La situazione economica e sociale che il Venezuela vive ormai da diversi anni è molto pesante per il suo popolo. Gli ultimi dati rilevano, per i primi cinque mesi dell’anno in corso, un tasso di inflazione pari al 264,85% e prevedono, per il 2021, un crollo del Pil del 10%.

I media mainstream cercano in ogni modo di dimostrare che le cause dell’iperinflazione e della recessione nella Repubblica bolivariana sono le politiche economiche espansive messe in campo nel corso degli anni dai governi socialisti, ai loro occhi incapaci e populisti, che si sono succeduti.

In questa maniera, pensano di nascondere la vera ragione alla base della fortissima crescita dei prezzi e della contrazione economica, vale a dire l’attacco speculativo alla moneta nazionale, che il Venezuela subisce addirittura dal 2012.

Quando parliamo di “attacco speculativo alla moneta nazionale”, ci riferiamo ad un’importante arma di guerra economica, al pari dell’embargo commerciale o del blocco finanziario, utilizzata dall’imperialismo nella lotta condotta a livello globale per distruggere forme di governo socialista e colonizzare nazioni.

Le ragioni dell’ostilità delle oligarchie industriali e finanziarie nei confronti dell’esistenza del socialismo, dentro e fuori il proprio Paese di appartenenza, non le scopriamo certo oggi. Esse sono di natura economica, politica e ideologica perché un sistema economico che sostiene il “diritto sovrano di un Paese di disporre delle proprie risorse nell’interesse del proprio popolo” (Paul M. Sweezy) non è compatibile con gli interessi, i privilegi e l’ideologia delle oligarchie stesse.

Tuttavia, quest’arma è stata utilizzata nel corso della storia anche nei confronti di nazioni che non avevano né un profilo socialista né alcuna intenzione di transitare verso forme di governo socialista.

Possiamo citare, a riguardo, l’Ecuador. Nel 1999, nel Paese andino venne creata una situazione tale da provocare la fuga di valuta e proporre, come soluzione, la dollarizzazione e quindi la dipendenza permanente del Paese nei confronti dell’economia e del capitale finanziario degli Stati Uniti.

Non dobbiamo poi dimenticarci degli attacchi speculativi, innescati da George Soros nel 1992, ai danni della lira e della sterlina, che determinarono per la nostra valuta una svalutazione del 7%.

L’attacco speculativo alla moneta di un Paese può essere descritto come un’operazione che si pone l’obiettivo di svalutare la moneta nazionale e causare iperinflazione. La fortissima svalutazione del bolivar e l’iperinflazione in atto in Venezuela sono state, ad esempio, innescate da un pugno di banche d’affari statunitensi che, con l’appoggio di mezzi di informazioni come il “Dolar Today”, hanno iniziato a diffondere cifre sul tasso di cambio tra dollaro e bolivar diverse da quelle ufficiali e a svantaggio del bolivar (“tassi di cambio ombra”), per incrementare le vendite della valuta venezuelana e costringere il governo a svalutare.

Infatti, se si verificano disavanzi in presenza di tassi di cambio fissi, la banca centrale del Paese si trova a dover intervenire per coprire tali disavanzi con le proprie riserve valutarie. Tuttavia, ad un certo punto, se gli speculatori continuano a vendere moneta nazionale, le riserve valutarie necessarie per coprire i disavanzi si azzerano e il Paese è costretto a svalutare.

La svalutazione della moneta nazionale determina necessariamente un aumento dei costi di tutti i beni e servizi importati e quindi dei costi di produzione e dei prezzi. Di conseguenza, diminuisce il salario reale e si deteriora il potere di acquisto dei lavoratori; le famiglie si trovano costrette a rivedere le spese e a ridurre la domanda di molti beni e servizi, a partire da quelli non essenziali.

Con la diminuzione della domanda aggregata, si contrae anche l’offerta aggregata e gli imprenditori iniziano a ridurre il numero dei propri lavoratori: si mette in moto così un circolo vizioso per cui l’aumento della disoccupazione genera inevitabilmente una diminuzione del reddito delle famiglie e un’ulteriore riduzione dei livelli di produzione e di occupazione. 

