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I comunisti e la lotta internazionalista

di Marco Pondrelli

Cumpanis, dicembre 2020

 

Da Livorno a Mosca: la battaglia dei comunisti in Italia

 

 

 

I cento anni dalla nascita del Pcd’I possono essere un momento di riflessione sulla nostra storia, sui nostri successi e anche sui nostri errori. Sta alla capacità della migliore classe dirigente comunista evitare di trasformare questo appuntamento in una semplice ricorrenza in cui da una parte si esalta tutta la storia comunista, dall'altra la si denigra facendo propri i peggiori argomenti dei nostri avversari.

Come 100 anni fa anche oggi la dimensione internazionale rimane essenziale per il movimento comunista. Marx ed Engels ci hanno insegnato che le contrapposizioni non sono nazionali ma di classe, quando chiudono ‘il manifesto del Partito Comunista’ con l'invito ai proletari di tutto il mondo ad unirsi ci stanno dicendo che la vera differenza non è fra italiani e francesi o fra inglesi e tedeschi ma fra sfruttatori e sfruttati.

Purtroppo, come Engels scrisse negli ultimi anni della sua vita, la guerra che si stava preparando avrebbe portato i lavoratori ad uccidersi sui campi di battaglia. La Rivoluzione d'Ottobre può essere capita sono nel dramma della Grande Guerra, la lotta per la pace e per la terra sono i due obiettivi chiari e semplici che Lenin riesce a dare alle masse affamate.

Dopo il '17 Lenin è cosciente che la Rivoluzione può vincere in tutta Europa solo trionfando in Germania, fu quindi chiaro a tutto il gruppo dirigente bolscevico che, dopo la sconfitta tedesca, occorreva un ripensamento della propria linea. Diviene quindi fondamentale difendere l'esperienza sovietica e lo Stato Sovietico. Le sorti dell'URSS si legano a quelle del movimento comunista internazionale. La sezione italiana della Terza Internazionale, nata a Livorno nel 1921, è parte di questa lotta.

Quando si sottolinea il legame fra Unione Sovietica e movimento comunista internazionale occorre capire la differenza che passa fra uno Stato e un movimento politico. L'URSS deve muoversi nell'agone internazionale e, ad esempio, i rapporti con l'Italia fascista servono ad uscire dall'isolamento. Questi rapporti statuali non impedirono però di proseguire le lotte che i comunisti portavano avanti in Italia e negli altri paesi. Come ricordò Domenico Losurdo lo stesso patto Ribbentrop-Molotov non bloccò la lotta antifascista e antinazista dei comunisti in Europa. Capire i diversi piani su cui i comunisti devono agire, quello statuale e quello della lotta politica, aiuta a capire i tanti errori che sono stati commessi in passato. Quando dopo l’11 settembre la Cina non pose il veto all'invasione dell'Afghanistan molti gridarono al tradimento, non capendo che dirigere un partito e dirigere uno Stato sono due cose differenti.

Posto questo tema si può capire come la battaglia dei comunisti italiani fosse legata alla difesa dell'esperienza sovietica. L’URSS non rappresentava solo la ‘base logistica’ nella lotta al fascismo dando rifugio ai dirigenti in esilio, ma era anche un simbolo per il proletariato italiano. La Grande Guerra Patriottica combattuta dai sovietici è una lotta per la difesa della propria Patria ma allo stesso tempo è una lotta che rafforza e accresce il prestigio del movimento comunista internazionale. È proprio la vittoria nella seconda guerra mondiale ad aprire una nuova fase mondiale; come la prima guerra mondiale aveva portato alla Rivoluzione Sovietica, così la seconda guerra mondiale segna la vittoria dei comunisti in Cina, consentendo inoltre l'apertura della stagione della decolonizzazione

 

 

 

Il PCI e la guerra fredda

 

La battaglia che i comunisti conducono in Italia si lega a quella che si combatte nel mondo. La democrazia progressiva di Togliatti si colloca in un contesto internazionale di scontro. I comunisti italiani sanno che un rafforzamento dell'Unione Sovietica aiuterebbe anche la crescita del movimento operaio italiano. Questo però non vuole dire che il ruolo del PCI in Italia fosse di semplice attesa. Anche in questo caso, come durante il fascismo, la forza della migliore tradizione comunista è stata quella di legare la lotta nazionale a quella mondiale.

