Quando nel 1988 ho letto per la prima volta Pierino e il lupo di Gianfranco Pala (dono graditissimo dell’autore) adesso ripubblicato da Franco Angeli, mi sono divertito come non mai: brillante, intelligente, irriverente, prendeva a pretesto l’omonima favola sinfonica (1936) di Serghei Prokofiev (la cui storia è riportata integralmente, a spizzichi, nel corso del libro) per servirsene come il canovaccio per narrare, come recita il sottotitolo, «come fu che Pierino (Sraffa) riuscì a catturare il lupo marxicano salvandolo dai fucili dei cacciatori, epperò facendolo rinchiudere in gabbia».

Tuttavia il libro è prolisso, zeppo di note e di due appendici che fanno quasi un volume a parte, e poi tratta di un argomento, quale la “teoria del valore-lavoro e dintorni”, che oggi pare questione d’archeologia. Ci sono, insomma, troppe parole e troppi animali, col richio che il lettore poco addentro alle segrete cose della “triste scienza” (la political economy di un tempo) finisca per perdersi in tanto zoo. Certamente una ristampa alleggerita di alcune parti polemiche (su temi che allora erano oggetto di feroci dibattiti, ma che adesso non dicono più nulla) avrebbe favorito, ma tant’è: lo si è voluto ripubblicare tale e quale. Trattandosi tuttavia di un libro importante che riporta in scena argomenti cruciali (“critici”, come avrebbe detto il lupo marxicano) che mai andrebbero dimenticati dagli economisti, azzardo un riassunto della trama e ci ricamo un po’ sopra per dar conto anche del seguito della storia di Pierino e del suo lupo, che fortunatamente non si è fermata al 1988, vigilia del più tristo 1989. Nel far ciò non ho potuto esimermi dall’imitarne la forma stilistica, favolistica e zoologica insieme, che è poi la qualità migliore del libro di Pala. E come allora mi sono divertito a leggerlo, adesso mi diverto a scriverne.

1. … l’ha chiuso in gabbia…

La storia comincia, come ogni favola che si rispetti, con un: C’era una volta nella Contea (detta anche Cortile) di Cambridge (U.K.) un bel prato fiorito ai margini di un bosco che aveva al centro una bianca casetta chiamata il Collegio del Re. In essa abitava Pierino S che nel 1960 doveva dare alle stampe un formidabile marchingegno logico-economico, dal nome pretenzioso di Produzione di merci a mezzo di merci, che gli avrebbe consentito di catturare quel “lupo marxicano” che dal 1867 si aggirava famelico nella foresta terrorizzando gli abitanti di quella Contea, nonché di ogni altra, con l’ululato tremendo che i prezzi delle merci non sono altro che lavoro contenuto ed il profitto è pluslavoro, ossia sfruttamento della fatica altrui. Quel lupo faceva di nome Karl Heinrich M (Marx), «detto Mohr, il Moro, e anche a volte Ramboz (a Parigi), Nick (a Londra) e perfino Bartolomeo». Però nel 1960 era ormai così vecchio e spelacchiato da sembrare il fantasma di se stesso, pur continuando a stimolare bande di lupacchiotti all’assalto della bianca casetta di Cambridge (come di ogni altra Casa Bianca nel mondo). Ma questi lupetti erano talmente poco scaltri che «i loro assalti non avevano finora mai avuto esiti irreversibili: anzi!», come dovremmo accorgercene nel 1989 quando si dissolse, e da se stessa. la stessa “repubblica dei lupi” nella foresta.

Va però detto che Pierino S non era originario del Cortile di Cambridge. Vi era stato chiamato dall’«uccellino dell’imperialismo» (che «tra quelli di tante razze diverse era un usignolo») che l’aveva conosciuto e lo apprezzava tantissimo perché, come diceva a tutti, «a lui nulla sfugge». Quell’usignolo si chiamava John Maynard K (Keynes) e per i meriti guadagnati nella lotta contro il lupo marxicano era stato «nominato baronetto dal Re del suo paese, così che tutti lo chiamavano Lord». Aveva invitato Pierino S a Cambridge anche per sottrarlo alle persecuzioni che allora erano di moda nel suo paese natio, affidandogli il compito di elevare un monumento letterario perenne alla memoria di «nonno Ric» (David Ricardo) che un secolo prima era stato la maggior gloria di quella “scuola classica” di economia politica che aveva fatto la fortuna del Cortile di Cambridge. Ma poi erano succeduti i “neoclassici” (detti anche “marginalisti”, sebbene ai margini non ci siano stati mai) che di quel nonno avevano cancellato da Cambridge perfino l’odore (qui però Gianfranco P, seguendo la favola sinfonica di Prokofiev, non la dice giusta perché dà il nonno ancora vivente all’arrivo di Pierino S, quando invece egli era morto da quel dì e nella maniera terribile di cui si dirà).

