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Cercare, studiare, indagare: per un nuovo inizio

Il capitalismo italiano

Un abbozzo d’analisi

di Vittorio Gioiello

Premessa

 

In uno scritto precedente ho cercato di mettere in evidenza l’attualità della riflessione leniniana che, sulla base del capitale finanziario, costruisce la teoria dell’imperialismo.

Sulla medesima scia si colloca un libro la cui lettura è assolutamente trascurata anche in una sinistra attenta alla questione di classe. Mi riferisco a: “Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi 1971”.

Il libro fu scritto nel 1940, come dispense per i confinati politici di Ventotene e assolutamente non è invecchiato.

Lo stesso autore scrive nella Prefazione del 1971:

«Nel 1932-33 potei assistere di persona all’atto di nascita di quel Sistema del Capitalismo Monopolistico di Stato che… si trasformò in seguito in un processo permanente di integrazione sempre più organico tra capitalismo privato e capitalismo di Stato, processo che costituisce ancora oggi, pur in condizioni politiche assai diverse da allora, una delle caratteristiche fondamentali delle strutture dell’economia e della società italiana» (p. XLVII).

Il libro descrive l’ascesa, e poi la crisi, del capitale finanziario, concepito come struttura di fondo dell’economia italiana e come elemento essenziale di coesione della classe borghese.

Secondo il racconto di Grifone lo Stato emerge, fin dall’unità, come soggetto permanente dello sviluppo economico, come organizzatore permanente dell’accumulazione capitalistica. Vi si afferma che, nonostante la sua dipendenza dal capitale estero, il capitalismo italiano ha sempre avuto rapporti molto stretti con lo Stato.

Ricorda, inoltre, Grifone il ruolo decisivo che ha avuto sullo sviluppo economico italiano la finanza internazionale, prima francese e poi tedesca, nonché gli spunti sui riflessi della politica generale dell’imperialismo su un capitalismo relativamente debole come quello italiano.

È una fotografia del presente!

Un altro aspetto di estrema attualità concerne la funzione del capitale monetario.

Infatti, la principale caratteristica del capitale monetario, la sua astrazione dal sudore del lavoro e della produzione, dallo sfruttamento concreto e reale, è quello di creare al movimento operaio difficoltà supplementari in quanto rende anonimo e impersonale l’avversario di classe, tende a nascondere il padrone come antagonista diretto e soprattutto alimenta la mitologia delle necessità oggettive, del primato della tecnica e delle sue soluzioni obbligate.

In questo caso le scelte di potere si ammantano, assai più che le scelte produttive, di un falso velo di necessità oggettiva.

È necessario ricordare i Ciampi, i Monti e tutti gli altri cosiddetti “esperti”, i TECNICI, che in questo paese si sono alternati nel ruolo chiave di gestione dell’economia?

Tutti protagonisti di scelte deflattive. Va precisato che la deflazione è una scelta politica che si ammanta di oggettività, di necessità economica.

 

 

 

La fase 1945-49

 

Viene usualmente detto periodo della ricostruzione. Si tratta di una denominazione impropria. Quegli anni andarono assai al di là del mero restauro materiale della capacità produttiva distrutta dagli aventi bellici.

Proprio in quegli anni vennero prese decisioni e imboccate strade che dovevano risultare determinanti per lo sviluppo economico successivo.

Il primo quinquennio postbellico fu caratterizzato, in tutto il mondo, da una di quelle fasi che succedono a una grande crisi da sovrapproduzione e che Marx chiamava di sviluppo qualitativo.

Anche nell’Italia, mezza sconfitta e mezza alleata, quello sviluppo qualitativo si tradusse nella necessaria ristrutturazione dell’apparato produttivo.

Questa fase si appoggiò sia sui tradizionali settori tessile e alimentare, sia sull’adeguamento dell’energia elettrica.

