Premessa: quando il cinema diventa oracolo

Nel 1920 usciva il film “Il Gabinetto del dottor Caligari” di Robert Wiene, una delle pellicole più famose del cinema tedesco di quegli anni, fucina di altri capolavori come Il Golem, Nosferatu, Il dottor Mabuse, e il celeberrimo Metropolis. Brevemente, il film narra di Franzis, protagonista narratore, che racconta ad un misterioso interlocutore di una sinistra figura, il dottor Caligari, che ad una fiera di paese presenta un sonnambulo, Cesare, tenuto sotto ipnosi in una cassa da morto. Dopo alcuni omicidi ordinati da Caligari al suo sonnambulo Cesare, Franzis indagando sull’inquietante medico, giunge a spiare la finestra dell’abitazione del dottore. Insieme alla polizia, Franzis entra nell’abitazione del dottor Caligari, dove scopre che il Cesare intravisto dalla finestra è in realtà solo un fantoccio che il dottor Caligari utilizza per coprire i propri movimenti. Smascherato e inseguito dalle forze dell’ordine, il dottor Caligari si rifugia presso il manicomio di cui è lui stesso il direttore. Qui Franzis svela il mistero grazie al ritrovamento del diario segreto del dottore: in preda all’insaziabile desiderio di ricerca nel campo del sonnambulismo, il medico aveva scoperto come nel 1703 fosse vissuto uno psicologo, di nome Caligari, che girando di città in città nell’Italia settentrionale si era servito di un paziente affetto da sonnambulismo come assassino, contro la volontà stessa di quest’ultimo. Volendo imitarlo, e approfittando dell’arrivo al manicomio di Cesare, affetto appunto da sonnambulismo, il dottore aveva avviato con lui i propri esperimenti, riuscendo a comandarlo a proprio piacimento e convincendosi sempre di più di essere lui stesso il dottor Caligari redivivo. Viene ritrovato il cadavere di Cesare: il direttore del manicomio, vistosi scoperto e ormai incriminato, aggredisce Franzis e gli infermieri, ma gli viene infilata una camicia di forza e rinchiuso in una cella di isolamento. Tuttavia, il finale del film insinua che Franzis abbia immaginato tutto: egli diventa il matto da rinchiudere, mentre il dottor Caligari, libero è confermato direttore del manicomio, saprà come gestire adeguatamente l’ossessione che Franzis ha nei suoi confronti.

Un film di oltre un secolo fa che potrebbe essere una perfetta allegoria di quello che sta succedendo nel nostro Paese. Il dottor Caligari, “nomen omen”, non può essere altri che il Presidente del Consiglio Mario Draghi; il suo gabinetto è ovviamente l’Italia; il sonnambulo Cesare è la sua ampia maggioranza fatta di tutti i partiti che siedono nel parlamento; il povero Franzis che cerca di denunciare le malefatte del dottor Caligari, ma che alla fine lo vede sicuro nel suo posto di direttore, siamo tutti noi, vittime di esperimenti sociali, economici e politici che il dottor Draghilari ha in mente per questo disgraziato paese. Una tetra atmosfera circonda gli italiani, sempre più disorientati dall’evidente contraddizione tra la brutale realtà che li circonda, costituita da prezzi in aumento senza controllo e crescente precarietà lavorativa, fatti concreti e riscontrabili quotidianamente, a cui fa da contraltare un mare di parole, di discorsi, di convegni sulle soluzioni possibili: tetto al prezzo del gas, salario minimo garantito, azioni contro l’inflazione.

La cosa importante per la classe dirigente italiana, però, è che questi dibattiti rimangano rigorosamente tali e non si traducano mai in alcuna iniziativa legislativa e governativa: “verbum imperator mundi”. Queste infinite chiacchiere vanno poi inserite e amplificate nella serafica narrazione dei mass media di regime, che ormai hanno definitivamente abbandonato ogni minimo criterio di decenza, per lasciarsi andare al racconto mistificatorio della realtà unita alla smaccata adulazione del potente, senza più freni inibitori alcuni. Prendiamo un titolo esemplificativo, tra i tanti di questo periodo: “Intervista a Draghi: «Il governo ha fatto tanto, ora avanti senza dividerci. Giusto mandare armi all’Ucraina, la pace vale sacrifici»”, titola il Corriere della Sera del 17 aprile 2022. In questo articolo ci soffermeremo quindi principalmente sull’Italia, sul tema dei “sacrifici” richiesti a questo paese, sul ruolo dei partiti che si stanno avvicinando furbescamente alle prossime elezioni politiche, e soprattutto sulla “strana” gestione che il governo sta facendo dell’avvicinamento al possibile baratro che attende l’Italia a partire dal prossimo autunno.

La stagionalità della dollarizzazione dei mercati: il caso del grano ucraino e russo

Tanti temi da affrontare, occorre andare con ordine. Il nostro Paese sta affrontando una crescente crisi economica e presto finanziaria dovuta sostanzialmente alla gaia partecipazione alla speculazione sui prezzi di energia e materie prime. Ricordiamo brevemente ma opportunamente il meccanismo che è stato così bene sperimentato durante la crisi del Covid-19. A fronte di una crisi vera, l’operazione militare speciale che Mosca sta conducendo in Ucraina per evitare l’ingresso di Kiev nella Nato, oppure altre forme di adesione degli ucraini alle strategie anti russe della Casa Bianca, gli USA hanno innestato una precisa strategia per dare sfogo in Europa a parte della massa di dollari che sta ritornando nella madre patria, non trovando economie abbastanza importanti da aggredire. In passati articoli abbiamo analizzato gli effetti della dollarizzazione sul gas e sul petrolio, materie prime che risentono però di una certa stagionalità, soprattutto il gas naturale.