Anche Pierino S era stato educato da piccolo alla lezione economica neoclassica ma, da ragazzino intraprendente qual era, aveva subito capito che i classici erano stati certamente migliori, tanto che poi avrebbe dedicato la sua “trappola per lupo” al «punto di vista degli economisti classici, da Adam Smith [il capostipite] a David Ricardo, sommerso e dimenticato in seguito all’avvento della teoria marginale». Ma prima, lavorando giorno e notte, aveva dato alle stampe gli 11 volumi dei Works and Correspondence di nonno Ric che gli valsero il premio dell’Accademia Reale delle Scienze di Stoccolma quando non c’era ancora il premio Nobel dell’economia perché l’avveduto mecenate svedese non l’aveva considerata meritevole di alcun encomio, lui che pure aveva fatto i soldi con la dinamite! Con quel suo “monumento” (come l’ha chiamato Luigi E, il professore che l’aveva laureato in patria) Pierino S intendeva rammentare ai più tutti che per nonno Ric «il problema principale dell’economia politica è quello della distribuzione del reddito» e che la crescita è soltanto conseguenza, essendo dal profitto guadagnato dai capitalisti che deriva l’accumulazione del capitale, e non viceversa. Però con la sua teoria del valore-lavoro, che gli doveva servire per dimostrarlo, nonno Ric aveva richiamato su di sé la golosa attenzione del lupo marxicano che un bel giorno (che fu brutto per il nonno) letteralmente se lo mangiò!

Come avvenne il fattaccio ce lo racconta un’altra favola, che però Gianfranco P non considera e che invece è importante per capire la storia di Pierino S. La favola, ovviamente, è quella di Cappuccetto Rosso, ma nell’originale di Charles Perrault che manca del lieto fine dell’arrivo del cacciatore, dell’uccisione del lupo e del recupero di Cappuccetto Rosso e della nonna dalla pancia del lupo (evidentemente non ancora digerite…) che gli verrà aggiunto dai fratelli Grimm. Nell’originale di Perrault, invece, il lupo divora la nonna e poi, travestitosi da lei, pure Cappuccetto Rosso quando la viene a trovare – e la favola finisce amaramente così. Tradotta in “economistese” essa avrebbe dovuto dirci che il lupo marxicano, dopo aver mangiato nonno Ric, travestitosi del suo valore-lavoro si sarebbe pappato pure Cappuccetto Rosso, ossia Pierino S, non appena gli fosse venuto vicino. Ma Pierino S, che era personcina avveduta, non si sarebbe fatto trarre in inganno da un travestimento tanto infelice come quello del valore-lavoro. 

Ma che cos’era il valore-lavoro? Era stato l’abbigliamento economico principale, indossato dagli economisti classici in Gran Bretagna, che nonno Ric avrebbe portato ad una perfezione estrema, ma impossibile. Interrogandosi sul valore delle merci prodotte nonno Ric, prendendone il criterio da Smith (il capostipite di maggior qualità), ne aveva ricondotto la misura alla quantità del lavoro che si richiede per produrle, parendogli del tutto evidente che, quando «nella produzione gli uomini non impiegano macchine, ma solo lavoro», non c’è alcun dubbio che «il valore di una merce dipenderà dalla quantità relativa di lavoro necessaria alla sua produzione, e non dal maggiore o minore compenso che per quel lavoro viene pagato». Ma se ci sono anche delle “macchine”, come oggi non possono non esserci? Allora, aveva brontolato nonno Ric, la regola va modificata per tener conto nel valore delle merci, oltre al lavoro impiegato, anche del valore delle macchine utilizzate. Tutto bene, dunque? Niente affatto (e nonno Ric lo sapeva pur bene), perché come sarebbe stato possibile sommare tra loro due grandezze non omogenee come il lavoro, misurato in ore, e le macchine misurate in denaro? Ci si sarebbe dovuti accontentare della misura in ore di lavoro come la «migliore approssimazione al vero» di cui si fosse mai sentito parlare, dato che lui non conosceva «altro criterio per giudicare se una merce è cara o a buon mercato al di fuori del sacrificio di lavoro compiuto per ottenerla». Ma come si capisce, una simile risposta era un ripiego e non certo della migliore qualità.

