Il conflitto in corso in Ucraina non è una guerra locale, sia pure nel cuore dell’Europa, ma è una guerra mondiale dell’imperialismo americano contro la Russia e la Cina, “una guerra a pezzi” come spesso negli anni scorsi l’ha definita il Papa, o a tappe, che ora sta toccando il suo punto più alto (finora), più cruento e pericoloso. Il passaggio da un mondo unipolare dominato dagli Usa e dal dollaro ad un mondo multipolare non è e non sarà un pranzo di gala, parafrasando Mao, per la rivoluzione. Questa in corso è una rivoluzione, una rivoluzione mondiale, un passaggio epocale, uno spartiacque della storia, dopo di che tutto ne uscirà cambiato. Ne usciranno cambiati gli Usa, finalmente ridimensionati ad una potenza più o meno come le altre, non più gendarme del mondo; ne uscirà cambiata l’Europa con la fine della Ue e forse con un nuovo polo europeo fra quegli Stati che saranno in grado di dire NO agli Usa; ne uscirà cambiata la Russia, più vicina alla Cina sia nei rapporti diplomatici e commerciali sia nel modello di economia mista pubblico-privato a direzione statale; ne usciranno cambiati i paesi che facevano parte del Patto di Varsavia i cui popoli torneranno ad avvicinarsi alla Russia dopo un ventennio di sbornia liberista, anti-comunista e anti-russa; ne usciranno cambiati i paesi del Sud del mondo sfruttati e oppressi da secoli di colonialismo; ne usciranno cambiate le classi sfruttate nel capitalismo sviluppato; ne uscirà cambiata la coscienza del mondo.

Chi vive dentro le fasi storiche di cambiamento non ne è mai pienamente consapevole. Noi non siamo pienamente consapevoli che stiamo vivendo una fase storica di cambiamento epocale, rivoluzionario, del mondo, una delle fasi più rivoluzionarie della storia dell’umanità. Un cambiamento di doppia grandezza e importanza. Non solo la fine dell’egemonia unipolare americana (che è durata tre quarti del secolo scorso), ma anche la fine dell’egemonia occidentale, di quel piccolo gruppo di paesi europei o di derivazione europea che per molti secoli di colonialismo ha oppresso, sfruttato, saccheggiato, reso in schiavitù il mondo intero, rapinando a mano armata materie prime e forza lavoro a bassissimo costo, portando alla schiavitù, alla povertà assoluta, al sottosviluppo, alla morte per fame e malattie, a guerre permanenti e a ferocissime dittature militari interi continenti come l’Asia, l’Africa e l’America Latina, e contemporaneamente portando all’iper-sviluppo e alla ricchezza sfrenata una piccola minoranza del mondo, con le conseguenze ambientali disastrose per il mondo intero che conosciamo. Questo è il cambiamento più grande, epocale, secolare e rivoluzionario in cui siamo immersi. La connessione fra i paesi del Sud del mondo, che rappresentano la stragrande maggioranza dell’umanità, e la forza economica, politica e militare di paesi come la Cina e la Russia ci spiega meglio di ogni altra cosa il passaggio di fase storica che stiamo vivendo, e perché l’imperialismo americano e occidentale reagisca così male. Un cambiamento di queste dimensioni purtroppo non sarà indolore, perché chi ha detenuto per secoli così tanti e grandi privilegi non li cederà pacificamente. Quelle che viviamo oggi sono le prime doglie di un parto lungo, doloroso e difficile. Assisteremo, o assisteranno i nostri figli e nipoti a reazioni e sommovimenti molto forti e inediti, ad altre guerre e violenze inaudite. E dovremo auspicare che i paesi che saranno il mondo del futuro siano così saggi da produrre e gestire il cambiamento evitando una terza guerra mondiale con l’utilizzo delle armi di distruzione di massa da cui non ci sarebbero né vinti né vincitori.

