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Sara Reginella è una psicoterapeuta, specializzata in psicologia clinica e giuridica, prestata al cinema, diplomata in regia e sceneggiatura presso l’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna; una giovane donna che ha sentito l’esigenza e l’urgenza dell’impegno civile, mettendo a valore le conoscenze e le competenze professionali per analizzare e documentare come le comunicazioni di massa siano strumento pianificato al servizio dei poteri economici e politici, anche e soprattutto nel fomentare i conflitti.

 

Sara, da psicoterapeuta a regista: come è nata questa seconda attività che ha anche successo e quanto influenza la tua professione di psicologa il tuo modo di fare cinema?

Ho iniziato a entrare nel mondo “video” a trentacinque anni, già da tempo svolgevo l’attività di psicoterapeuta. Il motivo scatenante è stato lo scoppio del conflitto in Donbass, censurato nei primi mesi dai media occidentali: sentendo la profonda ingiustizia subita dalla popolazione di quelle terre che venivano bombardate nel silenzio mediatico, ho avvertito la necessità di attivarmi in prima persona. Ho così ricontattato una parte di me che da sempre era sensibile al mondo del video, del cinema e del reportage e ho intrapreso un percorso di studi mirato, presso l’Accademia di regia e sceneggiatura di Bologna. Indubbiamente la lente della psicologia ha inciso sul mio modo di vedere la realtà, mi interessano infatti l’umanità delle persone, la logica nascosta dietro posizioni soggettive, dietro scelte che fanno la storia e dietro scelte che costituiscono le storie personali, nei passaggi continui tra coscienza individuale e collettiva.

Dunque, l’essere psicologa e psicoterapeuta ha influenzato il campo della regia, ma non è avvenuto il contrario: l’essere regista non ha modificato il mio approccio clinico. Nonostante anche il lavoro di psicoterapeuta sia spesso creativo, nella relazione col paziente faccio sempre un passo indietro: lascio che sia l’altro a raccontarsi e le mie necessità espressive e di narrazione che emergono nella scrittura e nel video, vengono confinate per tutelare il paziente dal rischio di sentirsi oppresso dalla personalità del terapeuta, aspetto che sarebbe distruttivo.

Dunque, i due mondi e le due esperienze si toccano, ma non coincidono.

 

Ritieni, come Roberto Rossellini, che il cinema debba essere un'utile arte? Quali sono gli obiettivi e le finalità delle tue opere? Può dirsi un cinema militante?

Sono convinta che il cinema sia un’utile arte e aggiungo, citando Ingmar Bergman, che non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima.

Questa forza intrinseca può essere utilizzata: nel mio caso, l’esigenza di servirmi del mezzo video per esprimermi è nata proprio dal bisogno di stare in prima linea, narrando gli eventi censurati di un conflitto bellico terribile. In questo senso, penso che il mio approccio alla fiction e al reportage siano propri del mondo della militanza. Viviamo infatti in un sistema capitalistico dove al di là della produzione e del consumo, vorrebbero non ci fosse altro. Questo approccio ci conduce a una visione individualistica e alienante dell’esistenza e, mentre si continua a produrre e consumare, si rischia di perdere di vista la complessità della vita e ci si lascia trascinare da una corrente fatta di disimpegno civile e politico. Dunque, l’arte e il cinema rappresentano un baluardo affinché la consapevolezza e le emozioni non si spengano completamente: l’arte ha il potere di ridestare le menti e riportare l’attenzione anche su temi sociali e civili di basilare importanza. Ciò può renderci consapevoli del fatto che tutti noi possiamo tornare in prima linea, divenendo parte attiva della società civile.

Con questa consapevolezza e nel perseguimento di questi obiettivi mi approccio al mondo narrativo, ritenendo che nel momento in cui accendiamo una videocamera o scriviamo un testo o una sceneggiatura, abbiamo una grande responsabilità, perché utilizziamo canali di comunicazione davvero potenti.

 

Cosa ispira e come nascono i tuoi lavori? Come scegli i tuoi collaboratori e il cast?

Le idee per i miei lavori nascono in modo imprevedibile. Spesso tutto comincia con un’immagine che balena nella mente da cui poi si sviluppa un’idea logica. Si accende interiormente un bisogno forte di seguire un pensiero, a partire da stimoli esterni che si riflettono interiormente e che mi è impossibile ignorare.

Per quanto riguarda i collaboratori e coloro che mi supportano nella realizzazione dell’idea, mi è capitato spesso di entrare in contatto con persone che avevano visionato i miei precedenti lavori e che si erano poi appassionate alla mia nuova idea.

Circa i casting, invece, trattandosi di progetti indipendenti e low-budget, ho avuto l’occasione di collaborare con bravissimi studenti di accademie di recitazione e con attori di talento che hanno sposato l’idea alla base del progetto.

 

Con “Start up a war. Psicologia di un conflitto”, documentario sul conflitto in Ucraina, hai vinto molti festival nel mondo, ma non in Europa: parlaci di come è nato, cosa hai voluto documentare, come lo hai girato e in quali circuiti è stato proiettato.

