Nozione di libertà

La libertà, viene in generale definita la situazione in cui l’essere umano può agire senza costrizioni o impedimenti e possedendo le risorse (mezzi, capacità) per determinarsi secondo un’autonoma scelta dei fini e dei mezzi adatti a conseguirli. Per libertà intendiamo dunque la possibilità d’essere se stessi, di decidere in modo autonomo la propria forma di vita; la libertà dell’“io situato”, cioè interno ad uno stato di cose indipendente da lui, a partire dal quale l’io si dà un progetto di fioritura, superando gli ostacoli che impediscono di conseguire la pienezza umana.

Nel pensiero antico greco-romano il concetto di libertà concerneva la potenza e l’autonomia della comunità politica (polis, civitas) piuttosto che gli individui. Tuttavia, veniva esaltata la libertà del cittadino fornito di diritti politici, in quanto non sottomesso al potere dispotico di un re o d’un tiranno. Tale concetto di libertà era riferito alla schiavitù personale e politica, condizione indegna d’una natura umana pienamente realizzata. In altro senso, libertà significava accettazione del fato (ordine cosmico predestinato) e adesione alla legge dell’armonia universale. 

Per il pensiero cristiano il problema della libertà si accentra sulla volontà buona e chiama in causa la grazia divina come indispensabile strumento di liberazione dell’uomo. La volontà, corrotta dal peccato originale, non potrebbe liberarsi dalla schiavitù del corpo senza la rigenerazione operata dal Cristo. La vita terrena è, quindi, caratterizzata da una schiavitù mai del tutto eliminabile nei confronti del male; la libertà è posta in relazione con il giudizio finale, al di là della storia. 

Il pensiero moderno umanistico celebra l’essere umano come centro di creatività e di coscienza, artefice della propria storia, con una centralità di posizione nell’universo, lo celebra per i valori di felicità e di armonia-bellezza, per la sua assoluta dignità, rivendicando i suoi diritti contro le minacce che alla persona umana verrebbero dall’organizzazione politica, economica e sociale. 

In Hegel la libertà viene identificata con l’essenza razionale della realtà e della storia, luogo della realizzazione della libertà, in quanto processo che attraversa le istituzioni politiche, dal dispotismo orientale alle monarchie costituzionali europee. 

Marx concepì la libertà non come processo speculativo della ragione universale, ma come processo di liberazione economica, politica, sociale, il cui fine è di affrancare l’uomo dalla schiavitù del bisogno e della guerra, consentendo a ciascuno una concreta autorealizzazione materiale e spirituale. Marx ha parlato spesso di quel “mondo rovesciato”, che ha esteso il suo dominio al punto di controllare la vita dell’individuo anche quando non ne ha coscienza. Per Marx la libertà si può realizzare solo in un nuovo ordine comunitario, in cui ognuno può trovare le opportunità per l’autorealizzazione umana, partecipando alla creazione e all’uso delle risorse costitutive della ricchezza collettiva e in cui il concetto di civiltà sia connesso con il concetto di coscienza collettiva dei popoli.

A partire dal secondo dopoguerra le moderne Costituzioni democratiche garantiscono formalmente una molteplicità di possibilità di azioni riconosciute come libere, ma, connesso con l’idea moderna di democrazia, è stato riconosciuto il principio di fondo della indivisibilità della libertà. Cioè i diritti costituzionali formano un sistema in cui la lesione di una parte si ripercuote sulle altre parti (ad es. la limitazione del diritto al lavoro incide sulla libertà personale perché preclude il conseguimento delle condizioni minime d’esistenza).

La libertà, inoltre, si distingue in libertà negativa, cioè libertà da vincoli, impedimenti e libertà positiva, che richiede strutture oggettive che la rendano possibile, cioè libertà effettiva, posta come sicura (da positus), legata ad una concreta possibilità d’azione.