La distruzione di capitale fisso, che fu notevole, raggiungendo punte del 20% nel settore siderurgico meccanico, richiedeva tempi più lunghi ma offriva anche l’opportunità di preparazione strutturale per una successiva profonda ridefinizione dei settori in questione, oltre che del chimico.

Parallelamente – com’è ovvio per chi ragioni nei termini oggettivi dei rapporti di capitale in tempi di sovrapproduzione, e non si lasci catturare romanticamente dal lato “umano” del lavoro – la distruzione di capitale variabile in quel periodo raggiunse la quota complessiva del 25% delle forze di lavoro [classificate in 2 mln di disoccupati (10%) più 3 di sottoccupati e precari].

Questa circostanza fornì la necessaria base sociale produttiva per la ripresa dei profitti e dell’accumulazione di plusvalore in Italia, come in Giappone e in Germania, d’altronde.

Il blocco dei salari, già bassi, e dei prezzi che uscivano da un’inflazione che li aveva visti moltiplicarsi per 25 volte tra l’inizio e la fine della guerra, fissarono il reddito e il consumo alla metà dei livelli prebellici.

 

 

 

Un inciso

 

Negli anni della ricostruzione, le due forze emerse dalla Resistenza, quella del movimento democratico borghese e quella del movimento operaio, dovevano dare luogo a due linee contrapposte di politica economica.

La vicenda doveva rapidamente concludersi con il prevalere della prima, quella della restaurazione borghese, attuata attraverso la restaurazione “di una vecchia classe e di una vecchia cultura”.

La cacciata delle sinistre dal governo fu solo l’atto conclusivo di una cronaca già ampiamente annunciata, inevitabile per come furono condotte le cose.

L’anticomunismo, fin d’allora, fu la cerniera solida e diffusa per la tenuta di un blocco sociale articolato e vasto.

Dal punto di vista di teoria economica, il liberismo era l’elemento teorico si cui si allineavano gli esponenti del mondo industriale; e ciò non può essere fonte di sorpresa, se si pensa che in quegli anni l’intervento governativo portava con sé il controllo operaio, data la presenza operaia negli organi ministeriali.

Ma anche i cosiddetti “teorici più autorevoli” erano tutti assertori convinti del principio del liberismo economico.

Einaudi, Del Vecchio, Corbino – solo per citarne alcuni – concordavano nell’identificare controlli, protezionismo e autarchia con i principi autoritari dello Stato fascista e vedevano il ritorno al principio della libertà degli scambi come coronamento della restaurazione democratica.

Costoro influirono sulle decisioni pubbliche in virtù delle posizioni di responsabilità che furono chiamati a ricoprire.

Einaudi fu governatore della Banca d’Italia (1945-47) e ministro del Bilancio (1947-48). Nel maggio del 1948 fu eletto alla presidenza della Repubblica. Corbino fu ministro del Tesoro fra il 1945 e il 1946, Del Vecchio fu ministro del Tesoro fra il 1947 e il 1948.

Questi tre personaggi tenevano saldamente in pugno la politica economica del paese. La strumentalità della loro posizione ideologica era già presente nella riflessione carceraria gramsciana.

Scrive Gramsci nel Quaderno 13:

[…] Lo stato è sempre intervenuto anche nel liberismo.

[…] L’impostazione del movimento del libero scambio si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione cioè tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma siccome nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una «regolamentazione» di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico. Pertanto il liberismo è un programma politico, destinato a mutare, in quanto trionfa, il personale dirigente di uno Stato e il programma economico dello Stato stesso, cioè a mutare la distribuzione del reddito nazionale. (Q.13, p.1590)

 

Quindi, le linee di fondo che il capitalismo italiano percorse si caratterizzarono:

- sul piano politico con lo svuotamento progressivo degli embrioni di controllo operaio sulla gestione dell’economia e riconduzione delle organizzazioni dei lavoratori entro i binari tradizionali dell’attività sindacale, confinata sul piano meramente salariale;

- sul piano della struttura generale del sistema economico, accantonamento dell’idea della pianificazione, abolizione progressiva dei controlli, ritorno a una piena economia di mercato:

-   sul piano delle linee concrete di politica economica, scelta decisa dell’obiettivo di integrazione europea, attenzione primaria dedicata alla ristrutturazione industriale e al rammodernamento produttivo, e politica di severo contenimento salariale.

