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Vari sono stati i tentativi, lungo i decenni, di presentarci un Antonio Gramsci in profondissimo dissenso – nei suoi anni di carcere – col gruppo dirigente del PCI di quegli anni ’30, un Gramsci abbandonato dal partito e persino un Gramsci non più comunista, come si è provato a fare nella lunga fase involutiva che preparava la “Bolognina” e lo scioglimento del PCI. Ci è parso importante, in questo “Speciale”, riproporre questo articolo che lo storico Ruggero Giacomini scrisse, per confutare questi tentativi, sul n°1 della rivista “Marxismo Oggi” Nuova Serie del febbraio del 1994.

Gramsci comunista

Note sui rapporti tra Gramsci e il Partito negli anni del carcere

di Ruggero Giacomini

Marxismo Oggi, febbraio 1994

 

Il titolo, Gramsci comunista, sottolinea il dato caratterizzante la vita e l'opera di Gramsci: teorico comunista e organizzatore e costruttore del partito comunista. È stato giustamente osservato che la “nota fondamentale della personalità gramsciana” è nell'unità di pensiero e azione, nell'“impegno ideologico-politico energicamente rivoluzionario, di impronta socialista prima, comunista poi”.

E ricordarlo, tanto più in tempi di dilagante pentitismo e di precipitoso trasformismo, è un atto doveroso, anche perché attraverso una scelta consapevole di vita e la coerenza mantenuta ferma nelle condizioni più difficili, viene a noi una lezione attualissima di vita morale.

“Credo come Federico Hebbel – scrive nel numero unico La città futura del febbraio 1917 – che ‘vivere vuol dire essere partigiani’. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”

Quando Gramsci scrive queste cose, c'è una guerra mondiale in corso, milioni di uomini si combattono e muoiono nelle trincee, l'indifferenza suona obiettiva complicità con chi ha voluto e continua la carneficina, con le classi dirigenti borghesi che ne portano la responsabilità. Stare dalla parte degli oppressi, operare per una nuova civiltà, rifiutare l'egoismo di una vita vegetativa: questa è la scelta e insieme la proposta di Gramsci. Cui resterà coerente tutta la vita.

“La mia posizione morale è ottima – scrive al fratello Carlo poco dopo essere stato incarcerato, nel 1927 –, chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire né l'eroe. Credo semplicemente di essere un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo”.

E qualche anno dopo a Tatiana, ricordando l'attività di giornalista, all'Avanti! Torinese, all'Ordine Nuovo e all’Unità: “Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella qualifica professionale. Sono stato un giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere le mie profonde convinzioni per fare piacere a dei padroni manutengoli”.

Negli stessi termini si era espresso rivolgendosi alla madre amatissima, perché comprendesse che non c'era motivo di vergognarsi della detenzione per motivi politici e non aveva né avrebbe mutato per questo le proprie opinioni, per le quali si dichiarava “disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione”. Gramsci non aveva certo la vocazione al martirio, e in carcere condusse una lotta strenua, quotidiana,  anche sul piano dei regolamenti e delle leggi, per poter continuare a pensare e lavorare, per mantenersi e sopravvivere, e suggerendo e caldeggiando mezzi straordinari come trattative di scambio del Governo sovietico con quello italiano per recuperare la libertà: rifiutando però sempre sdegnosamente a vie, come la domanda di grazia, prospettategli insistentemente dalle autorità carcerarie, che lo avrebbero posto in contrasto con la sua scelta di vita, con la lotta antifascista e col suo Partito.

Il filosofo Biagio De Giovanni, sostenitore e tra gli ispiratori della svolta della Bolognina, precursore della liquidazione di Togliatti con un famoso editoriale estivo (“C'era una volta...”), ha prospettato un Gramsci in contrapposizione solitaria “a tutto il pensiero del comunismo storicamente determinato”, che avrebbe svolto le sue riflessioni sulla base del “giudizio della crisi fallimentare delle stesse ragioni costitutive dell'esperienza sovietica”.