L'obiettivo di questo scritto non è ripercorrere la storia del PCI, con le sue conquiste e i suoi errori, è però necessario un riferimento alla stagione dell'eurocomunismo. Non voglio dare un giudizio sulla complessa figura di Berlinguer che è stato Segretario del PCI per 12 anni e che è stato protagonista di passaggi molto complessi. Mi limito a ragionare sull'eurocomunismo, che fu un tentativo velleitario di costruire un'alternativa al riferimento sovietico. Nello scontro che ha segnato la storia mondiale dal '45 all'89 trovare lo spazio per terze posizioni non era realistico, non è casuale che fra chi continua, magari in modo farsesco, a rivendicare l'esperienza di Berlinguer si trovano anche i più fedeli sostenitori del patto atlantico.

 

 

 

Dopo l'89 la fine dell'URSS e il PRC

 

La storia dei comunisti del post-'89 va letta alla luce della mancanza di un vero progetto, nessuna idea di cosa avrebbe potuto essere lo Stato di transizione e di riferimenti internazionali.

Rifondazione Comunista nasce unendo i pezzi sparsi della sinistra, l'ala cossuttiana del PCI, gli eredi delle idee e delle lotte di Pietro Secchia, gli ingraiani, la nuova sinistra e tanto altro. Personalmente ricordo i primi anni del PRC con compagni che si definivano anarco-comunisti o che ammiravano gli studenti che a Tienanmen si erano schierati contro il PCC. Questo partito è rimasto per anni un ibrido. Bisogna dare atto a Bertinotti di essere riuscito a dare un’anima a Rifondazione Comunista, un'anima profondamente e radicalmente anti-comunista che trovava la sua ragion d'essere in una non meglio precisata radicalità di sinistra, molto sensibile ai nuovi diritti e molto meno al mondo del lavoro. In campo internazionale queste posizioni sono state, se possibile, ancora più velleitarie. Non si riconosceva uno scontro fra stati nazionali, anzi queste posizioni venivano spregiativamente definite ‘campiste’, ma si vaticinava di un fantomatico ‘movimento dei movimenti’ assurto a potenza mondiale.

Le tesi congressuale del 2001, ancora più di quelle del Congresso di Venezia del 2006 che portarono alla partecipazione al secondo governo Prodi, andrebbero studiate per capire quanto una classe dirigente improvvisata fu protagonista di un'analisi totalmente avulsa dalla realtà. Non è casuale che molti di questi dirigenti siano persi fra la sinistra governista, il PD e Renzi.

Le tesi del 2001 affermavano tra le altre cose che la guerra infinita di George W. Bush era un ‘conflitto civile planetario’ sostenendo coerentemente che la nozione di imperialismo ‘appare oggi inadeguata’. Personalmente trovo poche altre categorie in grado di interpretare quella guerra (non ancora conclusa) meglio di quella dell'imperialismo così come tratteggiato da Lenin.

La scelta bertinottiana fu quella di non riconoscere uno scontro mondiale fra stati, USA, Russia, Cina erano tutti parti di un unico impero che aveva i propri centri di comando nel WTO, nel G8 e nel FMI.

In questo quadro il ‘movimento dei movimenti’ era l'unico contro-potere che avrebbe permesso di condizionare le politiche governative. La realtà è stata molto diversa, quando il PRC è arrivato al governo non ha potuto fare altro che sostenere le politiche atlantiste concordando con gli alleati il ritiro dall'Iraq ma confermando la partecipazione all'occupazione militare dell'Afghanistan. È un denominatore comune di una certa sinistra radicale, di fronte alle guerre la posizione era sempre il ‘né né’: né con Milošević né con la NATO, né con Assad né con l'Isis né con il Donbass né con l'Ucraina nazista. Oggettivamente questa posizione porta a sostenere il più forte, seppur in nome di un non meglio precisato terzocampismo.

 

 

 

Il nuovo scontro mondiale e i comunisti

 

Oggi queste posizioni si sono evolute e nell'impossibilità di riconoscere un impero mondiale, si parla di opposti imperialismi: quello statunitense, quello russo e quello cinese. Se i comunisti vogliono ricostruire un proprio ruolo devono sgombrare il campo da questi errori teorici. Lo stato nazionale non è superato, anzi rimane il luogo dello scontro e della lotta. Se prendiamo atto che lo stato nazionale, ben lungi dallo scomparire, in questi anni si è rafforzato, possiamo prendere atto che la categoria leninista di imperialismo è più che mai viva. Le politiche protezioniste statunitensi, che sono partite prima della presidenza Trump e che molto probabilmente gli sopravvivranno, sono una chiara affermazione del ruolo dello Stato, così come la guerra in Libia fu l'espressione di una chiara contraddizione interimperialistica.

Preso atto di questa realtà occorre capire e analizzare le reali contraddizioni mondiali. Se oggi è diventato impossibile sostenere che Cina e Stati Uniti sono parti dello stesso impero, la posizione degli opposti imperialismi ha assunto più forza, con l'obiettivo di dimostrare che la condizione della classe operaia italiana non è condizionata da questo scontro. Sono affermazioni sbagliate!

