In questa intervista, il noto intellettuale sostiene la necessità di lottare per una soluzione negoziale urgente della guerra e analizza come l’Occidente stia giocando con la vita degli ucraini, e con la fame di tutto il mondo, nell’intento di mettere alle strette la Russia di Putin.

 

D. La guerra in Ucraina sta causando sofferenze umane inimmaginabili, ma ha anche conseguenze economiche globali ed è una notizia terribile per la lotta contro il riscaldamento globale. In effetti, a causa dell’aumento dei costi energetici e delle preoccupazioni per la sicurezza energetica, gli sforzi di decarbonizzazione sono passati in secondo piano. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Biden ha adottato lo slogan repubblicano drill, baby, drill, l’Europa è determinata a costruire nuovi gasdotti e impianti di importazione e la Cina ha in programma di aumentare la capacità di produzione di carbone. Può commentare le implicazioni di questi negativi sviluppi e spiegare perché il pensiero a breve termine continua a prevalere tra i leader mondiali, anche in un momento in cui l’umanità potrebbe essere sull’orlo di una minaccia per la nostra esistenza? (Lo slogan drill, baby, drill, risalente al 2008, era a sostegno dell’aumento delle perforazioni per petrolio e gas, N.d.T.).

R. L’ultima domanda non è nuova. In una forma o nell’altra, è stata posta nel corso della storia. Ricordiamo un caso che è stato ampiamente studiato: perché i leader politici entrarono in guerra nel 1914, con assoluta fiducia nella sua giustezza? E perché gli intellettuali più in vista di tutti i Paesi belligeranti si schierarono con entusiasmo appassionato a sostegno del proprio Stato… a parte un pugno di dissidenti, i più importanti dei quali furono imprigionati (Bertrand Russell, Eugene Debs, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht)? Non si trattava di una crisi terminale, ma era grave.

Questo modello torna indietro nel tempo. E continua con pochi cambiamenti dopo il 6 agosto 1945, quando abbiamo appreso che l’intelligenza umana era salita al livello in cui presto sarebbe stata in grado di sterminare tutto.

Se osserviamo attentamente lo schema, nel corso degli anni, una conclusione sembra emergere con chiarezza: ciò che guida la politica non è la sicurezza, almeno non la sicurezza della popolazione, che è tutt’al più una preoccupazione marginale. Lo stesso si può dire delle minacce all’esistenza. Dobbiamo guardare altrove.

Un buon punto di partenza, credo, è quello che sembra essere il principio più consolidato nella teoria delle relazioni internazionali: l’osservazione di Adam Smith secondo cui i “Masters of Mankind” – all’epoca i mercanti e i fabbricanti d’Inghilterra – sono “i principali architetti della politica statale”. Usano il loro potere per assicurarsi che i loro interessi “vengano curati nel modo più specifico”, per quanto “dolorosi” fossero i loro effetti sugli altri, compreso il popolo inglese, ma soprattutto le vittime della “selvaggia ingiustizia degli europei”. L’obiettivo particolare di Smith era la ferocia britannica in India, allora agli inizi, ma già abbastanza terribile.

Non cambia molto quando la crisi diventa esistenziale. Prevalgono gli interessi a breve termine. La logica è chiara nei sistemi competitivi, come nei mercati non regolamentati. Chi non partecipa al gioco viene rapidamente escluso. La competizione tra i “principali architetti della politica” nel sistema statale ha proprietà in qualche modo simili, ma dobbiamo tenere presente che la sicurezza della popolazione è ben lungi dall’essere un principio guida, come la storia dimostra chiaramente.

Ha ragione sull’orribile impatto della criminale invasione russa dell’Ucraina. La discussione negli Stati Uniti e in Europa si concentra sulle sofferenze in Ucraina, il che è ragionevole, mentre si plaude alla nostra politica di accelerazione della miseria, il che non è altrettanto ragionevole. Tornerò su questo punto.

Prendiamo solo un esempio, la peggiore crisi umana, secondo le Nazioni Unite: lo Yemen. Secondo il Programma Alimentare Mondiale, più di 2 milioni di bambini rischiano una carestia imminente. Quasi il 100% dei suoi cereali viene importato, dei quali Russia e Ucraina forniscono la maggior quantità di grano e derivati (42%), oltre a farina e frumento lavorato riesportati nella stessa regione.

