Piero Sraffa è un economista che ha lasciato un segno profondo nella storia dell’economia politica. Con i suoi lavori, è riuscito infatti a portare a termine due progetti estremamente ambiziosi: mettere in luce i punti deboli dell’approccio neoclassico all’economia e rafforzare le fondamenta della scuola classica di pensiero economico risolvendo l’unica questione lasciata irrisolta da David Ricardo e Karl Marx.

Nato a Torino il 5 agosto 1898 in una famiglia ebraica benestante, si laurea in giurisprudenza nel novembre 1920 con una tesi su “L’inflazione monetaria in Italia durante e dopo la guerra” con Luigi Einaudi come relatore.

All’Università di Torino stringe un rapporto di amicizia con Antonio Gramsci. Quando quest’ultimo fonda “L’Ordine nuovo”, Sraffa collabora con degli articoli e con alcune traduzioni dal tedesco. In seguito, dopo l’arresto di Gramsci nel 1926, Sraffa si impegna a fare arrivare libri e riviste all’amico in carcere, a ricercare le strade per fargli ottenere la libertà (senza con questo cedere al fascismo, ad esempio con una domanda di grazia) e a tenere i collegamenti con i dirigenti comunisti in esilio.

Nel novembre 1923 viene nominato docente di economia politica e di scienza delle finanze presso l’Università di Perugia.

Nel 1925 Sraffa pubblica “Sulle relazioni fra costo e quantità prodotta”, il suo primo contributo importante di critica distruttiva della scuola neoclassica di Jevons, Menger, Walras e Marshall. In particolare, con questo articolo, vuole mettere in evidenza gli aspetti che mancano di coerenza logica all’interno della teoria marshalliana dell’equilibrio parziale dell’impresa.

Nella teoria di Marshall, secondo Sraffa, i principali problemi sono concentrati nella costruzione della curva di offerta. Tale curva, messa a confronto con la curva di domanda, permette di ottenere il prezzo dei beni. Mentre la curva di domanda viene ricavata dal principio dell’utilità marginale decrescente, quella di offerta viene costruita da Marshall sulla base del costo di produzione. 

Nella realizzazione della curva di offerta, Marshall stabilisce delle relazioni funzionali tra i costi e la quantità prodotta da un’impresa mettendo su uno stesso piano la legge dei rendimenti decrescenti, relativa al problema della distribuzione del reddito tra le classi sociali, e la legge dei rendimenti crescenti, che emerge invece con l’espansione della produzione in seguito alla crescente divisione del lavoro. Questo significa che la spiegazione dell’andamento dei costi di produzione e quindi la costruzione della curva di offerta vengono realizzati attraverso la scorretta operazione di trasporre la legge dei rendimenti decrescenti, che riguarda la sfera della distribuzione, in un contesto, quello della produzione, diverso da quello originario.

Nello stesso articolo, Sraffa evidenzia anche la violazione, da parte di Marshall, della tecnica del ceteris paribus, che è alla base della teoria dell’equilibrio parziale e che consiste nell’isolare una singola variabile ed analizzare, tenendo contemporaneamente costanti le altre variabili, gli effetti che essa produce all’interno del sistema economico.

Marshall infatti crede di poter studiare, in seguito all’aumento della quantità utilizzata da parte di un’impresa di un fattore produttivo, la variazione dei costi dell’impresa stessa in assenza di una concomitante variazione dei costi delle altre imprese. Tuttavia, dato che un fattore produttivo non viene utilizzato soltanto da un’impresa in particolare, le variazioni di costo derivanti dall’aumento dell’impiego di un fattore produttivo in un’impresa hanno necessariamente lo stesso ordine di grandezza delle variazioni di costo che contemporaneamente si registrano nelle altre imprese che utilizzano lo stesso fattore di produzione. Così, non essendo possibile analizzare separatamente l’andamento dei costi in un’unica impresa, viene violata la tecnica del ceteris paribus.

Nell’articolo del 1925, infine, Sraffa mostra che, all’interno dell’analisi marshalliana, esiste un nesso logico tra la legge dei rendimenti crescenti, l’ipotesi di concorrenza perfetta e il metodo degli equilibri parziali solo nel caso, per di più irrealistico, in cui la legge dei rendimenti crescenti riguardi una sola impresa. Se invece la legge dei rendimenti crescenti riguardasse più imprese, verrebbero meno sia la condizione della concorrenza che la clausola del ceteris paribus.