Fu allora che dal bosco saltò fuori il lupo marxicano a far del nonno un solo boccone, perché lui una soluzione corretta ce l’aveva, eccome, ed anche la più semplice possibile. Ma, di grazia, se si impiegano macchine, non saranno state acquistate al loro valore? E questo valore non sarà misurato, come ogni altro, dal tempo di lavoro speso per produrle? Così sono due quantità di lavoro quelle che si devono sommare, e cioè il lavoro che produce le merci “oggi” ed il lavoro che ha prodotto “ieri” le macchine utilizzate oggi, con ciò confermando che, se le merci vengono prodotte anche con macchine, nel loro valore non ci sarà altro che lavoro: il «lavoro vivo» di oggi più il «lavoro morto» di ieri, secondo la denominazione autentica marxicana. Ma il “vecchio Moro” aveva fatto anche di più (altrimenti sarebbe rimasto un discepolo minore di nonno Ric) scomponendo il “lavoro vivo” nelle due parti del “lavoro necessario” (il tempo di lavoro necessario a produrre i beni di sussistenza che i lavoratori riescono ad acquistare con il salario monetario che ricevono dai loro “datori di lavoro”) e del pluslavoro, ossia il tempo di lavoro che resta nella disponibilità dei capitalisti e da cui essi traggono il loro reddito. Ecco perché il profitto non può essere altro che pluslavoro, ossia appropriazione e perciò sfruttamento del tempo di “lavoro vivo” altrui calcolabile in giornata, settimana, anno e addirittura vita lavorativa (l’età della pensione) e secondo una regola di suddivisione di volta in volta decisa dal rapporto di forza esistente tra le due parti sociali antagonistiche. E così, se mai i lavoratori fossero arrivati a conquistare il “potere di classe” necessario, avrebbero potuto rivendicare “tutto il valore-lavoro al salario”, com’era diventato il grido di guerra che aveva preso a risuonare dal profondo della foresta, spaventando a morte gli animali del Cortile di Cambridge: gatti di casa, anatre quaquaraqua ed anche maiali, che però Gianfranco P dimentica di ricordare quando invece sappiamo che i maiali ci sono, eccome, sia a Cambridge che altrove.

Eppure anche il “vecchio Moro” aveva commesso un errore nella sua  forsennata riduzione del valore delle merci prodotte a lavoro, non essendo possibile sommare il lavoro “di oggi” con quello “di ieri”, a meno che quest’ultimo non sia stato adeguatamente capitalizzato ad un congruo coefficiente del profitto per tutto il tempo trascorso da ieri a oggi. Ma per fare questo non sarebbe stato necessario conoscerlo in anticipo questo benedetto saggio del profitto? E così scattava la tautologia perché, se era già noto, a che scopo ricercarlo con l’armamentario dello sfruttamento del lavoro altrui? E se non lo era, come si sarebbe potuto imputare al valore delle merci prodotte quel “lavoro morto” che vi doveva pur essere contenuto? Ecco perché la misura del valore-lavoro in presenza di “macchine” ha finito per fare logicamente cilecca, a  meno del caso di un saggio del profitto di ieri pari a zero. E questa è la conclusione ultimativa a cui doveva approdare il lungo dibattito di quasi un secolo sul “valore” della teoria del valore marxicana (ci si perdoni il bisticcio), su cui Pierino S doveva porre la pietra tombale nel 1960 argomentando definitivamente, nella sua “trappola per lupo” del 1960, che solo «qualora il profitto sia eliminato, i valori relativi delle merci risultano proporzionali alla quantità di lavoro che direttamente e indirettamente è occorsa per produrla. A nessun altro livello del profitto s’incontra una regola semplice per il valore delle merci».

Però, siccome i capitalisti ci guadagnano anche sulla produzione delle “macchine” (altrimenti che mondo capitalistico sarebbe?), come si potranno calcolare i prezzi delle merci prodotte quando ci sono anche “macchine” accanto al lavoro? Si deve sapere che nella storia della economia politica era stato da sempre presente un calcolo alternativo, detto del “prezzo di produzione” (prix nécessaire in Francia, natural price in Inghilterra) che è quel prezzo che si ottiene sommando tutte le spese, maggiorate del profitto, per i fattori produttivi impiegati, sia forza-lavoro che “macchine”, nell’ipotesi di mercati perfettamente concorrenziali, così che ci sia un solo prezzo per ogni merce prodotta, lo stesso salario unitario per ogni quantità di forza-lavoro e un identico saggio del profitto per ogni dose di bene-capitale. Era questa una vecchia teoria dell’epoca dei Lumi che doveva trovare la sua rappresentazione algebrica più completa nell’opera di quel gatto di casa (ma non di Cambridge, bensì di Losanna) che prendeva il nome di Maria Spirito Leone W (Walras) e che «per la sua virile imponenza era chiamato semplicemente Leone». Ora «i felini, si sa, sono ottimi equilibristi» e lo era stato anche Leone W quando aveva proposto il suo sistema di equazioni in equilibrio economico generale con i prezzi e le quantità delle merci prodotte che si determinano tutte simultaneamente, senza bisogno di scomodare valori-lavoro (men che meno pluslavori) perché i lavoratori ricevono un salario per l’imprestito del loro lavoro ed i capitalisti guadagnano un profitto per l’impiego dei loro beni-capitali secondo la regola “equilibrista” del «corrispettivo-del-contributo-produttivo-dei-fattori-di-produzione-relativamente-scarsi» che però si sarebbe di mostrata fasulla anche con il contributo del giovane Pierino S (ma su questo non occorre qui intrattenersi).

