Per provare a stilare un bilancio dei primi mesi dell’esecutivo Draghi, non si può prescindere dal contesto internazionale e dai tanti vincoli esterni che gravano sull’Italia. Solo in questo quadro è possibile infatti comprendere la concatenazione dei fatti e delineare le dinamiche in atto, i loro sbocchi e i loro ostacoli.

Tenendo bene a mente che i veri protagonisti, i lavoratori variamente subordinati, fanno da spettatori, dato che nessun referente politico di classe pare credibile in questa fase storica.

Proviamo a riassumere quindi il contesto in cui si muove la frazione di capitale nazionale rappresentata dal Governo Draghi, i suoi equilibri interni e le sue contraddizioni, ancora latenti ma in progressione.

Il dato politico fondamentale è la crisi strutturale dell’imperialismo statunitense, che non sa che (non può che) rispondere scatenando situazioni di caos, funzionali a contrastare l’emergere di nuovi attori geopolitici, ma non già a invertire un declino che pare inarrestabile.

L’enorme sviluppo delle forze produttive, per la più parte in Asia, ha cambiato gli equilibri internazionali e con ciò il corso della storia.

L’imperialismo statunitense non è più il dominus incontrastato e la sua proiezione nel mondo risente in maniera significativa dell’erosione delle sue quote di mercato, tanto che ormai non ha da offrire agli alleati vassalli, o meglio sarebbe dire imporre, i propri sistemi d’arma, disvelando plasticamente la propria crisi di egemonia. Per contro, il polo imperialista rappresentato dall’Unione Europea a guida tedesca vede restringersi il suo campo di manovra, stretto fra una fedeltà atlantica tutta politica e l’esigenza di trovare sbocchi economici alla sua impostazione mercantilista. Sbocchi che sono in tutta evidenza a est, nell’asse eurasiatico in costruzione.

In questa cornice l’operazione Draghi si innesta quale arrocco difensivo della borghesia italiana, per provare a preservare gli spazi di manovra necessari a continuare a svolgere il proprio ruolo nella competizione interimperialista in atto.

Chi meglio del banchiere Draghi, infatti, emanazione della grande finanza internazionale, attore di primo piano e garante delle scelte che nell’ultimo trentennio – dal crollo del campo socialista – hanno spostato pesantemente i rapporti di forza a favore del capitale e a danno del lavoro salariato, può gestire una fase così delicata, i cui esiti rischiano di essere esiziali per le borghesie più deboli.

La strategia di Confindustria punta a bilanciare fedeltà atlantica e appartenenza all’Unione Europea, giocando di sponda fra interessi oggettivamente contrastanti, facendo valere il peso specifico dell’Italia per collocazione geostrategica e per importanza economica.

Inserito nella catena del valore della manifattura tedesca e junior partner della Francia nelle fusioni societarie da una parte, e nel contempo esecutore affidabile dei desiderata di Washington, sostituendo, fatte le debite proporzioni, il Regno Unito post Brexit in un simile compito, il nostro Paese si muove su di un terreno accidentato, tentando di mantenere un minimo di autonomia operativa.

A tal proposito giova forse ricordare che il 21 dicembre scorso il ministro della Difesa Guerini, Governo Conte 2, ha sottoscritto con i suoi omologhi britannico e svedese un accordo trilaterale per lo sviluppo del nuovo sistema d’arma Tempest, caccia di sesta generazione, alternativo al progetto che vede protagoniste Francia, Germania e Spagna.

Ciò per quanto concerne la postura internazionale dell’Italia, molto sommariamente tratteggiata, che fa il paio con i provvedimenti di natura interna, i quali andranno a impattare pesantemente sulle condizioni materiali di milioni di lavoratori, disoccupati e pensionati italiani. 

Sono provvedimenti che, ad onta della narrazione ufficiale, rivelano senza infingimenti la loro natura di classe e puntano al disciplinamento sociale interno, perseguito con determinazione, avvalendosi della collaborazione dei corpi intermedi – leggi il sindacalismo confederale, ma non solo – ma pronti anche a farne a meno. Ci sarà sempre la scusa del “ce lo chiede l’Europa” per giustificare, in cambio dei pochi spiccioli del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, fatto passare come parte di una più ampia e ambiziosa strategia per l’ammodernamento del Paese), la scure che si abbatterà su pensioni, scuola, sanità, welfare, oltre ovviamente all’ulteriore disarticolazione del mondo del lavoro, in cui saranno i contratti a tempo indeterminato l’eccezione e non viceversa.

Le prime conseguenze delle scelte fin qui implementate non hanno tardato a produrre i loro effetti nefasti, e mi riferisco segnatamente allo sblocco dei licenziamenti, con ciò che comporta e comporterà per una platea di centinaia di migliaia di lavoratori.

O ancora, il cosiddetto Decreto Semplificazioni, che significa mano libera al consumo predatorio di territorio, togliendo le pur timide garanzie esistenti e ogni controllo all’infiltrazione della criminalità organizzata, mediante la pratica del subappalto senza più limitazioni, con evidenti ripercussioni sulla qualità dei lavori eseguiti e sulle condizioni e sul trattamento economico di chi lavora.

Lo scenario si presenta perciò, nella sua essenza, chiaro negli obiettivi che si vogliono perseguire: per reggere alle sfide che la situazione internazionale impone, la borghesia italiana intende mantenere le sue rendite di posizione comprimendo il mercato interno e puntando, come da tradizione consolidata, a recuperare per questa via margini di competitività nella divisione internazionale del lavoro. Dichiarando, per bocca del suo principale rappresentante nelle istituzioni, che ogni mezzo verrà impiegato, a costo di sacrificare le frazioni di capitale ormai decotte, le imprese “zombie”, che non possono aspettarsi alcun beneficio dall’allocazione delle risorse, europee o nazionali che siano.

Vedremo, molto presto, come ciò andrà a incidere sugli equilibri politici che sostengono l’attuale governo, con parti significative della piccola e media borghesia che vedranno radicalmente mutato in peggio il loro status, e come ciò determinerà le reazioni delle forze politiche che in esse hanno la loro base sociale, una fra tutte, la Lega.

Se non è indifferente come e quanto cambierà la situazione politica generale nel campo avverso, di sicuro ciò non può significare attendere l’evoluzione degli eventi e continuare nel ruolo di spettatori.

È tempo di riprendere la lotta: compito dei comunisti è indicare uno sbocco credibile alle mobilitazioni che si vanno estendendo nelle punte più avanzate dello scontro di classe.

Essere presenti in quanto parte della classe, e non semplicemente manifestando vicinanza e solidarietà, pur importanti.

Contribuire con l’analisi e l’esempio a far crescere la consapevolezza della posta in palio.

Saper ascoltare e imparare dall’esperienza e tradurre quanto appreso in azione politica.

Lavorare all’accumulazione di forze e alla ricomposizione di classe, unendo le battaglie parziali in una prospettiva di più ampio respiro.

Sottolineando che non vi può essere futuro per noi lavoratori finché saremo nella gabbia della NATO, dell’Unione Europea e dell’Euro.

Consapevoli dei nostri doveri nazionali, che implicano il dover fare i conti con la nostra borghesia nazionale.

Perciò è improcrastinabile il processo di unità dei comunisti, su basi ideologiche omogenee, recuperando la migliore tradizione del movimento operaio italiano e internazionale.

Questo va fatto. Niente di meno di questo.