Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Intervista al filosofo Emanuele Profumi

Il conflitto in Cile per una

Nuova Assemblea Costituente

di Davide Matrone

Emanuele Profumi è ricercatore in filosofia politica in diversi gruppi di ricerca europei (Italia, Spagna, Francia, Portogallo) ed è giornalista freelance. Insegna “Introduzione ai Peace Studies” all'Università di Pisa e pubblica su diverse riviste nazionali ed internazionali. Tra i suoi libri ricordiamo: Sulla creazione politica. Critica filosofica e rivoluzione (2013) e Ripensare la politica. Immagini del possibile e dell'alterità (2019). Sulla base di vere e proprie “inchieste politiche” ha scritto dei reportage narrativi sull'America Latina (Brasile, Colombia e Cile). Cile, il futuro già viene (2020) è l'ultimo lavoro di una trilogia dove si approfondisce la trasformazione sociale e politica come chiave di comprensione collettiva.

D. Il Cile è il primo paese latinoamericano a sperimentare, dagli anni '70, le ricette neoliberali della Scuola di Chicago di Milton Friedman. L'aumento delle tariffe della metropolitana ha scatenato un'immensa mobilitazione nel paese. Tra gli slogan dei manifestanti uno in particolare evocava il periodo della dittatura: “non sono i 30 pesos, bensì i 30 anni di neoliberalismo”. Come interpreti questa frase?

R. Il Cile si è svegliato! Siamo in guerra! (Traduzione dello slogan), Cile fine anno 2019. Lo slogan è uno dei tanti che sono stati forgiati durante l'enorme mobilitazione dello scorso anno. È uno slogan che rappresenta un simbolo concettuale, ossia la sintesi di un “pensiero collettivo”. È una frase esemplare, sia dal punto di vista evocativo che dal punto di vista concettuale. La sua espressione è molto forte ed ha una propria lucidità critica, impressionante e profonda. Da un lato denuncia la manipolazione delle ragioni della protesta e dall'altro chiarisce i termini della lotta popolare. È una specie di “frase dialettica”, quindi. Un simbolo potentissimo della dialettica politica che si basa contemporaneamente sulla critica all’esistente e sulla conseguente trasformazione sociale a venire. L’asserzione, frutto di un’elaborazione collettiva, si potrebbe parafrasare così:

“Voi pensate che siamo coloro che vogliono una semplice modificazione della legge, che venga ritirato il provvedimento che ci ha indignato, ma non avete capito che noi ormai sappiamo che quel provvedimento è figlio di un paradigma politico, ed è questo che noi contestiamo”. Perciò questo slogan è espressione di un processo di critica più profondo, che individua giustamente nel neoliberalismo il problema politico: un paradigma politico, economico e sociale che domina e ha dominato per trenta anni la società cilena. In sostanza, lo slogan lascia intendere che ormai è avvenuto uno smascheramento da parte di tutta la società che contesta quel provvedimento, e che resiste a qualsiasi manipolazione mediatica perché colloca il problema nella sua vera origine: il modello politico di fondo. Questo slogan, insomma, riesce a mettere nero su bianco questa critica. Fa emergere con chiarezza quali siano realmente le ragioni della protesta che sono esemplari e profonde. Da una questione particolare evoca un problema più generale. È uno slogan che, come avviene con altri slogan nella storia delle lotte politiche, ha una sua dimensione filosofica, perché fa pensare, ci induce alla riflessione. Perciò è uno slogan che resterà nella storia. Insieme ad altri, come “Chile despertó”, esprime la potenza della critica e sintetizza una situazione generale che, al contrario, non lascia spazio ai dubbi. Muove alla riflessione sulla base di una certezza, di una visione alternativa a quella sostenuta dal potere istituito. Generalmente gli slogan semplificano, questo, invece, nella sua semplificazione riesce a preservare la complessità della situazione e apre alla riflessione.

 

D. Nella mobilitazione generale dello scorso 2019, sono scese in piazza tutte le categorie contro il governo. I lavoratori, gli studenti, i sindacati, il movimento femminista e le associazioni territoriali. Qual era l'obiettivo principale e perché?