Non è un caso che in questo momento ci si stia concentrando sul grano, crisi dove si sta palesando un peculiare ribaltamento dei ruoli, o per meglio dire un chiarimento su chi siano realmente i i buoni e i cattivi del film. Facciamo mente locale sulla trama della propaganda occidentale strombazzata a reti unificate: i cattivi sono i russi, “villains” sono anche i turchi, mentre i buoni senza forse e senza ma sono gli ucraini, gli americani e i loro alleati della Nato. Sempre secondo il racconto dei mass media occidentali, è esclusiva colpa della Russia dell’aumento dei prezzi di gas, petrolio e materie prime in genere, e non dipende invece dalla decisione unilaterale dei governi europei di acquistare le medesime “commodities” al mercato molto più salato degli americani e delle monarchie del Golfo Persico.

Per quanto riguarda lo stop all’esportazione di grano russo e ucraino, poi, si tratta di scongiurare una grave crisi alimentare nel Medio Oriente e in molti paesi africani: l’ISPI del 8 giugno titola “Speciale Ucraina: la Turchia media sul grano… La Russia apre alla possibilità di creare dei ‘corridoi del grano’ per consentire l’uscita di milioni di tonnellate di frumento bloccato in Ucraina ma chiede in cambio un allentamento delle sanzioni: è questo, in breve, l’accordo che il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha presentato oggi in una conferenza stampa congiunta al termine di un atteso vertice con l’omologo russo Sergei Lavrov. «Se dobbiamo aprire il mercato internazionale al grano ucraino, consideriamo la rimozione degli ostacoli che si frappongono alle esportazioni russe come una richiesta legittima, ha detto Cavusoglu. Il ministro turco ha definito la proposta “ragionevole” ed “attuabile”, offrendosi di ospitare un incontro a Istanbul per discutere i dettagli del piano”.

L’offerta non era diretta al presidente burattino Zelensky, ma direttamente al suo ventriloquo Joe Biden, che però non ha ritenuto tale proposta né “ragionevole” e tantomeno “attuabile”: alla faccia di tutti i paesi africani che stanno sull’orlo della carestia alimentare. Infatti, veniamo a sapere che sono gli ucraini ad aver minato i loro porti sul Mar Nero e in particolare quello di Odessa, e respingono l’offerta dei turchi di sminare le vie d’acqua per le navi del grano: il Quotidiano italiano del 8 giugno: “Guerra in Ucraina, Kiev: Se sminiamo i porti ci attaccano”. Mosca: “Non colpiremo dai corridoi del grano”. Sul gobbo che Zelensky legge quotidianamente a tutto il mondo, gli americani scrivono: “no”, e lo fanno anche in modo irritato.

Come mai? Perché ancora una volta i russi mettono sotto pressione il dollaro e la sua azione inflazionistica sui mercati mondiali, svolgendo una contraria azione deflazionistica: titola il Giornale del 7 giugno “Da Mosca frumento rubato destinato a 14 Paesi poveri … La Russia sta vendendo grano rubato ai Paesi poveri colpiti da siccità e fame”. Sempre il Giornale ci informa delle “Accuse di Michel all’Onu, il russo lascia la sala … Intanto, all’Onu, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha sottolineato che le sanzioni «non impediscono alle navi russe di portare cibo, grano o fertilizzanti ai Paesi in via di sviluppo… La Russia è l’unica responsabile per l’incipiente crisi alimentare – ha proseguito, mentre l’ambasciatore russo Vassily Nebenzia lasciava la sala –, il Cremlino sta usando le forniture di cibo come un missile invisibile contro le nazioni emergenti»”. Nel mondo occidentale dove la propaganda ribalta la realtà in racconti favolistici, i mass media di regime enfatizzano l’accusa dello sceriffo di Nottingham (Charles Michel) nei confronti di Robin Hood (la Russia), di aiutare i paesi poveri dell’Africa a scongiurare una catastrofe alimentare, e la cosa grave è che noi siamo indotti da questi signori a dare ragione allo sceriffo. Tuttavia Michel è solo un servitore, cosa pensa il Principe Giovanni (La Casa Bianca) del furto del suo grano destinato ai poveri sudditi (gli stati africani)? Ce lo dice la Repubblica del 7 giugno: “Gli Stati Uniti avvertono i Paesi africani: Non accettate il grano russo, è rubato all’Ucraina… Secondo l’amministrazione Biden almeno parte di quel grano è stato rubato all’Ucraina nei territori conquistati dalle forze russe dall’inizio della guerra e Washington ammonisce i Paesi africani a non accettarlo”. In altre parole, guai a voi africani se osate sottrarvi al nostro mercato del grano, insufficiente e per questo venduto a prezzi esosi, in favore di quello russo. Come hanno risposto gli africani? Agrifoodtoday del 6 giugno: “L’Africa crede alle promesse di Mosca: Sarà la Russia ad esportare il grano che ci serve … Il presidente senegalese Sall ha incontrato Vladimir Putin, dando credito al suo impegno di sbloccare le navi cariche di cibo ferme nei porti ucraini del Mar Nero”: detto fatto. Insomma qualche dubbio su chi sia il buono e chi il cattivo del film dovrebbe sorgerci. Ma non si tratta solo di buon cuore da parte del Cremlino, i russi stanno vendendo il grano ai paesi africani e alla Turchia con tariffe di grande favore: “Turchia intende comprare grano da Ucraina con sconto del 25%”, titola Conquiste del Lavoro del 7 di giugno.

Il Cremlino sta conducendo la sua campagna su tre fronti, e tutti sembrano segnare significativi successi. Il primo è quello militare, la presa di Mariupol ha sbloccato lo stallo sul fronte, il regime di Kiev invoca la fornitura di armi pesanti dalla NATO ma ha anche dovuto iniziare ad ammettere di subire pesanti perdite umane: FanPage del 10 giugno “Kiev ammette: Perdiamo tra i 100 e i 200 soldati al giorno… A rivelarlo, in un’intervista alla Bbc, è stato Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente Volodymyr Zelensky”. Clamoroso è poi il successo che il rublo sta riportando sul dollaro e sull’Euro: Wall Street Italia del 7 giugno: “Il rublo russo vicino a 60,0 contro il dollaro… Il rublo russo si è stabilizzato rispetto al dollaro martedì, mentre gli operatori di mercato hanno valutato l’impatto dell’ultimo round di sanzioni occidentali contro Mosca e l’attenzione degli investitori si è rivolta a un previsto taglio dei tassi di interesse della banca centrale nel corso della settimana”; bisogna ricordare che il 7 marzo 2022, solo due mesi prima, per acquistare un dollaro occorrevano 142,64 rubli. Infine veniamo al fronte diplomatico: solo paesi privati di ogni indipendenza rispetto agli Stati Uniti possono accettare di perseguire politiche sfacciatamente anti nazionali pur di compiacere la metropoli imperiale. Vedremo che l’Italia ha tutta l’intenzione di farlo, ma molti Stati asiatici e africani non hanno la medesima predisposizione d’animo: ecco perché il monito degli americani di non acquistare il grano russo, non perché rubato agli ucraini secondo loro, ma perché venduto ad un prezzo inferiore rispetto a quello speculativo di mercato, è stato sostanzialmente inascoltato dalle capitali africane sapendo di rischiare la sanzione militare americana, l’unica arma che Washington possiede per difendere il dollaro.

