Appare ormai irrefrenabile la deriva fascista dell’attuale Primo Ministro indiano Narendra Modi, il quale si è particolarmente concentrato sulla repressione della comunità islamica del suo Paese, vicina ai 200 milioni di fedeli, aggiungendovi altri eventi significativi come l’inasprimento della situazione e il cambiamento di status del sempre travagliato Kashmir. La nuova legge sulla cittadinanza (Citizenship Amendment Act – CAA) mira a lasciare centinaia di migliaia di cittadini, in particolare musulmani, privi della nazionalità indiana.

Un ulteriore sintomo della deriva fascista è l’inedita alleanza strategica con il sionismo, capovolgendo la tradizionale posizione di New Delhi sempre vicina alla causa palestinese, e il ritorno inequivocabile ai signori di Washington; l’apice è stato raggiunto durante l’amministrazione Trump, a cui Modi ha reso omaggio nel febbraio del 2020, scatenando un’enorme repressione contro i cittadini che sono scesi in piazza in tutto il Paese nel ripudio dell’“egregio” visitatore.

La spirale di violenza si è concentrata in particolare a Nuova Delhi, dove membri del suo partito Bharatiya Janata Party (Partito del popolo indiano) o BJP e il Rastriya Swayamsevak Sangh o RSS (Associazione patriottica nazionale), una copia delle Sturmabteilung o SA (Camicie marroni) hitleriane, creata in collaborazione con la polizia e costituita per lo più da elementi di fede indù, hanno scatenato un’ondata di saccheggi, assassinii, torture e linciaggi concentrata nei quartieri a maggioranza musulmana del nord-est della capitale indiana, dove sono stati distrutti migliaia di negozi e case, insieme a quattro moschee, in cui gli imam sono stati picchiati e torturati.

Sebbene il bilancio delle vittime, secondo i dati ufficiali, abbia raggiunto 53 persone, mentre altre duecento sono rimaste ferite, il numero è estremamente basso, se si tiene conto delle violenze scatenate dalle folle nazionaliste al grido di “Maro shaale mulleko” (uccidi il musulmano bastardo) e “Jai Shri Ram” (Gloria al Dio Rama) una delle divinità più importanti dell’induismo, diventata il grido di battaglia dei militanti del BJP; dagli stupri alle torture alle esecuzioni, non si sono privati assolutamente di nulla contro i katwa (circoncisi), il soprannome dispregiativo usato per i musulmani in India.

A un anno da questi eventi, nei quartieri saccheggiati decine di case e locali restano chiusi, dal momento che i loro proprietari hanno preferito fuggire nei loro villaggi fuori New Delhi, sapendo che il fuoco può tornare a divampare. Nel mentre, le cause legali avviate dalle vittime contro il governo non solo non avanzano, ma continua una campagna di intimidazione contro ricorrenti e testimoni, e anche contro i loro difensori: è il caso di Mehmood Pracha, che difende centinaia di vittime e detenuti, e il cui studio il 24 dicembre è stato perquisito da un centinaio di uomini della forza speciale della polizia di Delhi. L’avvocato ha poi denunciato il fatto mentre cercavano di intimidirlo, e lo stesso è avvenuto con tutti coloro che in qualche modo sono coinvolti con le vittime della repressione. Da segnalare anche l’atteggiamento del Ministro dell’Interno dell’Unione, Amit Shah, che sta indagando sul rapporto relativo alle violenze, per cui Pracha ha ricevuto nuovamente le stesse visite nel suo ufficio a Nizamuddin West (Delhi), lo scorso 9 marzo.

Tra i clienti di Pracha, oltre a molte vittime di origine musulmana, ci sono attivisti politici e per i diritti umani, professori e studenti universitari, accusati da portavoce del governo di essere terroristi, traditori e jihadisti; alcune settimane prima della visita di Trump erano stati accusati di “cospirare per provocare disordini e infangare la reputazione dell’India” secondo le dure leggi anti-terrorismo, per le quali potrebbero incorrere in pesanti sanzioni.

La polizia e i militanti del BJP hanno approfittato delle rivolte per attaccare senza quartiere i musulmani; in particolare il leader dei nazionalisti, Kapil Mishra, in un discorso di piazza, il 23 febbraio, ha invitato i suoi compagni a rilasciare i detenuti musulmani “per dare loro una lezione”, il che per molti osservatori è stato l’innesco delle rivolte.