Deformando il senso dell'intervento del 1926 a proposito della lotta interna al Partito Comunista dell'Unione Sovietica e dei contrasti intervenuti con Togliatti sull'argomento, e contrapponendo le riflessioni carcerarie al pensiero comunista e al movimento storico del comunismo, De Giovanni si è proposto e ha accreditato nella sostanza un uso anticomunista di Gramsci. Un'operazione non nuova, che si è alimentata nel tempo di vari apporti. Tra questi c'è stata perfino, più rozzamente, una rivendicazione di “proprietà” dall'interno del Partito socialista, per altro in generale dichiaratamente estraneo alla lezione gramsciana. In un'intervista all'Espresso di qualche anno fa, l'allora presidente della Commissione difesa della Camera Lelio Lagorio, autore insieme al professor Giancarlo Lehner di un libro infarcito di inesattezze, ipotesi e sospetti campati in aria, non esitò ad affermare con sicumera che Gramsci era “morto da socialista, non da comunista”.

“Gramsci”, – era la sua tesi – “prima di morire, sentendosi ormai fuori dal PCI e consapevole probabilmente di essere stato espulso, autoaderì al PSI: c'è un documento che lo comprova”, aggiungeva convinto.

Quale documento?  Con un procedimento che ha qualche analogia con tecniche “belliche “di depistaggio e controinformazione, di cui il nostro non era probabilmente del tutto ignaro – ricordiamo che era Ministro della Difesa all'epoca della strage di Ustica – “rivela” che durante il fascismo il ministero della Giustizia tenne un censimento tra i detenuti, cui fu richiesto di compilare una scheda, nella quale si domandava il Partito di appartenenza. Nella scheda da lui compilata, Gramsci avrebbe scritto: “Partito socialista italiano”. Ma dov'è questo documento? “So” – afferma senza incertezze Lagorio – “che qualcuno ha visto questa scheda e si è confidato con gli amici più stretti”. “Ma questa scheda dove sarebbe?”, gli chiede l'intervistatore. Ed egli: “Non è difficile ritrovarla. Basta cercare negli archivi del Ministero della Giustizia o all'Archivio di Stato. Anche Togliatti, quando fu guardasigilli (nel 1946-47) ha consultato queste carte. Mi domando solo: quella fatale scheda è ancora al suo posto?”.

Dunque: non sarebbe difficile trovare quella scheda, ma non c'è neppure da darsi pena di cercarla, basta aver sentito dire (non si sa da chi) che qualcuno (non si sa chi) l'avrebbe vista (non si sa quando). Se poi non si trovasse, la conclusione è bell' e pronta: Togliatti, quand'era Ministro, l'ha fatta sparire.

Ma a quali elementi di “verità” si affidano ricostruzioni fantasiose del tipo di quella descritta, o tentativi più elaborati e recenti di contrapposizione di Gramsci al comunismo e al partito comunista? Siamo qui alle ricostruzioni – in cui taluni dati di fatto si intrecciano e confondono spesso con illazioni e invenzioni –   sui rapporti tra Gramsci e Togliatti, Gramsci e il PCI durante gli anni del carcere.

La lettera al PCUS del 1926 e la polemica in proposito con Togliatti evidenziano certamente una diversa concezione dei rapporti tra partiti comunisti nell'ambito dell'Internazionale, e dell'autonomia critica e responsabilità internazionale di un Partito comunista come quello italiano verso un altro Partito comunista, come quello sovietico. Non si tratta di stalinismo e antistalinismo – Togliatti all'epoca era piuttosto legato a Bucharin, e Gramsci sosteneva le posizioni della maggioranza del PCUS –, ma di un confronto tra comunisti sul tipo di approccio alle vicende sovietiche, che per Gramsci non può limitarsi alla presa d'atto di quanto accade, ma deve cercare di influire positivamente sugli sviluppi degli eventi.

È pure noto che Gramsci non condivise le premesse e l'impostazione strategica della svolta del 1929-30, in cui vide il riemergere della vecchia tradizione massimalista del socialismo italiano, in contrasto con le storiche acquisizioni del Congresso di Lione. Si tratta di un confronto politico cui è bene prestare adeguata attenzione, senza indulgere però a strumentalizzazioni e a una visione della storia come romanzo giallo. Ha scritto Paolo Spriano nel 1977 in “Gramsci in carcere e il partito”, riedito nel 1998 come supplemento all'Unità:

“Tra la primavera del 1931 (…) e il dicembre del 1933  (…), non si trova più  (nella stampa comunista, N.d.R.) nessun riferimento politico-teorico a Gramsci”, introducendo così l'ipotesi dell'abbandono da parte del Partito e aggiungendo a tale proposito: “Giustamente Ernesto Ragionieri metteva in collegamento tale silenzio con tutta l'atmosfera del Komintern, con l'accentuazione staliniana della lotta al social-fascismo, con il famoso scritto di Stalin sulla storiografia del partito bolscevico, del novembre del 1931, che sanciva criteri del tutto diversi da quelli che Togliatti si era sforzato di dare a un ripensamento storico della vicenda del partito”.

