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Anche in Giordania, come in tutto il mondo, oggi le discussioni e le notizie vertono esclusivamente sul Covid-19, soprattutto nella forma grezza di statistiche, più statistiche e ancora statistiche – il numero dei contagi, quello dei decessi, e quello, minore, dei guariti.

Se questo si può considerare un buon metodo per tenere desta l’attenzione sulla gravità della malattia e sulla severità della situazione (sottolineando l’importanza delle misure preventive personali e del distanziamento sociale), la febbre dei numeri e il panico per la situazione di emergenza eliminano ogni possibilità di aprire la discussione necessaria per individuare le mancanze più clamorose di un “sistema” che troppo a lungo si è dato per scontato.

Oggi possiamo vedere che il “libero mercato”, la “globalizzazione capitalistica” e il regno delle istituzioni finanziarie e imprenditoriali non sono stati del tutti inefficienti di fronte alla pandemia (al pari di altri casi), ma a costo di vite umane e di tremende sofferenze. Questo “sistema” non è in grado di funzionare nei casi di emergenza e ha sempre bisogno dell’aiuto del denaro dei contribuenti, invece di aiutare esso stesso la gente. Quando poi la situazione peggiora, il sistema invoca energici rimedi di tipo “socialista”, imposti dai governi, e interventi governativi in ogni settore, soprattutto in economia, cioè l’esatto opposto delle dottrine neoliberali energicamente sostenute in tutto il mondo fin dagli anni '80.

Possiamo vedere che oggi in tutto il mondo le persone più importanti non sono i top-manager delle grandi multinazionali e i loro politici incapaci, bensì il folto esercito dei professionisti della sanità pubblica, ovunque sottopagati, e degli altrettanto sottopagati lavoratori che tengono in funzione i servizi necessari per la sopravvivenza di tutti.

Possiamo vedere che le cose realmente importanti non sono i beni inutili, ritenuti di prestigio e privi di valore, bensì gli alimenti di base, i respiratori e un sistema sanitario pubblico per tutti.

Possiamo vedere che è possibile ottenere un’inversione degli attuali livelli catastrofici di inquinamento, e in un periodo relativamente breve.

Possiamo vedere che mentre si spendono enormi cifre di denaro per la “difesa” e per l’industria bellica (che sono investimenti per ammazzare la gente), si riduce fino a scomparire la spesa sociale e per la sanità, che salva la gente e ne migliora la vita.

Possiamo vedere che le istituzioni “collaborative” (come l’Unione Europea) hanno fallito la loro prova interna, visto che ogni stato membro ha lottato per far fronte alla propria situazione interna, lasciando privi di aiuto altri paesi, economicamente deboli e colpiti severamente (come l’Italia e la Spagna); l’unica efficienza che queste istituzioni possono vantare è quella di mediare e concentrare il potere quando, durante una pandemia globale, gli “alleati” non sono più tali, ma diventano feroci contendenti per l’acquisizione di materiale medico e kit per le analisi.

Possiamo vedere che il ruolo delle Nazioni Unite (il maggiore ente di “cooperazione internazionale”) è stato praticamente inesistente; l’istituzione (con il suo Consiglio di Sicurezza come braccio esecutivo, con il diritto di veto da parte dei cinque membri permanenti) lavora chiaramente per gli interessi dei potenti, e si è rivelato obsoleto in tempi di crisi globale, o quando si tratta dei diritti dei più deboli (come il caso della Palestina); l’Organizzazione mondiale della sanità, che è il settore specifico delle Nazioni Unite, ha svolto solo un ruolo di consulente, deplorando l’assenza di un coordinamento globale, (un’ovvia parodia, dato che precisamente l’OMS è l’organizzazione responsabile del coordinamento globale in materia di salute), tenendo ben presenti le questioni politico-economiche nelle sue decisioni (specialmente nel ritardo con cui ha definito il Covid-19 come pandemia globale).

In una situazione di coprifuoco imposta in Giordania come in molti altri paesi del mondo, mentre il personale sanitario è in prima linea nella lotta alla pandemia e fa tutto il possibile per salvare vite in ospedali improvvisati per le strade e nelle piazze, le osservazioni precedenti danno da pensare, sono materiale per una discussione pubblica approfondita, per contribuire a iniziare se possibile un altro futuro per noi esseri umani, per i nostri sistemi e i nostri modi di governare, dopo il flagello.