Nel 1926, per la rivista “Economic Journal” diretta da Edgeworth e Keynes, Sraffa scrive “Le leggi della produttività in regime di concorrenza”, un articolo in cui, dopo aver riassunto i temi principali dell’articolo del 1925, introduce il concetto di “concorrenza imperfetta” per respingere le idee che, in condizioni di concorrenza, le dimensioni delle singole imprese dipendano dai loro costi unitari e il prezzo di mercato sia un dato immodificabile.

Sraffa sostiene che la dimensione di un’impresa non dipende dai suoi costi ma dall’andamento della curva di domanda. Infatti, un’impresa ha difficoltà ad aumentare l’offerta, non tanto a causa della crescita dei costi, che tendono piuttosto a diminuire all’aumentare della produzione, ma a causa della scarsità della domanda. 

Ogni impresa ha infatti di fronte un proprio particolare mercato, cioè una certa clientela che è legata da una serie di motivazioni (l’abitudine, la vicinanza, la particolarità del prodotto o il prestigio del marchio). Ciò significa che ogni impresa, a causa di elementi non concorrenziali presenti comunemente nella realtà, deve fronteggiare una curva di domanda non orizzontale ma decrescente e che essa, entro certi limiti, può aumentare il prezzo del proprio prodotto senza perdere tutta la propria clientela o può diminuirlo senza dover fronteggiare tutta la domanda precedentemente rivolta verso le altre imprese della stessa industria.

Nella concorrenza imperfetta, secondo Sraffa, le imprese, pur disponendo ciascuna di un loro particolare mercato, non operano comunque in un vero e proprio regime di monopolio, in quanto la domanda è più elastica dato che, in seguito ad un aumento eccessivo del prezzo, i clienti possono rivolgersi per i loro acquisti ad altre imprese.

Nel 1926, Sraffa vince il concorso come professore ordinario presso l’Università di Cagliari. Tuttavia, l’anno seguente, dopo la carcerazione di Gramsci e dopo le minacce di cui è oggetto egli stesso, lascia l’Italia e si trasferisce in Inghilterra, a Cambridge, dove rimane fino al giorno della morte, il 3 settembre 1983. A Cambridge accetta, su invito di Keynes, di tenere dei corsi all’Università sulla teoria del valore e sui sistemi finanziari italiano e tedesco. 

Il distacco completo e definitivo di Sraffa da Marshall e dalla teoria dell’equilibrio parziale dell’impresa si consuma chiaramente nel testo “La produttività crescente e l’impresa rappresentativa”, uscito sulla rivista “Economic Journal” nel marzo 1930. In questo saggio scrive infatti che la teoria marshalliana “non può essere interpretata in modo da darle una coerenza logica interna, ed in pari tempo da metterla d’accordo coi fatti che si propone di spiegare; la mia opinione è che la si debba scartare”.

Nel 1930, Sraffa inizia a curare, con la collaborazione di Maurice Dobb, un economista marxista fra i suoi migliori amici, l’edizione critica delle opere di Ricardo, “Works and correspondence of David Ricardo”. Nei dieci volumi del progetto, pubblicati tra il 1951 e il 1955, si pone in rilievo soprattutto la distribuzione del sovrappiù tra le diverse classi sociali e la concezione del sistema economico come un flusso circolare di produzione e consumo, “in netto contrasto con l’immagine offerta dalla teoria moderna di un corso a senso unico che porta dai fattori della produzione ai beni di consumo”.

Proprio l’edizione critica delle opere di David Ricardo permette a Sraffa di ricevere nel 1961 la medaglia d’oro dell’Accademia Svedese delle Scienze, un riconoscimento che anticipa il premio Nobel per l’economia, assegnato solo a partire dal 1969.

Dopo aver dato un contributo importantissimo alla critica della teoria neoclassica con gli articoli del 1925 e del 1926, Sraffa pubblica nel 1960 “Produzione di merci a mezzo di merci” con il duplice obiettivo di risolvere l’unico problema lasciato irrisolto da Ricardo e Marx e di rendere così la rinnovata teoria classica inattaccabile alle critiche degli economisti neoclassici. 