La crisi va ben oltre. Cerchiamo di essere onesti: la perpetuazione della guerra è, in parole povere, un programma di omicidi di massa su gran parte del Sud del mondo.

Questo è il meno. Giornali presumibilmente seri analizzano come gli Stati Uniti potrebbero vincere una guerra nucleare con la Russia. Tali analisi rasentano la follia criminale. E purtroppo, le politiche degli Stati Uniti e della NATO forniscono molti possibili scenari per la rapida fine della società umana. Per citarne solo uno, Putin si è finora astenuto dall’attaccare le linee di rifornimento di armi pesanti all’Ucraina. Non sarebbe una grande sorpresa se ciò dovesse finire, il che trascinerebbe la Russia e la NATO in un conflitto frontale, con un facile percorso di escalation che potrebbe portare a un rapido addio.

Più probabile, anzi molto probabile, è una morte più lenta per avvelenamento del pianeta. Il rapporto più recente dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) ha chiarito che perché ci sia speranza di un mondo vivibile, dobbiamo smettere di usare i combustibili fossili ora e muoverci costantemente verso la loro rapida eliminazione. Come lei fa notare, l’effetto della guerra in corso è quello di porre fine alle già limitate iniziative esistenti, e, di fatto, di invertirle e accelerare la corsa al suicidio.

Naturalmente, c’è grande esultanza negli uffici esecutivi delle multinazionali che si dedicano alla distruzione della vita umana sulla Terra. Ora, non solo sono liberi dalle restrizioni e dalle lamentele dei fastidiosi ambientalisti, ma sono elogiati per aver “salvato la civiltà” e incoraggiati a distruggere ancora più rapidamente. Ora sono incoraggiati a sprecare le scarse risorse che sono disperatamente necessarie per scopi umani e costruttivi. E, come i loro partner nella distruzione di massa, le società di combustibili fossili sottraggono le risorse dei contribuenti.

Cosa potrebbe esserci di meglio o, da una prospettiva diversa, di più folle? Faremmo bene a ricordare le parole pronunciate dall’ex presidente Dwight D. Eisenhower nel suo discorso (Chance for Peace) della “croce di ferro” del 1953:

«Ogni arma che viene fabbricata, ogni guerra che viene condotta, ogni razzo che viene sparato significa, in ultima analisi, una rapina a coloro che hanno fame e non sono nutriti, che hanno freddo e non sono vestiti. Questo mondo in armi non solo spende denaro: spende il sudore dei suoi lavoratori, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi figli. Il costo di un moderno bombardiere pesante è questo: una moderna scuola di mattoni in oltre 30 città. Si tratta di due centrali elettriche, ciascuna in grado di servire una popolazione di 60mila abitanti. Si tratta di due eccellenti ospedali, completamente attrezzati. Si tratta di circa 80 miglia di strada asfaltata. Paghiamo un solo aereo da caccia con mezzo milione di stai di grano. Paghiamo un solo cacciatorpediniere con nuove case che potrebbero ospitare più di 8mila persone… Questo non è uno stile di vita, in nessun senso reale. Sotto la minaccia della guerra, l’umanità è appesa a una croce di ferro».

Queste parole non potrebbero essere più appropriate oggi.

Torniamo al motivo per cui i “leader mondiali” persistono in questo percorso insensato. Innanzitutto, vediamo se qualcuno di loro merita quell’appellativo, se non in senso ironico.

Se lo fossero, si dedicherebbero a porre fine al conflitto nell’unico modo possibile: attraverso la diplomazia e l’abilità politica. Le linee generali di una soluzione politica sono state comprese da tempo. Le abbiamo già esaminate prima e abbiamo anche documentato la dedizione degli Stati Uniti (con la NATO al seguito) nel minare la possibilità di un accordo diplomatico, in modo abbastanza aperto e orgoglioso. Non dovrebbe essere necessario rivedere di nuovo quel triste record.