Soffia un’aria “sinistra” sul collo degli italiani

Mentre a Sochi Vladimir Putin incontra il presidente dell’Unione africana Macky Sall, incontro che permette al Presidente russo di affermare: “Crediamo che l’Africa nel suo insieme, così come gli Stati separati, con i quali tradizionalmente abbiamo avuto rapporti molto cordiali, senza esagerare rapporti amichevoli, che l’intera Africa abbia enormi prospettive. Ed è su questo che basiamo le nostre relazioni con l’Africa nel suo insieme e con gli Stati separati”, a Roma il proconsole degli Stati Uniti in Italia, Mario Draghi, si appresta a preparare un autunno di economia di guerra per questo disgraziato Paese, che ha il temporaneo sollievo di non sapere quanto sia disgraziato. Il “migliore” capo di governo della recente storia repubblicana è riuscito nella seguente rara impresa: “L’inflazione in Italia è arrivata al 6,9%, mai così alta dal 1986” titola AGI del 31 maggio. Noi sappiamo che Draghi non è vittima delle tensioni inflazionistiche, al contrario ne è co-responsabile in quanto patrocinatore, sia in Italia che in Europa, della politica tesa a cercare sul mercato mondiale gas, petrolio e materie prime anche alimentari ai prezzi più alti, pagandoli in dollari, in modo da importare la maggior aliquota d’inflazione possibile dagli Stati Uniti. A fine maggio 2022 l’inflazione negli USA si è attestata sull’ 8,6%, mentre quella europea sull’8,1% (dati Eurostat). Siccome l’inflazione europea deriva principalmente dal caro energia e materie prime, quindi dal dollaro, se i paesi UE avessero intrattenuto con la Russia i medesimi rapporti commerciali intercorsi nel 2021, l’inflazione negli Stati Uniti sarebbe ora molto più alta: ad esempio, se oggi nell’Unione Europea vi fosse il tasso d’inflazione del mese di maggio del 2021 pari al 2,2%, quella americana potrebbe aver già raggiunto il 14,5% (8,6% inflazione USA maggio 2022 + 8,1% inflazione UE maggio 2022 – 2,2% inflazione UE maggio 2021). Ovviamente si tratta di un calcolo del tutto empirico e ipotetico, ma ha lo scopo di sottolineare l’importanza del ruolo europeo di “importatori” d’inflazione americana per evitare al mercato a stelle e strisce di cadere in una pericolosa spirale inflazionistica. Ecco perché l’azione deflazionistica operata dai russi vendendo gas sotto costo ai cinesi, indiani e pachistani, e grano sottocosto a turchi ed africani risulta particolarmente odiosa a Washington: il prezzo “occidentale”, che noi chiamiamo di mercato, dell’energia e delle materie prime fortemente speculativo e gonfiato dalle tensioni inflattive insite nel dollaro dovrebbe valere per tutti i mercati mondiali, e non solamente per alcuni. Prestiamo molta attenzione alla disparità di prezzi a seconda dei mercati di riferimento, perché sarà il principale elemento eversivo di quest’anno.

Mario Draghi ha il compito di destabilizzare l’economia europea “whatever it takes” e di far pagare il conto alle classi subalterne, come sancito nelle “sacre scritture” delle fede iperliberista che professa convintamente. Occorre capire come. Fino a questo momento la sua abilità è stata quella di professare rigore e sacrifici, per poi promuovere di soppiatto importanti spese in deficit sia sotto forma di rinuncia di entrate (taglio delle accise sui carburanti) sia sotto forma di aumento delle spese (aumento di 13 miliardi delle spese militari in due anni per raggiungere il 2% del PIL entro il 2024). Inoltre, far partecipare l’Italia al sabba delle speculazioni in dollari su energia e materie prime ha un costo che le associazioni datoriali non vogliono pagare, ecco che bisogna fare altri debiti per sostenere questa posizione insostenibile, e mai stanchi di sottolinearlo, la Russia non c’entra nulla. Poniamoci la seguente domanda: possiamo continuare a fare debiti per partecipare alla dollarizzazione della nostra economia?

Sembrerebbe proprio di no, perché l’occhio della Commissione Europea è puntato su di noi come testimoniato dal “2022 Country report” del 23 maggio 2022, la cui lettura complessiva francamente fa accapponare la pelle. Prendiamo in esame solo due punti del testo allo scopo di farci un’idea di cosa pensa il creditore sul tema “fare ancora debiti” da parte dell’Italia attraverso il giudizio qualitativo sul debito italiano di 2.755 miliardi di Euro al 31 marzo 2022, pari al 150 % sul Pil. Ecco cosa dice il Country report: “L’economia italiana non si era ancora completamente ripresa dalle precedenti recessioni quando si è manifestata la pandemia. Il prodotto interno lordo (PIL) reale era ancora inferiore del 3 % rispetto al livello registrato prima della crisi finanziaria mondiale, quando la pandemia ha fatto precipitare l’economia in una recessione grave ma di breve durata … La tendenza al ribasso della crescita del PIL a partire dagli anni Novanta è associata al calo dei fattori lavoro e capitale utilizzati nella produzione, nonché al calo dell’efficienza complessiva nel modo in cui tali fattori sono utilizzati, ossia la produttività multifattoriale…