R. L'obiettivo principale può essere letto in modo diverso. Ci sono delle ragioni esplicite e altre profonde, dipende da come si vede la mobilitazione. L’obiettivo dichiarato sin dal principio era quello di far saltare tutto. Non si centrava solo sul rifiuto della misura economica, bensì era un no netto al governo di destra, erede della dittatura di Pinochet. In sostanza, si comprende quasi subito che il motivo di fondo della protesta è la delegittimazione del governo in carica, prima, e, poi, di un intero paradigma economico in auge da oltre trent’anni. Per questo l’obiettivo centrale del movimento è cambiare la Costituzione. Il processo di modifica della Carta Magna viene dal periodo 2005-2006 che trova un’ulteriore e più chiara espressione nell’anno 2011, quando alcune frange del movimento studentesco radicale lo rivendicano e si creano alcune associazioni accomunate dalla richiesta di una nuova assemblea costituente. Da allora, questa domanda è cresciuta sempre, in modo progressivo e quasi esponenziale nella società civile. Anche se spesso in forma sotterranea, quasi invisibile. In modo costante, dal 2011 al 2020. Si estende a sempre più settori della società la convinzione che la struttura giuridica attuale del Paese sostenuta dalla Costituzione del 1980 concentra su di sé tutto il peso dell'eredità dittatoriale e impedisce che si sviluppi davvero una società democratica.

Questo percorso è stato anche alla base dell’ultimo governo Bachelet (2014-2018) che ha realizzato un processo di riforme, tra cui la riforma costituzionale attraverso la partecipazione popolare. Questo processo di riforma partecipata (220 mila cileni hanno contribuito al processo di riforma) è stato un momento di straordinario coinvolgimento della popolazione per la riscrittura della Costituzione.

In sostanza, la ragione profonda della trasformazione del paradigma sociale, politico, economico e giuridico si trova nei movimenti sociali che hanno attraversato il Paese dal 2011 fino ad oggi.

Nel biennio 2019-2020 il movimento sociale eredita il grosso delle rivendicazioni che si erano sviluppate negli anni passati contro gli altri governi, e l’esperienza di riforma costituzionale partecipata della Bachelet che è stata gettata alle ortiche da Piñera non appena si è insediato alla Moneda. Ecco perché l’elemento innovatore di questo movimento sta nella richiesta di una nuova Costituzione. Mi spiego meglio. Se nel 2011 questa richiesta era marginale, nel 2019 diventa il cuore pulsante della ribellione popolare. Questa è la grande novità. Tutti i movimenti, tutti i settori della realtà sociale, convergono su questa rivendicazione politica. Si contesta la fortissima disuguaglianza politica ed economica del paese, l'ingiustizia generalizzata, e si rivendica la giustizia sociale attraverso la via giuridica. E lo fanno prima di tutto i giovani, che non hanno paura della repressione e hanno un bagaglio di esperienze di mobilitazione e di conflitti sociali ormai importante, in cui il coraggio e la sfida dell’autorità costituita e la denuncia della repressione sono valori pratici imprescindibili. Da un’altra prospettiva si può dire che l’immaginario politico cileno “permette” il coagularsi dei diversi movimenti sociali, e il conflitto viene rivendicato come strumento legittimo e necessario per il cambiamento democratico.

 

D. Hai scritto un libro dal titolo Cile, il futuro già viene. Un'opera letteraria frutto di un viaggio intrapreso in Cile nel 2017. Raccontaci del tuo viaggio e della tua ricerca.