Questa impostazione si legò all’idea che gli aiuti esteri dovessero essere utilizzati anzitutto per accrescere le riserve valutarie e consolidare la posizione della lira, piuttosto che per accelerare il processo di ricostruzione.

Nei primi anni del dopoguerra, l’Italia ricevette aiuti attraverso l’organizzazione Unrra (United Nation Relief and Rehabilitation Administration), emanazione delle Nazioni Unite.

Tali aiuti consistettero soprattutto in sussidi alimentari, ma in un momento successivo presero anche la forma di mezzi di produzione che venivano ceduti a imprenditori privati, mentre il governo italiano tratteneva il ricavato.

Nel 1948, agli aiuti di carattere internazionale somministrati dalle Nazioni Unite si sostituirono gli aiuti forniti direttamente dagli Stati Uniti con il Piano Erp (European Recovery Program).

Questo prese avvio dal discorso pronunciato il 5 giugno 1947 alla Harvard University dall’allora segretario di Stato Marshall, il quale lanciò l’idea di un vasto intervento in aiuto dei paesi europei, allo scopo di accelerare la ricostruzione e la ripresa postbellica.

Con il piano Erp venivano forniti prestiti e contributi ai paesi europei; gli importatori acquistavano le merci loro occorrenti pagandole direttamente al governo italiano, il quale diventava titolare di un fondo lire, che avrebbe potuto utilizzare a scopi di ricostruzione.

Era chiaro che ciò rispondesse alle esigenze dell’imperialismo statunitense, che in tal modo si metteva al riparo da una eventuale crisi economica conseguente alla fine delle spese belliche; ed era chiaro che, con questo programma, gli aiuti venivano a creare un rapporto specifico fra paesi europei e Stati Uniti, cosa questa che, non a caso, vide l’opposizione del Partito comunista italiano nei confronti degli aiuti stessi.

E la ragione di fondo va ricercata nel rifiuto degli aiuti stessi nei confronti dell’URSS.

L’Unione sovietica, tra i paesi che hanno partecipato alla seconda guerra mondiale, era quella che ha subìto le maggiori distruzioni, per l’annientamento di vite umane (20 milioni di morti) e delle strutture dell’economia e della vita civile, che si estesero a tutto il territorio sovietico sino a Stalingrado, Mosca e Leningrado.

È Togliatti, che in un intervento del 1959, mette in luce il carattere strumentale della scelta statunitense e rimette la “storia con i piedi per terra”:

[…] è menzognera l’affermazione che quando venne avanzata dagli Stati uniti la proposta del famoso piano Marshall… l’Unione sovietica la respinse e cercò di sabotarne l’applicazione. Pura pazzia, dice il cittadino che non conosce le cose. Perché respingere quello di cui si ha bisogno e che negli Stati uniti c’è in abbondanza? Anche a questo proposito, però, non si fa altro che mentire. L’istituzione del piano Marshall risale al 1947, e quando venne proposto l’Unione sovietica chiese soltanto che in una conferenza si discutesse del modo della sua attuazione. La riunione ebbe luogo, a Parigi, e in essa l’Unione sovietica, accettando la proposta di un sistema generale di aiuti economici, insisteva perché gli aiuti non dovessero implicare un intervento nella vita dei paesi aiutati e, quindi, che dovessero aver luogo attraverso il canale dell’organizzazione delle Nazioni unite. Perché questa proposta venne respinta? Perché di questa proposta non se ne parla mai? Anche questo è un documento che ho parecchie volte citato ai nostri caporioni del campo atlantico, e mai si sono degnati di darmi una risposta, ribadendo così, anche in questo modo, che la loro menzogna non è solo una menzogna completa, ma una menzogna consapevole. Quando venne presentato il piano Marshall l’obiettivo cui tendevano gli Stati uniti era di riuscire, attraverso l’impiego delle enormi ricchezze che essi avevano accumulato, mentre i popoli d’Europa si svenavano e distruggevano a vicenda, a stabilire un loro sistema di dominio politico ed economico su tutti i paesi dell’Europa, trasformandoli in territori più o meno dipendenti dalla grande potenza imperialistica americana].

