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Prosegue la guerra azero-armena. Guerra vera, nella quale si bombardano città. Ciò, nonostante gli appelli a intavolare negoziati: dopo quello firmato da Macron, Putin e Trump, è arrivato quello dell’Unione europea. Appelli snobbati dall’Azerbaijan, mentre l’Armenia ha offerto la sua disponibilità. Al centro della contesa la regione autonoma del Nagorno-Karabakh, che gli azeri vorrebbero integrata nel loro territorio nazionale strappandola all’influenza armena (che definiscono “occupazione”).

 

 

 

Russia, Turchia e le guerre del Caucaso

 

 

Tre considerazioni. La prima la riprendiamo da “Ria Novosti”, che in un articolo equilibrato di Peter Akopov cerca di comprendere le ragioni della Turchia, che sta sostenendo lo sforzo bellico azero (negato da Ankara).

Secondo il media russo, la Turchia avrebbe dato fuoco alle polveri non tanto per desiderio di conquista, quanto per tentare di risolvere una volta per tutte l’intricata questione del Nagorno-Karabakh, da troppo tempo in stallo. Si tratterebbe di un tentativo di forzare la mano, creare una criticità tale da costringere il mondo a porre fine alla contesa che si trascina dal ’94, quando la prima guerra azero-armena per il controllo della regione finì con una tregua.

Akopov spiega, però, che la Turchia sa bene quanto sia cruciale per Mosca il Caucaso, regione sulla quale non può permettersi di perdere la storica influenza. La Russia osserva, ma non può restare inerte spettatrice di una guerra di conquista turca, anche per i rapporti di amicizia che la legano sia all’Azerbaijan che all’Armenia.

Da qui Akopov adombra il ritorno di uno spettro del passato, rievocando le tante guerre russo-turche del Caucaso, regione contesa dalle rispettive sfere di influenza. Ma ritiene che non si arriverà a tanto, dato che Erdogan ha tutto l’interesse a non guastare i suoi rapporti con Putin, che gli sarebbero indispensabili per sostenere le pressioni dell’Occidente.

 

 

 

Destabilizzare il Caucaso per colpire l’Iran?

 

 

La seconda considerazione viene da un articolo di “Haaretz”. Anshel Pfeffer racconta dell’arrivo di due aerei militari turchi Ilyushin Il-76 a Uvda, base aerea israeliana, “giovedì scorso, solo due giorni prima della grave escalation nel conflitto in corso tra Azerbaijan e Armenia, seguiti da altri due martedì e mercoledì – [che] suggeriscono entrambi la preparazione e il rifornimento delle forze azerbaigiane per l’ultimo combattimento presso l’enclave del Nagorno-Karabakh”. Tel Aviv è ufficialmente neutrale, ma “considera l’Azerbaijan un alleato strategico”, sia perché gli vende armi sia perché da esso acquista “gran parte del petrolio” che gli è necessario.

Ma soprattutto perché considera l’Azerbaijan “una ‘backdoor‘ estremamente utile per l’intelligence e per altre attività clandestine dirette verso il confinante Iran”. Certo, Pfeffer enumera le distanze abissali che separano Erdogan e Netanyahu, riacutizzate dal recente accordo tra Tel Aviv con alcuni Paesi arabi del Golfo, un’intesa diretta a contrastare Teheran e Ankara, che da alcuni anni hanno allacciato rapporti cordiali, prima inesistenti. Un’alleanza fragile, quest’ultima, secondo Pfeffer, il quale annota: “Nonostante le aperture fatte da entrambe le parti, l’ostilità storica tra ottomani e persiani e la rivalità per il controllo in punti caldi della regione, rendono difficile per la Turchia e l’Iran dar vita a un’alleanza duratura”.

Uno dei punti focali di tale contrasto sarebbe proprio il Nagorno-Karabakh, riguardo al quale Teheran sosterrebbe le ragioni armene contro le pretese azero-turche. Ciò spiegherebbe l’alleanza de facto tra Israele e Turchia nel conflitto attuale, che potrebbe riaprire i rapporti tra Ankara e Tel Aviv – seppur limitati e sottotraccia –, che sembravano perduti. Quanto sta accadendo potrebbe addirittura indurre Ankara a rivedere del tutto i suoi rapporti con Teheran, da cui il titolo dell’articolo: “Netanyahu ed Erdogan, un’improbabile alleanza contro l’Iran nel Nagorno-Karabakh?”.

 

 

 

Le armi israeliane e il rischio Siria

 

 

Al di là dello scenario iraniano ipotizzato da Pfeffer, la cooperazione militare tra Azerbaijan e Israele è di lunga data, “si ipotizza che Israele abbia fornito il 60 per cento degli armamenti dell’esercito azero”, scrive il “timesofisrael”, quotidiano online.

Nella stessa nota riporta l’intervista rilasciata da Hikmet Hajiyev, autorevole consigliere del presidente azero, al giornale israeliano Walla, nella quale Hajiyev ha magnificato gli armamenti forniti da Israele al suo Paese, lodando in particolare l’efficacia dei “droni suicidi” (arma nuova, ne risentiremo parlare, purtroppo). Evidentemente l’intervista ha irritato l’Armenia, che ha ritirato il suo ambasciatore in Israele. In realtà, nonostante sia vero quanto scritto da Pfeffer, tra Erdogan e Netanyahu c’è un legame sottotraccia e riguarda la guerra siriana, dove la Turchia è intervenuta direttamente e Israele indirettamente. Anche se negli ultimi anni Tel Aviv ha condotto bombardamenti mirati diretti ufficialmente contro la presenza iraniana, è chiaro che la destabilizzazione conseguente del Paese vicino non può non rallegrare Erdogan, che ha in Assad un nemico da abbattere. In effetti, il conflitto del Nagorno-Karabakh rievoca gli spettri della Siria. Macron ha dichiarato di avere informazioni certe sul fatto che la Turchia abbia schierato in Azerbaijan milizie islamiche provenienti dalla Siria, come scrive la “Reuters” (Ankara ha smentito, ma ci sono anche conferme russe).

Inoltre, il presidente armeno Armen Sarkissian ha dato l’allarme sulla possibilità che il conflitto finisca per internazionalizzarsi, concludendo così: “Riuscite a immaginare se il Caucaso diventasse una nuova Siria?” (“Ria Novosti”). Il rischio di un conflitto duraturo, che destabilizzi per anni il Caucaso, esiste.

È necessario spegnere l’incendio.