Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Il medio evo delle

piccole partite IVA

di Lorenzo Fascì

avvocato; già segretario regionale PCI Calabria;

esponente del “Movimento per la Rinascita del PCI e l’Unità dei Comunisti”

La presente riflessione potrebbe avere come sottotitolo: “c’era una volta il ceto medio”. In effetti, il titolo si addice molto a ciò che è successo in questi ultimi decenni. Di fatto coincide con l’arco della mia vita professionale. Svolgo la professione di Avvocato da circa 35 anni e cioè dalla metà degli anni ‘80.  Era un altro mondo. C’era il senso della “missione” sia in chi si approcciava a svolgere questa illustre professione, sia nel cittadino. Quanto ha contribuito nella evoluzione della giurisprudenza giuslavorista! A quell’epoca c’era ancora il PCI; i partiti di massa; tutto ruotava sullo scontro ideologico che poi era anche lo scontro tra diverse visioni della società. Erano anni entusiasmanti. Io, Avvocato Comunista, sentivo addosso un dovere: quello di essere l’advocatus delle classi sociali deboli.

Lo stretto collegamento con la CGIL e con l’Alleanza contadini.

Insieme a tanti altri mi sentivo partecipe di un impegno a costituire un volano verso l’evoluzione della giurisprudenza; parte di un progetto politico volto a dare forza e tutela ai diritti dei contadini, dei coloni, dei braccianti, dei lavoratori. Ma – con le dovute proporzioni – può dirsi che all’epoca la società italiana si fondava molto sulle piccole partite IVA: lo studio professionale (architetto, ingegnere, commercialista, il fabbro, il falegname; il fontaniere; l’elettricista; l’allevatore di prossimità; la piccola bottega; il fruttivendolo con prodotti locali). Aziende con pochi addetti (non più di 10). In fondo, questo mondo costituiva il “nervo” dell’economia della Provincia Italiana, sicuramente quello del Centro-Sud.

Poi la caduta del muro di Berlino, lo scioglimento del PCI e il venir meno dei Partiti di massa.

Il cambiamento, da Avvocato, l’ho potuto toccare con mano: improvvisamente il mondo della Giustizia ha iniziato a mutare pelle. Si è incominciato con la chiusura delle Preture; disseminate in tutti i territori, soprattutto al Sud, costituivano la trincea della legalità, segnavano la presenza dello Stato nei paesi anche più interni (la Caserma dei Carabinieri, la Pretura). Poi è iniziato il vento dello smantellamento di quell’assetto dello Stato, è iniziata l’epoca dei tagli e tanti servizi (Scuole, Preture, Caserme) sono stati considerati costi eccessivi e, via via, sono stati eliminati. Ne ha perso il territorio che si è visto spogliato di presidi di legalità, ma ha inciso anche nella crisi degli artigiani, dei bottegai; lo svuotamento dei paesi interni ha fatto chiudere centinaia di piccole attività economiche. E così sono aumentati i costi di gestione dell’attività costituente la piccola Partita IVA: tasse statali; tasse regionali; tasse comunali, un coacervo infinito di scadenze e di balzelli, un mondo sostenibile solo per una grande organizzazione non certo per una piccola azienda. Era arrivato il vento della globalizzazione: grandi concentrazioni, grandi allevamenti e non più il piccolo commerciante ma la multinazionale. Così, nel mio mondo, è arrivato lo studio\azienda con la proprietà in capo a un “Fondo monetario”, magari con sede negli Stati Uniti e/o in Cina. E poi la crisi del 2008. Lo spread, le restrizioni. Una vera strage delle piccole partite IVA. Uno Stato ed una Europa che hanno pensato l’uscita dalla crisi monetaria con spread e tante altre restrizioni costruite a tavolino che certamente non potevano costituire la medicina per risollevare dalla crisi la piccola partita IVA. Già, in Europa e nel mondo prevaleva l’idea del libero mercato, l’idea che l’economia avesse in sé gli antidoti per risollevarsi. Ma quale antidoto poteva avere in quegli anni il falegname che si doveva scontrare con l’IKEA; o la piccola sartoria di fronte ai grandi marchi che riescono a mettere in commercio un vestito a 100,00 euro quando un sarto ha bisogno di almeno il doppio solo per il costo della manodopera, o il fornaio che doveva competere con le farine che arrivavano a prezzo stracciato dalla Cina o dagli Stati Uniti, o il piccolo allevatore che si vedeva chiuse le porte da un mercato della carne congelata che arrivava da tutte le parti del mondo? E poi i supermercati. Mommo Tripodi, grande e lungimirante Sindaco della “rossa” Polistena, in quegli anni vietò l’apertura dei supermercati nella sua cittadina; aveva visto lontano, ma fu un caso isolato.