Certo, la narrazione mass-mediatica continua a contrapporre l’Occidente – guidato dalla difesa dei diritti civili, dalla “democrazia”, dall’umanitarismo – al rimanente mondo non-occidentale: oscuro, autoritario, oppressivo, arretrato. Ora sappiamo tutti che la storia, ormai, non la studia davvero più nessuno e che essa è stata sostituita dall’opinione volante dell’ultimo tiggì. E tuttavia, anche per il nostro stesso bene, sarebbe il caso che noi occidentali capissimo una cosa. L’Occidente moderno è la società più aggressiva della storia. Nessuna civiltà nella storia è stata maggiormente votata all’espansionismo, alla conquista militare e allo sfruttamento sistematico degli altri popoli della civiltà occidentale moderna e in particolare della sua recente versione “liberale”. L’abbiamo tinteggiata di volta in volta come evangelizzazione dei pagani, come civilizzazione dei primitivi, come emancipazione delle razze inferiori, come esportazione della democrazia, ma il punto di fondo è e rimane questo: l’Occidente ha invaso, conquistato militarmente, colonizzato, sfruttato economicamente e infine bombardato a piacimento tutto il resto del mondo.

Abbiamo gente che parla inglese in Oceania e America del Nord, spagnolo e portoghese nell’America del Sud, gente che parla francese in mezza Africa e gente che parla olandese o derivati in Suriname, Sudafrica e Namibia, perché i proverbiali difensori occidentali dell’umanità e della civiltà hanno massacrato senza pietà chiunque altro ad ogni latitudine, portandogli via la terra, i beni e la cultura. Per un’istruttiva comparazione con quelli che per noi sono i cattivi e i barbari: il russo si parla solo in Russia e confinanti; il cinese solo in Cina e prossimità; il persiano in Iran e dintorni, l’Hindi in India, a fianco dell’inglese.

L’Occidente colonialista, schiavista, assassino, sfruttatore, rapinatore, fascista e guerrafondaio è finito per sempre. Scribacchini prezzolati e commentatori televisivi ignoranti o in mala fede se ne facciano una ragione. Si va verso un mondo multipolare, nel quale tutti i Paesi e tutti i continenti avranno pari peso e dignità. E il destino dell’umanità sarà deciso da tutti, non da una minoranza del 10% di suprematisti bianchi euro-atlantici, che pensano di essere depositari del diritto di dominare il mondo. La Russia di Putin sta facendo da apripista al nuovo mondo che avanza. Non a caso la propaganda e l’isteria antirussa trova cittadinanza solo in Occidente. Tutto il resto del mondo, cioè il 90%, ha ripreso coraggio dopo il ritorno in campo della Russia, perché sa che ora può ribellarsi all’imperialismo senza rischiare di fare la fine dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Serbia o della Libia. Paesi come Cuba, Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Siria, Congo, India, Pakistan, ecc., si sentono oggi più forti di fronte alle aggressioni e ai ricatti di Usa e Nato. È l’Occidente ad essere Isolato, altro che la Russia! La Russia, col suo potente ritorno in campo, ha rotto il giocattolo nelle mani della razza padrona occidentale. E per questo è così odiata e attaccata dai padroni di un mondo in putrefazione.

Ma in questa incomprensione del colonialismo e dell’imperialismo c’è anche la causa di fondo della nostra crisi. Intendo della crisi del marxismo e delle sinistre occidentali.

Lo storico ed economista Hosea Jaffe denunciava (Abbandonare l’imperialismo, 2008), il più grande «abbandono» della storia dell’umanità, il «terzo mondo» abbandonato dall’imperialismo del «primo mondo», ma anche dal marxismo occidentale. Quest’ultimo, avendo amputato il capitalismo del suo carattere imperialistico, meritava l’appellativo di «eurocentrico e americanocentrico» e convinceva Jaffe a guardare alla Cina, il paese che ha realizzato la più grande rivoluzione anticoloniale della storia, e alla sua economia «anti-imperialista in sé e nei suoi effetti» quali possibili sostegni di una storia rivoluzionaria alternativa dei paesi anti-imperialisti.

L’unico studioso italiano che ha analizzato e ha ben sistematizzato questa divaricazione fra marxismo occidentale e marxismo mondiale antimperialista è Domenico Losurdo in un libro del 2017 (Il Marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere). Losurdo va ancora più a fondo nell’analisi e risale alla rimozione da parte del marxismo occidentale della questione coloniale. Nella sua ricostruzione il divario si manifesta allorquando la Rivoluzione d’Ottobre, proiettando il marxismo in una dimensione mondiale, stimola le rivoluzioni anticolonialiste, le lotte di liberazione dei popoli oppressi dal dominio politico, economico, sociale delle potenze coloniali, assumendole come parte integrante delle lotte per l’emancipazione della classe operaia e per il rovesciamento del capitalismo.