Contraddizioni del sistema liberale

Nel pensiero liberale vi sono due dimensioni da sempre in contraddizione, la teoria del libero mercato (agire nel mercato seguendo i propri interessi particolari), la teoria dei diritti fondamentali (proteggere gli individui dagli abusi del potere politico). La tensione fra le due anime della concezione liberale deriva dal fatto che la libertà di mercato può ledere i diritti fondamentali, che debbono pertanto valere come limiti di quella. Infatti la sfera di liceità delle libertà economiche (libertà di scambiare merci mediante l’esercizio della potestà contrattuale; diritto di diventare proprietari di beni; assenza di ostacoli a entrare nello spazio del mercato, libertà di destinare capitali a impieghi produttivi di lucro) incontra necessariamente un limite: non tutto si può comprare e vendere. Il corpo, la dignità, il pensiero, il paesaggio, le attività e i beni culturali, la salute, ecc., non hanno un valore di scambio.

Il liberalismo vede gli esseri umani come concorrenti, all’interno del mercato, in un gioco a somma zero, che classifica gli esseri umani in vincenti e perdenti. Per l’individuo, nei rapporti di mercato, gli altri sono o strumenti o ostacoli per la soddisfazione dei propri bisogni. 

Di fronte alla logica del mercato (dell’alienabilità), che pervade ogni sfera della vita sociale, assegnando a tutto un prezzo, il pensiero democratico-progressista e quello socialista ci hanno insegnato a diffidare dell’espansione incontrollata delle libertà dei privati e hanno affermato che i diritti fondamentali sono indisponibili, cioè sono sottratti al mercato, per la stessa ragione per cui sono sottratti alle decisioni del potere politico. Nessun potere economico può acquistare i diritti di libertà di un individuo, né quest’ultimo può venderli. Secondo le basi teoriche del costituzionalismo le libertà fondamentali sono inalienabili, mentre la libertà di mercato si fonda sull’alienabilità di ciò che rientra nella propria sfera. 

Quindi, i diritti di libertà sussistono a condizione che venga garantita la loro libertà dal mercato. Oggi, ad es., i nuovi rapporti di produzione e le nuove dinamiche sociali hanno distrutto uno dei presupposti della libertà, il rapporto ben definito fra “tempo di vita” e “tempo di lavoro”.

Libertà come governo di sé 

Per il costituzionalismo democratico-sociale non tutte le situazioni di libertà meritano lo stesso apprezzamento, non qualsiasi libertà è un valore (ad es. non è un valore la libertà di diminuire la dignità umana o la libertà di controllare i mezzi d’informazione). La libertà del lupo d’azzannare l’agnello non ha lo stesso valore della libertà dell’agnello dalle fauci del lupo.

Il costituzionalismo democratico e socialista pone in rilievo non la libertà astrattamente intesa, ma l’eguale distribuzione delle libertà; infatti, ha introdotto i diritti sociali, economici e culturali, come diritti ad accedere alle risorse comuni, per la dignità umana e il libero sviluppo della personalità. Libero è chi non è sottoposto al potere di qualcuno che dispone di lui, chi è auto-nomo, cioè chi può governare se stesso, chi è libero di volere, di maturare un giudizio responsabile in condizioni di autonomia, libero da condizionamenti economici e informativi. 

La libertà come governo di sé è il potere di creare se stessi, dare uno stile alla propria vita. La libertà vuol dire amare le intensità, usare l’energia vitale per esplorare, sperimentare, scoprire che ci sono limiti che possiamo superare e altri no, perché sono limiti che danno forma alla libertà e al piacere, ci salvano dall’indistinto. 

Dunque, essere liberi vuol dire agire senza impedimenti e costrizioni (libertà negativa), ma soprattutto avere le risorse che consentono di autodeterminarsi, di prendere decisioni da sé senza essere determinati dalla volontà di altri o da forze estranee al proprio volere (libertà positiva).

Secondo il pensiero democratico e socialista bisogna distinguere fra due tipi di libertà:

  • libero (libertà da) è chi non subisce imposizioni, chi non è subordinato al potere di qualcuno che dispone di lui, per cui la libertà d’un soggetto equivale alla negazione di potere altrui (potere su);
  • libero (libertà di) è chi dispone di un potere proprio (potere di), cioè può compiere una scelta o un’azione sia nel senso della possibilità-liceità, sia nel senso della possibilità soggettiva (è capace di, ha i mezzi per compiere una certa azione; cioè è in grado di agire perché ne ha le risorse).