Per dimostrare la fallacia di questa posizione parto provando, seppur brevemente, a chiarire qual è oggi lo scontro mondiale e come esso ci riguardi da vicino. Quando nel 1997 l'ex Segretario di Stato durante la presidenza Carter, Zbigniew Brzezinski, pubblica ‘la grande scacchiera’ gli Stati Uniti sono l'unica potenza mondiale. L'Unione Sovietica non esiste più e la Russia elstiniana è preda degli oligarchi e della mafia, la Cina è ancora un paese povero che deve risolvere molti problemi interni. Inoltre, la vittoria statunitense nella prima guerra del golfo aveva impressionato Mosca e Pechino per la sua rapidità e per aver dimostrato una grande superiorità militare statunitense. Brzezinski fu capace di guardare oltre e di capire dove si sarebbe giocata l'egemonia nel XXI secolo. Le guerre che gli Stati Uniti hanno combattuto sono state il tentativo di assediare e bloccare la crescita dell'Eurasia, perché è qui che si gioca il conflitto del XXI secolo. L'Eurasia ha le risorse energetiche, la maggior parte della popolazione mondiale e quote di PIL sempre più alte. Se le due potenze centrali di questa regione, Cina e Russia, dovessero rafforzarsi, allearsi e costruire un rapporto più stretto con l'Europa, agli USA rimenerebbe un ruolo marginale nel prossimo equilibrio mondiale.

La politica estera statunitense e le guerre combattute dal crollo dell'URSS si spiegano così, per cui non basta essere genericamente pacifisti occorre combattere l'imperialismo statunitense. L'obiettivo di Russia e Cina oggi è quello di costruire un mondo multipolare, certo è un obiettivo meno ambizioso di quello della costruzione del socialismo ma è anche un obiettivo, nel breve-medio periodo, raggiungibile. Costruire un mondo multipolare vuole dire costruire un mondo fatto di regole, in cui il diritto internazionale sia rispettato. Basterebbe questo ha produrre un equilibrio più avanzato. Domandiamoci cosa ha rappresentato la guerra in questi anni, i giovani che fanno politica non hanno mai conosciuto un mondo diverso. Per loro la guerra, le cosiddette ‘missioni di pace’, è la norma. I conflitti non determinano solo la politica estera, la nostra democrazia in questi anni si è ristretta, l'informazione è sempre meno libera e le voci di dissenso sono silenziate o ridicolizzate.

Oggi il mondo unipolare è in crisi, l'impero americano non ha più la forza di essere l'unico gendarme. Allo stesso tempo un mondo multipolare non è ancora nato e le forze della reazione spingono perché questo non accada. La ‘nuova via della seta’ lanciata da Xi Jinping è lo strumento più forte scelto da Pechino per costruire un assetto multipolare.

Questo dimostra come lo scontro non sia fra imperialismi equivalenti e che la vittoria di un modello piuttosto che l'altro non cambi nulla. Un mondo multipolare aprirebbe spazi di maggiore democrazia anche in Italia, potrebbe aprirsi la strada per un nuovo ruolo del movimento operaio e la possibilità di realizzare politiche progressiste.

I comunisti devono capire qual è la battaglia centrale del XXI secolo, dobbiamo tornare a legare lo scontro nazionale a quello internazionale, le battaglie (sacrosante) per la sanità pubblica non hanno senso se continuano ad avere un ruolo egemonico gli Stati Uniti e il grande capitale internazionale-finanziario legato alla guerra. Questa è la seconda differenza fra Stati Uniti e Cina. L'economia statunitense è sempre più un'economia finanziaria, un'economia in cui i derivati contano più della produzione reale, un'economia in cui la borsa nata per finanziare la produzione è divenuta il centro economico dell'impero e paradossalmente, attraverso lo strumento dei Buy Back, viene finanziata dall'economia reale.

La situazione cinese è diversa, l'economia è concentrata sulla produzione e non sulla finanza, con un ruolo centrale dello Stato sia nella definizione delle strategie, sia nella gestione diretta di importanti aziende multinazionali. L'esempio cinese è quello di uno Stato presente nell'economia, così come succede, seppur in un contesto diverso, in Russia. Siamo sicuri che per l'Italia non ci sia differenza fra i due modelli che si confrontano? I comunisti devono ripartire da qui, ben sapendo che non basta scegliere il campo giusto per rafforzarsi. Le battaglie e le lotte nazionali sono essenziali perché è su di esse che si costruisce la credibilità dei comunisti.