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Golpe nel Mali,

una cartolina dall’Africa

di Guadi Calvo

scrittore e giornalista argentino. Analista Internazionale specializzato

in questioni dell'Africa, Medio Oriente e Asia Centrale

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traduzione a cura di Mariano Guzzini

La mattina di martedì 18 agosto, dopo l’irruzione di diverse camionette con uomini armati guidati dal colonnello Assimi Goita nella base militare di Soundiata, vicino alla città di Kati, nel distretto di Kulikorò, a circa dodici chilometri a nord della città di Bamako, capitale del Mali, è iniziato un breve scontro a fuoco tra la guardia e gli incursori che si definivano membri del Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo (CNSP), anch’essi uomini dell’esercito. Rapidamente la confusione venne chiarita, furono a                                                                         perti gli arsenali, vennero armate le truppe, e la colonna degli invasori cominciò a mettersi in cammino verso la capitale, con dieci camionette in più, cariche di effettivi pesantemente armati.

L’evento dava inizio nel paese africano a un nuovo colpo di stato, l’ultimo dei quali era avvenuto nel 2012, in una nazione tormentata, ora, al nord dalla violenza wahhabita, da diverse organizzazioni affiliate ad al-Qaeda e Daesh e, al centro, dalla sempre latente guerra tribale tra pastori nomadi fulanis, altrimenti conosciuti come peuls e agricoltori dogones. A tutto ciò va aggiunta l’instabilità politica, generata dalle continue proteste popolari, che da mesi hanno posto il governo dell’ormai destituito presidente Ibrahim Boubacar Keϊta o IBK, come è popolarmente noto, sull’orlo dell’abisso, dove è appena caduto assieme ai suoi 20 milioni di compatrioti, nonostante sia stato più volte indicato come modello di democrazia nella regione.

Nella notte di quel martedì IBK ha annunciato le sue dimissioni dall’incarico assunto nel 2013, con una vittoria vicina al 77% dei voti, e rieletto per altri cinque anni nel 2018. Il presidente deposto era già stato arrestato, assieme al primo ministro, Boubou Cissé, al ministro delle finanze, Abdoulaye Daffe e a suo figlio, nonché deputato, Karim Keϊta nella sua casa di Sebenikoro, il quartiere “elegante” della capitale.

Il presidente deposto è stato anche costretto ad annunciare lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale al fine di evitare che il comando potesse essere rivendicato da Moussa Timbinè, il presidente di quell’organismo legislativo.

La notizia dell’arresto del presidente ha fatto sì che le strade della capitale si riempissero di manifestanti usciti a festeggiare la caduta di un governo che già mancava di ogni tipo di appoggio, a causa di forti sospetti di corruzione, sbagli in economia, e pessima gestione della guerra contro il terrorismo fondamentalista, che dal 2012 non ha smesso di espandersi in tutto il nord del Paese, oltrepassando le frontiere del Burkina Faso e del Niger. Durante il 2019 l’esercito del Mali ha subìto significative sconfitte, gli attacchi del Jamã at nuşrat al-islām wal-muslimīn (Fronte di appoggio per l’Islam e i Mussulmani) o JNIM, tributari di al-Qaeda e firmatari del Daesh o Daesh nel Gran Sahara (ISGS) che ha costretto l’alto comando del Mali ad abbandonare varie postazioni nel nord del Paese. Le vittime del 2019, circa 4 mila, si sono quintuplicate dal 2016, e la proiezione per il 2020 rischia di superare di gran lunga l’ultimo record precedente.

A questo ampio spettro di conflitti va aggiunta la situazione critica degli impiegati statali e degli insegnanti, poiché, a causa delle restrizioni causate dalla Pandemia, il governo ha deciso la chiusura di molti enti e scuole, ampliando di parecchio quel che fino ad allora era il 43% della popolazione che, secondo la Banca Mondiale, viveva con meno di due dollari al giorno.

Le proteste sociali sono iniziate in seguito alle accuse di frode dopo le elezioni legislative del marzo e aprile scorsi, aizzate dall’imam integralista Mahmoud Dicko. Conosciuto come “l’imam della gente”, è un veterano della vita politica del Mali, antico alleato di IBK, che ha presieduto l’Alto Consiglio Islamico dal 2008 al 2019, e che lo scorso giugno si è posto alla testa delle massicce mobilitazioni antigovernative.