Un modo di dire comune è che il “Vlad il pazzo” è così folle, e così immerso nei sogni irrealizzabili di ricostruire un impero e forse di conquistare il mondo, che non ha senso nemmeno ascoltare quello che dicono i russi… e certamente non c’è bisogno di prendere in considerazione un dialogo diplomatico con una creatura del genere. Pertanto, non esploriamo nemmeno l’unica possibilità di porre fine all’orrore e continuiamo ad aggravarlo, qualunque siano le conseguenze per l’Ucraina e per il mondo. I leader occidentali, e gran parte della classe politica, sono ora ossessionati da due idee principali: la prima è che la potenza militare della Russia è così schiacciante che potrebbe presto cercare di conquistare l’Europa occidentale, o anche oltre. Pertanto, dobbiamo “combattere la Russia lì” (con le forze ucraine), in modo da “non dover combattere la Russia qui”, a Washington, come ci avverte Adam Schmitt del Partito Democratico, presidente della U.S. House Permanent Select Committee on Intelligence.

La seconda è che la forza militare russa è stata mostrata come una tigre di carta, così incompetente e fragile, e così mal guidata, da non poter conquistare città poste a pochi chilometri dal suo confine, in gran parte difese da un esercito di cittadini.

Quest’ultima idea è oggetto di molti vanti. Il primo incute terrore nei nostri cuori. Orwell ha definito il “bipensiero” come la capacità di avere in mente due idee contraddittorie e di credere in entrambe, follia immaginabile solo negli Stati ultra-totalitari.

Se adottiamo la prima idea, dobbiamo armarci fino ai denti per proteggerci dai piani demoniaci della tigre di carta, anche se la spesa militare russa è una frazione di quella della NATO, anche senza contare gli Stati Uniti. Chi soffre di perdita di memoria sarà felice di sapere che la Germania ha finalmente recepito il messaggio e potrebbe presto superare la Russia nelle spese militari. Ora Putin deve pensarci due volte prima di conquistare l’Europa occidentale.

Per ripetere un’ovvietà, la guerra in Ucraina può finire con un accordo diplomatico, rapidamente o con un’agonia prolungata. La diplomazia, per definizione, è una questione di dare e avere. Ciascuna parte deve accettare ciò. Ne consegue che, in un accordo diplomatico, a Putin deve essere offerta una via di fuga.

O accettiamo la prima opzione o la rifiutiamo: almeno su questo non si discute. Se la rifiutiamo, scegliamo la seconda opzione. Dal momento che questa è la preferenza quasi universale nel discorso occidentale, e rimane la politica degli Stati Uniti, vediamo cosa implica.

La risposta è semplice: la decisione di rifiutare la diplomazia significa che ci impegneremo in un esperimento per vedere se l’irrazionale cane rabbioso se la svignerà in silenzio, in una totale sconfitta, o se userà i mezzi di cui indubbiamente dispone per distruggere l’Ucraina e porre le basi per una guerra terminale.

E, mentre conduciamo questo grottesco esperimento con le vite degli ucraini, ci assicuriamo che milioni di persone muoiano di fame a causa della crisi alimentare, giochiamo con la possibilità di una guerra nucleare e ci precipitiamo con entusiasmo verso la distruzione della ambiente che sostiene la vita.

Naturalmente, è possibile che Putin si arrenda e si astenga dall’usare le forze sotto il suo comando. E forse possiamo semplicemente ridere della prospettiva di ricorrere alle armi nucleari. È possibile, ma che tipo di persona sarebbe disposta ad accettare questo rischio?

La risposta è: i leader occidentali, in modo abbastanza esplicito, insieme alla classe politica. Questo è stato ovvio per anni, è stato persino dichiarato ufficialmente. E per essere sicuri che lo capiscano tutti, la posizione è stata ribadita con forza lo scorso aprile, in occasione della prima riunione mensile del “gruppo di contatto”, che comprende la NATO e i Paesi associati. L’incontro non si è tenuto presso la sede della NATO a Bruxelles, in Belgio; anzi, tutte le simulazioni sono state annullate e si sono svolte presso la base dell’aeronautica statunitense di Ramstein in Germania, territorio tecnicamente tedesco, ma nel mondo reale appartenente agli Stati Uniti.

Il Segretario alla Difesa Lloyd Austin ha aperto la riunione affermando: “L’Ucraina crede assolutamente di poter vincere, e tutti noi qui crediamo che possa farlo. Pertanto, i rappresentanti riuniti non dovrebbero esitare a inviare armamenti avanzati in Ucraina e a proseguire negli altri programmi che”, ha annunciato con orgoglio, “porteranno di fatto l’Ucraina nel sistema NATO. Nella loro saggezza, i rappresentanti presenti e il loro leader garantiscono che Putin non reagirà nei modi che tutti sappiamo essere possibili.

