Da qualche tempo soffiano inquietanti venti di guerra in diverse parti del mondo senza che le forze politico-istituzionali e la società nel suo complesso avvertano il pericolo che la pace, e dunque l’intera umanità, è a rischio: una guerra, probabilmente atomica, potrebbe essere l’ultima per il genere umano. Del resto, l’incubo nucleare costituì il tema di fondo della riflessione di esponenti politici, intellettuali, scienziati, psichiatri, psicanalisti e scrittori negli anni Sessanta; ma soprattutto diventò la questione che le nuove generazioni misero al centro del loro impegno per cambiare il mondo in quel torno di tempo. 

Il famoso documento elaborato dagli studenti americani a Port Huron (Michigan), scritto nel 1962 dagli Students for a Democratic Society, affermava senza infingimenti la priorità della pace: «[…] la presenza della ‘guerra fredda’, simbolizzata dall’esistenza della Bomba (atomica, N.d.R.), ci rende consapevoli del fatto che in qualsiasi momento noi, i nostri amici, e i milioni di quegli astratti “altri” che ci erano noti fondamentalmente per il pericolo condiviso, avremmo potuto morire. […] la nostra potrebbe essere l’ultima generazione a fare esperimenti con la vita. […] Tuttavia, se queste ansie possono produrre una indifferenza generalizzata verso i problemi umani, non è forse vero che sono al contempo in grado di produrre la volontà di credere che una alternativa al presente c’è davvero, e che cambiare le cose nella scuola, nel posto di lavoro, nella democrazia, nel governo è possibile?».

Dobbiamo, quindi, evitare di considerare normale l’ideologia della guerra, del conflitto, dello scontro tra sistemi politico-economici diversi e auspicare che si ponga fine alla passività delle masse nei confronti della guerra. È necessario, al contrario, stimolare il confronto, la collaborazione, il sostegno e l’aiuto tra i popoli e le nazioni: tutto questo sarà possibile se si abbandonerà la linea dello scontro e la prospettiva reazionaria della “crociata anticomunista”, come l’unico modo per uscire dall’attuale crisi pandemica mondiale, riproponendo lo stantio, ma non per questo meno pericoloso, disegno imperialistico per il dominio del pianeta. Si tratta di un’illusione pericolosissima, che dobbiamo contrastare coinvolgendo grandi masse, e per questo dobbiamo rivolgerci alle forze politiche amanti della pace, alle associazioni, ai movimenti, ai gruppi di base e a tutti coloro che intendono continuare a vivere e a lottare per la trasformazione della società all’insegna del progresso, della democrazia e dell’uguaglianza. 

Purtroppo, sembra che l’ultimo conflitto in Afghanistan, appena concluso tragicamente dopo vent’anni di morte e distruzione, non solleciti la pace ma la guerra visto che l’Europa, e in ciò si sta distinguendo in modo particolare il nostro Paese che mostra preoccupanti velleità “crispine”, sollecita la formazione di una forza di difesa europea, ma non spiega da chi si sente minacciata e quali sarebbero i confini sotto assedio. In realtà, è l’Europa che, prendendo le mosse dalla crisi storica degli USA e dal loro declino inarrestabile, intende sostituirsi, o comunque rivendicare un “maggiore dinamismo”, alla politica imperialista statunitense ed esercitare quel ruolo di dominio politico-economico e di gendarme che in passato è stato svolto da altre potenze. 

Peraltro, è nel Pacifico che si sposta il centro dello scontro visto che Stati Uniti e Regno Unito si sono impegnati a fornire all’Australia la tecnologia per costruire 8 sottomarini a propulsione nucleare, armati con missili da crociera, suscitando immediatamente la reazione della Francia – siamo quasi alla rottura delle relazioni diplomatiche, col ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, che parla di “pugnalata alle spalle” – che aveva stipulato un contratto di 56 miliardi di euro con la stessa Australia, che avrebbe dovuto ricevere dal paese transalpino la fornitura per la Royal Australian Navy. La Francia si era assicurata quell’appalto cinque anni fa battendo la concorrenza tedesca e giapponese e realizzando un affare da 34 miliardi di euro (diventati col tempo 56!). L’accordo prevedeva la fornitura di 12 sottomarini d’attacco Shortfin Barracuda, poi denominati Attack, “mostri” lunghi 100 metri destinati a contrastare le forze cinesi, così come esplicitamente scrivono i giornali nel mondo occidentale. Ma, come dice Biden, l’America è tornata, soprattutto nell’area indo-pacifica, in quello che viene ritenuto il cuore della competizione mondiale. E così, dopo le esitazioni di Obama e le tentazioni isolazionistiche di Trump, è l’America di Biden ad offrire all’Australia sottomarini a propulsione nucleare – rompendo un tabù perché finora nessuna nazione nucleare li aveva venduti a una nazione non nucleare – aggiungendo i missili Tomahawk e soprattutto un’alleanza globale. Il patto AUKUS tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, studiato per 18 mesi e annunciato pochi giorni fa, sancisce l’intesa fra tre grandi Paesi anglosassoni e relega la Francia nel ruolo di comprimaria nella regione.

A tutto ciò i popoli e le nazioni del mondo intero debbono reagire battendosi con coerenza per la pace, per impedire che la guerra torni ad essere in quell’area, così come in tante altre, strumento di offesa alla libertà e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Chiediamo ai ragazzi e alle ragazze di Fridays for Future, movimento per la giustizia climatica ed ecologica, che hanno indetto per il prossimo 24 settembre lo sciopero globale per il clima, di attribuire la stessa importanza all’impegno per la pace, alla cancellazione del debito dei Paesi poveri, alla distribuzione gratuita dei vaccini anti-Covid 19, togliendo i brevetti delle case farmaceutiche.                                             

Battiamoci perché in ogni parte del mondo ci sia il ripudio della guerra: non bisogna armare, ma disarmare! L’ONU e gli altri organismi internazionali devono mobilitarsi affinché si torni a lavorare per il disarmo nucleare e per avviare subito una forte riduzione degli armamenti, a partire dagli stati più potenti che “presidiano” con le loro truppe gran parte del pianeta Terra.    

Vogliamo richiamare, a tal proposito, l’articolo 11 della Costituzione italiana e chiediamo che questo principio di pace, il ripudio della guerra, sia posto a fondamento dell’azione dei governi e degli Stati del pianeta, affinché qualsiasi forma di espansionismo e di bellicismo vengano meno.

Sempre più torna alla nostra mente l’affermazione del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che amava ripetere, soprattutto quando si rivolgeva ai giovani, “Si svuotino gli arsenali, si riempiano i granai!”.