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La storia del processo di integrazione capitalista in Europa è fatta di salti che sono invariabilmente accompagnati da enormi manovre di propaganda e che generalmente si presentano in situazioni di maggiore tensione e crisi nel processo di integrazione capitalista. Il discorso della Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, per lo “Stato dell’Unione”, è un tassello esemplare di questa propaganda e di questo progetto di una nuova fuga in avanti.

Partendo dalla scandalosa menzogna secondo cui l'Unione Europea “ha tenuto fede alle richieste”, “ha agito insieme” e guidato la sua azione con “solidarietà”, la Presidente della Commissione europea ci ha poi fatto capire come la pandemia sia utilizzata per rafforzare il dominio imperialista.

In che modo? Estromettendo gli Stati nazionali dai settori sanitari, da quelli dell’industria farmaceutica e di biomedicina, collocando questi settori sul piano sovranazionale, ritirando le competenze degli Stati membri in questi settori, offrendo ai monopoli privati della sanità e delle industrie farmaceutiche la  prospettiva di un più vasto comando e nuova linea milionaria di  accumulo di profitti; passando per “l’eliminazione degli  ostacoli ancora resistenti al mercato unico”; dal “completamento dell’Unione dei mercati dei capitali e dell’Unione bancaria”; dalla “doppia transizione digitale ed ecologica”, meticolosamente progettata e opportunamente finanziata dal programma “Next Generation EU”, in linea con gli interessi della Germania e delle sue grandi multinazionali; dalla centralizzazione di strumenti e infrastrutture legate all'intelligenza artificiale e alla gestione dei dati; dai nuovi strumenti di interferenza, controllo e ricatto politico e ideologico e da “riforme strutturali”, mistificate dal concetto di “Europa sociale”, per presentare la quale la misura più emblematica è quella  che punta a centralizzare il concetto e il valore del Salario Minimo nell'Unione europea (togliendo alla sovranità degli Stati uno strumento essenziale di politica economica, del lavoro e del sociale). In questo modo la Presidente della Commissione europea prepara un intero programma che mira ad una concentrazione ancora più grande del potere politico iperliberista, questa volta sotto lo slogan della “leadership” di una Ue volta – si afferma – a plasmare il futuro e la “difesa” dei “valori europei”.

“Valori” che, per quanto riguarda la cosiddetta “politica estera”, non lasciano spazio a dubbi: la Cina è ormai vista come “concorrente economico e rivale strategico”; la Federazione Russa è classificata come criminale e viene annunciata una nuova fase di confronto; il sostegno alle manovre di interferenza esterna in Bielorussia e Hong Kong è dichiarato a tutte lettere; l'imposizione di sanzioni – in particolare di natura extraterritoriale – è apertamente difesa nella proposta di legge Magnitsky per l'Ue; la “nuova” politica migratoria progetta e approfondisce ulteriormente il concetto di Europa Fortezza e l'Africa è assunta come priorità, in un revival neocolonialista che si evidenzia prepotentemente nell'ultima risoluzione del Parlamento europeo sul Mozambico.

Per tutto questo, “la cassetta degli attrezzi” deve essere “completata” e la Presidente della Commissione difende apertamente la fine della regola dell'unanimità in materia di “politica estera”, “almeno per quanto riguarda i diritti umani e le sanzioni”. Con tali “valori” non sorprende, quindi, che la von der Leyen difenda con passione una nuova “agenda transatlantica”, che deve avere un “nuovo inizio”, “qualunque cosa accada alla fine dell'anno”. Dopo tutto, le differenze con Trump non sono poi così profonde...