Secondo me, il primo passo sul lungo cammino verso la realizzazione di questo “futuro altro” da parte dei paesi più poveri consiste nel lasciar cadere il proprio debito e chiederne contemporaneamente la cancellazione, e nel chiedere agli (ex) colonizzatori d’Europa e Stati Uniti un compenso per la colonizzazione del loro paese, per la riduzione in schiavitù e l’assassinio dei loro popoli e l’appropriazione delle loro ricchezze, come prime misure per lottare contro le radici del Covid-19, che sono la povertà e la mancanza di sicurezza economico-sociale.

Questo costituirebbe un secondo colpo al regime capitalistico della finanza internazionale (il primo è la pandemia con tutte le sue conseguenze), mentre un terzo colpo potrebbe provenire dai popoli dei principali centri del capitalismo globale (Stati Uniti e Unione Europea) che rivendichino una radicale trasformazione delle loro economie locali verso un modello che provveda ai bisogni sociali e alla sostenibilità ambientale, permettendo così il sorgere di un sistema economico alternativo.

A tutto ciò bisognerebbe aggiungere (nel sud globale) l’abbandono dell’economia orientata verso l’esportazione, il distacco dal sistema del capitalismo finanziario globale, e un nuovo orientamento della produzione locale verso la sicurezza alimentare e l’autosufficienza.

Tutte queste “misure” potrebbero permettere ai popoli di molti paesi di intraprendere nuove relazioni internazionali non competitive e non aggressive, un preludio a un nuovo modello economico globale di tipo egualitario, non fondato sul profitto, che porti a una vera solidarietà globale e all’eguaglianza di tutti i popoli.

Tutto questo (ovviamente) continuerà a essere un idealistico “pio desiderio”, a meno che un’autentica coscienza di classe che sta sorgendo in conseguenza della tragedia del Covid-19 riesca a superare la depoliticizzazione di massa e l’individualismo del pubblico che il neoliberismo ha provocato negli ultimi quattro decenni. Posso azzardarmi ad affermare che è questo il compito della sinistra di oggi?

Tutto ciò porta in primo piano un altro punto delicato, notato in Cina, ma che potrebbe essere presente in un ampio ventaglio di paesi: è veramente allarmante la profondità e l’ampiezza della sorveglianza che si può esercitare sulla gente, identificandone gli spostamenti, i comportamenti, i contatti sociali, tenendo tutto un popolo sotto controllo. La tecnologia usata dalla Cina per controllare il Covid-19 può essere usata (e lo è stata) per controllare il dissenso; si tratta di una tecnologia alla portata di tutti i paesi del mondo, specialmente con l’ampia diffusione degli smart-phone, e l’ammontare di dati che essa produce e mette in rete è disponibile sia per i governi che per le grandi multinazionali. Questo processo è assai preoccupante, dato che molti paesi del mondo hanno espresso la volontà di usare queste tecniche da Grande Fratello sui propri cittadini.

Ma c’è stato anche un lato positivo in questa situazione di clausura: oltre a una calma diffusa, un ritmo di vita più pacato, a un’aria più pulita, alla riscoperta della passeggiata a piedi come norma quotidiana, si è inoltre verificato un rapido cambiamento verso una produzione diretta a soddisfare i bisogni locali, dimostrando che i modelli basati sulla soddisfazione dei bisogni e sull’autosufficienza sono più importanti di quelli fondati sul consumo di massa e orientati all’esportazione. A questa osservazione forse un po’ romantica (ma reale) se ne contrappone una diversa, egualmente reale ma più dura, cioè che esiste una grande massa di popolazione che ha perso il lavoro, non ha alcun reddito, e i segmenti più vulnerabili della società non hanno letteralmente di che mangiare.

È illuminante vedere che la mafia distribuisce viveri alla popolazione più povera, in un paese che ha investito più nelle armi e nella polizia che nel benessere sociale, e vedere che in un altro paese le bande malavitose impongono il coprifuoco e altre misure sanitarie di prevenzione nelle baraccopoli dove il governo non si cura minimamente dei poverissimi abitanti. Ciò dimostra quanto il neoliberismo abbia trasformato gli stati in entità politico-militari, riducendone l’aspetto sociale, e lasciando i segmenti più poveri e vulnerabili abbandonati al loro triste destino.