L’Italia è in ritardo rispetto alla media UE-15 in termini di intensità degli investimenti immateriali, soprattutto nel settore manifatturiero. Una contrazione della forza lavoro, associata all’invecchiamento della popolazione, i tassi degli investimenti, fino a poco tempo fa bassi, del settore pubblico e delle imprese (in parte dovuti a problemi nel sistema bancario) così come la debole crescita della produttività hanno rallentato la crescita del PIL negli ultimi vent’anni”. Questo è il giudizio poco lusinghiero che la Commissione Europea dà del denominatore del nostro debito pubblico, un disastro imputabile a due precise caste: quella politica e quella imprenditoriale, e siccome il conto lo debbono comunque pagare i lavoratori, abbiamo anche individuato i due assistenti del dottor Draghilari. Vediamo ora cosa dice il report a proposito del numeratore dell’indicatore del debito pubblico alimentato dai deficit di bilancio annuali: “Le finanze pubbliche hanno subìto un brusco deterioramento nel 2020, in ragione tanto delle politiche necessarie adottate in risposta alla pandemia quanto del calo dell’attività economica. Tuttavia, il disavanzo pubblico e il rapporto debito/PIL hanno già iniziato a diminuire nel 2021 e dovrebbero continuare a diminuire con la ripresa dell’economia. Di conseguenza i rischi per la sostenibilità di bilancio sono considerati bassi nel breve termine. Tuttavia, dato l’elevato livello del debito pubblico e i costi previsti connessi all’invecchiamento della popolazione, le sfide per la sostenibilità di bilancio dell’Italia sono sostanziali nel medio termine e significative nel lungo termine. Potrebbero profilarsi ulteriori rischi qualora l’attuale politica monetaria accomodante subisse un’inversione di tendenza. Una gestione prudente ed efficace delle finanze pubbliche, tanto sul lato della spesa quanto su quello delle entrate, nonché un’attuazione efficace degli investimenti e delle riforme previsti dal piano per la ripresa e la resilienza per promuovere la crescita rimangono fondamentali per assegnare meglio le risorse pubbliche e conseguire un aggiustamento di bilancio sostenibile”. Esplicitiamo meglio alcuni passaggi involuti del rapporto, che fornisce consigli per addetti ai lavori e perciò vengono immediatamente compresi, mentre per noi qualche ulteriore precisazione e chiarimento sono opportuni.

Quando il rapporto afferma “Le finanze pubbliche hanno subìto un brusco deterioramento nel 2020”, vuol dire che negli ultimi tre anni abbiamo avuto la seguente “performance” di finanza pubblica: nel 2019 l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche (-28.650 milioni di euro) è stato pari al 1,6% del Pil … Il saldo primario (indebitamento al netto della spesa per interessi) è risultato positivo e pari all’1,8% del Pil, con una crescita di 0,4 punti percentuali rispetto al 2018. La spesa per interessi, che secondo le attuali regole di contabilizzazione non comprende l’impatto delle operazioni di swap, è stata pari al 3,4% del Pil; nel 2020 l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche (-158.441 milioni di euro) è stato pari al 9,6% del Pil, in aumento di circa 130,7 miliardi rispetto al 2019 … Il saldo primario è risultato negativo e pari al -6,1% del Pil, con un peggioramento di 7,9 punti percentuali rispetto al 2019. La spesa per interessi è stata pari al 3,5% del Pil; nel 2021 l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche (-128.327 milioni di euro) è stato pari al 7,2% del Pil, in diminuzione di circa 30,7 miliardi rispetto al 2020 … Il saldo primario è risultato negativo e pari al -3,7% del Pil… La spesa per interessi è stata pari al 3,5% del Pil (fonte ISTAT). Se nel 2019 le cose andavano così così, gli anni 2020 e 2021 sono stati terribili per la finanza pubblica: l’Italia si è ulteriormente indebitata di 286 miliardi di Euro per far fronte alla crisi pandemica. Quando il report afferma “le sfide per la sostenibilità di bilancio dell’Italia sono sostanziali nel medio termine e significative nel lungo termine”, intende che non si possono fare più debiti a breve, anche se questa frase non compare nel report, in quanto la logica ci suggerisce che un paese che non è in grado di restituire i debiti che sottoscrive, semplicemente li trasla nel medio e nel lungo periodo. Quando il report afferma “Potrebbero profilarsi ulteriori rischi qualora l’attuale politica monetaria accomodante subisse un’inversione di tendenza” preannuncia l’incremento del costo del debito pubblico e conseguentemente dello spread con i titoli tedeschi, cosa immediatamente accaduta: “Spread Btp-Bund: chiude in forte aumento a 216 punti” titola l’ANSA del 9 giugno scorso. Infine, quando il report dice “Una gestione prudente ed efficace delle finanze pubbliche, tanto sul lato della spesa quanto su quello delle entrate …” significa che occorre diminuire le spese e incrementare le entrate, mentre la restante frase sul PNRR non ha rilevanza in quanto bisogna sempre ricordare che si tratta formalmente di prestiti e che se anche la Commissione europea sa benissimo che non verranno restituiti, questo non significa che non verranno fatti pagare, almeno parzialmente, a qualcuno: il caso greco del 2015 è lì a ricordarcelo. Alla luce di questa esplicitazione sorge una domanda spontanea: se il PIL italiano è strutturalmente compromesso, la possibilità di fare nuovi debiti è doppiamente ostacolata sia dalla necessità di raggiungere un “aggiustamento di bilancio sostenibile” sia dall’inevitabile rialzo dei tassi d’interesse, e quindi anche del costo del debito per lo Stato, cosa risponderà il governo italiano alla pletora di questuanti, veri o presunti, che si presenteranno alla politica per chiedere denaro?

Si spalanca la porta del gabinetto del dottor Draghilari.