Come che sia, a detta di Gianfranco P Pierino S, pur «strizzando l’occhio a Leone W», era intenzionato a «tenere il più possibile separati Lord K e Leone W». Però questo non è per niente vero perché lui «voleva bene ad entrambi ed entrambi gli servivano» nella costruzione della sua “trappola per lupo”. E’ per questo che li ha combinati insieme, prendendo dal primo il sistema dei prezzi di produzione di cui si è detto e dal secondo le due migliori melodie che l’usignolo dell’imperialismo aveva preso a cinguettare nel Cortile di Cambridge. La prima è nota a tutti, ed è quel punto di vista aggregato che risulta quando si prendono in considerazione non questo o quel mercato, ma tutti quanti, giusta l’opinione di Lord K che, siccome «l’oggetto principale del mio interesse è il funzionamento del sistema economico nel suo complesso, sostengo che sono stati commessi gravi errori con l’estendere al sistema generale conclusioni correttamente raggiunte in base alla considerazione di una parte limitata del sistema, presa isolatamente». 

La seconda melodia è invece meno nota, epperò assolutamente strategica per la cattura del lupo marxicano. E consiste in questo: se si chiede quale è, nella macroeconomia keynesiana, la grandezza di partenza e si risponde: il PIL (Prodotto Interno Lordo), si sbaglia clamorosamente perché, come ha confessato Lord K al discepolo prediletto Richard K, lui si è potuto «esprimere convenientemente» nella Teoria generale solo dopo aveva risolto «l’enigma della definizione del reddito nel senso del reddito netto», e quindi del PIN (o Prodotto Interno Netto) e non del PIL. Ma che cos’è questo PIN?  Ce lo dice, per l’appunto, la Teoria generale: è «l’aumento netto dei mezzi della collettività disponibili per il consumo e l’accantonamento come capitale che deriva dall’attività e dai sacrifici economici nel periodo considerato, tenuto conto del deprezzamento della quantità di capitale esistente all’inizio del periodo stesso». E’, insomma, il Prodotto Lordo al netto dei beni-capitali utilizzati (una deduzione che sarà integrale per i capitali circolanti e pro-quota d’ammortamento per quelli fissi), dopo di che Lord K ne ha considerato la destinazione a Consumi e Investimenti, ma senza dimenticare la Spesa pubblica al netto delle Tasse e le Esportazioni al netto delle Importazioni, lasciando così a Pierino S (divisione del lavoro scientifico oblige) il compito di considerarne la distribuzione tra salari e profitti nel solco della tradizione di nonno Ric.

E Pierino S ci ha dovuto lavorare veramente a lungo se soltanto nel 1960 ha potuto pubblicato quella Produzione di merci a mezzo di merci che ritrova il senso “classico” della political economy nonostante la presenza delle “macchine” ed aggirando l’ostacolo del “lavoro morto” del Vecchio Moro. E come ci è riuscito? Innestando nell’impianto di “equilibrio economico generale” di Leone W quel PIN che gli era stato indicato da Lord K e che in termini materiali «è formato dall’insieme delle merci che rimangono dopo che dal prodotto nazionale lordo abbiamo tolto una per una le merci che occorrono per reintegrare i mezzi di produzione che sono stati usati dall’insieme delle industrie». Tradotto in prezzi di produzione quel PIN non è altro che il Reddito Nazionale Netto (d’ora in poi: Y) che somma i salari complessivi W al profitto totale P: 

Y = W + P

Dopo di che, scomponendo il salario complessivo nel salario unitario uniforme w per la quantità del lavoro impiegato L ed il profitto totale nel saggio generale del profitto r sul prezzo del capitale utilizzato K, ne risulta la formula canonica della distribuzione del Netto: 

Y = L w + r K.

