperialista mondiale, a partire dal titanico ruolo guadagnato sul campo dal Partito Comunista Cinese, abbia un peso specifico, sul piano internazionale, persino più alto di quello che si ebbe nella fase della Rivoluzione d’Ottobre) sfondi, per propria forza intrinseca, la diga gelatinosa della menzogna borghese e giunga al senso comune comunista, interrogando, persino, quello di massa. 

A partire da ciò, crediamo (attingendo ancora al Gramsci del 15 marzo del ’24) che “Questo pessimismo è strettamente legato alla situazione generale del nostro Paese”, anche se “la situazione lo spiega, ma non lo giustifica, naturalmente”. 

Sì: la stanchezza, la sfiducia, la passività di tante comuniste e comunisti italiani di ora non è la proiezione dello stato delle cose del movimento comunista, antimperialista, rivoluzionario internazionale, perché se fossimo questa proiezione saremmo noi stessi in grado – al contrario – di aprire un grande processo di trasformazione sociale in Italia.

No: la resa passiva di molti compagni e compagne del nostro Paese (crediamo almeno decine di migliaia, tra i senza partito e senza tessera) trova le proprie basi materiali su due essenziali questioni:

– da una parte i profondi processi di involuzione e decomunistizzazione che hanno infine dissolto sia la grande storia del P.C.I. che la più piccola storia di Rifondazione Comunista (questioni colpevolmente, singolarmente, rimosse negli ultimi documenti congressuali delle forze comuniste italiane);

– e, d’altra parte, l’attuale e totale polverizzazione del movimento comunista italiano, così parcellizzato e reso politicamente e socialmente inessenziale da tanta divisione da spegnere spesso ogni desiderio di ripresa della militanza da parte di quella pur vasta diaspora – operaia, intellettuale, giovanile – italiana che tornerebbe all’organizzazione partitica e alla lotta se ne valesse la pena. Se vi fosse un partito comunista attraente. Unico, unito, ideologicamente coeso, di lotta.

Che fare, dunque?

Raccogliere intanto, e sin da subito, lo spirito e la lettera, per avere un punto di riferimento già attivo, concreto e presente, dell’Appello “Ora, l’unità. Per il Partito Comunista in Italia”. Partire da questo Appello per tessere il filo, nei paesi, nelle città, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università, dell’unità dei comunisti. Utilizzare l’Appello, il suo logo, l’analisi e la proposta politica che contiene e lancia per organizzare convegni, incontri, discussioni con le comuniste e i comunisti del Paese. Per incontrare operai, lavoratori, studenti, intellettuali. Divulgare l’Appello e trasformarlo in uno strumento concreto di iniziativa politica e dibattito teorico per la costruzione della tanto necessaria unità dei comunisti. 

Premere, attraverso l’Appello, sui gruppi dirigenti nazionali e territoriali degli importanti, ma non sufficienti, partiti comunisti presenti nel nostro Paese al fine di avviare processi concreti di unità dei comunisti. Utilizzare l’Appello per far sì che in un paese, in una città, in una periferia metropolitana, in una fabbrica i comunisti e le comuniste – dei vari partiti e della diaspora comunista – si uniscano in una lotta, in una vertenza, in un’azione politica e sociale.

Partecipare in tante e tanti alla presentazione nazionale dell’Appello a Roma, il prossimo 22 gennaio 2022, alle ore 15.00, presso il Teatro Flavio, in via Crescimbeni 19, dove gli operai delle grandi fabbriche italiane, gli intellettuali, i dirigenti comunisti dei diversi partiti e dei giornali comunisti on line che hanno lanciato l’Appello e lo sostengono, chiederanno ufficialmente ai gruppi dirigenti dei partiti comunisti italiani di avviare concretamente percorsi unitari.

Dare avvio, insomma, partendo dall’Appello e dal lavoro nei territori, a quel lavoro unitario che i vari gruppi dirigenti dei partiti comunisti sembrano, allo stato delle cose, non prendere in considerazione, preferendo ognuno difendere la propria turris eburnea, solitaria, persa tra le nubi e le rocce, lontana dai borghi e dal popolo.