In realtà Ragionieri aveva parlato non del silenzio del PCI su Gramsci, ma di un numero speciale de Lo Stato operaio che avrebbe dovuto uscire per il X anniversario del PCI, cioè nel gennaio 1931, e non fu realizzato, nonostante un certo lavoro che egli ricostruisce fino all'aprile 1931, dopo di che della pubblicazione non si parlò più, e alcuni articoli allora preparati apparvero qualche anno più tardi.

L'argomento dell'abbandono del Partito è stato ripreso largamente sui mass-media, compresa un'intervista allo stesso Spirano su Repubblica dell'aprile 1987, a cura di Miriam Mafai, pubblicata con un titolo interrogativo insinuante. La segnalazione-denuncia di Spriano viene ripresa quasi alla lettera da Giuseppe Fiori nel suo “Gramsci Togliatti Stalin”: 1931-33. Sullo Stato operaio, per due anni e mezzo (…) il nome di Gramsci è omesso, insieme ad ogni richiamo alla sua elaborazione teorico-politica.

I termini sono così fissati:

1) giugno 1931

2) novembre-dicembre 1933

In realtà Lo Stato operaio non era l'unica pubblicazione del Partito comunista; altrettanto, e forse più importante, certamente più diffusa, era l'Unità, che usciva più frequentemente. E su l'Unità si torna a parlare di Gramsci non in dicembre, ma nell'aprile 1933, cioè otto mesi prima. E lo si fa in riferimento alle gravissime condizioni di salute in cui Gramsci versa, facendo appello alla mobilitazione per ottenere la liberazione e affermando a chiare lettere:

Antonio Gramsci è il capo del proletariato italiano, è l'uomo che ha segnato la via per cui si è formato e sviluppato il partito degli operai italiani, il Partito comunista. Antonio Gramsci è il capo della rivoluzione proletaria italiana, l'uomo che ha insegnato agli operai italiani la via del fronte unico proletario e dell'alleanza tra gli operai e i contadini, la via che porterà alla vittoria della rivoluzione.

Di Gramsci si parla poi in un articolo nel mese di giugno, che dà conto di alcune manifestazioni per la liberazione sua e degli altri prigionieri politici antifascisti, e ribadisce, quasi a voler dissipare ogni possibile dubbio, che egli è “il capo del Partito comunista, il capo della classe operaia italiana”. Ancora nel successivo mese di luglio si torna a scrivere di Antonio Gramsci chiamandolo “il capo del Partito comunista d'Italia”. E ancora per il plebiscito del 1934, si inviterà a recarsi alle urne, votare NO, scrivere sulla scheda il nome di Gramsci.

Dunque, nell'aprile 1933 l'Unità parla di Gramsci come del capo del Partito comunista. Il fatto è importante non solo perché riduce a poco più di un anno il “silenzio” della stampa di Partito (sostanzialmente il 1932, non essendovi certo l'obbligo di parlare di Gramsci ad ogni numero), ma per la circostanza in cui avviene. Infatti, proprio in quel periodo, un compagno di carcere a Turi, Athos Lisa, che aveva partecipato alle contestate lezioni carcerarie di Gramsci (quelle del “cazzotto nell'occhio” con la proposta della Costituente) ed era stato tra i più critici, liberato per amnistia aveva varcato clandestinamente la frontiera, raggiunto il centro estero a Parigi. Dopo un colloquio con Togliatti, stende un dettagliato rapporto scritto, che reca la data del 22 marzo 1933. Il centro del Partito e Togliatti personalmente viene così informato nel modo più preciso delle posizioni di Gramsci. Lo stesso Spriano ammette che “soltanto con la relazione di Lisa il Centro estero sarà ragguagliato dettagliatamente”.