E solo a questo punto Pierino S aggiunge di suo la doppia condizione che consente la cattura del lupo marxicano, e cioè, a p. 14  che a “numerario” del sistema dei prezzi, ossia a sua unità di misura, non sia preso il prezzo di una merce qualsiasi (come aveva fatto Leone W e di solito si fa), ma lo stesso prezzo del Netto, così che Y = 1; e poi a p. 13 che si assuma un “punto di vista di classe” per cui «le quantità di lavoro annualmente impiegate nelle diverse industrie risultano frazioni del lavoro annuale della società, preso come unità», il che significa L = 1. Per sostituzione la formula precedente si riduce a:

1 = w + r K

a mostrare inconfutabilmente come la “torta” del Reddito Netto si spartisca in forma antagonistica tra i capitalisti e i lavoratori, dato che quanto più guadagnano gli uni, tanto meno prendono gli altri. Né ci sono regole “oggettive” di riparto tranne la forza impositiva messa in campo, di volta in volta, dalle due parti sociali contrapposte. Per questo la distribuzione del reddito si muove con un «grado di libertà per cui se una variabile è determinata anche l’altra è determinata», giocandosi il tutto nel “braccio di ferro” dei due attori in conflitto: il Potere Operaio contro il Sindacato dei Padroni, per verificare quale dei due sarà capace d’imporre la propria remunerazione a “variabile indipendente”, costringendo la controparte ad adeguarsi alla sua volontà.

Dal 1960 in poi una simile maniera “polemica” (da polemos = guerra) di giustificare la distribuzione del Reddito Netto, che abbandonava l’arzigogolato marchingegno del valore-lavoro del Vecchio Moro, ha finito per affascinare tanti lupetti che hanno abbandonato il branco marxicano per farsi da subito “Pierini”. In fondo quanto si richiedeva era solo che la “tecnica” del sistema economico fosse “vitale”, ossia capace di produrre un prodotte netto o un sovrappiù, se capite, dopo di che capitalisti e lavoratori se lo sarebbero litigato a forza di “forza contrattuale”, come è proprio il caso di dire. E siccome sul momento è sembrato che la forza fosse dalla parte dei lavoratori, è stato il salario ad essere preso a “variabile indipendente”, salvo poi accorgersi malauguratamente (ma nella fase storica successiva) che lo era invece il saggio del profitto, e per di più nella forma malsana del tasso d’interesse a pavimento di tutti i saggi del profitto consentiti, come peraltro Pierino S aveva lasciato intendere insinuando che, essendo il saggio del profitto «suscettibile di essere determinato da influenze estranee al sistema della produzione, e particolarmente dal livello dei tassi dell’interesse monetario, nei paragrafi seguenti assumeremo come variabile indipendente il saggio del profitto».

Come che sia, con il rovesciamento della “variabile indipendente” siamo al termine del racconto di Gianfranco P, che si conclude come la favola musicale di Prokofiev. Arrampicatosi sull’albero con il nodo scorsoio di Produzione di merci Pierino S incita l’uccellino dell’imperialismo a stuzzicare il lupo marxicano che si aggira nei paraggi finché quello, sempre più inferocito, si avvicina troppo all’albero e, accalappiato per la coda, finisce sollevato per aria. E’ allora che sbuca la masnada dei cacciatori (per Gianfranco P «agenti del capitale e sfruttatori, signori della morte e intellettuali servizievoli, sicofanti e volgari, corpi armati e squadracce speciali accompagnati da mute di cani arrabbiati, pentiti di appartenere alla stessa specie dei lupi») per i quali il lupo andrebbe fucilato sul posto per appenderne la testa, come un trofeo, nel loro casino di caccia. Ma vi si oppone Pierino S: «Non sparate, no. L’uccellino e io abbiamo catturato il lupo. Aiutateci invece a portarlo nel giardino zoologico». E’ allora gran festa accademica nel Cortile di Cambridge con Pierino in testa e dietro di lui i cacciatori che trascinano il lupo al guinzaglio e chiude il corteo il nonno (ma solo in effigie perché da tempo defunto, come sappiamo), mentre l’usignolo dell’imperialismo cinguetta allegramente: «Però che tipi coraggiosi che siamo io e Piero! E che razza di belva siamo riusciti a catturare!».

Eppure la storia di Pierino S e del suo lupo non finisce qui, avendo trovato negli anni successivi al 1988 una inaspettata continuazione (sequel, come si dice alla moderna) a quel tempo assolutamente impensabile e che adesso, abbandonando il libro di Gianfranco P alla «critica roditrice dei topi» (come avrebbe detto il Vecchio Moro), ci accingiamo a raccontare.