Ma l’unità dei comunisti e delle comuniste per quale partito? È questa la domanda focale, la cui risposta non può mettere su anima e carne attorno a scheletri astratti, ma sulle concrete esperienze vissute, sulle vittorie ma anche sulle aporie, sui magma ideologici, sulle sconfitte cocenti che il movimento comunista italiano ha vissuto negli ultimi cinquant’anni, almeno.

Quale partito, dunque? 

– Un partito che, innanzitutto, respinga il possente e farisaico attacco della cultura borghese contro la stessa forma-partito, attacco sotto il quale le prime canne al vento a piegarsi sono le esperienze movimentiste e della sinistra “radical”, che rifiutano, illudendosi di essere così “in sintonia coi tempi”, di preporre il termine “partito” al nome della loro organizzazione. In verità, siamo da decenni, in Italia e non solo, di fronte ad una demonizzazione della forma-partito come parte non secondaria dell’attacco generale alle organizzazioni politiche comuniste e operaie. Al tentativo di rendere astoriche tali organizzazioni. Peraltro, se “il comunismo è morto nell’intero mondo”, che senso avrebbero i partiti comunisti e operai? In verità, noi siamo oggi di fronte alla chiusura di un cerchio storico: l’odierno potere ideologico borghese, infatti, si scaglia contro la forma-partito con la stessa virulenza con la quale contro questa moderna forma politica organizzata (i partiti sono forme politiche storicamente molto giovani) si scagliava la borghesia del ‘700 e dell’800, dopo la Rivoluzione Francese e la Rivoluzione Industriale inglese, dalle quali era sorta la forma partito proletaria e operaia che tanto timore incuteva al potere borghese. 

La forma-partito che nasce tra la fine del ‘700 e l’800 annuncia chiaramente al mondo che essa non sarà ecumenica, ma organizzerà solo una parte della società, quella proletaria e operaia e per questa parte lotterà, contro l’ordine capitalistico. Da qui la paura e la demonizzazione (come ha rimarcato il grande studioso della storia dei partiti, Maurice Duverger) della borghesia del ‘700 e dell’800 contro la stessa forma-partito. Un tentativo di demonizzazione che mai si è placato e che in forme particolarmente aggressive si è ripresentato in Italia nell’ultimo trentennio. In sintonia con il suicidio del P.C.I. e il progetto, da parte del potere capitalistico, di derubricare storicamente ogni alternativa a se stesso. 

L’accusato numero uno, per la propria natura antisistema, è il partito comunista. Che, proprio per questo, non dovrà cedere all’ondata reazionaria, ripresentando e rilanciando con ancora più vigore il partito comunista, la forma-partito comunista, l’organizzazione di combattimento di una parte, solo di una parte, della società: quella della classe operaia, della classe lavoratrice complessiva e sottoposta alla legge bronzea dell’estrazione oggettiva di plus valore;

– che si ponga di nuovo – dopo che i partiti comunisti italiani che vanno dalla fase “berlingueriana” sino ad ora l’hanno, politicamente e teoricamente, abbandonato – l’obiettivo precipuo per il quale una forza comunista nasce ed opera: la presa del potere. Non importa quanto tale obiettivo sia vicino o lontano: esso deve essere presente, consustanziale, all’azione generale del partito, al suo “immediato” e al suo orizzonte strategico. Un “principio vitale” che segni di sé l’organizzazione rivoluzionaria, che la renda, contemporaneamente e dialetticamente, interna ed esterna al sistema, che riconsegni alla stessa organizzazione, ai suoi militanti, quel corredo ideologico leninista attraverso il quale si giunge all’episteme filosofica secondo la quale la costruzione del socialismo, la sostituzione dei rapporti di produzione capitalistici con quelli socialisti non possono in nessun modo avvenire all’interno del sistema economico, politico e istituzionale capitalista e che dunque il sistema borghese non va riformato ma abbattuto. Sostituito integralmente. 

Il 3 novembre del 1977, in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Enrico Berlinguer pronuncia a Mosca un discorso attraverso il quale colloca stabilmente il P.C.I. all’interno del sistema democratico-borghese proponendo un socialismo da costruirsi solamente attraverso le scansioni elettorali, rimuovendo definitivamente non solo la via leninista della “rottura rivoluzionaria”, ma anche la via togliattiana della “forzatura delle compatibilità capitalistiche”, cancellando il progetto rivoluzionario e rendendo escatologico lo stesso capitalismo, destino ultimo della storia. 

