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Nell’intervista che recentemente Haidi Gaggio Giuliani ha rilasciato a “Cumpanis” sulle questioni relative agli orrori della caserma “Levante” di Piacenza e su altri orrori relativi ad ambiti militari (intervista curata per il nostro giornale da Liliana Calabrese) la stessa Haidi, oltre a ricordare la morte del figlio Carlo a Genova e altre morti, evocava il legame tra la morte di Carlo e quella di Ilaria Alpi. Ciò ha molto colpito i nostri lettori che, in molti, ci hanno chiesto se Haidi potesse tornare con più dovizia di particolari su tale questione, su tale legame. A partire dalla richiesta dei nostri lettori abbiamo chiesto sia ad Haidi che al padre di Carlo, Giuliano Giuliani, di parlarci della questione. Pubblichiamo dunque, di seguito, i due articoli inviati alla redazione da Haidi e da Giuliano.

 

Genova e Mogadiscio

 di Giuliano Giuliani

La vicenda della caserma di Piacenza può sollecitare qualche riflessione. La prima: l’enorme potere che ha assunto l’Arma dei carabinieri può suggerire alle mele marce (e anche a qualche mela “sana”) una convinzione di impunità che determina comportamenti aberranti come quelli emersi. Comportamenti che possono essere alimentati anche dalla logica, ritengo altrettanto aberrante, che la stima del raggruppamento o del nucleo (e anche la eventuale promozione) dipenda dal numero di arresti e delle azioni, prescindendo dalla qualità dell’intervento. È un potere accresciuto dall’utilizzo crescente di interi reparti in azioni di guerra, sommandosi o addirittura in sostituzione dell’esercito.

Da qui discende una seconda riflessione: l’utilizzo di una forza armata in azioni di ordine pubblico dovrebbe essere considerata una follia, mentre avviene normalmente e a volte con esiti nefandi, come è accaduto non solo a Genova, ma a Genova soprattutto. Non è un caso che un ufficiale, l’allora tenente Nicola Mirante, presente in piazza Alimonda, interrogato durante il processo ai manifestanti, abbia ripetuto più volte che la logica (meglio sarebbe dire la illogicità) che presiede a una battaglia o a un’azione di ordine pubblica è la stessa: “Cambia lo strumento dell’offesa”! D’altra parte, fra i tanti materiali che avrebbero potuto indirizzare fin da subito le inchieste sulle giornate genovesi, e la ricerca delle responsabilità, c’è una telefonata fra due alti ufficiali dei carabinieri. Uno sollecita l’arrivo di un contingente: “…eh, mi hanno dato assicurazione che erano partiti i paracadutisti”, l’altro lo blocca e risponde: “No, no, qui c’è un problema per concedere queste forze: prima gli avevano dato l’ordine di partire, adesso li hanno di nuovo ribloccati perché per muovere quel ca… di battaglione, perché se si muovono quelli non si sa che ca… succede, allora se la stanno palleggiando tra Leso, Tesser e il questore.” Ovviamente, al di là delle espressioni colorite, stanno parlando dei carabinieri del Tuscania, reparto che, guarda caso, era a Mogadiscio nel marzo 1994, e che il maresciallo Francesco Aloi aveva indicato a Ilaria Alpi come responsabile delle violenze sulle bambine somale, reparto che era comandato, con gradi inferiori, dagli stessi ufficiali (Giovanni Truglio e Claudio Cappello) che comandano i carabinieri di piazza Alimonda. E già che ci siamo completiamo i ricorsi: il perito per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è Carlo Torre, lo stesso imbroglione che inventa lo sparo per aria e la deviazione del proiettile da parte di un calcinaccio (la più sporca bufala: il filmato mostra senza alcuna possibilità di dubbio che la pistola mentre spara è parallela al suolo e che il calcinaccio si frantuma contro la camionetta). Naturalmente l’imbroglio è accolto con entusiasmo dal pubblico ministero e dalla gip: se ha sparato per aria ancora più sostenibile è la legittima difesa, e vai con l’archiviazione. Il fotografo che riprende la jeep con i corpi dei due uccisi nel porto di Mogadiscio (e con foto poco chiare) è lo stesso (Eligio Paoni) che il 20 luglio ha seguito il reparto in tutti i suoi percorsi genovesi, e che in piazza Alimonda fotografa uno dei più sporchi carabinieri che spacca la fronte di Carlo con una pietra per consentire la sceneggiata del “… l’hai ucciso tu con il tuo sasso”. Naturalmente non lo riconoscono subito e lo picchiano sfasciandogli la macchina fotografica. Poi, per sua fortuna, “qualcuno” lo riconosce e lo spedisce su un’ambulanza. Fine dei corsi e ricorsi, certamente non storici, solo offensivi della dignità di un Paese.