Abbiamo visto che Mario Draghi sta svolgendo un importante compito affidatogli direttamente dalla Casa Bianca: difendere il dollaro “whatever it takes”. Quest’azione segue due percorsi: il primo è quello di essere rappresentante degli interessi americani in Europa, fungendo anche da controllore nei confronti degli altri principali leader europei, assicurandosi che tutti si allineino alla politica “suggerita” dalla metropoli imperiale, minacciando reprimende della Casa Bianca in caso di delusioni. Se Macron tenta di svincolarsi dall’abbraccio mortale dei suoi alleati, un bilaterale con super Mario lo riporta sui giusti binari: la Repubblica del 8 giugno “Draghi e Macron visioni diverse sull’Ucraina in Ue. Intesa sull’economia … appena ricevuto dal presidente l’invito alla riunione dell’Ocse a Parigi, l’ex banchiere ha rilanciato: se avremo modo di trascorrere un paio d’ore assieme a discutere dei dossier più caldi, ci sarò (e probabilmente al presidente francese sarà corso un brivido sulla schiena udendo queste parole N.d.R.). In vista del Consiglio europeo del 23 e 24 giugno, che dovrà decidere sul dossier di Kiev, Draghi dirà che bisogna accelerare questo percorso di ingresso … Il francese ha in mente altro. Punta a cercare una sponda sulla proposta di creare una ‘comunità politica europea’… Secondo l’Eliseo questa nuova entità permetterebbe un processo di adesione rapido, basato sulla condivisione di valori politici (che magari esclude l’immediato mantenimento degli ucraini N.d.R.), arrivando così ad inglobare subito l’Ucraina – oltreché Moldavia e Georgia – senza dover aspettare ‘decenni’…. Zelensky, spalleggiato dai Paesi dell’Est, punta invece sul normale percorso di adesione. E d’altra parte, le differenze non si esauriscono qui: il premier usa sempre concetti ruvidi verso la voglia di pace di Putin, mentre Macron ha recentemente irritato Zelensky a causa dei ragionamenti sulla necessità di non umiliare Mosca”. Draghi è certamente più “persuasivo” sul rispetto dell’ortodossia atlantica nei confronti di altri leader come Scholz oppure Sanchez, incontra invece meno entusiasmo nelle élite europee che debbono “pagare” il conto degli editti della Casa Bianca di cui Draghi è importante messaggero: “Davos, la preoccupazione del gotha della finanza: ripresa deragliata, allarme inflazione … Al World Economic Forum, sulle alpi svizzere, la corsa dei prezzi domina lo scenario insieme ai contagi Covid in Cina e alle strozzature delle catene di fornitura”. I signori del denaro sanno benissimo chi sia Mario Draghi e cosa stia facendo in difesa del dollaro: la domanda che si pongono è fino a quando quest’azione non leda pesantemente i loro interessi. Il secondo percorso è più agevole, riguarda un luogo dove Mario Draghi può liberare completamente la sua indole creativa: l’Italia. E siccome abbiamo eletto il capo del governo italiano a dottor Draghilari, è d’uopo che egli faccia esperimenti più o meno segreti, che descriveremo quasi per gioco, e che invece gioco potrebbero non esserlo affatto. Proviamo a scoprirne alcuni.

Esperimento numero 1: la farsa del tetto del prezzo del gas

Abbiamo visto che il Country Report 2022 emesso dalla Commissione europea consiglia vivamente il governo italiano ad astenersi dal fare ulteriori debiti anche immediati a sostegno, ad esempio, del reddito delle famiglie che debbono far fronte al crescente costo delle bollette. Ricordiamo che l’impennata del prezzo del gas non dipende dalla guerra in Ucraina, ma è una precisa scelta del governo italiano che offre il suo mercato al gas liquefatto americano e degli “amici” a prezzi decisamente superiori di quello russo. Si pone ora il problema di dare una risposta alle voci che chiedono il tetto del prezzo del gas, e la “brutta” notizia per il dottor Draghilari è che gli spagnoli sono già passati alle vie di fatto, senza nemmeno un paio di annetti di chiacchiere all’italiana maniera: il sito LuceGas.it fa il titolo più eloquente: “Prezzo Gas: in Spagna e Portogallo al via il tetto massimo. L’Italia che fa? … Il tetto massimo al prezzo del gas in bolletta è stato varato il 13 maggio 2022 (in Spagna N.d.R.). Da giugno 2022 il tetto massimo per la vendita di gas sarà di 40 €/MWh. Il prezzo rimarrà stabile per i primi sei mesi, per poi aumentare di 5€ ogni mese, arrivando quindi a 70 €/MWh. Questo permetterà un risparmio in bolletta pari al 38% in meno rispetto al secondo trimestre 2022. È importante specificare che questo non cambierà il valore degli introiti per la Russia, in quanto i produttori di energia continueranno ad acquistare il gas nel mercato internazionale allo stesso prezzo (evidentemente la Spagna continua ad acquistare gas russo ad un prezzo inferiore ai 40 €/MWh N.d.R.).” La domanda di LuceGas.it è pertinente, il governo italiano che fa? La risposta è contenuta nelle arti ipnotiche del dottor Draghilari: titola il Sole 24Ore del 31 maggio: “Draghi: sul tetto al prezzo del gas l’Italia è stata accontentata, su embargo al petrolio russo successo completo”. Abbiamo finalmente il tetto del prezzo del gas anche in Italia? Per niente, il dottor Draghilari intende semplicemente dire che “La Commissione ha ricevuto ufficialmente mandato per studiare la fattibilità del price cap”. La commissione studia, campa cavallo, ma l’Italia continua a partecipare al sabba della speculazione. Il giochino di prestigio che il dottor Draghilari sta facendo sulla resistenza passiva alla richiesta di tetto sul prezzo del gas è propedeutico al suo grande piano di varare un’economia di guerra in autunno.