Come l’assunzione totale, nelle file e nelle fibre ideologiche, del P.C.I., di questo discorso di Berlinguer a Mosca fu il punto di non ritorno dell’involuzione socialdemocratica del Partito Comunista Italiano, così la sua rimozione totale dev’essere il punto di rilancio di una nuova storia comunista italiana. Poiché il comunismo è pratica del futuro e il futuro non può costituirsi sui cascami ideologici e strutturali capitalistico-borghesi;

– che giudichi l’attuale imperialismo nord americano il primo nemico della pace e dell’umanità. Consideri la NATO il braccio armato planetario dell’imperialismo e le Basi NATO e USA in Italia un esercito di occupazione, in grado di imporre, come ogni altro esercito di occupazione nella storia, il proprio potere su scala nazionale, di esautorare il Parlamento italiano, di dirigere le Forze Armate italiane, le stesse forze dell’ordine e i Servizi Segreti.

Per questi motivi di densissima quanto drammatica natura, il partito comunista non può che avere una sola parola d’ordine: “fuori l’Italia dalla NATO e fuori la NATO dall’Italia”. Ma non come una parola d’ordine frigida, come una spenta coazione a ripetere, buona per la decorazione dei documenti congressuali, come in buona parte avviene per gli attuali partiti comunisti italiani. Ma come una parola d’ordine nutrita dall’azione e dalla lotta, una parola d’ordine che cresca di fronte ad ogni Base NATO e USA in Italia e nelle piazze, per una mobilitazione unitaria e di massa che si ponga il problema di costruire un nuovo senso comune di massa anti NATO, un senso comune consapevole del pericolo immane che c’è nel far parte ed essere subordinati alla NATO. 

La cultura dominante tanto impegno ha dispiegato per rendere la NATO un soggetto naturaliter, un dato di natura, inevitabile come la pioggia o il freddo. E alla costruzione della naturalizzazione della NATO, anche dentro il senso comune della “sinistra” italiana, del suo “popolo”, grande è stato il contributo di Berlinguer, attraverso l’intervista rilasciata a Giampaolo Pansa per “il Corriere della Sera” del 15 giugno del 1976, nella quale l’allora segretario del P.C.I. affermò disgraziatamente che per costruire il socialismo preferiva l’ombrello della NATO.

Oggi che la spinta alla guerra contro la Russia e la Cina, da parte dell’imperialismo USA e della NATO, evoca innanzitutto una guerra mondiale nucleare il cui pericolo – rimosso – è immensamente più grave e cogente di quella crisi climatica di cui ogni strumento mediatico borghese si fa ora portavoce, la lotta per l’uscita dell’Italia dalla NATO acquisisce persino una più grande importanza. Il movimento contro la guerra, contro l’imperialismo USA e contro la NATO non dispone di nessuna Greta Thunberg a fare da grancassa omogeneizzabile agli interessi imperialisti. Greta non c’è: deve esserci il partito comunista;

– che sia senza dubbi alcuni per l’uscita dall’Euro e dall’Unione europea. Che giudichi l’Ue irriformabile, così come irriformabile, solo pochi anni fa, la giudicava l’attuale PCI, che nel suo Documento per il Secondo Congresso Nazionale sembra aver cambiato prospettiva, non organizzando più la critica e la lotta contro l’Ue attorno alla chiara parola d’ordine dell’uscita dell’Italia dalla Moneta Unica e da Bruxelles. Occorre un partito comunista che si opponga decisamente alla costruzione dell’esercito europeo – questione, questa di un esercito dell’Ue inevitabilmente, come più volte ha chiarito Washington, sotto comando NATO e strumento delle politiche neo imperialiste di Bruxelles – da troppi sottovalutata, rimossa.

Come nel caso della NATO, è compito del partito comunista opporsi alla naturalizzazione dell’Ue, nell’obiettivo di estendere un nuovo senso comune di massa consapevole che l’Ue è un polo neo imperialista in costruzione, particolarmente ostile agli interessi del movimento operaio complessivo europeo.