Dunque a questo punto, se fossero fondate le ipotesi di censura ed emarginazione politica per il dissenso di Gramsci rispetto alle posizioni del Partito, dovrebbe scattare l'ostracismo. Invece avviene esattamente il contrario. Riprende immediatamente, e viene sviluppata con vigore, la campagna pubblica a favore di Gramsci, “capo del Partito comunista”.

Perché allora il silenzio del 1932? Secondo la testimonianza di Ambrogio Donini, se il riconoscimento del ruolo di Gramsci “non troverà spesso espressione pubblica, era soprattutto per non compromettere con una campagna di stampa la già tanto precaria situazione di Gramsci nelle carceri e di fare il possibile per difendere la sua incolumità e la sua salute”; e dunque il silenzio fu allora mantenuto (per il periodo in cui fu effettivamente mantenuto) “perché non si voleva aggravare la sua posizione in carcere e rafforzare quei limiti e controlli che la polizia esercitava su di lui”.

Questa versione risulta confermata dalla pubblicazione delle lettere di Piero Sraffa, il quale costituiva allora l’anello di congiunzione tra Gramsci e Togliatti, attraverso Tania. Questo bel libro, che non mi pare abbia avuto adeguata attenzione, nonostante la notevole importanza documentaria, mostra l'inconsistenza di molte illazioni a proposito del presunto disinteresse del Partito comunista italiano per le condizioni di Gramsci tra il 1931 e il 1933. Apprendiamo, infatti, dal testo delle lettere e dal ricco apparato di note curato da Gerratana: a) che Togliatti attraverso Sraffa seguiva e incoraggiava gli studi di Gramsci, fornendo informazioni e ricordi; b) che nel maggio del 1932 peggiorarono di molto le condizioni dei carcerati  di Turi e Gramsci fu privato della lettura dei giornali quotidiani, ebbe restrizioni sulla concessione di libri e ritardi nella consegna della posta, sottoposta a un più ristretto controllo; c) che le condizioni di salute di Gramsci peggiorarono notevolmente, non riuscendo egli a dormire a causa dei continui e rumorosi controlli nelle celle; d) che Sraffa si adoperò perché Giulia potesse venire in Italia e così alleviare la condizione spirituale  del prigioniero; e) che per tutto il 1932 Tania, che ebbe suoi problemi di salute, non visitò Gramsci, nonostante le insistenti sollecitudini di Sraffa, e quindi non si riuscì in quell'anno ad avere informazioni precise e dirette; f) che Tania incoraggiata e sostenuta da Sraffa, e inizialmente contro la stessa volontà di Gramsci, avviò le pratiche per una visita specialistica, sollecitando anche l'interessamento dell'ambasciata sovietica perché fosse  accolta; g) che finalmente nel gennaio 1933 Tania visitò Gramsci a Turi e il 20 marzo il professor Arcangeli effettuò la visita specialistica di cui redasse cinque giorni dopo un preciso certificato, e Sraffa ne fu informato da Tania in un incontro a Roma il 27 marzo, del che presumibilmente aggiornò subito Togliatti.

Proprio nel marzo 1933 Gramsci attraversò uno dei più gravi momenti di crisi del periodo carcerario, tanto che si diffusero voci che fosse morto, ed è in base a tutti questi precedenti che il Partito, ponendo fine al prudente silenzio dei mesi precedenti, decise di promuovere subito una grande campagna internazionale – a Parigi fu costituito un Comitato per la liberazione di Gramsci e dei detenuti politici –, allo scopo  di ottenere il sollecito ricovero del detenuto in un ospedale dove potesse essere curato. L'iniziativa, probabilmente sostenuta anche sul piano diplomatico, ottenne infine un risultato, col trasferimento in novembre di Gramsci nell'infermeria del carcere di Civitavecchia, e quindi nel mese successivo nella clinica Cusumano a Formia.