(Discorso pronunciato al teatro Smeraldo di Milano il 19 aprile 1959; Scritti sul centrosinistra, Firenze, CLUSF, 1975, p.259)

 

Sull’utilizzo del fondo lire per accrescere le riserve valutarie si manifestò l’opposizione degli esperti inviati per assistere l’Italia nell’applicazione del piano; costoro premevano per una utilizzazione dei fondi che alleviasse il problema della disoccupazione, nel timore che i disagi da questa provocati potessero ulteriormente rafforzare il Partito comunista.

Ma, soltanto nel 1949 si utilizzò il fondo lire a scopi produttivi.

Quindi, mentre nel resto del mondo si affermava la critica keynesiana al laissez faire, l’Italia veniva messa a nuotare contro corrente, sulla base di teorie economiche sorpassate già da una generazione.

[Sul valore delle politiche keynesiane, dell’innamoramento della cosiddetta sinistra nei confronti di Keynes, vi rimando alla Nota aggiuntiva]

 

Perciò, il gruppo di “esperti liberali”, che si diede il cambio al Tesoro in quegli anni concentrò la propria attività a smantellare con determinazione i sistemi di controllo su prezzi e quantità.

Allo stesso tempo non risparmiarono sforzi, in perfetta coerenza ideologica, nell’ostacolare le misure finanziarie che la sinistra aveva mostrato di voler attuare. Il caso paradigmatico è rappresentato dal cambio della moneta.

Il nuovo governo aveva ereditato dall’amministrazione fascista un pesante debito: la moneta stampata e posta in circolazione negli anni della guerra. Una sostituzione del segno monetario sembrava la naturale misura da adottare.

Il cambio della moneta poteva in un sol colpo divellere gran parte delle radici del processo inflazionistico. La grande ondata di inflazione, invece, venne lasciata libera di gonfiarsi allo scopo di far apparire inaccettabile l’azione delle sinistre e rendere alla fine impossibile la permanenza al governo. La funzione era stroncare l’azione sindacale, consentire una ondata di licenziamenti, per poi avviare la ripresa all’insegna della pace sociale e della moderazione salariale.

Fin da allora la richiesta di “sacrifici” al popolo lavoratore e di “sforzi duri” veniva propinata pomposamente alla coscienza delle masse: un dejà vu per l’oggi.

 

Per concludere, a conferma delle caratteristiche fondamentali del capitalismo italiano che si determinano in quegli anni, vale una riflessione di Togliatti sull’Unità del 26 marzo1961:

[…] Ho affermato tempo fa che ogni stato capitalistico è una dittatura delle classi borghesi… Prendiamo l’Italia. Chi disponeva della gestione delle ricchezze sociali, quando governavano i fascisti? Ne disponevano i consigli di amministrazione delle grandi società industriali, dei monopoli privati, delle banche; ne disponeva la grande proprietà terriera. E chi ne dispone oggi? Gli stessi enti, in qualche caso persino le stesse persone, attraverso sistemi di mediazione politica, che non intaccano le radici se non in piccola parte”.

(Scritti sul centrosinistra, Firenze, CLUSF, 1975, p.631)

 

 

 

Nota aggiuntiva

Lord John Maynard Keynes e la sinistra

 

Spesso in questa fase storica si è evocato lo spettro della crisi del ’29: allora, l’orologio della storia gira al contrario?

In Italia parrebbe di sì, vista la presenza di ministri fascisti nei passati governi Berlusconi e il consenso che gode la Lega di Salvini, il partito della Meloni, la presenza di gruppi fascisti e neonazisti, ecc.

