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I contagi a Mondragone, Gelsenkirchen e Bologna: dietro i focolai c’è il mancato riconoscimento dei diritti sociali

di Francesco Fatone

laureato in Scienze Politiche a Napoli e attivista dal 2016 del Comitato Villa Giaquinto

La vicenda di Mondragone (Caserta) ha sconvolto l’Italia: davanti ai palazzi ex Cirio, è stata dichiarata la zona rossa a causa di un focolaio di Covid-19, le palazzine ex Cirio sono abitate principalmente da migranti bulgari che lavorano nel litorale domizio. I cittadini mondragonesi hanno veementemente protestato nei confronti delle misure di lockdown e non si sono fatte attendere anche reazioni razziste ed infelici. Mondragone si è trasformata così da cittadina di mare e vacanze in un fertile terreno di scontro politico tra lo “sceriffo” De Luca e Matteo Salvini, che ha visitato la città campana per un comizio proprio lunedì 29 giugno. Viene invece dimenticata la condizione di chi abita le palazzine ex-Cirio: lavoratori sottopagati ai quali vengono negati beni fondamentali; ma quello di Mondragone non è stato l’unico caso di sfruttamento emerso durante la pandemia: già da qualche giorno sapevamo dei contagi da coronavirus legati al mattatoio della città di Guetersloh, nella regione tedesca del Nord Reno Westfalia dove oltre i due terzi del personale dell'impianto hanno contratto il COVID e l’hanno trasmesso anche a familiari e amici ed oggi alcuni lavoratori si trovano in una ‘quarantena lavorativa’, cioè potranno solo spostarsi tra casa e lavoro, una misura estremamente discutibile.

Sono state tempestive le misure di contenimento nei confronti degli impiegati da parte del Governo federale, nonostante tutto l’infezione è localizzata ma sono emerse delle violazioni dei diritti dei lavoratori molto gravi nelle fabbriche della Westfalia: assenza di sanificazione, orari estremi e paga molto stretta per i lavoratori del mattatoio.

Altro caso è quello della BRT di Roveri, in provincia di Bologna, con 65 operai contagiati, dove le sigle sindacali hanno per moltissimo tempo insistito affinché si prestasse maggiore attenzione alla sicurezza dei lavoratori di questo settore che non si è mai realmente fermato neanche durante la pandemia. La sicurezza dei lavoratori e le loro condizioni esterne all’ambito lavorativo sono divenuti per molti un costo aggiuntivo e non più le condizioni minime da rispettare; la verità è che molti di questi contagi sono stati facilitati dalla carenza di norme che tutelino i lavoratori dallo sfruttamento. Viene messo come sempre davanti alla salute il mero profitto: lo sfruttamento e l’assenza di tutela per queste persone, chiamate anche lavoratori invisibili, sono all’ordine del giorno.

 

 

Come contrastare lo sfruttamento e i suoi fautori: la lezione di Soumahoro

 

Non è un caso che siano i migranti a dover passare sempre per queste difficili situazioni: arrivati in Italia dai loro paesi di origine, molti di questi migranti non riescono a permettersi beni fondamentali e si ritrovano a svolgere lavori senza alcuna tutela con la promessa di un “tetto sopra la testa” e qualche euro all’ora per vivere. Come contrastare queste situazioni? Come rendere il lavoratore consapevole della propria alienazione e delle sue condizioni disumane? Durante il periodo di quarantena la “regolarizzazione” dei braccianti è stato un banco di prova per capire come muoversi e come organizzarsi. La regolamentazione di molti braccianti è stato un primo timido passo in avanti con il “Dl Rilancio”, ma riconoscere l’esistenza di esseri umani e il loro diritto alla vita era il minimo: si deve cominciare a combattere i moderni schiavisti e impedire lo sfruttamento a danno dei lavoratori, senza distinzioni di razza e di sesso. Dare dignità a questi lavoratori significa fare in modo che non vivano in baraccopoli o in fatiscenti palazzine abbandonate da privati, significa garantire un salario dignitoso e garantire la loro integrazione all’interno della società, ma siamo ancora lontani da molti di questi obiettivi a livello istituzionale. Proprio su questi temi si è espresso il sindacalista ivoriano Aboubakar Soumahoro che negli ultimi mesi sta portando avanti diverse iniziative che invitano gli italiani ad aprire gli occhi riguardo alla questione degli invisibili, lasciati ancora più indietro durante questa pandemia. Da parte di Soumahoro è stata lanciata una raccolta fondi su GoFoundMe, è stato indetto lo “Sciopero degli Invisibili” boicottando l’acquisto di frutta nei supermercati ed è stata creata una petizione per chiedere l’istituzione di una patente del cibo per dimostrare che la produzione del cibo non abbia violato i diritti umani e ambientali. Per Soumahoro è fondamentale sconfiggere il caporalato rivedendo lo strapotere della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), da lui definiti i “Giganti del cibo” che opprimono gli agricoltori, imponendo loro prezzi e condizioni di acquisto dei prodotti, che a loro volta schiacciano i braccianti. Nel mese di luglio Soumahoro si è incatenato nei pressi di Villa Doria Pamphilj, durante lo svolgimento degli Stati Generali dell'Economia presieduti da Giuseppe Conte, facendo uno sciopero della fame e della sete per chiedere la “patente del cibo”, un “piano nazionale emergenza lavoro” per cercare di salvare il lavoro a coloro che rischiano fortemente di perderlo e, infine, la cancellazione dei decreti sicurezza. Dobbiamo necessariamente imparare dalle lotte già esistenti e portate avanti sul territorio nazionale per poter includere anche gli sfruttati di Mondragone; è, infatti, impensabile poter portare avanti la lotta al moderno schiavismo senza i suoi protagonisti principali. La classe operaia deve comprendere necessariamente che l’immigrato non è il crumiro o il nemico del popolo da scacciare o condannare ma un compagno di lotte. Saranno questi i temi fondamentali da tenere a mente per un autunno caldo: i diritti dei lavoratori violati durante questa pandemia e la loro dignità che viene ogni giorno calpestata da sfruttatori avari di profitto.