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Da quando il capitalismo ha cominciato ad affermarsi come sistema economico ha avuto la capacità di adattarsi a classi dirigenti e a sistemi politici diversi, con grandissima duttilità. Si può benissimo dire che i capitalisti siano stati al servizio sia dell’antica nobiltà medievale che delle nascenti signorie rinascimentali, senza dimenticare il contributo decisivo all'organizzazione degli Stati Nazione.

Banchieri e ricchissimi borghesi fiorentini (sia industriali che del commercio) hanno finanziato le guerre dei re di Francia e d'Inghilterra finché Edoardo III non si rivelò insolvente causando il primo grande crollo economico del moderno occidente. Il fallimento dei banchi dei Bardi, Peruzzi e Accaiuoli è l'archetipo di tutte le crisi finanziarie: Il capitale, attratto dai grandi guadagni di una qualche tipo di speculazione, comincia ad essere investito in modo “irrazionale” nell’inconscia convinzione che le cause temporanee che consentono la speculazione si mantengano in eterno. I Bardi e i Peruzzi prestavano a mani basse sia a Francia che ad Inghilterra, ricavando enormi profitti dalle spese sempre in crescita della Guerra dei Cent'Anni, ma i prestiti di una delle due parti erano inevitabilmente destinati a diventare “crediti deteriorati”. Alla fine lo divennero tutti: quando Edoardo III non onorò i propri debiti, pure Filippo VI decise di essergli solidale! Come per la crisi dei Mutui Subprime i capitalisti finanziari avevano fatto una scommessa che non potevano vincere. C'è un altro fattore che possiamo comprendere da questa prima vicenda: il capitalismo finanziario è sempre alleato del potere costituito, ma il potere costituito non ama sempre il capitalismo finanziario. È una contraddizione che si risolve con il concetto marxista di lotta tra le classi, intesa non necessariamente come scontro verticale tra classi subalterne e classi dominanti, ma anche orizzontale. Carlo V accettò di buon grado l'oro con cui i Fugger corruppero gli Elettori dell'Impero, ma non fu certo felice di dover dare massicce concessioni a Jacob “il Ricco”. A nessuno, per quanto ricco e potente sia, piace pagare gli interessi o le rate del mutuo.

Dopo questa necessaria premessa andiamo a indagare un'altra contraddizione in seno al capitale finanziario: i manuali d'economia ci dicono che l'attività finanziaria, bancaria e di credito deve rimanere separata da quella commerciale e industriale. Il “consiglio” nasce dal rischio che la prima, se imparentata con la seconda, alimenti all'infinito un’attività in perdita portando entrambe al fallimento. La crisi del 1929 ci insegna che questo non è un timore infondato. Eppure, se andiamo ad indagare la storia bancaria dell'occidente si troveranno un'infinità di banche nate proprio dal “salto” di qualche capitalista industriale che è atterrato nel mondo della finanza. Sono due mondi che dovrebbero rimanere distinti, tra cui non corre eccessiva simpatia, ma che si attraggono irresistibilmente. Oggi, a distanza di 700 anni dal crollo dei Bardi, ancora ci sono banche che fanno prestiti assurdi, che sono oggetto di avversione da parte dei gruppi dirigenti (basta ascoltare Barisoni su Radio 24 e sentire i toni che usa nei confronti di ABI, che pure è associata a Confindustria!), ma che sono l'oggetto del desiderio di tanti capitalisti industriali che fanno di tutto per entrare nei loro consigli d'amministrazione. Della Valle, Caltagirone, gli Agnelli... tutti hanno fatto le loro scorrerie nel mondo della finanza, con maggiore o minore fortuna.

Banche e industria (semplifico per ridurre ad una dicotomia quello che in realtà è un complicatissimo intreccio di interessi e soggetti diversi) si alimentano, si scontrano, si corteggiano e si saccheggiano a vicenda in una dialettica di classe molto simile a quella dei conflitti dell'Ancien Régime, così come la descrive il Cardini nel suo classico “Quell'antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal medioevo alla rivoluzione francese”. I nobili tardomedievali combattevano contro altri nobili per interessi di parte ma senza affondare troppo il coltello “per solidarietà di classe”! Un nobile non uccideva un altro nobile, lo faceva prigioniero, lo trattava bene, gli estorceva un cospicuo riscatto e lo rimandava a casa più grasso e più povero in un tripudio di cortesia “cavalleresca”.

Anche oggi ci sono scontri tra management (l'ultimo in ordine di tempo è stata l'OPA ostile lanciata da Messina di Intesa San Paolo contro Massiah di Ubi) che, per quanto possano assumere toni decisamente duri sulla stampa, si risolvono sempre in grandi strette di mano e firme di pesanti buonuscite. Rispetto ai secoli passati si sono però inseriti altri soggetti a complicare la situazione: governi e banche centrali. A differenza dei tempi di Carlo V il rapporto tra potere politico e beneficiari dei buoni rapporti con il capitale finanziario non è più così diretto, per quanto le infinite indagini delle procure sui rapporti tra banchieri e politici ci facciano sospettare diversamente. Le banche centrali, invece, sono una novità tutta postmoderna. Organi di controllo che dovrebbero verificare il buon funzionamento e l'autonomia delle banche, nati per evitare le continue crisi del capitalismo e dare stabilità alle valute degli stati nazionali. Purtroppo sono, spesso, le banche centrali stesse a non essere del tutto indipendenti e anche su questo tema le notizie in cronaca ci dicono molto di più dei tanto decantati “papers” degli studiosi di economia. Il rapporto con le banche centrali però non è sempre improntato alla complicità di classe: esattamente come per tutte le complesse relazioni che si sono descritte fino ad ora, ci sono conflitti interclasse che si estrinsecano e detonano all'interno delle banche centrali, in una dialettica che non è per nulla dissimile da quella descritta sopra dal Cardini!