La storia della pianificazione militare nel corso di molti anni, anzi di secoli, indica che “tutti qui presenti” mantengono davvero queste straordinarie convinzioni. Che le abbiano o meno, sono sicuramente disposti a portare avanti l’esperimento con la vita degli ucraini e il futuro della vita sulla Terra.

Poiché siamo così autorevolmente sicuri che la Russia osserverà passivamente tutto questo senza reagire, possiamo intraprendere ulteriori passi per “integrare de facto l’Ucraina nella NATO”, in conformità con gli obiettivi del Ministero della Difesa ucraino, stabilendo “la piena compatibilità delle forze armate ucraine con quelle dei Paesi della NATO” e assicurando che nessun accordo diplomatico possa essere raggiunto con alcun governo russo a meno che la Russia non venga in qualche modo trasformata in un satellite statunitense.

L’attuale politica statunitense prevede una guerra prolungata per “indebolire la Russia” e assicurarne la sconfitta totale. Questa politica è molto simile al modello afghano degli anni ’80, che, di fatto, è ora esplicitamente sostenuto nelle alte sfere, ad esempio dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton.

Poiché è un modello vicino all’attuale politica del Paese, addirittura funzionante, vale la pena di guardare cosa è successo effettivamente in Afghanistan negli anni ’80, quando la Russia lo ha invaso. Fortunatamente, oggi disponiamo di un resoconto dettagliato e autorevole di Diego Cordovez, che ha guidato con successo i programmi delle Nazioni Unite che hanno posto fine alla guerra, e dell’illustre giornalista e accademico Selig Harrison, che aveva una vasta esperienza nella regione. Entrambi gli autori sono deceduti.

L’analisi Cordovez-Harrison demolisce completamente la versione ricevuta. Gli autori dimostrano che la guerra è stata conclusa da un’attenta diplomazia guidata dalle Nazioni Unite, non dalla forza militare. La politica statunitense di mobilitazione e finanziamento degli islamisti più radicali per combattere i russi significava, conclude l’analisi, “combattere fino all’ultimo afghano” in una guerra per procura per indebolire l’Unione Sovietica. “Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per impedire che l’ONU venisse coinvolto”, cioè per evitare gli accurati sforzi diplomatici che hanno posto fine alla guerra.

La politica degli Stati Uniti ha ritardato il ritiro russo che era stato preso in considerazione fin da poco dopo l’invasione e che, come dimostrano gli autori, aveva obiettivi limitati, senza alcuna somiglianza con gli spaventosi obiettivi di conquista del mondo evocati dalla propaganda statunitense. “Chiaramente l’invasione sovietica non è stato il primo passo di un piano espansionistico generale della leadership unita”, ha scritto Harrison, confermando le conclusioni dello storico David Gibbs, basate sugli archivi sovietici divulgati.

L’alto funzionario della CIA a Islamabad, che dirigeva personalmente le operazioni, ha spiegato con semplicità l’obiettivo principale: l’idea era di uccidere i soldati russi; dare alla Russia il suo Vietnam, come hanno proclamato alti funzionari statunitensi, rivelando la colossale incapacità di capire qualcosa dell’Indocina che è stata la caratteristica della politica statunitense in decenni di massacri e distruzioni.

Cordovez ed Harrison hanno scritto che il governo degli Stati Uniti “era diviso fin dall’inizio tra i sanguinari, che volevano mantenere le forze sovietiche impantanate in Afghanistan e quindi vendicarsi del Vietnam, e i negoziatori, che volevano forzare il loro ritiro attraverso una combinazione di diplomazia e pressione militare”. È una distinzione che viene fatta molto spesso. I sanguinari di solito vincono e causano danni immensi. Per “colui che decide”, per riprendere la definizione di George W. Bush di se stesso, è più sicuro apparire duro che tenero.