“Start Up a War” ha avuto numerosi passaggi ai festival, vincendo anche premi in paesi come Colombia e Uruguay e ottenendo selezioni ufficiali in nazioni come India, Federazione Russa o Armenia. In generale, vi sono stati pochi passaggi nei festival europei, nonostante dopo le tappe all’interno del circuito festivaliero, vi siano state comunque proiezioni in Italia, indipendentemente dai festival.

Dunque, rispetto alla tua domanda, credo che in Europa vi sia una difficoltà nel cogliere la portata di un conflitto come quello del Donbass, che di norma è liquidato come un evento bellico causato da una presunta “invasione russa”. Ritengo che in molti paesi occidentali, dove è data per scontata la narrazione proposta dai media-mainstream, vi sia reticenza nel dare il giusto valore e la giusta fiducia a narrazioni differenti. Paesi come la Federazione Russa, l’India o l’Armenia sono evidentemente più aperti a descrizioni alternative e a mio avviso più realistiche e aderenti alla realtà degli eventi.

Difatti, “Start Up a War. Psicologia di un conflitto” nasce dalla volontà di documentare una guerra occultata, ma anche dall’intento di mostrare la scelta della popolazione del Donbass di rispondere al golpe neonazista di Kiev (fomentato dagli Stati Uniti), con l’autoproclamazione di Repubbliche Popolari. Tali repubbliche hanno mostrato che è possibile resistere all’ingerenza dell’imperialismo occidentale, creando sistemi governativi con un più solido stato sociale.

Aggiungo che l’interpretazione degli eventi è stata fatta in modo atipico, in quanto ho cercato di applicare ai fatti geopolitici strumenti di lettura propri della psicologia. Ne è uscito un modello interpretativo dei fatti applicabile a quei conflitti che sono causati da un’ingerenza esterna.

Per testimoniare gli scontri in corso, mi sono recata in Donbass, più volte, costruendomi una rete di contatti dall’Italia. Il fatto di conoscere il mondo russo e di masticare a livello base la lingua del posto, mi ha aiutato molto ad avere la serenità e la fiducia per realizzare i vari progetti e per entrare in contatto diretto con la popolazione. Ci tenevo a raccontare l’esperienza di un popolo che si è opposto con successo a logiche imperialistiche connesse, tra l’altro, al tentativo di condurre l’Ucraina nell’orbita europea, col fine di aggiungere un nuovo tassello nel quadro dell’espansionismo della NATO.

 

Il tuo secondo lavoro è un fiction-film, “Radical camp”, dove non abbandoni i temi sociali e racconti dei malesseri della società tra i giovanissimi e dei rigurgiti neofascisti.

In “Radical camp” ho immaginato una società distopica in cui è al potere una destra ultranazionalista che nella sua opera di proselitismo colpisce i più giovani, circuiti dall’ideologia più estrema all’interno di percorsi devastanti da un punto di vista psicologico, realizzati in campi estivi di addestramento giovanile. Sebbene la storia sia ambientata nel futuro, l’idea è nata dall’osservare che in alcuni paesi dell’est come Ucraina o Ungheria, questi campi esistono realmente. L’impressione è che queste realtà si siano potute sviluppare laddove determinati ideali politici sono crollati e i ruoli familiari si sono persi, all’interno di processi di “livellamento” inter-generazionale. In campo mediatico, infatti, sono spesso forniti stimoli analoghi alle diverse generazioni, tutti fondati sull’idea materialista dell’uso e del consumo, un’idea che va a costituire le basi di una società non pensante in cui i più adulti abdicano al ruolo di guida, mettendosi sullo stesso piano dei più giovani. In questo caos sociale e nell’assenza di confini inter-generazionali, proliferano partiti e governi connessi a forme di potere rigide e antidemocratiche: una risposta paralizzante e aberrante al disordine generatosi.

Questi sono alcuni temi che tratto in “Radical camp”, oltre al tema dell’odio razziale, di cui le prime vittime sono spesso proprio quei giovani che vengono iniziati a tale disprezzo da leader politici scellerati.

 

In Italia le registe dicono che è molto difficile produrre film, il tuo infatti è un cinema indipendente auto-prodotto, quali difficoltà hai incontrato?

Ho iniziato da pochi anni a occuparmi del campo video e del reportage. Ho iniziato a operare mossa dalla forte passione che mi spingeva. Sono entrata in questo mondo pur continuando la mia attività di psicoterapeuta e curando allo stesso tempo la creazione e promozione di nuovi lavori, mossa dalla forte necessità di raccontare la complessità del vivere, di denunciare soprusi e ingiustizie. L’urgenza di narrare è stata più forte della necessità di dedicare il poco tempo disponibile al reperimento fondi, attraverso la presentazione di progetti o la partecipazione a bandi; ho pertanto preferito investire subito nel tempo che avevo a disposizione per autoprodurre progetti low-budget di immediata realizzazione. Reperire fondi anche attraverso campagne di crowdfunding realmente efficaci è un processo assai lungo e complesso, i cui tempi tecnici non collimavano con le mie esigenze narrative. Queste modalità hanno contraddistinto la mia prima fase di lavoro; mi auguro che in futuro mi sarà possibile dedicare il giusto tempo al reperimento fondi e mantenere un approccio indipendente, seppur con una produzione che creda nel progetto e ne sposi l’idea che lo sorregge.

 

Grazie a Sara Reginella per il suo prezioso impegno civile!