Esperimento numero 2: fare debiti per partecipare alle speculazioni in dollari

Non contento della prima ipnosi, subito il dottor Draghilari replica l’esperimento sul petrolio: «L’accordo sulle sanzioni è stato un successo completo. Immaginarlo qualche giorno fa non sarebbe stato credibile. L’Italia non esce penalizzata dall’intesa, anche per noi l’obbligo di non importare petrolio russo scatterà alla fine dell’anno, e quindi saremo come tutti gli altri» ha assicurato Draghi. Che ha specificato: «Il momento di massimo impatto di tutte le sanzioni fin qui approvate» sulla Russia «sarà da questa estate in poi». Il grande ipnotizzatore ha semplicemente sostituito l’oggetto reale delle sanzioni sul petrolio, l’Italia, con quello illusorio, la Russia, un gioco di abile illusionismo che è semplice scoprire recandosi in qualsiasi distributore di carburanti. Money.it del 9 giugno titola: “Prezzi record per benzina e diesel, cresce l’allarme: ecco cosa succederà nei prossimi mesi… Il prezzo dei carburanti continua a crescere. Benzina e diesel toccano livelli record e fare un pieno diventa sempre più costoso, nonostante il taglio delle accise introdotto dal governo. L’allarme non riguarda solo i prezzi di oggi, peraltro già elevatissimi, ma è ancor più preoccupante se guardiamo al futuro, con il rischio che dopo l’8 luglio decada lo sconto al distributore di 30,5 centesimi”. Occorre infatti ricordare che per calmierare il primo aumento di prezzi del mese di marzo, il governo italiano aveva già rinunciato al gettito fiscale di ben 30 centesimi al litro; capiamo ora che far partecipare l’Italia al sesto round di sanzioni UE nei confronti della Russia, che prevede lo stop delle importazioni del greggio via mare, ha già reso vano lo sforzo fatto dal governo italiano. Se oggi per acquistare un litro di benzina occorrono più di 2 Euro, non è difficile ipotizzare che dopo l’estate arriveremo anche ai 2,50 se non 3,00, l’arte divinatoria del dottor Draghilari non ha confini. Occorre inoltre notare che 2 euro al litro sono anche una soglia psicologica superata la quale alcune categorie particolarmente esposte, come quella degli autotrasportatori, vanno in crisi minacciando scioperi e serrate. Gli autotrasportatori, che sanno benissimo di avere il Paese in mano, essendo arretrato nel trasporto su ferro, batteranno per l’ennesima volta cassa, probabilmente ricevendo un diniego. Qual è lo scopo di questo esperimento del dottor Draghilari? Verificare appunto fino a che punto si può bloccare l’economia di questo Paese in nome della difesa del dollaro.

Esperimento numero 3: la chimera del salario minimo

Il dottor Draghilari è attivissima concausa della crescita dell’inflazione in Italia, lo abbiamo abbondantemente spiegato. Nella storia delle monete dello scorso secolo, ci sono stati due modi di affrontare l’impennata dei prezzi al consumo: un modo americano e uno europeo. Il modo americano è la classica spirale dei prezzi: associazioni datoriali e grandi sindacati si affrontavano a muso duro in modo da far crescere i salari almeno in modo poco meno che proporzionale rispetto alla crescita dei prezzi. In questa spirale, il ruolo dello Stato federale e degli Stati rimaneva sullo sfondo. Il modo europeo, invece, vedeva il confronto sul riequilibrio tra prezzi e salari attraverso una partita a tre: associazioni datoriali, sindacati e Stato. In alcuni casi, ad esempio in Italia fino al 1992, lo Stato regolatore era la figura preminente nella gestione programmata e controllata della spirale dei prezzi attraverso l’istituto della Scala Mobile, che sollevava le parti sociali dal confronto sul tema. In tempi di iperliberismo come quelli nei quali viviamo, sembra addirittura rivoluzionaria la timida e rispettosa proposta del segretario della CGIL: “Salario minimo, Landini: Discussione non rinviabile, ma l’obiettivo è ottenerlo insieme ai diritti contrattuali”, il Fatto Quotidiano del 10 maggio. In questo caso non occorre nemmeno scomodare il ministro del Lavoro Orlando, ci pensa direttamente la CISL “Il segretario, Luigi Sbarra, non ha dubbi e sulla discussione che riguarda l’adozione del salario minimo dice come la pensa: «La via per innalzare i salari, le tutele e i diritti dei lavoratori è la contrattazione»” ci riferisce il Corriere.it del 6 giugno. Anche Confindustria ha la sua proposta, ovviamente di aumentare gli stipendi non ci pensa nemmeno, però è prodiga di consigli al governo: Lavoro, Bonomi: “Non serve bonus 200 euro ma taglio cuneo fiscale” scrive il Messaggero del 6 giugno. Questa proposta pone un quesito interessante: se il governo ha già rinunciato invano a gran parte delle accise sui carburanti, non ha nessuna intenzione di far pagare le tasse alle multinazionali americane del e-commerce, non se la sente di agire veramente sugli evasori (persone fisiche) e sugli elusori (aziende), e concede il taglio del cuneo fiscale a favore dei lavoratori che, vessati e bistrattati, sono gli unici a pagare le tasse per intero a causa del sostituto d’imposta, chi mai sorreggerà la finanza pubblica di uno dei paesi più indebitati del mondo? Il dottor Draghilari gongola, perché l’esperimento di questo campo si chiama: inflazione zoppa. Questo tipo d’inflazione prevede che solo il costo della vita cresca e gli stipendi diminuiscano ancora, come del resto già conclamato: “In Italia stipendi fermi da 30 anni, ma tra aziende e sindacati è gelo … L’Italia è l’unico Paese Ocse in cui i salari sono diminuiti negli ultimi trent’anni, complice la stagnazione di Pil e produttività: -3%, mentre la Germania segna +34%, la Francia +31% e la Spagna +6%. I nati dopo il 1986 hanno il reddito pro-capite più basso della storia italiana. Quest’anno l’Istat prevede che a fronte di un timido aumento delle retribuzioni contrattuali (+0,8) l’inflazione si mangerà almeno cinque punti di potere di acquisto. Ma sono stime provvisorie che andranno ritoccate in peggio, visti i dati sui prezzi di ieri”, La Repubblica del 31 maggio 2022. Il dottor Draghilari si chiede: fino a quanto il potere narcotizzante delle chiacchiere a vuoto dei talk show e dei giornali sarà in grado di anestetizzare i lavoratori sempre più poveri e vessati?