2. …ma lasciandoci la chiave…

Certamente ha ragione Gianfranco P, da lupastro quale è stato e rimane, a trattare con severità Pierino S («rimandare il fair play, azzerare Pierino; ripartire da zero; salvare il lupo!»), ma soprattutto di accusare i “Pierini” di accontentarsi di avere catturato il lupo marxicano con il trucco di una tecnica presupposta, da cui originerebbe quel Reddito Netto soltanto da spartire. Ma come è possibile se la distribuzione è sempre conseguenza di una produzione precedente? Non sarebbe allora quest’ultima a dover essere, prima di tutto, investigata? Eppure non è così: «i Pierini fanno finta di conoscere i genitori della tecnica (soprattutto la madre, se capite, la “matrice”). Non sanno (o dicono di non sapere) chi quella tecnica abbia messo al mondo, né che stia a significare. L’hanno trovata alla ruota degli innocenti. Sta lì, bell’e pronta, e a loro tanto basta per volerle bene». Ma non può essere affatto così, perché «la massa dei mezzi di produzione si trasforma in quella del prodotto lordo, per quantità e composizione, solo in virtù del lavoro erogato» e se «la differenza tra quelle due masse è la massa del prodotto netto, ne consegue (lo si voglia o no) che a fronte di questo c’è il lavoro vivo e basta». Non avendo più il “lavoro morto” tra i piedi (che dal prodotto netto i beni capitali per definizione sono stati tolti), resta solo il “lavoro vivo” che ne è la causa, l’origine, il “vettore” che opera sulla “matrice” – e qui ogni malizia è consentita, sapendo dall’antenatissimo William P (Petty) che «il lavoro è il padre e il principio attivo della ricchezza, e la terra [oggi: la tecnica] è la madre».  

Però non può mica bastare che si parli della massa dei prodotti che quel “lavoro vivo” pone in essere, che è questione di tecnologia, di “funzione di produzione” per capirci. Quella massa è disomogenea per qualità e può essere resa omogenea solo se misurata in valori-lavoro Yv (alla nonno Ric) oppure a prezzi di produzione Yp (alla Leone W). Ma subito va detto che, siccome la produzione del sovrappiù è riconducibile soltanto al “lavoro vivo”, allora il suo valore, nella miglior tradizione degli economisti classici, non può essere che equivalente a quella quantità, ossia che:

Yv = L

Dopo di che, nel rispetto della condizione di trasformazione marxicana dei valori con i prezzi di produzione:

Yv = Yp

anche i prezzi di produzione del sovrappiù finiscono per rinviare alla stessa quantità di “lavoro vivo”:

Yp = L

E’ questa la novità della equivalenza di neovalore-lavoro che ha sostituito l’impossibile valore-lavoro del Vecchio Moro perché inquinato dal peso insostenibile del “lavoro morto”. Essa è stata di recente avanzata da una banda internazionale di lupetti a cui si potrebbe dare il nome di «quelli del lavoro vivo» ed essa rappresenta la chiave magica con cui è possibile liberare il lupo marxicano dal suo stato di cattività. Infatti da quella equivalenza siamo portati a guardare dentro la distribuzione del Reddito Netto, che si spartisce ovviamente tra salari e profitti e cioè tra lavoratori e capitalisti:

Yp = W + P

Il salario, anticipato in moneta all’inizio del periodo di produzione per pagare il “lavoro vivo” necessario alla produzione del sovrappiù, viene poi speso al termine del produrre per acquistare i beni che servono per far recuperare ai lavoratori la fatica sostenuta, così che possa essere garantito un altro “lavoro vivo” domani. Ma questi beni saranno tratti dal sovrappiù secondo i relativi prezzi di produzione senza che i lavoratori li possano prendere tutti, altrimenti non resterebbe più nulla per i capitalisti. Sia quindi α < 1 la quota di partecipazione dei lavoratori alla distribuzione del Reddito Netto:

W = αYp

che, per l’equivalenza di neovalore-lavoro di cui sopra, coinciderà con quella parte del “lavoro vivo” che marxicanamente è conosciuta come “lavoro necessario” (LN):

αYp = αL = LN

Poi, per semplice differenza dal Reddito Netto, ciò che resta sarà il profitto P che, per la solita conversione in “lavoro vivo”, coinciderà con l’eccedenza di “lavoro vivo” che il Vecchio Moro ha chiamato Pluslavoro (PL) e «che sorride al capitalista con tutto il fascino d’una creazione dal nulla»:

P = Yp – W = L – LN = PL

Si conferma così, grazie alla “chiave magica”, che il profitto è sfruttamento del lavoro vivo altrui e tutte le sue modalità d’incremento descritte dal Vecchio Moro sotto la specie del Pluslavoro Assoluto (per prolungamento temporale del “lavoro vivo”) e del Pluslavoro Relativo (per diminuzione del “lavoro necessario” tramite aumento della produttività) ridiventano il riflesso analitico coerente di ciò che succede nella realtà (ci si risparmi il rinvio alle prove nella stampa quotidiana…). E’ così che, grazie alla chiave magica del, al lupo marxicano viene ridata la libertà da quella gabbia in cui Pierino S l’aveva rinchiuso. 

