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Il femminicidio tra cultura, politica e interessi economico-finanziari

di Laura Bottai

segreteria regionale PCI Toscana. Cavriglia, 27 ottobre 2020

Il termine femminicidio (o femicidio) è frutto di un intreccio culturale e politico per identificare specifici omicidi di donne per mano di uomini ad esse legati da una relazione sentimentale, fenomeno con profonde radici e cause culturali.

Ma il termine ha anche una connotazione politica, da quando negli anni novanta comincia ad essere in uso nel linguaggio sociale e giuridico per scelta, politica, di alcune criminologhe femministe che vollero introdurre un’ottica di genere nello studio di crimini considerati “neutri”.

La scelta era fare emergere come questo fenomeno sia causa principale dei decessi delle donne per mano di conoscenti con i quali le vittime avevano o avevano avuto un rapporto molto stretto: la peculiarità di questo delitto rispetto agli omicidi comuni è la sua natura di genere, è un fatto maschile che nasce dalla relazione di potere tra i generi così come è ordinata la società.

Aspetto culturale e politico s’intrecciano inestricabilmente e chiamano in causa le società patriarcali, che usano il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne.

Alle uccisioni perpetrate dagli uomini ai danni delle loro donne, in quanto donne, sottende una cultura reazionaria e oscurantista, che dà all'uomo il “diritto” di possedere la propria femmina, costringendola anche con la forza ad accettare questo legame, che erroneamente viene chiamato amore.

Si punisce con la morte la partner “peccatrice”, rea di aver trasgredito al ruolo sociale che la vuole docile e sottomessa all'uomo, deputato a decidere per entrambi, che ha preteso il proprio diritto all’autodeterminazione, la libertà di decidere della sua vita, di sottrarsi al potere e al controllo del padre o del compagno, trasgredendo al ruolo impostole dalla tradizione (angelo del focolare…) e dalla religione (nata da una costola di uomo, ecc.).

E non si tratta solo di morte fisica per mano assassina del maschio, noi donne veniamo uccise una seconda volta con la tolleranza del sentire sociale, i luoghi comuni, figli della cultura dominante patriarcale e religiosa, oltre lo squilibrio di potere economico e decisionale tra i generi che ancora, abbastanza indisturbato domina e regola la società.

C’è poi una forma di legittimazione che è data dal non nominare il fenomeno, non indagarlo e quindi non pensare a livello pubblico di predisporre strumenti per contrastarlo e prevenirlo: se non si nomina, allora non esiste.

Il femminicidio non è un delitto comune, è un assassinio di genere, ha come vittima la donna perché è donna; l’uccisione avviene per ragioni misogine o sessiste, per rafforzare il dominio maschile appropriandosi del corpo della femmina, intesa come oggetto – non come persona – fino al punto di sopprimerlo.

C’è una stretta relazione, anche se quasi sempre occultata, tra il femminicidio e la violenza contro le donne, figlia di comportamenti maschili di sopraffazione, disprezzo, umiliazione, che sta alla base tanto del gesto violento di offesa anche solo verbale, come pure fisica, o sessuale, quanto dell’estremo atto di uccisione della donna.

La peculiare relazione vittima-autore, che quasi sempre è una relazione di intimità o conoscenza, è un aspetto nettamente contrapposto all’omicidio con vittime di sesso maschile, che invece, per la maggior parte è perpetrato da sconosciuti, a riprova che il femminicidio non è un omicidio comune, ma è l’uccisione mirata da parte di uomini contro le donne… le “loro” donne: da qui la necessità di affrontare il tema con un approccio specifico rispetto alle considerazioni che possono essere effettuate sull’omicidio non di genere.

Il perdurare di una cultura antica, mai affrontata come merita e dominata dal dramma atavico del patriarcato, trova sempre espedienti per non affrontare il problema radicalmente e definitivamente, per sconfiggere la mentalità patriarcale che vuole la donna legata a ruoli tradizionali e la concepisce come corpo disponibile.

Oggi, ad esempio, si fa sempre più strada il subdolo tentativo di “oggettivare la violenza tra i sessi, ci viene fatto notare con sempre più frequenza, che ci sono anche uomini i quali subiscono violenza dalle donne, dalle loro compagne, ecc. È vero, ci sono e ci saranno casi di questo tipo, ma a fare la differenza c’è l’azione sistematica dell’uccisione di una donna per mano maschile perché l’assassino non accetta che la “sua” proprietà si ribelli, soprattutto ci sono i numeri di donne uccise.

