A partire dal dopoguerra fino, più o meno, a una ventina di anni fa, nella sinistra comunista quanto nella CGIL dinanzi a lotte e vertenze figlie di rivendicazioni o crisi capitava spesso di sentire, insieme ad analisi molto interessanti, una sorta di “mantra” sull’italico “capitalismo straccione” e sui “padroni incapaci persino di fare il loro mestiere”.

Invece, il capitalismo nostrano, il capitalismo di un paese senza materie prime, il suo mestiere ha saputo farlo, e bene, dando vita a una miriade di distretti produttivi e a un infinito sciame di piccole imprese artigiane nelle quali lo sfruttamento del lavoro, incluso l’autosfruttamento dei padroncini, ha contribuito a costruire le fondamenta di un PIL fra i primi 10 al mondo. 

Unitamente alle grandi imprese riconducibili alle famiglie padronali italiane che dal settore automobilistico ai veicoli pesanti e treni, passando per elettrodomestici e chimica nel corso di svariati decenni sono state fra le più competitive in ogni angolo del pianeta.

Naturalmente gli aiuti di stato non son mai venuti meno ma la presenza di un fortissimo movimento operaio sindacalizzato al meglio, unitamente a quella del PCI, ha impedito che quel mare di pubblici quattrini finisse soltanto nelle tasche di chi le aveva già strapiene.

Poi, quella stagione si è chiusa perché la classe padronale italiana familisticamente ripiegata sugli eredi di seconda e terza generazione ha trovato maggior interesse a lucrare sulle onorificenze garantite dalla vendita a favore di fondi finanziari e di investimento, peraltro quasi sempre organica emanazione di multinazionali straniere. Il tutto con la benedizione dei politici nostrani iniziati al sacerdozio della nuova religione del Capitale Cosmopolita. 

Se uno fosse un osservatore neofita, e chi scrive non lo è affatto, troverebbe davvero curioso come la gran parte di questa classe politica provenga dalla sinistra liberal-liberista di PD e dintorni proprio come tutti quei sindaci, consiglieri regionali, ed ex governatori di regione che in Toscana si sono letteralmente affastellati intorno alla vicenda della Gkn, fabbrica di componenti auto oggi occupata dalle maestranze operaie.

La Gkn è di proprietà di un fondo finanziario inglese, Melrose (nome gentile…) e produce(va) assi e semiassi per auto avendo nel carnet, oltre all’ex FIAT, oggi FCA, persino alcuni marchi prestigiosi come la Ferrari. Quindi, una produzione d’eccellenza con un presente critico come per tutto il settore ma con un portafoglio in ordine e un orizzonte potenzialmente buono. Il punto è che la proprietà non vuole più produrre e non sembra nemmeno particolarmente interessata a riconversioni immobiliari dell’area. 

Del resto, più in generale, questi fondi dal portafoglio ricchissimo e dai profitti immensi hanno il loro maggior interesse nel trovare adesione ai propri investimenti, tra cui spesso fondi pensione, mostrando una continua diversificazione negli ambiti di investimento. Così chiudere un’azienda illustrando ai potenziali investitori la mole del risparmio per una dismissione, magari esibendo progetti di futuri approdi verso nuove attività in altri lidi, può rivelarsi molto efficace.

Sabato scorso a Firenze si è svolta una grande manifestazione di solidarietà con i lavoratori della Gkn che a luglio sono stati licenziati via e-mail e oggi, avendo scelto come “logo” il termine “insorgiamo”, si sono mostrati coraggiosamente conseguenti nell’occupare la fabbrica. 

Il corteo, davvero imponente, è sfilato mettendo insieme gli striscioni delle tante fabbriche anch’esse a rischio chiusura e anch’esse finite sotto l’egida proprietaria delle multinazionali. Fra queste la Wirpool di Napoli, l’Embraco di Bologna, le acciaierie di Piombino etc.

Quali, però, siano gli strumenti reali per avviare una contrattazione potenzialmente proficua, francamente non è facile immaginarlo.

Non è semplice farsi un’idea sul possibile recupero del terreno perso al momento della (delle) vendita(e).

Avviare e condurre vertenze con assetti proprietari residenti all’estero è sempre stato difficilissimo. Farlo poi oggi, con proprietà riconducibili a fondi finanziari che per realizzare solidissimi profitti hanno bisogno di attività multiple e mutevoli, se non “volatili”, è un’impresa al limite dell’impossibile perché le classi politiche al governo, fino a ieri in modo compatto ideologicamente coniugate agli interessi del capitale cosmopolita, sono le medesime che hanno favorito le dismissioni a condizioni di lucro per chi vendeva e a zero garanzie per chi, in quelle fabbriche, rimaneva a camparsi la vita. 

Certo, a parte quanto è già accaduto, per oggi e domani “basterebbe” usare la Cassa Depositi e prestiti come una banca di sviluppo (niente di impossibile, sono scelte politiche e volendo si possono fare…) e favorire l’acquisizione da parte di investitori italiani. “Basterebbe” disincentivare l’acquisto o il controllo da parte di fondi finanziari e di investimento (anche questo è politica, si può fare e si faceva… lo faceva da ministro del lavoro Donat- Cattin che era democristiano…) Ovviamente non perché i nostrani padroni siano più buoni ma perché per questioni anche banalmente logistiche sono meno difficili da combattere. Avere la sede proprietaria nel New-England, a Bombay o a Genova non è affatto uguale.    

In ogni caso, in questa kermesse solidaristica politico istituzionale (e, intendiamoci, è davvero bene che ci sia quantomeno per attivare strumenti paracadute quali mobilità, cassa integrazione etc.) dove la zuppa viene narrata come alternativa al pan bagnato, la voce dei lavoratori si è alzata forte e in modo autonomo. Come quella dei sindacati, tutti, compreso quelli non confederali. Garantendo così attenzione sociale, esposizione mediatica e presenza politica. Sia pure, quest’ultima, caotica, contraddittoria e confusa. A tal proposito ci han colpito le parole di Giuseppe Conte così generiche da potersi applicare a qualsiasi vicenda politica, sportiva o di costume.

In ogni caso la mobilitazione rapida e coraggiosa dei lavoratori Gkn da subito fiancheggiati dalla FIOM ha riscosso un primo risultato: il ricorso presentato al Tribunale del Lavoro è stato accolto annullando il licenziamento.

E per il fondo Melrose che pure sembra aver annunciato di voler proseguire nei licenziamenti e nella chiusura degli impianti produttivi tutto ora sarà più difficile. A cominciare dal riverbero che tale pronunciamento ha avuto nella sua “debacle” in borsa.  

Purtroppo, fra le molte cose che questa vicenda ci racconta e ci ricorda, non manca nemmeno quella relativa all’assenza dei comunisti.

Presenti nella propaganda ma assenti nel concreto dell’azione politica. Quasi come se ci bastasse testimoniare la bontà del nostro esistere senza troppo penare nel chiederci per far cosa.