C'è anche un'altra circostanza che dimostra che nel 1932 il Partito comunista non si disinteressò affatto del suo Segretario detenuto. In quell'anno, infatti, si ebbe un nuovo tentativo delle autorità sovietiche di realizzare lo scambio tra alcuni sacerdoti cattolici detenuti in URSS e lo stesso Gramsci, e Donini fu incaricato da Togliatti di sondare la disponibilità vaticana, cosa che fece interpellando per interposta persona Mariano Rampolla del Tindaro, avendone una risposta favorevole. Sappiamo che nell'autunno 1932 un'alta personalità vaticana, monsignor Giuseppe Pizzardo, viceministro degli esteri della Santa Sede e futuro cardinale, non malvisto negli ambienti governativi, si recò di persona a Turi per conferire con Gramsci, ma il colloquio gli fu impedito con un fonogramma spedito da Roma al direttore del carcere. Il tentativo di scambio tra detenuti comunisti in Italia (Gramsci e Terracini)  e prelati cattolici detenuti in Russia tramite l'intermediazione vaticana, era stato portato avanti in gran segreto già nel 1927, e il suo fallimento, dovuto all'opposizione personale di Mussolini, era stato fatto credere a Gramsci dovesse attribuirsi a un intervento esterno costituito dalle “strane” lettere di Grieco, che non furono in realtà esse una provocazione, semmai un'iniziativa inopportuna e imprudente, ma furono certamente usate a fini provocatori.

Le interpretazioni dell'episodio secondo cui l'irritazione e i sospetti di Gramsci erano dovuti al timore per le possibili ripercussioni processuali delle lettere, che rivelavano la posizione dei dirigenti di partito dei destinatari, sono errate. Anche se fatta balenare dal giudice istruttore e agente dell'Ovra, Macis, come possibile, questa utilizzazione processuale non vi fu, e Gramsci non gli avrebbe certo attribuito il peso che vi si diede se si fosse trattato solo di ciò. Il fatto è che il Macis, che aveva da tempo terminato il suo compito di istruttore del processo e la cui figura di provocatore è stata ben ricostruita da Fiori, si riferì alla trattativa segretissima che fece credere ancora in corso e compromessa da passi della lettera che vantavano prematuramente un successo comunista sul regime: “L'essenza della sciagurata lettera” – scrive Tania a Giulia il 12 novembre 1934, sulla base evidentemente dell'informazione avuta da Gramsci – “era la seguente: un grido di vittoria del partito sul governo fascista”. Ora non c'è alcun passaggio nei testi rinvenuti delle lettere che autorizzi una tale interpretazione e non è chiaro dunque che cosa il giudice leggesse a Gramsci per avvalorare la sua tesi. Nei testi che conosciamo, una vaga allusione si può cogliere nella lettera a Terracini, che quest'ultimo, non sapendo nulla di quanto bolliva in pentola, non coglie.

Forse il Macis lesse altri passi che non conosciamo e magari inventati – l'ipotesi di Canfora di un intervento dell'Ovra sul testo delle lettere, anche se difficilmente documentabile, è molto probabile – e di certo Gramsci scontò una certa illusione “sardista” nel prestar fede alle viscide maniere di un giudice, che gli si fingeva amico, ma lo aveva ingannato anche a proposito del suo terribile trasferimento “ordinario” da Ustica a Milano.

È necessario dunque sgomberare il terreno da molte imprecisioni ed errate supposizioni, che si sono accumulate sul terreno dell'esatta ricostruzione storica. Per concludere che pur in quel periodo terribile – “di ferro e di fuoco”, come aveva detto lo stesso Gramsci – sembra ancora permanere nella vita del Partito comunista italiano e del suo gruppo dirigente, pur dopo l'aspro scontro che aveva accompagnato la svolta e portato all'espulsione dei tre, un costume di franco confronto e accettazione di punti di vista differenti. Insomma non si era ancora, agli inizi degli anni Trenta, alla criminalizzazione della diversità di opinioni. Lo stesso Togliatti, informato delle critiche che Terracini, analogamente a Gramsci, muoveva dal carcere alla politica della “svolta”, ne riferiva al rappresentante del Partito comunista d'Italia presso l’Internazionale, Giuseppe Berti, raccomandando la discrezione in questi termini (siamo alla fine del 1930): “sono cose normali nella vita di un Partito: si discute, si precisa, ci si mette d'accordo o si constata che esiste un disaccordo”.

Occorre dunque che i dissensi e i contrasti tra Gramsci e altri del gruppo dirigente del Partito comunista o dell'Internazionale in questi anni siano studiati, compresi e valutati nella loro effettiva portata ideale e politica, senza stravolgimenti strumentali e senza sovrapposizioni fantastiche, legate a una concezione della storia come intrigo e complotto, oggi di moda.