È il comunismo bolscevico, con la sua condanna della guerra, come guerra imperialista delle grandi potenze per la conquista delle colonie e per il dominio del mercato mondiale, nonché guerra contro le stesse colonie conquistate per l’assoggettamento, l’umiliazione, la schiavitù dei popoli conquistati spesso ridotti a carne da cannone per le guerre dei padroni, a farsi portavoce della liberazione di questa parte dell’umanità.

È Lenin a rompere con questo marxismo occidentale, elaborando la nozione dell’imperialismo e della rottura dell’anello debole della catena imperialista che ruppe con il marxismo ortodosso di allora che considerava possibile, sottovalutando la questione coloniale e l’imperialismo, la rivoluzione solo nei punti alti dello sviluppo capitalistico e dunque non in Russia, e che finì in gran parte ad aderire alla guerra imperialista.

«Il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di strangolamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione del mondo da parte di un pugno di paesi “progrediti”. E la spartizione del “bottino” ha luogo fra due o tre predoni (Inghilterra, America, Giappone) di potenza mondiale, armati da capo a piedi, che coinvolgono nella loro guerra, per la spartizione del loro bottino, il mondo intero».

Questo scriveva Lenin nel 1916 nel saggio L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Se non si tiene sempre presente questo concetto non si riesce a capire il mondo di oggi, né il fenomeno dell’immigrazione dai paesi poveri perché depredati (e bene che vada si aderisce alle impostazioni caritatevoli). né il fatto che la lotta di classe si è spostata dalle singole nazioni al piano internazionale e che lo scontro mondiale fra l’imperialismo euro-atlantico e il resto del mondo guidato da Russia e Cina non è geopolitica ma è lotta di classe nell’epoca dell’imperialismo.

Un nuovo mondo sta nascendo sotto i nostri occhi. L’operazione militare russa in Ucraina ha inaugurato una nuova era. La Russia non solo ha sfidato l’Occidente, ma ha dimostrato che l’era del dominio globale occidentale può essere considerata completamente e definitivamente conclusa. Il nuovo mondo sarà costruito da tutte le civiltà e i centri di potere, naturalmente insieme all’Occidente (unito o meno), ma non alle sue condizioni e non secondo le sue regole.

Di fronte a un tale cambiamento l’Occidente è diviso. Emergono in modo più evidente e profondo contraddizioni inter-imperialistiche. E il punto politico di noi comunisti occidentali è quello di agire su queste divisioni.

C’è chi sostiene che l’intervento militare russo ricompatterà definitivamente la Nato agli Usa, annullando le divergenze che c’erano negli ultimi anni fra alcuni paesi europei (in particolare Francia e Germania) e gli Usa e anche fra la Turchia e gli Usa, e che quindi da questo punto di vista Putin abbia sbagliato. Non sono d’accordo. Certamente questo è l’obbiettivo dell’amministrazione americana, che però sta perdendo questa guerra, sia sul piano militare che su quello economico. Per il momento la dirigenza americana invece di chiudere le divergenze con la Ue, che è uno degli scopi dell’escalation militare con la Russia, le sta allargando. Ma non perché i gruppi dirigenti europei siano diventati buoni e pacifisti, ma perché gli interessi dei gruppi dirigenti del capitalismo europeo in questa fase del mondo sono diversi e anche in conflitto con gli interessi dei gruppi dirigenti del capitalismo nord-americano (peraltro divisi anche fra loro, come dimostra il punto in cui è arrivato il conflitto Trump-Biden). Persino l’imperialismo turco-neo-ottomano è in conflitto sia con l’imperialismo americano che con quello europeo, di fronte all’attrattività crescente del polo asiatico.