Il colpo di stato, è sembrato (?) “sorprendere” molti alleati occidentali del paese saheliano, e in maniera particolare l’Eliseo, poiché la Francia con cui mantiene stretti legami economici, militari e politici, ha contatti fluidi in tutti i livelli di questo Paese, particolarmente nel settore militare. La Francia dal 2012 mantiene 5 mila militari, che si aggiungono ad altri 3 mila provenienti da Regno Unito, Spagna, Estonia, Danimarca e Repubblica Ceca, come parte della Operazione Barkhane, che combatte i terroristi nel nord del paese. Sicché è molto difficile credere che l’intelligence francese, che opera liberamente in tutto il Paese, non sia riuscita a sapere nulla sul golpe che si stava avvicinando, e quindi si deve sospettare che ha solo lasciato fare. Le attuali dichiarazioni francesi sembrano fatte solo per la propaganda popolare.

Era circolata l’informazione che il presidente francese, Emmanuel Macron, aveva avuto un lungo colloquio telefonico con l’ormai destituito IBK, per valutare la situazione, mentre comunicava con altri capi di stato della regione come Alassane Ouattara della Costa d’Avorio, Macky Sall del Senegal e il nigeriano Mahamadou Issoufou. Anche nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è discussa a porte chiuse la situazione, in quanto l’ONU mantiene una missione militare nel Mali di quasi 16 mila uomini.

Inoltre, la rivolta è stata condannata dall’Unione Africana, dagli Stati Uniti, e dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), un blocco al quale partecipano una quindicina di nazioni della regione.

 

 

 

“Un tempo ragionevole”

 

 

La mancanza di una risoluzione immediata nel golpe contro il presidente Amadou Touré nel 2012, ha reso possibile la sollevazione rivendicatoria del popolo tuareg, in cerca del suo insediamento nel territorio ancestrale Azawad. Quella ribellione, che non è stata la prima e sicuramente non sarà l’ultima, ha facilitato l’arrivo nel nord del Mali di diverse organizzazioni armate wahhabite, che operavano fondamentalmente in Algeria e in Mauritania, e che con la caduta del loro grande nemico, il colonnello Mohammad Gheddafi, si sono sentiti liberi di dare il via all’escalation di una guerra, che da otto anni continuano a vincere, mentre le rivendicazioni tuareg proseguono e continuano ad essere rimandate.

Oggi la situazione, al di là di alcune coincidenze, non sembra essere la stessa del 2012. I golpisti hanno già un leader, il colonnello Assimi Goita, che mercoledì si è rivolto alla popolazione chiedendo di unirsi sotto le bandiere del CNSP, l’organizzazione che tenta di dare una struttura politica al golpe, ai partiti politici e alla società civile, per unirsi in un movimento che dovrebbe essere di transizione in vista di future elezioni che si terranno – secondo il militare – “entro un tempo ragionevole”. Rapidamente l’organizzazione che si oppone all’ex presidente IBK, M5-RPF, ha salutato il golpe e si è dichiarata disponibile a lavorare assieme ai golpisti per una transizione politica. Niente si è detto sulla sorte di un numero significativo di effettivi militari in attesa di essere giudicati per le proprie responsabilità in atti di tortura e di sparizioni forzate durante la guerra contro il terrorismo. Sarà un elemento da tenere in grande considerazione quando verrà il momento di giudicare le intenzioni del nuovo governo.

È molto importante, a partire da ora, osservare l’atteggiamento delle organizzazioni armate integraliste, che senza dubbio cercheranno di permeare l’animo dei nuovi leader militari, nonostante si ignori con quale animosità i giovani colonnelli si pongano di fronte alla guerra contro il terrorismo.

Mentre, al di là delle frontiere del Mali, in paesi come il Senegal, Costa d’Avorio e Guinea, i loro governi stanno vivendo crisi simili a quella che ha preceduto il golpe di martedì nella base militare di Soundiata, è sperabile che non si scateni un incontenibile e sanguinoso effetto domino, che riporterebbe altre nazioni del continente in una condizione che si credeva già superata, e che il golpe non sia niente di più che un’altra cartolina africana.