Oggi, tutti i libri di scuola, di ogni ordine e classe, si assumono il compito di costruire la mitologia di un’Ue quale soggetto principe dell’unità dei popoli europei, del benessere economico e della pace, nello stesso modo in cui il libro “Cuore” di De Amicis, nel 1886, contribuiva all’unità d’Italia con la mitologia dell’esercito e della Patria, con quei miti, cioè, che pochi anni dopo, travisati, sarebbero stati alla base della Prima Guerra Mondiale e poi del fascismo.

 La mitizzazione generale dell’Ue è volta a far intendere che il suo processo di costruzione sia storicamente inevitabile e irreversibile. Ma il processo di integrazione e unificazione dei Paesi europei è invece particolarmente fragile, poiché non poggia su di alcuna base materiale, su nessuna spinta storica oggettiva. Esso è puro artifizio.

Gli Stati Uniti d’America si costituiscono il 4 luglio del 1776, attraverso la Dichiarazione di Indipendenza firmata da Thomas Jefferson. E gli allora 13 Paesi nord americani che si uniscono formando gli United States trovano le basi materiali del loro processo unitario nella lunga guerra di liberazione anticolonialista, condotta unitariamente contro l’imperialismo britannico che li soggiogava. 

Il progetto dell’Ue accelera invece arbitrariamente il proprio progetto unitario subito dopo la caduta dell’Unione Sovietica (il Trattato di Maastricht, il più feroce e conseguente proclama iperliberista e antioperaio di tutta la seconda parte del ‘900 europeo, è firmato il 7 febbraio del 1992, a nemmeno due mesi di distanza dall’ammainamento della gloriosa bandiera sovietica dalle cupole del Cremlino, 26 dicembre 1991). 

Perché l’accelerazione verso l’Ue? Dopo la scomparsa dell’URSS, della diga antimperialista sovietica, il mondo appare agli occhi dell’imperialismo e del capitalismo mondiali come una sorta di sterminato e indifeso mercato da conquistare. Con le buone o con le cattive. Con la globalizzazione economica sospinta dagli spiriti animali dell’imperialismo o con le guerre. 

Anche il capitale transnazionale europeo vuole partecipare alla conquista del nuovo mercato mondiale trasformato in una nuova frontiera liberista dall’assenza sovietica. Vuole essere degno concorrente degli altri poli imperialisti mondiali. Per esserlo ha bisogno di liberarsi di tutti i lacci e i lacciuoli che i grandi partiti comunisti di massa europei hanno messo al grande capitale, liberandosi anche di ogni retaggio redistributivo e di regolazione del mercato portato delle grandi socialdemocrazie europee progressiste del secondo dopoguerra.

L’Ue che nasce col Trattato di Maastrich non risponde ad un’esigenza storica dei popoli europei ad unirsi, ma dall’esigenza del grande capitale europeo ad unirsi e dotarsi di forme istituzionali sovranazionali (Parlamento europeo e Consiglio Europeo) in grado di dettare sul piano continentale la linea classica per l’accumulazione capitalistica e per l’abbattimento del costo delle merci al fine di penetrare i mercati internazionali: abbattimento dei salari, dei diritti e dello stato sociale. 

Questa è stata e rimane la matrice storica dell’Ue. Che per la sua forma intrinseca – ideologica, politica, istituzionale – è irriformabile. Ed è rispetto a tutto ciò che l’unica parola d’ordine, per il partito comunista che vogliamo – parola d’ordine tradita da tutta la “sinistra” moderata italiana e ora anche da alcune forze comuniste italiane – non può che essere una: “fuori l’Italia dall’Unione europea e dall’Euro”, per riconsegnare sovranità, indipendenza e politiche sociali ai Paesi e ai popoli d’Europa;