Esperimento numero 4: l’economia di guerra

Fino ad ora il dottor Draghilari sta tessendo politiche che intaccano il livello di vita da un punto di vista del potere d’acquisto, sostanzialmente agevolando il meccanismo della spirale zoppa dell’inflazione. Questa politica, però, non è più sufficiente per la difesa del ruolo del dollaro, perché l’attacco alla valuta imperiale proviene dall’unica divisa al mondo che può permettersi di farlo, ed è qui che è stato il calcolo sbagliato della Casa Bianca attivando il proprio uomo a Kiev, il burattino Zelensky. Quando Saddam Hussein ebbe la malaugurata idea di dichiarare di voler ricevere Euro per il petrolio venduto, il risultato fu la seconda guerra in Iraq e la sua impiccagione. Nel caso del rublo, la Russia è in grado di difendere validamente la sua moneta, facendo incrociare i propri sommergibili dotati di testate atomiche su vettori a largo delle coste occidentali e orientali degli Stati Uniti, e a differenza di Mosca, le principali città americane, da Washington, a New York a Boston a Los Angeles a Miami sono tutte sulla costa oppure in prossimità di essa in posizioni estremamente vulnerabili. Abbiamo visto che, siccome gli Stati Uniti non possono trattare la Russia come l’Iraq, e nell’attuale scenario non si prevede un imminente attacco alla Cina, la strategia USA è quella di costringere le provincie europee della UE a cessare ogni proficuo commercio con il perfido Putin per farsi dollarizzare acquistando materie prime ed energetiche in mercati fortemente speculativi. Esiste però un limite fisico a questa strategia: non vi è gas liquido e naturale sufficiente per coprire il fabbisogno di tutti i paesi europei, soprattutto i due maggiormente esposti: Italia e Germania. Va da sé che non si tratta dei medesimi clienti per la Russia: la Germania ha un ruolo preminente rispetto all’Italia e nemmeno il Draghi tedesco, Olaf Scholz, può mettere in seria crisi l’industria teutonica per la sua ortodossia atlantica. Invece il Draghi originale lo può fare molto più agevolmente. Ecco che il dottor Draghilari sta portando l’Italia verso la madre di tutti gli esperimenti: l’economia di guerra. Ma cosa intenda veramente il dottor Draghilari per economia di guerra di un Paese che in guerra non è resta un mistero. Sfortunatamente per lui, ancora una volta il presidente francese Macron ha dato maggiori dettagli, anche se criptici, al riguardo: titola il Fatto Quotidiano del 13 giugno: “la Francia è «entrata in un’economia di guerra per cui, credo, dovremo organizzarci in modo duraturo… Questo significa anche un’economia in cui dovremo andare più veloci, riflettere in modo diverso … poter ricostituire più rapidamente ciò che è indispensabile per le nostre forze armate, per i nostri alleati, per tutti coloro che vogliamo aiutare». Un’economia, ha precisato Macron, «in cui non possiamo più vivere al ritmo, e direi con la stessa grammatica, di com’era fino ad un anno fa. È cambiato tutto»”. A questo punto, per scoprire le carte del dottor Draghilari, occorre chiederci cosa si intende per economia di guerra, facendoci aiutare dall’enciclopedia Treccani: “Adeguamento del sistema economico alle necessità della guerra. Il problema economico della guerra è duplice: da un lato rendere disponibili risorse per gli armamenti, il mantenimento e la mobilitazione degli eserciti e, dall’altro, organizzare la produzione a sostegno della guerra. Quanto più una guerra dura nel tempo, tanto maggiori saranno le risorse necessarie. Le fonti di finanziamento sono sempre state 4: le tasse dei cittadini, il debito pubblico (sia interno sia estero), le donazioni e l’inflazione. L’altro aspetto rilevante dell’economia di guerra è dato dall’organizzazione produttiva: poiché si deve creare spazio a produzioni belliche, si restringono quelle civili, spesso introducendo forme di razionamento dei generi di prima necessità”. Mi sembra che in questa definizione vi siano gli elementi principali del grande esperimento che ha in testa il dottor Draghilari: con la scusa della guerra che l’Italia non sta facendo, applicare al nostro Paese le medesime misure economiche e sociali, ad esempio: aumento del debito senza garanzie, inflazione a doppia cifra, restrizione delle libertà personali introducendo un nuovo tipo di Green Pass (mai dimenticare che il Covid-19 non è stato per nulla debellato), e soprattutto razionamento dell’erogazione di alcuni servizi che abbiamo dato sempre per scontati. Luce e gas ventiquattro ore al giorno, come la normale erogazione di carburante senza contingentamenti, potrebbero diventare un lontano ricordo. Questa è la conseguenza “fisica” del volere difendere il dollaro “whatever it takes”.