I poteri selvaggi 

Dietro la melassa del chiacchierio umanitario, nel capitalismo mondializzato è avanzato un processo di erosione e di svuotamento della civiltà dei diritti fondamentali. È cresciuta, da un lato, la disuguaglianza nella distribuzione delle risorse per la fruizione dei diritti, dall’altro la concentrazione di mezzi, cioè di poteri, nelle mani di alcuni soggetti, che vengono a disporre di un potere privato capace di condizionare e indirizzare scelte e comportamenti. Certe libertà (libertà economiche, libertà di manifestare il pensiero) si sono trasformate in poteri di alcuni che limitano le libertà dei molti, con uno squilibrio fra eguaglianza dei diritti e disuguaglianza dei poteri. Non basta minimizzare lo Stato per massimizzare la libertà e minimizzare il potere. Oggi, in nome della libertà, sono cresciuti i poteri “selvaggi”, tendenzialmente illimitati, in grado di eludere e travolgere quel sistema di garanzie per i diritti fondamentali fondato sulle istituzioni dello Stato nazionale, della libertà dei popoli. La ineguaglianza nei mezzi (nel potere di godimento delle libertà di fatto e di diritto) ha come effetto che pochi privilegiati esercitano di fatto un potere su altri soggetti, condizionando la loro volontà (es. fornendo informazioni deformate o non dando informazioni), impedendo di vedere correttamente la realtà, indirizzando i loro comportamenti e restringendo gli spazi di scelta. Nello spazio libero da imposizioni della volontà collettiva sono cresciute le differenze fra gli individui nel possesso di capacità e di mezzi, si sono instaurati altri tipi di potere, non pubblici, ma privati:

  • il potere economico, che s’esercita su individui considerati fattori di produzione di merci, mediante il controllo delle risorse materiali a essi necessarie;
  • il potere ideologico, che s’esercita su individui considerati come menti orientabili nel giudizio sul vero e sul falso, sul bene e sul male, mediante il controllo di conoscenze e idee e dei canali di diffusione di notizie e opinioni, cioè dei mezzi d’informazione e persuasione.

Lo Stato democratico deve essere limitato dal riconoscimento dei diritti di libertà, ma è anche obbligato ad assicurare formalmente e sostanzialmente il godimento dei diritti, proteggendoli nei confronti di chiunque sia in grado di ridurre o svuotare l’autonomia dei cittadini, condizionando e orientando la loro volontà.

La libertà spirituale 

Nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 era stabilito che “La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri”. 

Secondo la tradizione liberale la garanzia delle libertà dell’individuo s’incentrava nella tutela della libertà fisica (es. libertà personale come garanzia contro gli arresti arbitrari). 

Secondo il pensiero democratico e socialista la salvaguardia della mera libertà fisica dell’individuo appare insufficiente a proteggere la libertà individuale contro le ingerenze e gli arbitri dei poteri pubblici e privati. Nelle società di massa l’individuo è sottoposto a diffuse forme di costrizione spirituale, che mirano a penetrare all’interno della sfera psichica per impadronirsi dei meccanismi individuali di decisione. L’ambito interiore della coscienza, una volta lasciato al dominio esclusivo dell’individuo, è divenuto ambito di interventi di manipolazione psicologica e dell’informazione da parte del potere economico e ideologico.

I costituenti italiani che elaborarono e approvarono l’art. 3 della Costituzione del 1948 stabilirono che comune fondamento dei singoli diritti di libertà è la libertà spirituale, intesa come condizione esistenziale senza la quale nessuna attività può dirsi frutto d’una libera scelta. Quindi la libertà dello spirito non è concepita come appartenente a una sfera interiore estranea al diritto, è intesa come possibilità di essere se stessi, di governare se stessi, di costruire la propria esistenza, di sviluppare e manifestare la propria personalità, possibilità che, per un marxista, richiede un legame sociale complessivo, la cooperazione produttiva e l’edificazione della comunità solidale postcapitalistica delle eguali libertà, come la chiama Costanzo Preve.

Riferimenti bibliografici

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