Per la stragrande maggioranza – per non dire la totalità – dei cittadini occidentali la DDR è stata un orribile campo di concentramento in cui milioni di tedeschi sono rimasti imprigionati dopo la fine della Seconda guerra mondiale, un incubo totalitario che il film di Florian Henckel von Donnersmarck Le vite degli altri, santificato da un Oscar, ha descritto con toni claustrofobici. Ma era proprio così? La verità, controbatte Modrow, è che, almeno fino agli anni Settanta, la maggioranza dei cittadini della DDR aveva convintamente sostenuto il proprio governo, anche perché le condizioni di lavoro e di vita del popolo erano decisamente migliori che in tutti gli altri Paesi socialisti dell’Est Europa. L’opposizione nasce in quegli anni ma, contrariamente a quanto sostenuto dai media occidentali, rappresentava una frazione minoritaria della popolazione, e soprattutto non voleva la fine del socialismo bensì la sua riforma. In particolare, alcuni settori del partito rivendicavano l’applicazione di quelle parti della Costituzione che affermavano che sovrano del Paese è il popolo, non i vertici del partito.

Come spiegare, allora, la costruzione del Muro, avvenuta già all’inizio degli anni Sessanta? Modrow associa tale evento a due ordini di fenomeni. Il primo di origine socioeconomica, il secondo di tipo geopolitico. Il primo si riferisce alle particolarissime condizioni dell’enclave berlinese. I lavoratori frontalieri – perlopiù altamente qualificati – venivano attirati dalle aziende di Berlino Ovest con salari apparentemente allineati a quelli orientali, con la differenza che erano pagati in marchi occidentali per cui, grazie al cambio favorevole, levitavano fino a quattro volte. Gli stessi frontalieri continuavano tuttavia a vivere nella DDR, dove usufruivano di affitti, cibo e vestiario sovvenzionati, per cui potevano permettersi un tenore di vita assai più elevato degli altri cittadini. Un esercito di decine di migliaia di privilegiati che finiva per agire da agit prop della “superiorità” del modello occidentale. Quanto alla questione geopolitica, è riassumibile in una frase – “La conquista è un’ingiustizia, la riconquista un diritto” – pronunciata dal cancelliere Adenauer il 6 settembre del 1953 sulla piazza del Mercato di Bonn, davanti a una folla di decine di migliaia di persone, occasione in cui disse anche che “il nostro obiettivo è la liberazione di diciotto milioni di fratelli e sorelle nei territori orientali”. Non precisamente una dichiarazione di pace, come si vede, tanto più ove si consideri che la memoria degli orrori scatenati dall’imperialismo tedesco nella sua proiezione verso Est erano recentissimi. Questo tipo di considerazioni, racconta Modrow, furono per lui decisive allorché, l’11 agosto del 1961, alzò la mano in parlamento insieme agli altri deputati per votare una risoluzione sulle misure di sicurezza alle frontiere. Tuttavia, ammette a posteriori, nel farlo non era pienamente consapevole delle implicazioni di quella decisione, ma soprattutto aggiunge che lo stesso Ulbricht non ne era del tutto al corrente, tanto è vero che aveva pubblicamente dichiarato che nessuno aveva l’intenzione di costruire un muro fra le due Germanie. In effetti, quest’ultima decisione fu presa dall’Unione Sovietica ai primi di agosto senza consultare il premier della DDR, il quale ne fu informato solo all’ultimo momento.