È evidente, quindi, che il primo obiettivo che si pongono le oligarchie attraverso l’arma dell’attacco alla moneta sia quello di minare l’appoggio popolare di un governo socialista. Infatti, determinando l’aumento del livello dei prezzi e la diminuzione della produzione, si deteriorano i salari reali e il potere di acquisto delle famiglie. In questo modo peggiorano le condizioni di vita delle classi subalterne, vale a dire i piccoli imprenditori, i commercianti e soprattutto la classe operaia.

A questo punto, di fronte ad una situazione di stagflazione, in cui aumentano i prezzi (inflazione) e diminuisce la produzione nazionale (recessione), un governo potrebbe decidere di seguire i suggerimenti degli economisti neoliberisti e adottare una politica monetaria restrittiva che implica la diminuzione della liquidità monetaria o l’aumento dei tassi di interesse. Il problema è che, mettendo in campo una politica di questo tipo, insieme ad una riduzione del tasso di crescita dei prezzi, il risultato è logicamente un’ulteriore contrazione dei livelli di produzione, reddito e occupazione.

Se però il governo in questione vuole impedire la crescita di fame e povertà, deve necessariamente incrementare salari nominali, pensioni e sussidi alla popolazione. Inoltre, se vuole continuare a garantire gli stessi livelli e la stessa qualità di servizi pubblici erogati (sanità, istruzione, abitazione, trasporti, giustizia, opere pubbliche), deve anche accettare, a causa dell’aumento dei prezzi, un forte aumento della spesa pubblica e, di conseguenza, del deficit di bilancio.

Come sappiamo, l’eccesso della spesa pubblica sulle entrate può essere finanziato attraverso l’emissione di titoli di Stato (e quindi la creazione di debito pubblico) o mediante l’emissione di moneta da parte della banca centrale.

Nel primo caso, il governo evita l’iperinflazione ma, dovendosi indebitare, si consegna nelle mani dei mercati finanziari internazionali e quindi degli uomini d’affari strettamente legati all’oligarchia finanziaria e industriale mondiale. Il Paese diventa dipendente dai capitali finanziari internazionali al punto da subire progressivamente una vera e propria colonizzazione. Costretto ad adottare soltanto le politiche che creano condizioni favorevoli all’ingresso dei capitali stranieri, il governo perde la credibilità agli occhi delle classi lavoratrici e subalterne e in poco tempo viene rovesciato.

Nel secondo caso, l’ampliamento della liquidità monetaria permette di raggiungere provvisoriamente gli stessi livelli di produzione che si registravano prima della svalutazione della moneta. Tuttavia, in una situazione in cui il tasso di inflazione è già alto, l’aumento della quantità di denaro in circolazione conduce certamente all’iperinflazione.

Il motivo è che, in una situazione di questo tipo, una politica monetaria espansiva impedisce solo in un primo momento la diminuzione della produzione, l’aumento del numero dei disoccupati, la caduta del potere di acquisto delle famiglie e il deterioramento dei salari reali. Infatti, determinando uno spostamento della curva di domanda aggregata verso destra, essa comporta un incremento, non soltanto della produzione e del reddito, ma anche dei prezzi. In un secondo momento, finiscono così per prendere necessariamente il sopravvento gli effetti devastanti e insostenibili sulla popolazione causati dall’iperinflazione, provocando in poco tempo la polverizzazione del potere di acquisto delle famiglie, la diminuzione della domanda di beni e servizi e la riduzione della produzione. 

Ovviamente, subiscono dei forti condizionamenti anche i servizi pubblici erogati dallo Stato. L’iperinflazione richiede poi alla popolazione maggiori quantità di banconote e monete per far fronte alle esigenze quotidiane. Considerando, però, che solitamente l’aumento della quantità di denaro stampato è più lento dell’aumento dei prezzi, di conseguenza si generano scarsità di banconote e difficoltà nelle transazioni che si realizzano in contanti.