Io non so che cosa ci riserbi il futuro: molti segmenti dei più vulnerabili della popolazione hanno subìto un colpo diretto: i lavoratori a giornata hanno perso del tutto il loro reddito, molti dipendenti sono stati, o saranno, licenziati e se l’isolamento continua la gente avrà sempre meno riserve monetarie per acquistare cibo e generi di prima necessità, dando fondo ai pochi risparmi, mentre i poveri sono in una situazione peggiore che mai.

Il collasso economico e le sue conseguenze saranno globali piuttosto che locali, a tutti i livelli, e i decisori della Giordania (per ora, e in pochi casi) hanno scelto il popolo prima dell’economia. Ma il governo sarà in grado di far fronte alla situazione sociale e sovvenire ai bisogni sociali con la stessa energia? Lo dubito.

Come rimedio, bisognerebbe cominciare ad abbandonare l’economia globale (esiste un’ottima finestra di opportunità per farlo adesso) iniziando modi di produzione orientati verso i bisogni locali, la sicurezza alimentare e l’autosufficienza, in luogo delle strategie di “crescita” orientate all’esportazione, che vanno a vantaggio solo delle banche e delle élites finanziarie, non dei popoli.

La sfida più grande nella mia società, e probabilmente in tutte le altre in tutto il mondo, è quella di ripensare il “sistema” che governa l’esistenza degli uomini su questo pianeta, prefigurare un’alternativa più giusta e lottare per realizzarla.

L’esperienza del Covid-19 ci ha indicato quali sono le vere necessità della vita, e quanto possono essere distruttivi gli elementi non necessari.

L’esperienza del Covid-19 ci ha mostrato come le concezioni economiche fondate sul profitto non possano funzionare nel caso di emergenze umane globali.

L’esperienza del Covid-19 ci ha insegnato che le considerazioni di tipo economico non devono mai venire prima del nesso fra uomo e natura, e che il primo può facilmente essere spinto a badare al benessere della seconda.

La sfida è di tenere ferme e sviluppare queste idee dopo che tutto sarà tornato alla “normalità”.

Oggi militanti e intellettuali hanno il compito primario di svelare l’ipocrisia e l’abitudine a usare due pesi e due misure per giudicare ciò che accade nel mondo. Un esempio: l’Europa colonialista ha saccheggiato le risorse di tutto il sud, lasciando le società di quei paesi nella povertà e nelle strettezze, e poi ha lanciato contro di loro degli interventi bellici, politici ed economici, sprofondandoli ulteriormente nei debiti, nella corruzione e nella tirannia; quando il popolo ha cominciato a fuggire quei flagelli trasferendosi in Europa, ora designata come “bastione dei diritti umani”, ha trovato (nella maggior parte dei casi, se non in tutti) il filo spinato, i gas lacrimogeni, i manganelli, il razzismo, quando non il naufragio nel Mediterraneo.

È abbastanza eloquente il fatto che la Giordania, con un’area di 89.000 chilometri quadrati, di cui il 75% desertici, e una popolazione di 9 milioni di abitanti, dal 2011 ha accolto da sola circa 1,3 milioni di rifugiati siriani, senza prendere in considerazioni le ondate precedenti di rifugiati iracheni, siriani e palestinesi dal 1948 in poi, per lo più causate dagli insediamenti colonialistici appoggiati da Europa e USA in Palestina, e dall’invasione o dagli interventi in Iraq e in Siria.

Per di più l’Europa offre pochi centesimi di “assistenza” a paesi come la Giordania perché si tengano dentro i rifugiati e non gli permettano di muoversi. Che razza di “mondo libero” è mai questo? Ve lo dico io: un mondo che vende aerei da guerra per miliardi di dollari, e poi spedisce le proprie “agenzie internazionali di aiuto” a finanziare squallidi campi di accoglienza per le vittime dei loro raid, usando la frazione di una frazione del profitto.