Il minimizzare o livellare, o giustificare l’accaduto, come la carenza informativa, dimostrano invece che neanche nella violenza c’è uguaglianza: perché tanto si tratta di donne, perché ci sono cose più importanti da affrontare (e chi più ne ha, ne metta…), in definitiva, non casualmente, siamo lontano da una reale consapevolezza e presa in carico del problema e dal suo pieno riconoscimento pubblico.

Grazie al movimento femminista, con gli anni ’90 anche le istituzioni, prima internazionali e poi nazionali, cominciano ad impegnarsi un po’ più seriamente sul tema della violenza di genere: nel 1993 la Dichiarazione delle Nazioni Unite riconosce la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani; le fa eco la Conferenza di Pechino del 1995 che impegna le istituzioni a far emergere il problema, attraverso la ricerca e a predisporre politiche adeguate per combatterlo.

Ciononostante, nel nostro paese, riguardo la violenza di genere, e soprattutto il femminicidio, ancora si ha difficoltà a reperire informazioni: perché talvolta non sono considerati tali (di conseguenza le vittime restano sconosciute e gli autori non vengono perseguiti), per la scarsità delle denunce da parte di chi la subisce, per l’omertà di parenti vicini e amici, e per la perniciosità della situazione, in cui si intersecano relazioni di intimità e affettive, per i modelli culturali, stereotipi, pregiudizi diffusi a tutti i livelli, incluso quello istituzionale; senza contare numerosi femminicidi.

Oltretutto quest’ultimi spesso vengono considerati soggetti assolutamente “normali”, che non posseggono alcuna caratteristica deviante, esattamente a come la violenza all’interno di rapporti di coppia viene percepita “normale”.

Anche i media e il loro linguaggio hanno ruolo e responsabilità rispetto a questo triste fenomeno. Se gli articoli di cronaca nera rappresentano una fonte di informazione sul femminicidio, e talvolta anche sulla relazione della coppia, il sensazionalismo di alcuni fatti e l’occultamento di altri, tipico dei mezzi di informazione, spesso mistificano l’evento con un linguaggio che corresponsabilizza la vittima: gli uomini sono incapaci di controllare la loro violenza, elemento che attenua la loro responsabilità, mentre le donne sono provocatrici (se l’è cercata…). Si ricorre all’idea del “raptus” che allude al gesto unico e isolato e che quindi non è messo in relazione con la violenza, sistematicamente taciuta e occultata, secondo il senso comune che quanto avviene nella coppia o nella famiglia sia una questione privata, finita nell’eccesso, quando invece sono sintomi di possesso, di non rispetto e di mancato riconoscimento della autonoma soggettività della donna.

La violenza di genere resta un fenomeno sottostimato e poco indagato per quanto riguarda i fattori sociali, culturali e psicologici che la determinano.

In Italia si registra una povertà di fonti e di studi di studi dedicati alla violenza di Genere ad oggi ingiustificabile, se si pensa che il femminicidio, come la violenza di genere, è un fatto culturale che non è nato ieri: di femminicidio se ne erano occupati anche nell’800, intendendo proprio l’uccisione di una donna, contemplato nel Law Lexicon del 1848, che già allora fu considerato un crimine perseguibile.

La violenza in Italia solo in anni recenti è stata finalmente riconosciuta come problema sociale e ciò si deve alle battaglie del movimento politico delle donne sin dagli anni ’70, non certo alla presa di coscienza delle istituzioni e della società nel suo complesso, che restano ancora legati a radici molto antiche della nostra cultura, che permeano ogni ambito della vita di relazione, non ultimo quello della sua scarsa presenza nei centri decisionali della politica in cui la donna continua ad essere discriminata.

All’interno di un tale contesto di squilibrio di potere, l’uomo, soprattutto quello che ha una relazione più intima con la donna, si sente in diritto di maltrattarla, violarla fino a giungere ad assassinarla, tanto più che le istituzioni omertosamente legittimano questa idea o non la condannano come si dovrebbe.

Quelle radici, in Italia e nel mondo, hanno un nome, sono quel sistema patriarcale, che considera la donna in relazione al ruolo, alla funzione di cura, procreativa e sessuale; la donna come oggetto anziché come libera soggettività.

Finché questi saranno i rapporti tra i sessi – e tra i generi – non ci sarà liberazione per noi donne, ma neanche per gli uomini, schiavi di un modello che li illude di essere qualcuno, mentre invece sono nessuno, sono vittime a loro volta di un modello, reazionario, antidemocratico, per assoggettare donne e uomini agli interessi e allo sfruttamento da parte di poteri economici e finanziari.