Da parte della cosiddetta “sinistra” l’unica risposta è la riproposizione di ricette keynesiane.

La presenza di ministri fascisti non è stato che il compimento della svolta autoritaria, mentre la fede in Keynes è l’ulteriore dimostrazione della subalternità della sinistra.

Le categorie marxiane sono ignorate, anzi è rimossa anche quell’operazione, teoricamente infondata, mirante – anni addietro – a conciliare Marx e Keynes.

È rimasto solo Keynes.

È la riproposizione del keynesismo come presunta “ricetta radicale” in questa fase storica.

Keynes può essere il punto di riferimento teorico della sinistra?

Per rispondere a questa domanda è necessaria una ricognizione storica.

Alla fine della prima guerra mondiale, più che nei periodi precedenti caratterizzati da altri sconvolgimenti e crisi di mercato, le manifestazioni dell’anarchia del mercato libero concorrenziale e le loro perverse conseguenze sulla stabilità dei sistemi capitalistici si presentavano, forse per la prima volta, con i caratteri della crisi generale del sistema capitalistico mondiale.

In particolare si potevano registrare sia tensioni sul mercato del lavoro, sia disfunzioni sul mercato del capitale.

Tralasciando, non certo per importanza, ma per utilità di ragionamento le questioni inerenti al mercato dei capitali, vi è da dire che le tensioni sul mercato del lavoro dipendevano direttamente dalla definitiva trasformazione industriale – conseguente al conflitto mondiale – di gran parte della popolazione agricola e dalle difficoltà sia di riassorbimento in agricoltura, sia di riutilizzazione in industrie che dovevano essere riconvertite.

È soltanto dopo la crisi mondiale degli anni intorno al 1930 che si è cominciato a parlare della “piena occupazione” come di un obiettivo di politica economica.

La possibilità di discutere delle condizioni della piena occupazione in un mondo capitalistico deriva dalla pubblicazione, avvenuta nel 1936, della famosa teoria di Lord Keynes sui fattori che determinano il livello generale dell’occupazione.

Questa teoria si basava sul concetto di un capitalismo “maturo” incapace di creare da sé investimenti sufficienti ad assicurare la piena occupazione; aveva lo scopo e il significato di dare il mezzo per avere la piena occupazione in mancanza della guerra o della prosperità; e di vincere la depressione non nei “modi ortodossi” facendo la guerra o attendendo passivamente i risultati distruttivi della crisi, ma attraverso il metodo nuovo e “razionale” della domanda indotta dallo stato.

Come la vecchia, anche la nuova era una teoria dell’equilibrio; ma presentava come sua novità principale, il postulato che l’equilibrio era possibile con qualsiasi livello di occupazione.

La dottrina sottolineava l’insufficienza dell’investimento e la necessità di porvi riparo. Mentre il consumo rimaneva con l’investimento la determinante principale del livello di produzione e di occupazione, la forma in cui veniva calata la dottrina era tale da concentrare l’attenzione sull’investimento.

Ed era proprio la crescente insufficienza dell’investimento che veniva considerata responsabile della stagnazione cronica del capitalismo maturo.

Negli anni immediatamente prima della seconda guerra mondiale, questa nuova teoria fornì gli strumenti intellettuali al New Deal rooseveltiano, e fu tenacemente combattuta dalla grande industria e dai circoli conservatori dell’epoca.

Di fatto, però, il problema della disoccupazione rimase fino a quando la seconda guerra mondiale non costrinse i vari stati a fare, con l’intento di combattere la guerra, ciò che non erano stati in grado o disposti a fare durante la depressione che l’aveva preceduta.

Con l’avvio della produzione di guerra, Keynes era convinto che finalmente la sua teoria avrebbe trovato conferma, poiché ora si sarebbe visto «qual era il livello di consumo necessario per portare una libera, moderna comunità...in vista dell’impiego ottimale delle sue risorse».