Banche del nord Europa che ricevono ricapitalizzazioni dai loro azionisti “pubblici” (come i Lander tedeschi) che chiedono alla BCE di essere inflessibile di fronte alla possibilità di intervento pubblico nelle ricapitalizzazioni delle banche del sud. Quanta poca solidarietà tra manager in queste manovre. La realtà che ci si presenta davanti, se andiamo a guardare con il microscopio tutte le microinterazioni del sistema economico capitalistico, si vedrà essere una guerra di tutti contro tutti con il profitto al centro del contendere. Certo non mancheranno alleanze e sodalizi duraturi, ma non è un fronte compatto e molte sono le crepe neanche tanto nascoste. Io credo che un gruppo dirigente che abbia l'ambizione di definirsi “comunista” dovrebbe indagare e discernere queste dinamiche tra banche, banche centrali, governi e industria, con lo stesso spirito con cui si studiano i rapporti internazionali degli stati. Ritengo inoltre necessario che i militanti comunisti che si trovino ad operare in questi settori s'impegnino a sfruttare tutti gli strumenti democratici attualmente disponibili per poter inceppare questo sistema e farne emergere le contraddizioni strutturali.

Ad esempio, la concorrenza tra banche sta portando alla creazione di un sostanziale oligopolio di soggetti che nel breve periodo avranno un potere tale da mettere in difficoltà qualsiasi altro soggetto, pubblico, privato, nazionale o sovranazionale. Per mettersi al riparo dalle sempre più gravi crisi del capitalismo e tutelare i propri profitti, le banche si stanno concentrando sempre di più e i grandi guru della finanza sponsorizzano ovunque questo concentramento. Non è certo un segreto per nessuno che Draghi stia spingendo affinché in Italia si creino “due, massimo tre” gruppi bancari. Fenomeno che, a diverse velocità, si sta verificando in tutta Europa. Too big to fail. Strategia da dinosauri. Il risultato però potrebbe essere quello della realizzazione di mega banche che, nell'ambito del conflitto orizzontale di classe, si traducano in inaffondabili corazzate delle élite finanziarie. Chiaramente i vertici più avanzati del mondo industriale non ci staranno a vedere la creazione di questi mostri della finanza contro i quali le normali “armi” dialettiche risulterebbero spuntate. I lavoratori e i quadri comunisti dovrebbero cercare d'impedire la creazione di questi oligopoli finanziari, magari invocando l'intervento stabilizzatore dello Stato e presentando questo progetto a garanzia ANCHE del libero accesso al credito da parte dei capitalisti industriali meno capaci di confrontarsi a certi livelli. Infatti se le multinazionali potranno comunque interagire con questi agglomerati bancari grazie al management in comune, difficilmente questo potrà accadere per quegli industriali abituati a dimensioni locali dove le banche locali dovessero sparire (viene in mente la realtà marchigiana e le tristi sorti di Banca delle Marche, vera e propria vittima sacrificale dello scontro interclasse).

Altro caso da attenzionare è quello del Monte dei Paschi di Siena, banca di dimensioni nazionali ma dalla natura fortemente territoriale. La sua natura ibrida pubblico/privata la rendeva molto simile a certe banche tedesche, prima che con la disastrosa gestione Mussari venisse “normalizzata” e demolita nel suo asset patrimoniale, trascinando con questo pure l'azionista di riferimento (la Fondazione nata nel '94 dopo la riforma Dini, di cui il Comune nominava la maggioranza dei consiglieri). Adesso, dopo una serie di aumenti di capitale condotti dal manager italiano più importante degli ultimi 20 anni (quel Profumo, architetto di Unicredit, che, dopo aver speso la sua immagine in questa operazione salvataggio, oggi guida Leonardo, strategica azienda statale a capo della quale è stato messo dalla “politica” che lui ha sempre disprezzato) rivelatisi ampiamente insufficienti, si è trovata a dover essere ricapitalizzata dallo Stato il quale oggi ne detiene i 3/4 delle azioni.