Esperimento numero 5: la dissoluzione del sistema democratico

Nel film di Wiene, il dottor Caligari utilizzava il sonnambulo Cesare sia per commissionare le sue malefatte sia per addossarne le responsabilità. Anche il dottor Draghilari ha il suo sonnambulo, per meglio dire i suoi sonnambuli: i partiti che fanno parte sia della sua maggioranza che della sua minoranza, da destra a sinistra poco importa. Alla luce degli esperimenti che potrebbero partire anche tutti insieme ad autunno, e dei quali i partiti magari hanno già qualche notizia riservata che a noi manca, potremmo affermare che vincere le elezioni politiche del 2023 è relativamente facile: è sufficiente uscire dalla maggioranza e osteggiare apertamente il governo. Noi lo sappiamo e loro lo sanno, quindi la domanda sorge spontanea: perché nessuno si muove? Perché anche in questo tema il dottor Draghilari ha in serbo un asso nella manica, che vedremo alla fine di questo capitolo. Partiamo dal primo assunto: i partiti siano essi Leu, il PD, i 5 Stelle, la Lega o Fratelli d’Italia sono effettivamente dei sonnambuli che combinano malefatte; soprattutto è diventato evidente che la loro attività non ha nulla a che vedere con gli interessi dei cittadini, tanto che nemmeno a livello locale li si convince ad andare a votare: il Sole 24Ore ci informa che per le elezioni comunali del 12 giugno 2022 l’affluenza nazionale è stata del 54,73%, ma in alcune città i votanti sono stati molto meno: Genova 44,14%, Monza 46,8%, Palermo 41,9%. Poco importa poi quale schieramento abbia vinto, tutti loro sono parte della maggioranza del dottor Draghilari. Per i partiti sembrerebbe una notizia catastrofica, non lo è affatto se si rimane nella loro strategia truffaldina, lo potrebbe diventare se il dottor Draghilari lo volesse. Andiamo con ordine. Non è affatto vero che una bassa affluenza preoccupi i partiti, tutt’altro. Il voto è costituito da tre componenti che variano in “peso” a seconda della regione geografica e del momento storico: il voto d’opinione, il voto organizzato e il voto clientelare. Sempre rimanendo all’interno delle recenti elezioni amministrative un classico esempio di voto clientelare, ovvero di più voti clientelari concentrati su un candidato sindaco, riguarda la vittoria al primo turno a Palermo di Roberto Lagalla, sponsorizzato nientemeno che da corazzate del voto del calibro di Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, i quali hanno ampiamente dimostrato di “possedere” cospicui pacchetti di voti da poter dirigere. Un esempio di voto organizzato, invece, è quello tipicamente cattolico che si è plasticamente palesato alle elezioni di Verona a sostegno del candidato del centro sinistra, Damiano Tommasi, che si appresta a togliere al centro destra la città veneta dopo oltre vent’anni. Infine, vi è il voto effettivamente osteggiato da tutti i partiti ottenendo finalmente che rimanga inespresso il più possibile: il voto d’opinione. I partiti possono benissimo trattare e accordarsi per ottenere l’appoggio del voto organizzato e maggiormente quello clientelare; per ottenere quello d’opinione dovrebbero fare realmente gli interessi dei cittadini, affermazione che oggi fa veramente sorridere d’incredulità. Esiste un “patto non sottoscritto” tra i partiti del dottor Draghilari e i mass media di regime, che hanno il compito fondamentale di deprimere il voto d’opinione, semplicemente mostrando all’opinione pubblica le “qualità” di questi rappresentanti del popolo: quanto la Lega sia un luogo di pura demagogia, Forza Italia un rifugio per indagati, Fratelli d’Italia un lavaggio per neo fascisti, il Partito Democratico un cinico gestore di poteri deboli e che a sinistra del PD non vi sia nulla, e in effetti non vi è nulla. Il voto d’opinione è quindi il nemico dei partiti, se non si esprime i partiti vincono. Allo stesso tempo l’astensione del voto d’opinione priva i partiti della forza necessaria per svincolarsi dall’abbraccio mortifero del dottor Draghilari, sui quali egli scarica la responsabilità dei suoi misfatti, esattamente come il dottor Caligari faceva nei confronti del sonnambulo Cesare. Arriviamo quindi al cuore dell’esperimento. Se i partiti non fungono più da cinghia di trasmissione tra i bisogni dei cittadini e l’azione di governo, ma al contrario si mostrano unicamente come esecutori d’interessi estranei, può essere sufficiente l’accordo per scongiurare il voto d’opinione essendo loro malgrado prigionieri nel governo del maligno dottore? In altre parole, è sufficiente l’attuale assenza di ogni tipo di opposizione per garantire ai partiti di sopravvivere alle malefatte proprie e commissionate dal dottor Draghilari? Una cosa per ora la possiamo verificare: il patto, fatale per l’Italia, tra tutti i partiti di maggioranza e minoranza ed il dottor Draghilari regge ancora, nessuno si azzarda ad uscire allo scoperto, denunciare l’illusionista e vincere le prossime elezioni politiche. Perché i partiti temono il dottore? Qual è l’esperimento che il dottore sta compiendo sulla testa dei vari Letta, Salvini, Meloni e compagnia cantante. E ancora, quali rischi comporta partecipare ad un governo che fa debiti per difendere il dollaro senza tenere conto della loro sostenibilità? Se questi partiti si ribellano al dottor Draghilari, egli chi può invocare nel fuoco del caminetto come un novello Faust? Noi lo sappiamo: il dottor Draghilari può evocare a sé la Troika, cioè Commissione europea, Banca Centrale europea e Fondo Monetario Internazionale. E allora sì che vedremo qualcosa di ancora peggiore dell’economia di guerra che il nostro dottore ha in testa per questo autunno, le vicende greche del 2015 ne sono ancora viva testimonianza.

Conclusioni

Siamo tornati all’inizio, siamo stati i Franzis in questo articolo, abbiamo indagato il dottor Draghilari e forse lo abbiamo scoperto nelle sue intenzioni più recondite. Abbiamo anche osservato i partiti sonnambuli che gli obbediscono, certi che il patto tra di loro scoraggerà il voto d’opinione dal recarsi ai seggi per le politiche del 2023; ecco come si concretizza la dissolvenza di un sistema democratico. Se pensiamo alle vicende degli operai della GKN ci accorgiamo plasticamente di cosa siano questi partiti sonnambuli.

Gli operai della GKN hanno fatto un miracolo nel tentare di salvare la loro azienda, ma purtroppo corrono il rischio solo di rimandare la fine, perché non hanno potuto trovare nessuna sponda nella politica e nei partiti, soprattutto in quelli della cosiddetta sinistra, che invece sono inorriditi per quanto accaduto a danno degli interessi del capitale finanziario internazionale di cui sono diventati paladini. A chi si rivolgeranno gli operai della GKN divenuti elettori? Quale partito avrà preso in mano il loro destino e quello delle altre aziende delocalizzate? La risposta è semplice: nessuno, perché i partiti sanno che gli operai della GKN andranno ad alimentare l’aliquota degli astenuti, quindi un voto del tutto ininfluente per loro. Alla fine del film di Wiene, il dottor Caligari mette Franzis in camicia di forza confermato nel ruolo di direttore del manicomio. Ad oggi, e fino a quando la Chiesa cattolica non deciderà di venire allo scoperto (attenzione quindi al test amministrativo di Verona), il dottor Draghilari è in grado di mettere tutti noi, novelli Franzis, in una bella e colorata camicia di guai.