L’Afghanistan è un buon esempio. Nell’amministrazione di James Carter, il segretario di Stato Cyrus Vance era un negoziatore, che suggeriva accordi a lungo termine che quasi certamente avrebbero evitato, o almeno notevolmente ridotto, quello che doveva essere un intervento limitato. Il consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski era il sanguinario, deciso a vendicarsi del Vietnam, qualunque cosa significasse in quella confusa visione del mondo, e a uccidere i russi, cosa che capiva fin troppo bene e gli piaceva.

Brzezinski ha prevalso. Convinse Carter a inviare armi all’opposizione che cercava di rovesciare il governo filo-russo, prevedendo che i russi sarebbero stati trascinati in un pantano simile a quello deal Vietnam. Quando ciò accadde, riuscì a malapena a nascondere la sua gioia.

Quando, in seguito, gli è stato chiesto se provasse rimorso, trovò la domanda ridicola. Il suo successo nell’attirare la Russia nella trappola afghana, ha affermato, è stato la causa del crollo dell’impero sovietico e della fine della Guerra Fredda, il che è, in gran parte, una sciocchezza. E chi se ne frega se ha colpito “alcuni musulmani agitati”, come il milione di morti, senza contare episodi come la devastazione dell’Afghanistan e l’ascesa dell’Islam radicale.

Oggi l’analogia con l’Afghanistan viene pubblicamente sbandierata e, soprattutto, messa in pratica in politica.

La distinzione tra sanguinari e negoziatori non è una novità negli ambienti di politica estera. Un famoso esempio dei primi tempi della Guerra Fredda è il conflitto tra George Kennan (negoziatore) e Paul Nitze (sanguinario), vinto da quest’ultimo, che ha posto le basi per molti anni di brutalità e di quasi distruzione. Cordovez ed Harrison appoggiarono esplicitamente l’approccio di Kennan, con abbondanti prove.

Un esempio vicino a Vance-Brzezinski è il conflitto tra il segretario di Stato William Rogers (negoziatore) e il consigliere per la Sicurezza nazionale Henry Kissinger (sanguinario) sulla politica mediorientale negli anni di Richard Nixon. Rogers propose soluzioni diplomatiche ragionevoli al conflitto arabo-israeliano. Kissinger, la cui ignoranza della regione era monumentale, insistette sul confronto, e questo portò alla guerra del 1973, che Israele vinse di stretta misura con una seria minaccia di guerra nucleare.

Questi conflitti sono permanenti, o quasi. Oggi sono rimasti solo i sanguinari nelle alte sfere. Sono arrivati al punto di promulgare una legge sull’invio di armi e forniture per l’Ucraina, approvata quasi all’unanimità. La terminologia evoca il ricordo del massiccio programma del Lend Lease Act che ha portato gli Stati Uniti nella guerra europea (come previsto) e ha collegato i conflitti in Europa e in Asia in una guerra mondiale (che non era prevista). “Il programma Lend-Lease riunì le lotte separate in Europa e in Asia per creare, verso la fine del 1941, quella che propriamente chiamiamo Seconda Guerra Mondiale”, scrive lo storico Adam Tooze. È questo ciò che vogliamo nelle circostanze attuali molto diverse?

Se lo è, come sembra, riflettiamo almeno su ciò che implica. È abbastanza importante ribadirlo.

Implica che rifiutiamo a priori le iniziative diplomatiche che hanno effettivamente posto fine all’invasione russa dell’Afghanistan, nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per impedirla. Stiamo, quindi, intraprendendo un esperimento per vedere se l’adesione dell’Ucraina alla NATO, la totale sconfitta della Russia in Ucraina e le successive mosse per “indebolire la Russia” saranno osservate passivamente dai leader russi, o se ricorreranno a mezzi di violenza che indubbiamente possiedono per devastare l’Ucraina e gettare le basi per una possibile guerra generale. Nel frattempo, estendendo il conflitto invece di cercare di porvi fine, imponiamo pesanti costi agli ucraini, spingiamo milioni di persone a morire di fame, facciamo precipitare il pianeta in fiamme ancora più velocemente verso la sesta estinzione di massa e, se siamo fortunati, sfuggiamo alla guerra terminale.