R. Si tratta di un’inchiesta politica svoltasi nel 2017 in un viaggio durato due mesi, dove ho girato in lungo e in largo il Paese. Un’esperienza analoga a quella fatta anni prima in Brasile e in Colombia. Le “inchieste politiche” che svolgo da anni, sono centrate sullo sviluppo dei cambiamenti radicali generati in quei paesi, in cui si registrano grandi mobilitazioni generali o decisivi movimenti di trasformazione della realtà sociale, economica e istituzionale. In Cile, in questo caso, il cambiamento si orienta in relazione alla struttura giuridica. Questi tre libri hanno in comune la ricerca sull’immaginario politico, in cui cerco di fare emergere il più possibile, sia in modo orizzontale che verticale, il punto di svolta, di creazione sociale orientata politicamente, cercando di fare emergere punti di vista differenti tra loro, perché solo così, cercando di cogliere la complessità dell’immaginario, possiamo sperare di capire perché questi Paesi si trovano a un punto di svolta politico. Il mio viaggio di ricerca in Cile è servito per porre delle domande attorno alla dimensione costituzionale, ancor prima che accadesse la grande contestazione popolare dell’anno scorso e che è ancora all’ordine del giorno. Qualcosa di imprevedibile per tutti. Il mio è uno dei pochi libri in circolazione che indaga le radici del movimento cileno, le sue richieste, la rivendicazione per un cambio radicale del paradigma sociale, economico e politico, e che passa attraverso la convocazione di una nuova Carta Costituzionale. Il viaggio in Cile tocca il nervo scoperto dell’immaginario politico che si è sviluppato negli ultimi anni e che si ritrova nella bocca delle più disparate persone: dai poeti, agli uomini di cultura, ai contadini, ai rappresentanti dei popoli originari, agli studenti e ai rappresentanti dei comitati cittadini. Questo viaggio è una lente d’ingrandimento sulla società in trasformazione che si organizza attorno a un complesso di discorsi, azioni e rivendicazioni che ruotano attorno al perno della Costituzione del 1980. Nel libro si possono trovare molte voci autorevoli e non, che analizzano la complessità della realtà cilena ancorata ad una Costituzione che è ormai una specie di simbolo di una società che non è cambiata ancora rispetto alla dittatura. Nel caso cileno tutto si è concentrato sulla Costituzione, ancor prima di contestare il multimiliardario e autoritario Piñera. Questo elemento è molto significativo. La mia ricerca permette di comprendere perché nel 2019 ci ritroviamo davanti a uno dei pochi movimenti esistenti nel mondo – forse ha delle analogie con quello di Honk Kong – che non si limita solo alla protesta e alla rivendicazione di alcune misure per il benessere della popolazione o per il cambiamento di un governo. Come dicevo, va molto più in profondità e, non a caso, mette al centro la trasformazione della Costituzione. È una richiesta quasi rivoluzionaria, perché in profondità c'è il cambio dell'organizzazione della società, radicata attorno al paradigma neoliberista. È una situazione analoga a quella trascorsa in Spagna con gli Indignados nel 2011 e nel movimento globale altermondialista dal 2001 in poi.

 

D. Le proteste del 2019 si sono “concluse” con la convocazione di una nuova Assemblea Costituente. Come giudichi questo risultato e qual è il processo in atto, oggi?

R. Il risultato ancora si deve vedere. Possiamo parlare di un primo risultato, se vuoi, che è la convocazione dell’Assemblea Costituente, ed è sicuramente qualcosa di straordinario. Nella mia inchiesta politica, le persone più vicine alla richiesta dell’Assemblea Costituente emersa negli ultimi anni, come il costituzionalista Fernando Atria, o gli storici Sergio Grez e Gabriel Salazar, in quel momento erano lontani dall’immaginarsi l’evento e gli esiti della mobilitazione del 2019. Nonostante fossero da sempre molto attenti alla storia e alla società cilena e, in particolare, alla storia della rivendicazione costituzionale che ho ricordato prima. Questo ci permette di capire anche perché questa mobilitazione si autoalimenta, come spesso accade, e che se all’inizio ha un obiettivo minimo, la misura economica e il governo, poi, velocemente e progressivamente, assume un obiettivo più grande e ambizioso. Come avviene nei movimenti di trasformazione politica che si possono chiarire anche grazie al concetto filosofico di “Creazione politica” e ai suoi tentativi sociali e storici verificatisi nella modernità e mai del tutto spariti nella nostra contemporaneità. Basta soffermarsi su quanto sia formidabile che un governo di estrema destra, eredità della dittatura di Pinochet, abbia concesso un’assemblea costituente che rimette in discussione le basi del suo potere, per capire che dobbiamo rinnovare le categorie di comprensione dei processi di cambiamento sociale di tipo “paradigmatico”. Ora, per cercare di rispondere alla seconda parte della questione che poni, penso che vadano riconosciuti però anche i limiti rispetto al plebiscito. Il primo sicuramente, quello più discutibile, è il patto sul plebiscito tra quasi tutta l’opposizione di sinistra parlamentare e il governo Piñera, perché lascia intravedere dei compromessi al ribasso, rispetto alle richieste popolari. Il secondo è che la destra è riuscita a non far rientrare in questo patto la possibilità che la possibile futura Assemblea costituente possa rimettere in discussione i trattati internazionali di libero commercio. Tutti di stampo neoliberista. Che non verranno toccati, vada come vada l’esito dell’Assemblea. Ma questi due elementi sono, in ogni caso, secondari. Penso, infatti, che il problema sostanzialmente sia un altro: la strategia di depotenziamento e di propaganda che ha già messo in atto il Governo e tutta la destra politica e culturale contro questo movimento. Un processo di delegittimazione che avviene mediante l’uso dei mezzi di comunicazione di massa. La destra di oggi ha conservato una serie di apparati di potere della dittatura pinochetista: prima di tutto l’apparato militare e quello mediatico, che si muovono chiaramente contro il movimento popolare. Questi apparati sono contrari alla partecipazione popolare al plebiscito che si doveva tenere ad aprile. Le opzioni del referendum sono due: a) Una futura assemblea costituente eletta direttamente dai cittadini, b) un’assemblea mista in cui i cittadini eleggeranno un’assemblea costituente composta da una metà dei rappresentanti scelti direttamente dal popolo e l’altra composta dai politici eletti oggi in Parlamento. Bisogna che la popolazione sostenga la prima opzione. Questa è una battaglia da vincere e che si terrà prima del plebiscito, e anche se i sondaggi danno in vantaggio la prima opzione nulla è scontato. Perché la destra non cederà mai, e in nessun momento, e cercherà in tutti i modi di impedire la democratizzazione dell’apparato dello Stato e se sino ad oggi ha accettato questa possibilità in futuro è stato solo per la magnitudine e per la forza che ha assunto il movimento popolare.