Che anche negli Usa ci sia una discussione sulla guerra in corso in Ucraina, lo dimostra un articolo del famoso economista vicino all’establishment democratico, James Galbraith, pubblicato nei giorni scorsi dall’Institute for New Economic Thinking. L’articolo è del tutto economico, ma risponde alla domanda che Galbraith si fa all’inizio: “Riusciranno gli Stati Uniti a sopravvivere all’ascesa di un mondo multipolare?”. Sì, risponde, ma “non senza uno sconvolgimento politico” e con “una strategia realistica in sintonia con l’attuale equilibrio di potere globale”. “Oggi – prosegue – il motore economico cinese, sempre più legato alla Russia e all’attrazione gravitazionale della più grande regione demografica, produttiva e commerciale del mondo, rappresentata dall’Unione economica eurasiatica e dall’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, potrebbe diventare la sfida all’ordine internazionale basato sul dollaro”. Secondo Galbraith gli esperti Usa hanno una visione della Russia non corretta, ancorata ai tempi di Yeltsin. Egli afferma che “con il sostegno di Cina, Iran, Bielorussia, Kazakistan e la studiata neutralità dell’India, è in fase di creazione un nuovo sistema finanziario internazionale”. Galbraith conclude la sua analisi avvertendo che “la prossima svolta della stretta finanziaria globale avverrà in Europa, in particolare in Germania, quando le implicazioni degli alti prezzi dell’energia e delle forniture perennemente scarse diventeranno evidenti. La competitività della Germania è legata alle materie prime russe e ai mercati cinesi; i suoi legami politici e finanziari sono con l’Alleanza atlantica. È difficile credere che la Germania subordini in modo permanente la sua industria, la sua tecnologia, il suo commercio e il suo benessere generale a Washington e a Wall Street. La tensione tra le forze economiche e politiche non può che crescere nel tempo, portandola o verso la deindustrializzazione o verso un nuovo rapporto con l’Est eurasiatico: una nuova Ostpolitik”.

Anche l’andamento della guerra e della situazione mondiale conferma, dunque, che il punto su cui agire politicamente per noi comunisti e marxisti europei è il contrasto di interessi, e quindi politico e diplomatico, fra alcuni paesi europei, in particolare Francia e Germania, e l’amministrazione americana.

Jamie Dimon, amministratore delegato della JPMorgan, ha avvertito di recente di “prepararsi a un uragano economico di cui nessuno conosce l’entità” a causa della guerra in Ucraina. Una tempesta perfetta con conseguenze catastrofiche anche per i popoli europei. È bene partire da qui per tirare il filo della costruzione di un movimento di lotta anti-imperialista e anti-liberista.

Buona parte del dibattito politico italiano è invece come se avvenisse sei mesi fa, prima della guerra in corso. E ciò si verifica sia sulla questione delle cosiddette alleanze politiche che sulle questioni economiche e sociali. Sulle cosiddette alleanze politiche siamo ancora alla falsa competizione centro-destra contro centro-sinistra, come se non ci sia un solco enorme sulla guerra fra le posizioni del Pd e quelle del M5Stelle e fra le posizioni di FdI e quelle della Lega. E cosa simile per le questioni economiche e sociali. La discussione è come se fossimo a sei mesi fa. Reddito di cittadinanza, salario minimo, i lavoratori che non si trovano (sic!), come se non fosse in arrivo l’“uragano economico di cui nessuno conosce l’entità”. Altro che reddito di cittadinanza e salario minimo ci vorranno! Altro che “non si trovano camerieri”! Saremo di fronte a una inflazione a una cifra o a due cifre? Quante aziende chiuderanno perché non ce la faranno a pagare le spese? Quanti saranno i licenziamenti e quindi i disoccupati? Come faranno le famiglie a pagare bollette e beni di prima necessità con prezzi raddoppiati e con persone licenziate in casa che non percepiscono più nessun reddito? Come faranno gli ospedali e le scuole a scaldare i locali? Come faranno i camionisti a fare arrivare le merci negli scaffali dei supermercati con il prezzo del gasolio raddoppiato? Cosa provocherà in termini di immigrazione di massa la crisi alimentare nel Nord-Africa? Siamo attrezzati a uno scenario del genere? Se non lo siamo è bene attrezzarsi in fretta per indirizzare il conflitto sociale contro i governi imperialisti della Nato, perché altrimenti il rischio è che lor signori diano la colpa a Putin o fomentino le guerre fra poveri.