– che affondi le proprie radici ideologiche nel vasto e profondo sistema di pensiero marxista, leninista, gramsciano ma che rifiuti il dogma e vivifichi continuamente la propria analisi affondando il bisturi nella realtà, nel divenire e nei moti carsici da interpretare. Cos’è, oggi, il capitalismo italiano? Quanto è forte la spinta alla sua internazionalizzazione e finanziarizzazione? Come abbandona il territorio nazionale per produrre, sfruttare, speculare, accumulare altrove? Con quali mezzi combattere il fenomeno, ormai di vastissima portata poiché intrinseco al nuovo sviluppo capitalistico, della delocalizzazione? Con quali mezzi politici impedire la desertificazione industriale in Italia? Come favorire la concentrazione capitalistica – e, conseguentemente, una neo concentrazione operaia e di massa politicizzata e dotata di coscienza di classe – per superare la polverizzazione produttiva che sempre più si fa base materiale per lo sfruttamento selvaggio della classe operaia molecolarizzata e abbandonata nei mille ghetti produttivi territoriali senza sindacato, contratti e diritti? Quanto è profonda la penetrazione imperialista in Italia e quanto essa destabilizza e sussume lo stesso capitalismo italiano? Come combattere il capitale finanziario internazionale che ormai per tanta parte decide le sorti dell’industria italiana, dello stesso sviluppo generale italiano, a partire dalla GKN di Campi Bisenzio, a Firenze? Quali sono i punti alti dello sviluppo capitalistico italiano, la produzione d’avanguardia ove radicare il partito comunista per organizzare la classe operaia d’avanguardia e lanciare lotte d’avanguardia per colpire con più forza il capitale? Come costruire un senso comune di massa che favorisca la lotta per la riduzione secca dell’orario di lavoro (come unica soluzione epocale alla nuova e immensa capacità produttiva dell’odierno sistema macchinico capitalista, che vuol uscire dalle proprie contraddizioni strutturali attraverso la politica dell’espulsione di massa della forza-lavoro dalla produzione) non a parità di salario, come afferma la CGIL, tutta la sinistra moderata e persino “distratte” aree comuniste, ma con più salario, unico modo per riconsegnare dignità alla classe lavoratrice e attaccare il profitto? 

Tutte queste sono questioni che, pur segnando la fase, sono tuttavia largamente inevase dall’attuale analisi comunista, che abbisognano, per essere sviscerate, dell’apparato concettuale marxista ma anche di nuovi bisturi che affondino nelle carni delle attuali e inedite realtà;

– che si doti di un Programma Generale, da decenni e decenni non più presente nelle forze comuniste italiane, un Programma come cosa ben diversa dai documenti congressuali o da quelli su questioni specifiche; che sia la “carta d’identità” del partito, la sua proposta generale e strategica, che indichi la via della transizione al socialismo e delinei il socialismo per cui si lotta; un Programma come frutto di una profonda analisi e ricerca politico-teorica, in grado di attrarre al partito la classe operaia, il mondo del lavoro, gli intellettuali, le nuove generazioni;

– che si dia, tra i primissimi compiti, quello di rafforzare le proprie relazioni (a partire da quelle con il partito comunista cinese, oggi più che mai centrale nel quadro internazionale) con il movimento comunista mondiale, di rendere tali relazioni vive, profonde, basi di vero interscambio politico e teorico. Un partito comunista che caldeggi e persegua il progetto, in Europa, tra i partiti comunisti dell’Ue, dell’unità della lotta sovranazionale dei comunisti e del movimento operaio nell’area dell’Ue, come risposta alla già avvenuta unità del capitale transnazionale europeo; 

– che rimetta con determinazione al centro le questioni dello scontro capitale/lavoro e del conflitto di classe, questioni emarginate e ridotte, in questi ultimi decenni, a pure e stanche affermazioni di principio prive di prassi significativa da tutta l’esperienza della sinistra radical e dal comunismo radical di stampo bertinottiano (come dimenticare l’allegra concezione della “multicentralità” di Bertinotti e della corte politica a lui asservita, “multicentralità” che rimuoveva d’un colpo un intero sistema di pensiero, quello marxiano, riducendo lo scontro capitale/lavoro al peso ideologico e politico di una delle tante contraddizoni sociali, e tutto ciò come elemento prodromico alla scalata dell’allora segretario del PRC alla presidenza della Camera dei deputati?). 

Occorre rimettere al centro la lotta contro il capitale di fronte alla superfetazione della lotta per i diritti civili teorizzata e praticata anche in funzione della decentralizzazione dello scontro prometeico tra padroni e lavoratori, senza praticare quel rovesciamento filosofico che porterebbe, questa volta, ad emarginare e ridicolizzare gli stessi diritti civili. Lotta di classe e diritti civili: c’è una gerarchia oggettiva che parte dalla contraddizione primaria capitale/lavoro, ma in virtù delle grandi discriminazioni sociali e delle tante e dolorosissime sofferenze umane che il capitalismo, il patriarcato e l’omofobia hanno prodotto e producono, la cultura, scientifica ed umanistica, marxista è tenuta razionalmente a dialettizzare diritti sociali e diritti civili; 