 

D. Qual è il futuro del Cile?

R. In Cile oggi, nonostante il COVID-19 (ragione dello slittamento della data del Plebiscito), ci sono una serie di gruppi che continuano a non mollare la presa. Mediante manifestazioni di piazza e reti sociali cercano di tenere viva la memoria della grande e straordinaria mobilitazione popolare di Santiago nel 2019. In quella occasione scesero in piazza milioni di persone, non dimentichiamolo. C’è quindi un’attenzione alta e vigile. La vecchia frase della canzone degli Inti-Illimani “El puebo unido, jamás será vencido” rimane nel DNA e nella memoria dei movimenti sociali in Cile. Non a caso, nelle ultime proteste di piazza, gli Inti-Illimani, Victor Jara e Violeta Parra, sono tornati ad essere dei punti di riferimento musicali e culturali della protesta. Le loro canzoni e i loro testi musicali sono ripresi come valori per l’azione sociale e per riscattare la dignità di un popolo. Dignità che rientra in una delle immagini centrali che muovono la critica popolare. Oggi una buona parte della popolazione non vuole cedere, o ritirarsi nella tranquillità della sfera privata, mentre il governo continua a fare ciò che ha sempre fatto: da una parte difende Piñera mantenendolo ben saldo alla Presidenza, e dall'altro cerca di scardinare la forza propulsiva e di trasformazione del movimento. Insomma, esiste una situazione di contesa che non si è stemperata nonostante il Coronavirus. Ci sono due tendenze opposte che continuano a confliggere. Il futuro del Cile è il futuro di questo tentativo di trasformazione radicale della struttura giuridica e, in particolare, di come si svilupperà questo conflitto. Qualsiasi sia l'esito, tuttavia, questo grande momento di partecipazione popolare resterà nella storia, un patrimonio collettivo sociale e politico che già si è consolidato nel tempo. Inoltre, darà vita ad altri passaggi del processo di trasformazione politica, e, nei fatti, già sta andando oltre anche la nascita del Frente Amplio, la vera novità politica parlamentare e partitica del Cile degli ultimi anni, nata dai movimenti sociali e politici dopo il 2011. E il Frente Amplio è l’unione di diversi partiti che hanno come scopo quello di cambiare il paradigma neoliberista, per cui non a caso anche per molti di loro una delle rivendicazioni importanti è sempre stata quella del cambiamento costituzionale. Questo dà anche la cifra dell’incredibile novità politica che ha rimescolato le carte in tavola dalla fine del 2019. Il futuro ci riserverà ancora delle sorprese perché questo immaginario politico e sociale è emerso e si è consolidato nel conflitto sociale, e ciò significa che continua a mutare in direzioni probabilmente ancora più radicali, che diverranno chiare soltanto tra un po’.

6 giugno 2020