Se è vero che non ci sono a breve le condizioni oggettive e soggettive per la costruzione di un partito comunista con consenso di massa, è altresì innegabile che ci siano le condizioni o se ne stanno determinando a breve per la costruzione di una forza di massa anti-liberista e anti-imperialista di fatto nella quale convergano le sparse membra della diaspora comunista, una forza che sappia stare attivamente nel conflitto sociale che inevitabilmente ci sarà fra qualche mese per indirizzarlo nella giusta direzione e che sappia interloquire con la borghesia industriale nazionale che non accetta guerra e sanzioni e con le sue rappresentanze politiche.

La General Administration of Customs (le Dogane cinesi) ha pubblicato negli anni passati le statistiche dell’export italiano in Cina. Nell’agosto del 2020 le importazioni cinesi dall’Italia furono equivalenti a 1,986 miliardi di dollari, nell’agosto del 2021 sono diventate 2,627 miliardi. In totale, tra gennaio e agosto 2020, le importazioni cinesi dall’Italia sono state 13 miliardi di dollari. Nel 2021, sempre fra gennaio e agosto, sono state 20 miliardi di dollari. Cioè +58%. Cifre enormi che indicano i soldi a palate che hanno fatto prima della guerra i grandi industriali italiani e che rappresentano buona parte dell’aumento del Pil e della ripresa della nostra economia di cui il governo si è vantato. Ma tutto ciò non certo per merito di San Draghi né del Pd o di Berlusconi, ma del Memorandum di Intesa Italia-Cina sulla Via della Seta siglato a Roma dal primo governo Conte nel 2019 nonostante l’ostracismo e le minacce dell’ambasciata americana (che poi si sono realizzate con la crisi del governo causata da Salvini).

C’è una parte rilevantissima della borghesia industriale italiana che deve la sua ripresa e i suoi profitti all’amore dei nuovi ricchi russi e cinesi per il made in Italy e che vede come fumo negli occhi una guerra fredda o calda a Russia e Cina. Da qui la posizione di Prodi e dei prodiani, ma anche di settori di Forza Italia, della Lega, per non parlare di tanti piccoli e medi imprenditori che non hanno sposato nessun partito in particolare, ma non vedono l’ora di fare la pace con la Russia e di commerciare liberamente con la Cina.

Anche a questi settori sociali, oltre ovviamente in primis ai settori popolari e della classe massacrati dalla crisi, è necessario rivolgersi, senza settarismi e senza un approccio ideologico. I risultati francesi dell’aggregazione attorno a Mélenchon sono importantissimi, perché ci dicono che anche in paesi europei a capitalismo avanzato c’è oggi un grande spazio per forze alternative contrarie alla guerra e al liberismo, ma attenzione, c’è una grande differenza italiana: oggi in Italia la parola stessa “sinistra” – per cause che qui sarebbe lungo descrivere – ha perso ogni significato. In Italia, a differenza della Francia, della Spagna e della Germania, se non c’è un soggetto esterno alla sinistra storica che trascini con sé gli spezzoni residui e divisi di vera sinistra rimasti, non riusciremo a occupare quanto meno parti rilevanti dello spazio enorme che si è creato fra la sfiducia nella politica (l’astensionismo è arrivato al 50%) e la paura della guerra e delle sue conseguenze economiche.

Tuttavia, per resistere realisticamente al fortissimo e violento pressing angloamericano non può essere affatto sufficiente l’indipendenza nazionale di un singolo paese europeo. Sarà necessario prendere atto che la Ue è finita sotto le macerie della guerra anglo-americana e costruire un coordinamento europeo indipendente dalla Nato fra paesi che vogliono collaborare con Russia e Cina, basato, in politica estera, su una propria forza militare in accordo con la Russia per una sicurezza comune, e in politica economica sulla fine del liberismo attraverso una nuova valorizzazione del ruolo dello Stato in economia e un nuovo patto sociale fra capitale e lavoro che valorizzi i lavoratori e il capitale produttivo a scapito del capitale finanziario. L’Europa che verrà sarà quella che deciderà di uscire dalle macerie della guerra e dell’economia di guerra, in amicizia e collaborazione col mondo nuovo che sta sorgendo.