E siamo ad oggi. Mediamente una piccola partita IVA ha un aggravio medio che si aggira (per tutto il coacervo delle tasse) intorno al 55/60% e con il ricavo netto dovrebbe pagarsi i contributi pensionistici che, grazie alle casse artigiane e professionali, sono aumentati come il pane con molto lievito. Chi tutela queste importanti arti e professioni? Da anni provo a sostenere che noi Comunisti dobbiamo allargare l’orizzonte del nostro sguardo: comprendere tra le fasce deboli da tutelare anche queste categorie professionali; oggi sono anche loro fascia debole, non sono più ceto medio privilegiato. Basti pensare alla figura del contadino: una volta era la raccoglitrice di gelsomino, oggi è il coltivatore diretto che non è certo il latifondista, ma un lavoratore che suda per poter resistere alle tante crisi. Adesso è arrivata una nuova crisi. Questa volta, purtroppo, non solo economica, ma prima di tutto sanitaria e, ancor prima, ambientale ed ecologica perché, credo, le due questioni rappresentano le due facce della stessa medaglia. È bene ricordare che prima di questo virus abbiamo avuto – solo per rimanere nell’ultimo decennio – la SARS, l’AIDS, le malattie dei polli in Cina, dei bovini in Inghilterra e negli Stati Uniti; oggi, l’epidemia dei maiali in Cina e Medio Oriente, il batterio delle palme, il batterio degli alberi di ulivo. Studi scientifici qualificatissimi legano le epidemie al gravissimo e accelerato declino del nostro ambiente.

La morale di questa sommessa analisi non è rinchiudersi o far nascere sovranismi alla Salvini, tutt’altro: gli scambi commerciali, culturali e scientifici sono una ricchezza incommensurabile. Ad esempio, le esperienze Erasmus dei nostri studenti e degli studenti degli altri paesi nella nostra realtà rappresentano un grande arricchimento culturale; nel Sud sono serviti ad affrancare molti giovani dalla grettezza e brutalità della mafia, hanno fatto conoscere loro civiltà diverse. Tuttavia credo che, proprio guardando in profondità nelle ragioni delle pandemie, si possa cogliere l’importanza non solo “commerciale” ma soprattutto sociale della piccola partita IVA. La falegnameria è arte; l’artigiano lavora con perizia, inimitabile; la sartoria è cultura. Ricordo che negli anni del fascismo, i retrobottega del sarto sono stati i luoghi dove cresceva l’antifascismo. Forse, insomma, per uscire da questa crisi può ridiventare importante ricostruire una società di prossimità; che può consegnare ai cittadini prodotti biologicamente migliori perché prodotti a chilometro zero e , quindi, che non hanno bisogno di pesticidi; piccoli allevamenti che possono costituire un’alternativa ai grandi allevatori degli Stati Uniti che, per poter seminare quantitativi sempre più grandi di mais, stanno disboscando l’Amazzonia. Ma anche piccoli studi professionali. Tanti studi disseminati nei territori possono essere – come lo sono stati i tanti studi negli anni ‘60/‘80 – garanti dei diritti dei deboli quale antidoto ai grandi studi-azienda che hanno interesse ad avere come cliente solo multinazionali e grandi agglomerati commerciali. Chissà, forse per una volta, da una crisi si potrà uscire con maggiore welfare; con un ceto medio che torna a crescere; con meno banche, finanza e multinazionali. Forse è il bisogno dell’uomo e più in generale della natura che lo richiede, forse il capitalismo, dopo aver avuto la metamorfosi da capitalismo d’industria a capitalismo della finanza, potrebbe perdere colpi a favore di un mondo che non vive solo sul profitto ma che ha bisogno di riprodursi in maggiore sintonia con l’ambiente e per la salvaguardia del clima. Sì, forse è un sogno, ma esiste buona politica se non c’è il sogno?