In un arco di tempo relativamente breve, l’iperinflazione è capace di scatenare una crisi umanitaria.

Ma quando termina una situazione di questo tipo?

Dato che, a differenza di quello che i principali mezzi di informazione vogliono farci credere, non stiamo parlando del risultato di politiche economiche espansive e sconsiderate da parte di governi incompetenti ma di un fenomeno indotto politicamente nei confronti di governi rivoluzionari incompatibili con gli interessi, i privilegi e l’ideologia delle oligarchie, tale situazione può finire solamente quando viene rovesciato il governo e le oligarchie finanziarie e industriali iniziano a riscontrare le condizioni per sottomettere il Paese alla dipendenza economica, cioè per colonizzarlo.

A tal riguardo, possiamo prendere l’esempio del primo Nicaragua sandinista (1979-1990).

A partire dall’anno successivo alla Rivoluzione, il tasso di inflazione mostrò questa evoluzione: 25% nel 1980, 24% nel 1981, 25% nel 1982, 31% nel 1983, 35% nel 1984, 219% nel 1985, 747% nel 1986, 1.347% nel 1987, 33.547% nel 1988, 1.689% nel 1989, 13.490% nel 1990, 865% nel 1991 e 4% nel 1992.

Quale fu la causa dell’iperinflazione, che senza ombra di dubbio diede il suo contributo determinante alla sconfitta della Rivoluzione sandinista nel 1990?

Anche in questo caso, come oggi in Venezuela, i principali mezzi di informazione spiegarono l’iperinflazione con l’eccessiva emissione di moneta da parte della banca centrale, necessaria a sua volta per coprire i pesanti deficit di bilancio determinati da una spesa pubblica fuori controllo. 

La colpa, per i media mainstream, era quindi del governo rivoluzionario irresponsabile e incapace.

Ma il notevole aumento dei prezzi non poteva essere spiegato con la forte espansione monetaria e con l’eccessiva stampa di banconote. Se così fosse stato, avremmo dovuto avere, in seguito all’aumento della spesa pubblica e all’espansione della quantità di denaro, anche un aumento della domanda aggregata e, quindi, dei livelli di produzione. Avremmo avuto, in altri termini, un’inflazione da domanda. 

Invece in Nicaragua aumentarono i prezzi ma diminuì la produzione. Per questo, l’inflazione in Nicaragua non fu da domanda ma un’inflazione da costi, che si verifica quando, in seguito all’aumento dei prezzi dei beni importati e dei costi di produzione, aumentano i prezzi ma diminuisce l’offerta aggregata.

Perché si verificò in quegli anni un’inflazione da costi nel Nicaragua?

La ragione che determinò l’aumento dei costi di tutti i beni e servizi importati e quindi dei costi di produzione e dei prezzi fu anche in quel caso un attacco speculativo alla valuta nazionale, che ne comportò la svalutazione. Basti pensare che tra il 1984 e il 1991 il valore del cordoba diminuì del 32.520.325.103%: se nel 1983 per comprare un dollaro servivano 123 cordoba, nel 1991 ne erano necessari 40 miliardi.

Non è un caso che il processo di iperinflazione si arrestò nel 1992, durante di governo di Violeta Chomorro, la quale mise in campo una serie di misure di chiaro stampo neoliberista e palesemente compatibili con gli interessi dell’oligarchia statunitense, come la privatizzazione delle imprese pubbliche, la protezione e gli incentivi agli investimenti privati esteri, la condizione che la maggior parte delle importazioni dovevano essere fatte dagli Stati Uniti, le restrizioni di credito all’industria nazionale e lo smantellamento delle tariffe doganali. 

Solo a quel punto, cioè dopo che venne rovesciato il governo rivoluzionario “indisciplinato” e si determinarono le condizioni per colonizzare il Paese, cessò l’attacco speculativo e l’imperialismo depose le armi.