Alla fine della guerra essa rappresentò una parte importante nella campagna popolare per una politica liberale di drastica redistribuzione del reddito, di bassi saggi d’interesse e di spese statali destinate alla ricostruzione sociale.

Ma il ruolo progressivo che una dottrina e una politica di piena occupazione recitarono nella particolare situazione di quegli anni non deve farci chiudere gli occhi sul fatto che essa si presentò sempre come una dottrina intesa a “salvare” o a “far funzionare” il capitalismo, senza mai proporsi di essere qualcosa di più.

Essa non fu in alcun senso una dottrina socialista; e soltanto per contrasto con la esaurita e decaduta ideologia che essa sostituiva poteva presentarsi come una critica di fondo del capitalismo. Però, malgrado tutte le sue caratteristiche, si tratta di una ideologia scaturita sostanzialmente dall’albero della tradizionale teoria economica borghese.

La “Teoria Generale”, cioè, non ci lascia alcun dubbio che Keynes considerasse la sua teoria come un’alternativa al socialismo.

Egli stesso scriveva che la sua teoria era «moderatamente conservatrice nelle sue implicazioni». E parlava della “socializzazione dell’investimento” come di un’arma contro la disoccupazione e la stagnazione economica. Ma si premurava di mettere a contrasto questa misura con la “socializzazione della produzione”.

Mentre era pronto ad essere spietato con il rentier che viveva sull’interesse, era sempre favorevolmente disposto verso l’attivo imprenditore o capitano d’industria, che riceveva il profitto. La famosa “eutanasia del rentier” attraverso la riduzione del saggio d’interesse, da lui patrocinata, aveva lo scopo di lasciare una quota maggiore di profitto all’ambizioso imprenditore: «tagliare i rami secchi del capitalismo affinché la parte viva ed attiva dell’albero potesse fiorire più rigogliosamente».

Egli riteneva di poter separare dal capitalismo i suoi elementi parassitari allo scopo di impedire l’esaurimento della linfa vitale del sistema.

Ma il carattere utopistico della piena occupazione in regime capitalistico deriva dal fatto che essa ignora opportunamente le contraddizioni inerenti alla struttura di classe della società, e concentra l’attenzione sulle misure che operano nella sfera dei rapporti finanziari e di scambio.

Keynes considerava, cioè, il capitale mero oggetto prescisso dai rapporti di proprietà che lo caratterizzano dunque riabbassato a semplice cosa di cui rintracciare una qualche misura, e il lavoro come mero servizio, dunque spogliato della sua peculiare forma salariale storicamente determinata.

«In nessuna scienza domina il costume di darsi tanta importanza con luoghi comuni elementari come nell’economia politica», avvertiva Marx.

Regredendo a identificare la circolazione capitalistica con il semplice scambio di merci o addirittura con la permuta di prodotti per l’uso immediato, gli economisti risolvono comodamente i rapporti della produzione capitalistica nelle relazioni semplici dello scambio o in quelle naturali del baratto e del consumo.

Finché l’industria rimane in mani private, il grosso della spesa d’investimento sarà controllato dalle singole imprese, che agiscono sulla base delle aspettative del profitto; e la spesa statale sarà confinata alla periferia del sistema economico.

Questo espediente di presentare il capitalismo come se fosse “un sistema di produzione sociale”, mosso da fini sociali anziché da fini di classe, è sempre stato uno degli ingredienti principali della funzione mistificatrice dell’ideologia borghese.

Infine, alcune considerazioni sul rapporto tra Marx e Keynes. Ogni autore che presume d’innovare nella teoria fa i conti con chi l’ha preceduto. Ora, Keynes nasce nel 1883, l’anno in cui muore K. Marx.

Keynes non studiò seriamente Marx, perché identificò le teorie di Marx con quelle dei classici e riteneva che la teoria di Marx fosse una deduzione dell’economia ricardiana.

Includeva il pensiero di Marx nella ortodossia come il laissez faire e si collocava fra gli eretici.