– che rilanci con determinazione il progetto della propria organizzazione innanzitutto nei luoghi della produzione, nei luoghi dello scontro capitale/lavoro, nei punti d’avanguardia della produzione, riassumendo la straordinaria lezione organizzativa leninista, gramsciana, secchiana (le cellule comuniste) svaporata, nel P.C.I., nel lungo processo di social democratizzazione e mai più ripresa da nessuna formazione comunista italiana post P.C.I.;

– che faccia della formazione dei propri quadri un punto centrale della propria, intera, attività politica: un partito di quadri con una linea di massa: solo ciò potrà garantire la tenuta e lo sviluppo del partito, il suo rdaicamento nei territori;

– un partito comunista dalla forte autonomia ideologica, politica, organizzativa, economica, che nei processi unitari, nei possibili “fronti”, tenga sempre conto di quale prezzo abbia già pagato il Partito Comunista di Spagna (PCE) all’interno dell’Izquierda Unida, nella quale IU l’identità comunista e la stessa azione autonoma comunista si sono pian piano liquefatte; che tenga conto di quali prezzi ha pagato il Partito Comunista di Grecia (KKE) quando, per evitare la propria trasformazione in Synaspismos, subì una pesante scissione – circa metà del Comitato Centrale – da parte dell’ala che poi Synaspismos, sotto la guida di Maria Damanaki, lo divenne; che tenga conto di quanti danni recò, sia al PdCI che al PRC, l’esperienza elettorale dell’Arcobaleno del 2008 e i tanti, piccoli, arcobaleni sui territori;

– un partito comunista che difenda e custodisca gelosamente la propria autonomia ma sia capace di una linea di massa, di spingere ad un’unità d’azione, a lotte comuni con le forze più avanzate, senza per questo mai cedere al progetto perverso e obliquo, oggettivamente sospinto dalla pervasiva e multiforme cultura dominante, di unità strutturate entro le quali cedere statutariamente o per regole non scritte, porzioni – inevitabilmente sempre più vaste – della propria indipendenza e autonomia;

– un partito comunista così come lo ha delineato Álvaro Cunhal nella sua grande opera “Il Partito dalle pareti di vetro”: fortemente democratico al suo interno, segnato dalla lotta al culto dei capi e al culto del segretario generale, alla lotta contro quei “cerchi magici” che di nuovo sono apparsi nelle ultime esperienze comuniste italiane; dotato di una disciplina interna forte ma comunista, consapevole, “non da caserma”, come scrive Cunhal; organizzato attorno al cardine del lavoro collettivo, con gruppi dirigenti chiamati a sollecitare, invece che accuratamente evitare o demonizzare – come spesso avviene in alcuni partiti comunisti italiani attuali – il dibattito interno e la ricerca politico-teorica aperta; che sia incline a comprendere, “sentire”, i motivi profondi del dissenso interno, ancor prima di punirlo, emarginarlo, renderlo negletto, tentando invece di portare a sintesi tale dissenso. Un partito, naturalmente, che poi si incardini sulla legge della maggioranza, sul centralismo democratico. Leninista. Rivoluzionario.

Che nel suo fare interno ed esterno sia un’anticipazione del socialismo che vogliamo, quello della vittoria, dell’imposizione storica, ideologica e sociale del tabù dello sfruttamento, dell’orrore di massa per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna; quello della liberazione dalle alienazioni umane, strutturali e sovrastrutturali, a partire dalla lotta totale, e finalmente consapevole anche tra i militanti, contro – per stare a Marx – la reificazione, ovvero la rottura del rapporto, per responsabilità storica del capitale, dell’umano con l’umano, e contro il feticismo delle merci, ovvero la trasformazione delle merci non più quali “scrigni” contenenti il lavoro operaio, ma forme “spettrali”, indipendenti da quel lavoro.

Alzare il livello della lotta, politica e ideologica, unire la battaglia per il salario, per la mensa in una fabbrica, per le misure di sicurezza in un cantiere edile, contro il razzismo, contro il caporalato a quella strategica contro l’alienazione dell’umano: è questo il partito comunista che vogliamo. Il socialismo per cui continuiamo a batterci.