Sraffa considera infatti la teoria alla base dell’analisi economica di Ricardo e Marx, la teoria del valore-lavoro, uno strumento che, seppur dotato di un forte contenuto etico, in quanto consente di comprendere che le società capitalistiche si basano sullo sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti, non conduce tuttavia a conclusioni precise dal punto di vista economico.

Questo non significa che Ricardo e Marx non si fossero comunque accorti del problema.

Ne “Il Capitale”, Marx fece capire di essere consapevole che i valori di scambio ottenuti in base alla teoria del valore-lavoro non corrispondono ai prezzi che si determinano in una situazione di libera concorrenza e saggio di profitto uniforme tra i vari settori produttivi. Infatti, se si parte dal presupposto che il profitto si estrae solo dal “lavoro vivo”, ci si accorge che “lavoro vivo” e “lavoro morto” (quello contenuto nei mezzi di produzione come materie prime, macchine, attrezzature) non hanno la stessa proporzione in tutti i settori: quelli che utilizzano proporzionalmente più “lavoro vivo” (i settori dell’industria leggera, come quello alimentare) hanno un tasso di profitto più alto rispetto ai settori che utilizzano proporzionalmente più “lavoro morto” (i settori dell’industria pesante, come quello siderurgico).

Anche Ricardo, nei “Principi di economia politica e dell’imposta” si rese conto che, in un mondo in cui si producono tantissime merci e nel quale queste sono inevitabilmente prodotte con rapporti diversi tra capitale e lavoro, i prezzi relativi delle merci stesse non dipendono soltanto dalla quantità di lavoro che vi è contenuta ma anche dal saggio di profitto. Dato che però, a differenza del saggio di salario, il saggio di profitto non è noto, diventa impossibile calcolare il prezzo delle merci.

Quindi, nonostante avessero compreso che la teoria del valore-lavoro portava a conclusioni approssimative dal punto di vista dell’analisi economica, Marx e Ricardo non riuscirono tuttavia a realizzare l’operazione di costruire una teoria che, pur mostrando il fatto che il profitto derivava dallo sfruttamento dei lavoratori, allo stesso tempo determinasse anche i prezzi delle merci con estrema precisione.

Tale operazione viene portata a termine da Sraffa nella “Produzione di merci a mezzo di merci”. 

In tale opera, Sraffa pone al centro della sua analisi un sistema economico capitalistico basato sulla divisione del lavoro. In tale sistema, ogni settore produttivo ha bisogno di entrare in contatto con gli altri settori dell’economia per ottenere da essi i mezzi di produzione necessari, in cambio di una parte almeno del proprio prodotto. Deve quindi stabilire rapporti di scambio con gli altri settori produttivi. In altri termini, l’unità interna di un sistema capitalistico è assicurata dalle interrelazioni produttive tra i vari settori.

Congiuntamente ai rapporti di scambio tra i vari settori produttivi, Sraffa affronta nel testo il problema della distribuzione del reddito tra le classi sociali e quello della determinazione dei prezzi relativi. Infatti, per l’autore, se le merci sono allo stesso tempo prodotti e mezzi di produzione, non è possibile determinare il prezzo di un bene indipendentemente dagli altri, né il complesso dei prezzi relativi indipendentemente dalla distribuzione del reddito tra profitti e salari. I prezzi, da questo punto di vista, non indicano la misura della soddisfazione che un bene ha per l’uomo, non dipendono cioè dall’utilità, ma riflettono il rapporto che lega tra loro settori e classi sociali all’interno del sistema economico stesso.

Ma come si misurano con precisione, secondo Sraffa, i prezzi delle merci?

Considerando il lavoro come un input nel processo produttivo al pari di qualunque altra merce e rappresentando il salario come un ammontare di “merce tipo” acquistabile dai lavoratori con esso. Anziché misurare le merci in lavoro, come fanno Marx e Ricardo, Sraffa misura il lavoro in merci.

La merce tipo costituisce proprio la soluzione al problema lasciato irrisolto da Ricardo e Marx in quanto è l’unità di misura che consente di determinare in modo esatto i prezzi delle merci senza fare alcun riferimento al valore-lavoro. Essa è una merce composita, cioè un insieme di merci prese in particolari proporzioni, tale che sia il prodotto (output) sia i mezzi di produzione (input) siano costituiti da una certa quantità di merce tipo.