Però non è curioso che quello stesso neovalore-lavoro lo si possa ritrovare dentro Produzione di merci? E’ come se Pierino S, non potendone parlare esplicitamente al tempo immaturo del 1960 (il lupo andava prima catturato per essere curato), ve lo avesse nascosto alla maniera di quella «lettera rubata» di cui ha detto Edgar Allan P in uno dei suoi formidabili Racconti straordinari: vi si narra di una lettera pericolosissima che la polizia non riesce a trovare, nonostante l’attenta perquisizione, perché il suo artefice, che «oltre che matematico era anche un poeta», l’aveva lasciata «sotto gli occhi di tutti» sulla mensola del camino, ricorrendo «all’espediente tanto naturale quanto avvertito di non nasconderla affatto». Altrettanto ha fatto Pierino S, che era poeta oltre che economista, che l’ha lasciato in bella vista nell’intercapedine delle due pagine che stabiliscono il suo doppio numerario, e cioè a p. 14 che Yp = 1 e a p. 13 che L = 1. Ma se a=1 e b=1 non si sta forse suggerendo che a è uguale a b, ossia per l’appunto che:

Yp = L?

Il che in “economistese” vuol dire che il prezzo di produzione del sovrappiù, quale risulta alla fine del periodo, equivale alla quantità di “lavoro vivo” attivato all’inizio del periodo grazie alla massa salariale monetaria disponibile prima del produrre, giusta la successione: W → L → Y. 

Tuttavia siamo proprio sicuri che quella “chiave magica” sia stata messa intenzionalmente dentro Produzione di merci, oppure è soltanto congettura posticcia degli ultimi lupacchiotti in via di “elaborazione del lutto” per la cattura del loro capo-branco? Per saperlo ci vorrebbe una testimonianza autentica di Pierino S, del quale comunque sappiamo che è sempre stato ecologista o piuttosto «ecomunista» (come l’ha chiamato Giorgio R in un curioso libro dal titolo Cuori e denari teso a dimostrare che anche gli economisti dell’alta teoria possiedono un cuore) e sapeva bene che i lupi, compresi quelli marxicani, non sono affatto quelle belve irragionevoli solite a mangiar bambini, come racconta la propaganda. Non ce l’ha ricordato anche Gianfranco P che i lupi «non attaccano mai gli uomini se non provocati. Agiscono in branco collettivamente. Assalgono gli animali più deboli solo per necessità, per procurarsi cibo» e non fanno come i cani randagi che «assalgono chiunque e spesso uccidono per uccidere, proprio come i capitalisti che producono per produrre»? Del resto Pierino S i lupacchiotti marxicani del suo paese li aveva conosciuti al tempo torinese dell’Ordine Nuovo, la rivista d’avanguardia dell’amico carissimo Antonio G, né da allora aveva più dismesso quegli ideali che erano nati allorquando, in steppe lontane, altri lupastri si erano provati a dar vita ad una intera “società lupesca” nel nome del Vecchio Moro. 

Si sa però quanto Pierino S sia stato avaro nel pubblicare (a riunire i suoi scritti editi si riempirebbe appena un volume di medie dimensioni, e per fortuna che allora non c’era l’impact factor perché sarebbe stato cacciato via dal Cortile di Cambridge per scarsa produttività!). Però, quando ha abbandonato definitivamente quel luogo nel 19, vi ha lasciato una massa di appunti e di note di lettura che, lui vivo, era stato piuttosto restio a mostrare agli altri (ne aveva fatto le spese la povera Maria Antonietta M, che sperava di carpirgli qualche lettera inedita dell’amico Antonio per completare il suo libro Per Gramsci e che lui aveva preso in giro giocando allo “smemorato di Collegno”: «Sì, sono molto vecchio infatti, non ricordo più; la memoria non mi regge. Non so, proprio non so», trascinandola in una vana ricerca tra i faldoni della sua biblioteca). Anche dopo la sua partenza da Cambridge le disposizioni testamentarie hanno a lungo fatto difficoltà a rendere pubbliche quelle carte, finché miracolosamente nel 2017 tutti i suoi appunti sono stati digitalizzati e messi in rete dal Collegio della Trinità.

Però sono più di 5000 slides in cui c’è rischio di perdersi a meno che non arrivi un investigatore abile come Sherlock Holmes (che non è affatto morto alle cascate del Reichenbach nello scontro memorabile con il suo nemico Moriarty e vive ancora a Londra, vecchissimo ma lucido, al 221b di Becker Street) a mettervi ordine con una sua ultima indagine che, per riprendere il titolo della sua prima Uno studio in rosso, potrebbe anche intitolarsi Uno studio in Sraffa e che fosse capace di far sentire il lettore (come fatto da Pierino S con le lettere di nonno Ric) «dietro la scrivania a leggerle come Ricardo le scriveva e le riceveva». Nell’attesa, solo la cortesia della rete ha permesso di accedere già a qualche inedito e, anche solo da questo, la conferma dell’intenzione di Pierino S di nascondere volutamente, dentro la sua Produzione di merci, quella “chiave magica” non è mancata. Vi si legge che «le merci sono prodotte dal lavoro a mezzo di merci» (il corsivo è suo), che «il prodotto netto come intero è sempre prodotto da L» (il corsivo è nostro) e che quindi «quando si considerino, anziché i prezzi delle singole merci, i valori di grandi aggregati di merci (quali il prodotto nazionale, il reddito nazionale, il sovrappiù sociale, il salario complessivo; e cioè le quantità che entrano in gioco quando si tratti di teoria della distribuzione, di determinazione del sovrappiù e di calcolo del saggio generale del profitto),.. gli aggregati possono di nuovo essere misurati dal valore-lavoro» (corsivo aggiunto). 