La crisi del coronavirus ha trasferito questa “spaccatura”, questa ipocrisia fino nel cuore degli USA e dell’Europa stessa, nello stesso senso in cui (come spiega Sven Lindqvist nel suo libro A History of Bombing) le atrocità commesse contro i popoli nativi delle colonie sono state poi riprese in Europa, al tempo della prima e della seconda guerra mondiale.

Non stupisce che gli USA abbiano bloccato l’esportazione di mascherine verso l’Europa, o come gli stessi USA, il Regno Unito e molti paesi europei abbiano evitato di prendere severe misure per proteggere la salute della popolazione, allo scopo di “tenere in piedi l’economia” e “business as usual”, il che praticamente inonda di profitti le tasche di pochi, i quali possono fuggire coi loro jet privati verso rifugi speciali. Tutto questo è avvenuto dopo che il neoliberismo aveva sottratto al settore pubblico (nella prima corsa alle privatizzazioni) la capacità di agire con efficienza a favore del pubblico, lasciando medici e infermiere a lottare con un numero sempre crescente di malati che non potevano trovare un letto d’ospedale, e a prendere drammatiche decisioni di vita o di morte per la mancanza di risorse sociali creata dal neoliberismo.

In risposta alla crisi del coronavirus, scienziati, intellettuali, scrittori, militanti dovrebbero riflettere su tutto ciò e cercare una soluzione: un futuro di eguali, e i modi per realizzarlo.

 

Due settimane fa sono stato invitato a contribuire alla serie “The Quarantine Chronicles”, a cura di Carol Sansour per la rivista letteraria on line The Sultan Seal: Ho scritto Eyes without a Face, un testo letterario che esplora le manifestazioni create – e lasciate in eredità – dall’obbligo di quarantena: tragedie, catastrofi, farse e speranze. Il titolo si ispira a una canzone di Billy Idol, con il cantante che compare durante il pezzo e mi dice (da un’altra sua canzone): “Non c’è nulla di giusto in questo mondo, nulla di sicuro, nulla di puro. Cerca qualcosa che sia rimasto in questo mondo”. “Io penso a tutti coloro che sono trattenuti in quarantena indefinita nei campi di rifugiati, nelle prigioni, nelle baraccopoli”, gli ho scritto in risposta.

Sono sicuro che questa esperienza farà parte dei miei scritti futuri, e la mia ricerca letteraria verterà soprattutto sulla presenza distruttiva degli esseri umani sulla terra; se ne possono trovare degli esempi nel mio libro The Perception of Meaning.

Ho scritto sulla guerra e i suoi pesanti effetti sulla salute (come nei brevi racconti One Moment Before the End e Skybar), sulla violenza degli uomini contro la natura, il loro egoismo e la mancanza di responsabilità (nel poema Mirror, Mirror), sugli effetti della reclusione urbana e la sua continuità con l’isolamento interno degli individui (come nel lavoro ibrido poesia/prosa Voices Within), sulla riproduzione dello schiavismo nelle società che propongono l’individualismo egoistico, la competitività e il consumo come loro valori primari, (come in Stardust), mentre tutto ciò porta a un senso generale di rovina (come espresso nel poema Apocalypse Now, dal film di Francis Coppola dallo stesso titolo, che è a sua volta ispirato a Cuore di tenebra di Joseph Conrad).

Questo senso di rovina è molto presente oggi, insieme con le esperienze illuminanti di solidarietà, collettività e modestia di fronte alla potenza e all’immensità della natura. Ciò rende il mio lavoro letterario più importante che mai. E fa sì che l’arte (in contrasto con l’“entertainment”) sia più importante che mai, dato che l’arte è anzitutto un penetrare in profondità, meditare e porre delle questioni, liberando le capacità creative dei destinatari, cosa che l’intrattenimento ha ucciso e sostituito con la passività e l’ignavia, avvilendo ancor più la “condizione umana”.

Covid-19

tornata la normalità ripensare il sistema

 

di Hisham Bustani

Nato ad Amman, Giordania, nel 1975. Scrittore (Of Love and Death, 2008; The Monotonous

Chaos of Existence, 2010; The Perception of Meaning, 2012). Giornalista, attivista politico della sinistra giordana progressista, panaraba e antimperialista. Già membro dell’Alleanza Patriottica Irachena.

(traduzione di Nunzia Augeri)