Nessun problema, ci dicono il governo e la classe politica. L’esperimento è privo di rischi perché la leadership russa accetterà senza dubbio tutto questo con equanimità e finirà senza dubbio nel mucchio di cenere della storia. Per quanto riguarda i “danni collaterali”, possono entrare a far parte della schiera dei “musulmani agitati” di Brzezinski. Per riprendere la frase resa famosa da Madeleine Albright: “È una scelta difficile, ma il prezzo… pensiamo che ne valga la pena”.

Almeno, dobbiamo avere l’onestà di riconoscere ciò che facciamo, ad occhi aperti.

D. Le emissioni globali sono salite a un livello senza precedenti nel 2021, quindi il mondo è tornato ad un modo di procedere usuale una volta che il peggio della pandemia di covid-19 si è placato… per ora. Quanto è radicato il comportamento umano? Siamo capaci di avere doveri morali verso gli uomini del futuro?

R. È una domanda profonda, la più importante che possiamo contemplare. La risposta è sconosciuta. Potrebbe essere utile riflettere su di essa in un contesto più ampio.

Consideriamo il famoso paradosso di Enrico Fermi: in parole povere, dove sono? Fermi, un illustre astrofisico, sapeva che esiste un numero enorme di pianeti a distanza di potenziale contatto che soddisfano le condizioni per sostenere la vita e un’intelligenza superiore. Ma nemmeno con la ricerca più assidua riusciamo a trovare tracce della loro esistenza. Allora, dove sono?

Una risposta che è stata proposta seriamente, e che non può essere scartata, è che l’intelligenza superiore si è sviluppata in innumerevoli occasioni, ma si è rivelata letale: ha scoperto i mezzi per l’auto-annientamento, ma non ha sviluppato la capacità morale per impedirlo.

Forse questo è addirittura una componente intrinseca di quella che chiamiamo “intelligenza superiore”.

Ora siamo impegnati in un esperimento per determinare se questo triste principio è valido anche per gli esseri umani moderni, che sono arrivati sulla Terra abbastanza di recente, da 200.000 a 300.000 anni fa, un batter di ciglia nel tempo dell’evoluzione. Non resta molto tempo per trovare la risposta o, più precisamente, per decidere la risposta, come faremo, in un senso o nell’altro. Questo è inevitabile. O agiremo per dimostrare che la nostra capacità morale arriva a controllare la nostra capacità tecnica di distruggere, oppure no.

Un osservatore extraterrestre, se esistesse, avrebbe purtroppo concluso che la forbice è troppo ampia per impedire il suicidio delle specie e, con esso, la sesta estinzione di massa. Ma potrebbe sbagliarsi. Questa decisione è nelle nostre mani.

C’è un modo approssimativo per misurare il divario tra la capacità di distruggere e la capacità di contenere il desiderio di morte: il Doomsday Clock del Bulletin of Atomic Scientists. La distanza delle lancette dalla mezzanotte può essere considerata un’indicazione di tale intervallo. Nel 1953, quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica fecero esplodere le armi termodinamiche, la lancetta dei minuti era fissata a due minuti a mezzanotte, che è la posizione attuale dell’orologio. Non si è più arrivati a questo punto fino al mandato di Donald Trump. Nel suo ultimo anno, gli analisti hanno abbandonato i minuti e sono passati ai secondi: 100 secondi alla mezzanotte, dove è ora l’orologio. Il prossimo gennaio fisseranno nuovamente l’orario. Non è difficile sostenere che la lancetta dei secondi si sposterà ancora più avanti verso la mezzanotte.

La triste questione emerse con brillante chiarezza il 6 agosto 1945. Quel giorno fornì due lezioni: 1) l’intelligenza umana, nel suo splendore, si stava avvicinando alla capacità di distruggere tutto, un traguardo raggiunto nel 1953; e 2) la capacità morale umana era rimasta molto indietro. A pochi importava di questo, come le persone della mia età ricorderanno molto bene. Guardando il terrificante esperimento in cui siamo così entusiasticamente impegnati ora e ciò che comporta, è difficile vedere un miglioramento, per dirla senza mezzi termini.

Questo non risponde alla domanda. Sappiamo troppo poco per rispondere. Possiamo solo osservare da vicino l’unico esempio di intelligenza superiore che conosciamo e chiedere cosa suggerisce come risposta.

Quel che è più importante, possiamo agire per decidere la risposta. È in nostro potere ottenere la risposta che desideriamo, ma non c’è tempo da perdere.