Compiendo un balzo di qualche decennio, veniamo all’ultima fase di vita della Repubblica Democratica Tedesca, nella quale Modrow ricopriva l’incarico di Primo Ministro. Nella sua dichiarazione di governo aveva espresso la volontà di rinnovare la società socialista e il suo Stato e aveva assunto come compito prioritario portare l’economia del Paese fuori dalla crisi. Ma ormai non vi era più tempo per portare a termine una simile impresa. Dopo una serie di incontri con il segretario di Stato americano James Baker, con il presidente francese Mitterrand, con il ministro degli Affari Esteri inglese Douglas Hurd e con Gorbaciov, Modrow capisce che la fine della DDR è inevitabile e tenta di pilotare il processo contrattando una serie di regole e procedure con la controparte occidentale. L’esito finale avrebbe dovuto essere la nascita di una confederazione fondata su un trattato di pace e su una opzione per la neutralità militare. Ovviamente una simile soluzione non poteva essere accetta da chi, scrive Modrow, “voleva respingere i russi dentro il loro confine passato e far avanzare la NATO fino alle nuove frontiere”. Quindi tutto finisce prevedibilmente (nell’ottobre del 90) “con ciò che fu denominato eufemisticamente come ‘adesione’ dello Stato socialista della DDR, che equivaleva a una colonizzazione”.

Le conseguenze di questo “anschluss” furono drammatiche per i cittadini della Repubblica Democratica Tedesca, molti dei quali si erano illusi, dopo la caduta del Muro, di vedersi spalancare le porte del “paradiso” capitalistico occidentale: ottomila aziende pubbliche privatizzate e regalate a imprese o singoli imprenditori occidentali, sostituzione di tutti i quadri degli apparati politico, amministrativo, giuridico, militare, educativo con corrispettivi tedeschi occidentali, persecuzione legale di centinaia di migliaia di funzionari denunciati per avere collaborato con istituzioni legittime e costituzionali della DDR, disuguaglianze radicali di reddito e condizioni di vita con i cittadini dei Lander della Germania Ovest, disoccupazione di massa. In poche parole tutto il corteggio di disastri che hanno fatto sì che i flussi elettorali nei nuovi Lander così “incorporati” si siano polarizzati fra estrema destra ed estrema sinistra.

Hans Modrow

Come già ricordato, il libro di Modrow qui al centro dell’attenzione non è una storia della DDR, bensì dei rapporti fra DDR e Cina popolare, ricostruiti attraverso i contatti diretti che l’autore ha avuto con alti dirigenti del PCC nel corso di una lunga carriera politica, anche attraverso i molti viaggi compiti in Cina. Non possiamo quindi estrarne molte più informazioni e riflessioni sulle vicende interne alla Repubblica Democratica Tedesca di quelle appena esposte. Prima di passare al successivo paragrafo, vale tuttavia la pena di sottolineare alcune specificità della DDR rispetto agli altri Paesi socialisti dell’Est europeo. Mentre ha avuto un’economia ben sviluppata, dotata di un sistema tecnologico-industriale avanzato, di un invidiabile sistema di welfare nonché di livelli salariali e condizioni di vita più che dignitosi, la DDR ha sempre pagato la sua collocazione geopolitica nel cuore della guerra fredda fra Est e Ovest, il che, da un lato, ne ha inevitabilmente frenato i margini di autonomia nei confronti dell’Unione Sovietica, frustrando le velleità di riforma del sistema che si sono manifestate all’interno del partito, dall’altro lato, l’ha esposta alla durissima pressione economica (vedi sopra la questione dei frontalieri a Berlino), propagandistica (i cittadini avevano facilmente accesso ai media occidentali) e militare (con la massiccia presenza dell’esercito americano sul territorio tedesco) da parte dell’Occidente.

In questo contesto Hans Modrow rappresenta un raro esempio di coerenza politica, ideologica e morale, una figura di intellettuale-dirigente comunista che, pur vivendo durissime prove, ha saputo mantenere, non aggrappandosi ai dogmi ma esercitando un lucido spirito critico, un saldo riferimento agli ideali socialisti e marxisti. Lucidità che gli consente di affermare che il declino del socialismo europeo non è certo iniziato nell’autunno del 1989 né si è concluso due anni dopo con la fine dell’Unione Sovietica, ma prosegue tuttora con la feroce campagna anticomunista che i regimi neoliberali conducono da trent’anni, culminata con la vergognosa risoluzione del Parlamento europeo del settembre 2019 che equipara il comunismo al nazionalsocialismo.