Lo stesso attaccamento di classe opponeva Keynes a Marx:

«Quando si viene alla lotta di classe come tale – egli scriveva – il mio attaccamento personale... va senz’altro al mio ambiente. Io posso essere influenzato da ciò che mi sembra giusto e sensato, ma la lotta di classe mi troverà sempre dalla parte della borghesia colta».

L’opinione che aveva del ‘Capitale’ era la stessa di quella che aveva del Corano: «è storicamente importante e molte persone lo considerano una pietra miliare, ma è sicuro che la sua validità economica contemporanea è nulla».

E proseguiva: «Un libro di economia – ‘Il Capitale’ – ormai vecchio, non solo scientificamente errato, ma privo d’interesse e possibilità di applicazione nel mondo moderno. Un credo che esalta il rozzo proletariato (sic!) al di sopra della borghesia e dell’intellighenzia, le quali, per quanti siano i loro difetti, sono l’essenza della vita (!!), e portano sicuramente in sé il seme di ogni progresso umano».

«I seguaci di Marx sono pronti a sacrificare le libertà politiche individuali al fine di cambiare l’ordine economico esistente: come i fascisti e i nazisti».

Interessanti sono anche i giudizi su Lenin ed il leninismo.

«Il leninismo è la fede di una minoranza di fanatici persecutori, guidati da ipocriti: Vladimir Ilic è un Maometto»;

«Il leninismo se la prende con l’atteggiamento dell’individuo e della comunità di fronte all’amore del denaro»;

«Lenin si è mostrato inadatto agli affari moderni e alla direzione della complicata economia del mondo industriale. Cosicché i russi, più degli altri europei, erano alla mercé dei loro Ebrei...

Giacché bisogna sapere che molti ebrei, nel fondo del loro cuore, sono nazisti o comunisti(!)».

 

Vi è da dire che, se sui comunisti non cambierà mai idea, sui nazisti, naturalmente di pura razza ariana, il giudizio si capovolgerà.

Infatti, basta confrontare la precedente affermazione apodittica con ciò che il nostro Lord scrive nella prefazione all’edizione tedesca della “Teoria generale”. La data è 7 settembre 1936:

«In Germania sono sempre esistite scuole importanti di economisti che hanno fortemente contestato l’adeguatezza della teoria classica nell’analisi degli eventi contemporanei. La scuola di Manchester e il marxismo derivano entrambi in ultima analisi dal Ricardo, conclusione soltanto a prima vista sorprendente. Ma in Germania è sempre esistita una larga sezione di opinione che non aderiva né all’una né all’altra. Tuttavia, non si potrebbe sostenere che tale scuola di pensiero abbia costruito un edificio teorico rivale, né che abbia anche soltanto tentato di costruirlo... Per questi motivi, posso forse attendermi minore resistenza dai lettori tedeschi che da quelli inglesi, nell’offrire una teoria complessiva dell’occupazione e della produzione, che si distacca per importanti aspetti dalla tradizione classica... Dopo tutto, l’amore della teoria è tipicamente tedesco... Vale certamente la pena che io faccia questo tentativo. E sarò soddisfatto se potrò dare un piccolo contributo agli economisti tedeschi, affinché essi costruiscano una teoria completa, atta ad esaudire condizioni specificamente tedesche... la teoria complessiva della produzione, che il libro seguente si propone di offrire, si adatta assai più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, di quanto lo sia la teoria della produzione e della distribuzione di un volume dato di produzione, ottenuta in condizioni di libera concorrenza di prevalente laissez faire”.

(La sottolineatura, ovviamente, è nostra)

 

Per finire, istruttivo è ricordare un suo accorato appello ai giovani:

«... è duro per un figlio dell’Europa occidentale, istruito, perbene, intelligente, ritrovare i suoi ideali nella confusa paccottiglia delle librerie rosse. A meno che non abbia precedentemente subìto qualche strano e orribile processo di conversione, che abbia sconvolto tutto il suo ordine di valori».