Terza e ultima riflessione. È davvero difficile pensare che tutto possa accadere come opera di “mele marce” e che non ci sia una responsabilità di pezzi della catena di comando. È assolutamente giusto non generalizzare e rispettare chi compie il proprio dovere; altrettanto giusto è individuare chi sbaglia, anche negli alti ranghi, e impedire che il silenzio copra le malefatte. Un compito importante spetta ai magistrati di Piacenza, che potranno dimostrare a molti colleghi quale deve essere la dignità di chi difende l’onorabilità del Paese.

“Cosa lega l’assassinio a Genova

di Carlo Giuliani con quello in Somalia

di Ilaria Alpi?”

I quattro nomi

di Haidi Gaggio Giuliani

Ho ascoltato molte volte il padre di Carlo ripetere quei nomi, sia in piazza Alimonda, dal piccolo palco del 20 luglio, sia in varie altre occasioni. Quando parla, Giuliano non fa sconti: definisce incompetente la GIP che ha archiviato il caso, imbroglione il perito, vigliacco il fotografo che non ha parlato, ridicolo il vice questore che si esibisce nella sceneggiata del sasso. Ricorda sempre tutto, nomi, gradi degli ufficiali presenti, carriere… Dopo tanti anni alcuni dei personaggi sono scomparsi, tuttavia Giuliano non è mai stato querelato nemmeno in passato. L’avrebbe voluto, eccome! Tutto pur di ottenere finalmente un processo, per avere la possibilità di portare in un’aula di Tribunale, in un pubblico dibattimento le troppe falsità, le omissioni, i dubbi, gli aspetti oscuri che riguardano l’uccisione di nostro figlio.  A distanza di quasi venti anni ancora niente: questo processo non s’ha da fare!

I nomi che incuriosiscono di più chi lo ascolta sono quattro perché appartengono a quattro personaggi presenti, e attivi, sulla scena di piazza Alimonda: due ufficiali, un fotografo, un perito presenti, e attivi, anche a Mogadiscio nel marzo del 1994, quando sono stati uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Una coincidenza dovuta al caso? È possibile, comunque una coincidenza inquietante, riportata e commentata da varie fonti.

Come ho già detto in una precedente intervista, chi ne scrive più diffusamente è il mio amico Giulio Laurenti nel libro La madre dell’uovo. Riporto dalla controcopertina: “Cosa lega l’assassinio a Genova di Carlo Giuliani con quello in Somalia di Ilaria Alpi? Parrebbe un noir e invece è una vicenda realmente accaduta: quella di un ragazzo in rivolta contro la brutalità del potere, con il destino di una giovane giornalista che sette anni prima indagava sul traffico di rifiuti tossici. Perché il fotoreporter testimone non parla? Quale segreto lo lega agli avvoltoi che roteano attorno ai due giovani protagonisti?” E infine: “Quale ombra getta questo intrigo sulle odierne forze dell’ordine d’Europa?”.

Quest’ultima domanda dovrebbe allarmare anche chi non è stato coinvolto dalle violenze di polizia e carabinieri durante il G8 genovese – o in altre situazioni, come in Valsusa tanto per fare un esempio. Dovrebbe destare preoccupazione il fatto che i picchiatori della Diaz e i torturatori di Bolzaneto hanno proseguito indisturbati le loro carriere. Come i due ufficiali di cui sopra, giunti l’uno a comandare la Forza di gendarmeria europea, diventato successivamente  Comandante dell’Integrated Police Unit (unità multinazionale di polizia) in Bosnia, dal  2017 è Comandante della Legione Carabinieri Sardegna. L’altro ha raggiunto il grado di Colonnello. Come l’allora capo della Polizia di Stato che, mentre è ancora indagato per induzione alla falsa testimonianza nei confronti di un sottoposto nelle indagini inerenti ai fatti della scuola Diaz (condannato nei primi due gradi di giudizio verrà assolto in Cassazione), viene chiamato al Viminale; quindi riveste l’incarico di commissario straordinario per la crisi dei rifiuti in Campania, poi sottosegretario di Stato, fino a giungere alla presidenza di Finmeccanica. Una carriera davvero folgorante, nonostante le ombre disseminate sui suoi passi!

Naturalmente non è possibile riassumere in poche righe vicende tanto complesse. Sarebbe stata necessaria una commissione parlamentare di inchiesta, ma negli anni è mancata, e continua a mancare, soprattutto la volontà politica di fare luce prima sull’assassinio di Ilaria e poi su quello di Carlo. Penso spesso alla madre di Ilaria che ha continuato fino alla fine, tra tanti depistaggi, la sua disperata battaglia per la verità. Anche la famiglia di Carlo ha tentato tutte le vie legali possibili e continua da quasi vent’anni a chiedere un processo.

Come dite? Volete sapere i 4 nomi? Potete trovarli facilmente in Internet o, ancora meglio, nel libro di Laurenti. Dovete perdonarmi: sono vecchia e stanca. E facile alla nausea.