Il sistema economico appare quindi come un processo in cui le merci entrano come mezzi di produzione (input) ed escono come prodotto (output). In tale sistema, è possibile determinare il saggio di profitto come rapporto tra due quantità fisicamente omogenee: il sovrappiù, cioè la quantità di merce tipo data dalla differenza tra prodotto e mezzi di produzione, e i mezzi di produzione anticipati dai capitalisti.

Sraffa esprime questo processo economico attraverso un sistema di equazioni simultanee in cui, data una variabile distributiva (saggio del salario o saggio del profitto), si determinano i prezzi di tutti i beni e l’altra variabile distributiva. Il sistema di equazioni che caratterizzano il sistema economico nel suo complesso è il seguente:

(Aa pa + Ba pb + … + Na pn) (1 + r) + La w = A pa

(Ab pa + Bb pb + … + Nb pn) (1 + r) + Lb w = B pb

(An pa + Bn pb + … + Nn pn) (1 + r) + Ln w = N pn

Aa, Ba, …, Na, La sono le quantità delle merci a, b, …, n e di lavoro necessarie per produrre una quantità A della merce a; Ab, Bb, …, Nb, Lb sono le quantità delle merci a, b, …, n e di lavoro necessarie per produrre una quantità B della merce b; An, Bn, …, Nn, Ln sono le quantità delle merci a, b, …, n e di lavoro necessarie per produrre una quantità N della merce n; r è il saggio di profitto; pa, pb, …, pn sono i prezzi delle merci. Le equazioni sono n, tante quante sono le merci, e permettono di determinare n-1 prezzi relativi e una delle due variabili distributive, data l’altra.

Sraffa, grazie alla merce tipo, ottiene la quadratura del cerchio che non era riuscita né a Ricardo né a Marx e dimostra che la distribuzione del reddito nazionale dipende dai rapporti di forza fra lavoratori e capitalisti. Scrive infatti queste parole: “Quando il salario venga gradualmente ridotto, il saggio del profitto aumenta in proporzione diretta della riduzione complessiva del salario. Questa relazione può essere rappresentata graficamente da una linea retta inclinata negativamente”. 

A tal riguardo, è necessario mettere in luce anche il fatto che Sraffa non nasconde il ruolo ricoperto dalla banca centrale all’interno del conflitto distributivo. Infatti, dato che il saggio di profitto è “suscettibile di essere determinato da influenze esterne dal sistema della produzione, e particolarmente dal livello dei tassi dell’interesse monetario”, la banca centrale è in grado di condizionare il saggio di profitto attraverso la fissazione del tasso di interesse. Se, ad esempio, venisse aumentato dalla banca centrale il tasso di interesse, si registrerebbero incrementi nel saggio di profitto e nel livello dei prezzi. Di conseguenza, diminuirebbe il salario reale.

Nel capitolo conclusivo dell’opera “Produzione di merci a mezzo di merci”, il quale si occupa del problema della scelta tra tecniche alternative di produzione al variare del saggio di profitto, l’autore mostra la possibilità del “ritorno delle tecniche”: è possibile infatti, dal suo punto di vista, che una data tecnica, dopo essere risultata la più conveniente, venga superata da un’altra per livelli più elevati del saggio di profitto ma ritorni successivamente ad essere la più conveniente per saggi di profitto ancora superiori.

Il ritorno delle tecniche implica che la regola generale su cui si basa la teoria neoclassica del valore venga completamente contraddetta. Tale teoria considera le variabili distributive (saggio del salario e saggio del profitto) come prezzi dei fattori di produzione (lavoro e capitale) determinati dalla legge della domanda e dell’offerta: questo significa che la quantità impiegata di un fattore produttivo diminuisce quando il suo prezzo aumenta.

Sraffa dimostra infatti che, se nel passaggio dalla prima alla seconda tecnica la quantità di capitale diminuisce e il saggio del profitto aumenta, con il ritorno dalla seconda alla prima avviene necessariamente il contrario in quanto aumentano sia la quantità di capitale che il saggio di profitto.

Con quest’ultimo capitolo viene assestato da Sraffa l’ennesimo colpo alle fondamenta della teoria neoclassica.