Ma soprattutto sono due paginette, scritte nella lingua di nascita di Pierino S e non nella lingua di Cambridge, che rivelano quanto egli intendesse raggiungere con la sua “trappola per lupo”. Esse recano il titolo di Crosscup (che si potrebbe anche tradurre come “la mossa del cavallo” nel gioco degli scacchi) in cui è spiegato meticolosamente come doveva essere condotta la “manovra”:

questa manovra è il centro dell’operazione, e tutto dipende dal suo successo. Va condotta come segue. Prima sviluppare le 1e equaz., poi le seconde (con r), poi introdurre in queste w come variabile… Fino a questo punto l’indagine deve essere stata condotta in termini rigorosamente volgari, evitando assolutamente ogni accenno a somiglianze con Old Moor [il Vecchio Moro] e soprattutto l’uso delle categorie fondamentali: dove possibile, bisogna avere indicato gli elementi che saranno usati poi, ma senza dirne lo scopo, esclusivamente come oggetti curiosi e di interesse locale. Qui viene il Crosscup:… risolvere le equazioni reali…, ma finora (se possibile) senza avere parlato della Q.d.L. [Quantità di Lavoro]. Finalmente dire che il risultato è identico ad avere usato la Q.d.L.; tracciare la genealogia di ogni merce (rispondendo alla domanda: Perché L? Perché non cavalli o carbone? risposta formale, unica quantità costante) e poi mostrare che il più semplice metodo è di sostituire, nelle equazioni, r con S [il plusvalore]. A questo punto soltanto dire che questo è Old Moor. (Nell’usare i termini volgari cercare di farlo in modo, cioè per quanto possibile, senza contraddire le definizioni fondamentali, così nelle 1e equazioni valore, nelle altre prezzi e profitti – mai plusvalore. In caso di assoluta contraddizione, il linguaggio volgare deve prevalere: alla fine, in una Errata, indicare le pagg. e le linee dove si sono fatti questi errori).

Insomma, sembra proprio che Pierino S intendesse riportare sulla scena la misurazione dei valori-lavoro ricavandola dai prezzi di produzione come aveva tentato, fallendo, il Vecchio Moro, ma partendo (estremo omaggio a Lord K) dal reddito netto invece che dal lordo. Però lo ha fatto in una maniera così obliqua (che ci sono voluti più di quarant’anni perché qualcuno la trovasse) infilando nella sua “trappola per lupo” quella “chiave magica” che ridà libertà al lupo marxicano affinché, dopo la cura del neovalore-lavoro, rinfrancato nella teoria potesse tornare a dar vita ad una nuova generazione di lupacchiotti meglio agguerriti perché non più appesantiti dal fardello del “lavoro morto”. Ma allora più che una “trappola per lupo” Produzione di merci non dovrebbe essere intesa come una trappola per lettori, per quei lettori attenti che sarebbero arrivati a risalire dai prezzi di produzione al neovalore-lavoro, per poi riprodursi salvando la specie dei lupi marxicani dall’estinzione? E come ne sarebbe stato contento l‘“ecomunista” se si riprendesse ad ululare nel mondo che la “ricchezza delle nazioni” è lavoro e basta, ma soltanto “lavoro vivo” perché, se la fatica del passato può farci commuovere, non è che per essa, al di là delle lacrime, si possa più fare alcunché, mentre sul lavoro presente, sui lavori in corso, c’è una intera lotta di liberazione che può essere combattuta affinché la ricchezza prodotta non si spartisca solo a danno di chi la crea. Raccontano le leggende che al tempo di nonno Ric un foglio volante recitava, più o meno:

Che cosa s’intende per la misura

con cui si conoscono i prezzi delle cose?

Fu detto in passato da uomini di scienza

ch’erano ghinee, scellini, sterline e pence;

la Banca disse, e dice tuttora,

che non è altro che cartamoneta..

Ma Adamo Smith aveva sempre detto

che era il lavoro di un giorno.

Whilst Adam Smith did always say / it was the labour of a day: che era poi quell’Adamo ch’è stato l’antenato più illustre di quel nonno Ric da cui sono venuti fuori prima il Vecchio Moro e poi (ultimo ma non l’ultimo) Pierino S.