In successive dichiarazioni, il leader del BJP, dopo aver smentito tutte le accuse, dalle quali è stato anche scagionato dopo le indagini di polizia, e di fronte alle denunce secondo cui il numero dei morti in quei giorni era in realtà molto più alto, ha smentito di sapere se potesse esserci stato un numero maggiore di vittime musulmane, chiudendo con un esempio forte e che fa riflettere: “Hitler è morto nella seconda guerra mondiale, ma lo chiamiamo vittima? Solo perché quella persona è morta non significa che fosse una vittima. In qualsiasi guerra o sommossa, più persone possono morire da una parte perché hanno più partecipato alla violenza”.

Rohingya, il nuovo capro espiatorio

Modi sta usando il pugno contro i Rohingya, il gruppo etnico musulmano che da anni è perseguitato e ucciso dal Tatmadaw (esercito birmano); una situazione che, dal golpe del 1 febbraio, è decisamente peggiorata. Con l’avallo dei militari birmani, che hanno ridotto la popolazione Rohingya da 1.200.000 a meno di 400.000, in pochi anni, o spingendoli in mare aperto su barche che, dopo mesi di pellegrinaggio, hanno trovato riposo nelle profondità delle Andamane, o nel vicino Bangladesh, dove ne sono già arrivati ​​più di un milione; poche migliaia poi hanno proseguito in direzione dell’India, poi dal 2017 il numero è aumentato.

Questo il quadro della situazione: la loro irregolarità giuridica si accompagna alla mancanza di consenso internazionale per risolvere la questione Rohingya, a cui una legge del 1982 ha tolto la nazionalità birmana, dopo generazioni vissute in quel Paese, al pari di Modi, dopo l’approvazione della nuova legge. Si è avviata una persecuzione sfrenata contro i 40.000 Rohingya, arrivati in India con le diverse ondate del 2008, 2012 e 2017, non più perché “stranieri” privi di documenti, ma semplicemente perché musulmani.

L’attuale Primo Ministro indiano, nel corso della sua carriera, ha strutturato il sentimento anti-musulmano come una politica di Stato: già come Governatore dello Stato di Gujart, non solo ha permesso, ma incoraggiato il massacro del 2002, in cui circa 2.000 musulmani sono stati assassinati su basi pretestuose; da quando è arrivato al governo centrale dell’India nel 2014, ha permesso di diffondere odio e ha dato luogo a un’escalation repressiva, trattando sia i Rohingya che tutti gli indiani musulmani come capri espiatori, accusandoli di essere responsabili dell’espandersi della pandemia, del terrorismo e di ogni altro male che Modi vorrebbe allontanare. Adducendo sempre come scusa la necessità di creare Hindū rāṣṭravāda, (lo Stato indù) secondo le norme dell’hindutva.

Come già fatto prima delle elezioni nazionali del 2019, e in vista delle prossime elezioni nello Stato del Bengala occidentale, il Bharatiya Janata, insieme ad altre organizzazioni di estrema destra, ha lanciato una campagna per l’espulsione dei Rohingya, con l’accusa di aver ottenuto la cittadinanza in modo illegittimo. Nelle elezioni che si terranno in diverse fasi, dal 27 aprile, il Bjp ha promesso che, se avrà successo, espellerà i Rohingya. Fino a poche settimane fa ne vivevano in quello Stato circa 500, di cui attualmente non si ha notizia.

Dallo scorso gennaio, i rifugiati Rohingya si sono nascosti, abbandonando i loro campi e cercando di fuggire dall’India, prima di essere arrestati e consegnati alla Birmania, dove il loro destino è segnato. Le forze di sicurezza indiane hanno arrestato tra 300 e 500 Rohingya in diverse parti del Paese; solo nel Kashmir, Stato a maggioranza musulmana confinante con il Pakistan, nella città di Jammu ci sono circa 5.000 Rohingya, di cui 150 sono stati arrestati e inviati in diverse carceri prima della loro espulsione, malgrado che molti avessero lo status di rifugiato concesso dall’UNHCR (L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Ancora una volta i Rohingya si trovano nelle fauci del lupo.