Dal controllo pubblico al controllo pubblico! L'anomalia che si voleva vedere estirpata si è ripresentata a causa dell'impossibilità da parte delle classi dominanti di trovare un coerente progetto comune. Lo scontro interclasse lascia, come si diceva, margini d'azione. La presenza di una banca a controllo pubblico sarebbe un elemento di disturbo per il mercato e per il suo stato di guerra permanente. Chiaramente, molto dipenderebbe da chi poi gestirebbe le scelte strategiche dell'azienda e a favore di chi, ma questo è un altro fronte che, per ora, non ci compete. L'importante sarebbe lasciare aperta la “possibilità” affinché nel grande gioco del capitale finanziario, con i suoi lucrosi conflitti interclasse, si inserisca un soggetto che non ha la natura degli altri e non risponda alle stesse logiche “cavalleresche”. La ferocia con cui tutto il capitalismo finanziario ha aggredito e fatto a pezzi Monte dei Paschi dimostra come, nonostante avesse una gestione assolutamente identica a quelle delle altre banche, la sola “possibilità” di non stare al gioco suscitasse preoccupazioni. Infine c'è un altro scenario imminente a cui dobbiamo fare attenzione, la sinergia tra i cosiddetti giganti del web e le criptovalute. Dobbiamo ripartire dalla premessa: 1) non importa quanto tu sia ricco e potente, nessuno ama pagare gli interessi alle banche; 2) i grandi capitalisti industriali e commerciali aspirano sempre a diventare capitalisti finanziari.

Una piattaforma come Amazon è essenzialmente un enorme complesso logistico che fornisce la soddisfazione dei più svariati bisogni commerciali. Per fare questo e produrre ricchezza è costretta ad appoggiarsi alle strutture del capitale finanziario. Carte di credito, bonifici, piattaforme informatiche su cui far transitare miliardi e miliardi di dollari e i cui proprietari e gestori si fanno pagare laute commissioni. Lo stesso si può dire di qualsiasi altra piattaforma, Facebook, eBay, Tik Tok, Google, WeChat etc. Milioni di persone che si scambiano merce, dati e soldi. Perché continuare a pagare “altri” quando potrebbero fornire loro lo stesso servizio? La trasformazione da capitalista industriale a capitalista finanziario comincia ad aversi nel momento in cui si decide di dare la possibilità di ricevere a “a credito” una merce o un servizio che si produce o si fornisce. I grandi mercanti fiorentini dell'Arte della Lana che divennero poi grandi banchieri cominciarono più o meno così. Pure la famosa American Express cominciò come corriere (ne resta vestigia nel nome) prima di merce, poi di denaro. Quando il denaro accumulato nei forzieri divenne “troppo”, si trasformò in banca!

Quindi, il percorso che i giganti del web stanno facendo è del tutto normale e già contemplato nelle dinamiche degli ultimi secoli. La vera rivoluzionaria novità sta nella nascita, dovuta alla tecnologia, delle criptovalute. Infatti, i “vecchi” capitalisti finanziari gestivano un denaro che però non potevano produrre. Il fragile equilibrio del capitalismo che impediva a tutte le parti in causa che abbiamo citato (governi, stati, banche, industrie) si reggeva sul fatto che “qualcuno” doveva garantire il valore del denaro. Banche centrali, ministeri delle finanze, borse valori, regolamenti finanziari più o meno elastici, tutto questo veniva “sopportato” dai capitalisti purché il valore del loro gruzzolo fosse garantito. Ma con le criptovalute tutto questo può essere saltato a piè pari senza neanche dover chiedere “permesso”! Una società come Amazon potrebbe creare una criptovaluta (e noi sappiamo già che lo farà a breve) che farebbe circolare sulla sua piattaforma da miliardi di transazioni, rendendola appetibile grazie a un “cambio” favorevole rispetto al denaro “tradizionale”. In fondo, ogni moneta ha un valore in virtù della sua scambiabilità. I pezzi di carta che preleviamo al bancomat con 1,20 euro di commissioni sono solo pezzi di carta, hanno un valore se qualcuno li accetta, come il nostro fornaio o il benzinaio. Amazon è ben più grande del mio fornaio e in cambio della sua criptovaluta può fornirmi sufficienti beni e servizi da soddisfare ogni mia richiesta. Come reagirà il capitalismo finanziario “storico” di fronte a questa sfida? E quello industriale? Qualcuno dovrà perdere necessariamente una fetta consistente di profitti. Le banche centrali e i governi potrebbero trovarsi impossibilitati a controllare e garantire la circolazione di “moneta”, ponendo le classi subordinate (che entrano qui per la prima volta in questo lungo discorso) alla mercé di soggetti privati sui quali nessuno ha più una reale vigilanza.

Diventa, dunque, fondamentale chiedere e lottare per la ricostruzione di un sistema bancario e creditizio statale, in grado di fungere da backup nel caso che il conflitto tra il vecchio e litigioso capitalismo con il nuovo, e dal potenziale sconosciuto, capitalismo finanziario digitale porti a crisi sistemiche ben più gravi di quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi 20 anni. I comunisti dovrebbero riprendere l'esigenza di un sistema bancario nazionalizzato dalle Tesi d'Aprile e cercare alleanze in quella fetta del capitalismo industriale che rischia di essere troppo piccolo per poter giocare al gioco dei colossi che si stanno formando in questi anni, siano essi delle mega banche, risultato darwiniano del Risiko auspicato da Draghi, che i nuovi e misteriosi leviatani del web armati di monete immateriali di cui è tanto difficile cogliere la natura.