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L’ecologia

è una scienza borghese?

 

di Giorgio Nebbia

Ho avuto l’onore di conoscere, per lavoro politico e giornalistico, il professore (e compagno!) Giorgio Nebbia, nato a Bologna nel 1926 e spentosi a Roma circa un anno fa, nel luglio del 2019. A un anno dalla sua scomparsa è doveroso ricordarlo e ricordare la sua grande opera politica e teorica in gran parte volta allo studio dell’impatto del modo capitalistico di produzione sulla natura e sull’ambiente. Nebbia si laurea in chimica nel 1949; per dieci anni è assistente del professor Walter Ciusa all’Università di Bologna. Dal ‘59 sino al 1995 insegna Merceologia presso la Facoltà di Economia dell’Università di Bari, per poi divenirne Professore Emerito. Gli studi profondi del ciclo delle merci (portati avanti attraverso le strutture analitiche marxiane), dell’ambiente, delle risorse naturali, della contemporanea ed enorme questione dei rifiuti, dell’energia solare, della dissalazione delle acque caratterizzano tutta la sua ricerca teorica e il suo impegno politico e sociale, che lo portano prima a essere eletto, nelle file del PCI, alla Camera dei Deputati (1983-1987), poi al Senato della Repubblica, sempre col PCI (1987-1992). L’insieme della sua opera teorica e della sua azione politica avranno un impatto fortissimo sulla cultura e sui movimenti di lotta dell’ambientalismo, italiano e internazionale.

Per ricordare Giorgio Nebbia proponiamo la lettura del saggio L’Ecologia è una scienza borghese? apparso sulla Rivista CNS – Ecologia Politica n. 1 - aprile 2000, Anno X, fasc. 28 e su Lavoro politico, sito web di materiali marxisti per la linea rossa n. 1 - nuova serie - marzo 2001.

Laura Baldelli, redazione di “Cumpanis”

 

 

 

 

L’ecologia è una scienza borghese?

 

 

Aumento della concentrazione di anidride carbonica e di altri gas nell’atmosfera e mutamenti climatici; impoverimento della fertilità del suolo; graduale distruzione delle foreste e diminuzione della biodiversità; erosione del suolo con conseguenti frane e alluvioni; congestione delle città; aumento della popolazione nel Sud del mondo e invecchiamento della popolazione nel Nord del mondo; inquinamenti industriali; montagne di rifiuti che nessuno sa dove mettere, contaminazione dei prodotti agricoli con pesticidi.

Questi sono soltanto alcuni aspetti della crisi che le società industriali, e anche quelle in via di industrializzazione, nel sud del mondo, stanno affrontando.

Pochi numeri danno un’idea della dimensione del problema: sulla Terra ci sono quasi 6.000 milioni di persone, circa 1.500 milioni nel Nord del mondo e circa 4.500 milioni nel Sud del mondo. La popolazione terrestre aumenta in ragione di circa 80 milioni di persone all’anno. La massa di materiali movimentati attraverso il mondo – la “tecnosfera” – degli oggetti fabbricati e usati, ammonta ogni anno a circa 50.000 milioni di tonnellate (acqua ed aria escluse); l’acqua usata dalle comunità urbane e dalle famiglie, nel mondo, ammonta a circa 500 miliardi di tonnellate all’anno; i consumi di acqua totali ammontano a circa 9.000 miliardi di tonnellate all’anno; le automobili in circolazione nel mondo sono circa 550 milioni.

Se passiamo al caso dell’Italia vediamo che una popolazione di circa 57 milioni di persone, abbastanza stazionaria, ogni anno assorbe circa 700 milioni di tonnellate di materiali (combustibili, sabbia e ghiaia, argilla, prodotti alimentari, minerali e metalli, eccetera, di produzione nazionale o di importazione, acqua e aria escluse) e genera circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti solidi, oltre a circa 500 milioni di tonnellate di gas gettati nell’atmosfera e circa 100 milioni di tonnellate di rifiuti immessi nelle acque. Le famiglie italiane assorbono circa 9 miliardi di tonnellate all’anno di acqua e l’agricoltura e l’industria ne assorbono circa 40 miliardi di t/anno. Circa 200 milioni di tonnellate di materiali, ogni anno, sono immobilizzati negli edifici, nelle strade, nei prodotti a vita lunga (automobili, macchinari, treni, rotaie, eccetera). Le automobili in circolazione in Italia sono circa 33 milioni.

Ho parlato di crisi perché questa situazione è insostenibile, non può durare a lungo, per motivi fisici che non possono essere annullati o scavalcati con nessuna legge o con nessuna quantità di denaro.

Una prima legge della fisica e dell’ecologia afferma che la produzione e i consumi delle merci comportano inevitabilmente un impoverimento delle riserve di materiali naturali – minerali, riserve sotterranee di combustibili, acqua, fertilità del suolo e quindi diminuzione dei prodotti agricoli e forestali – e un peggioramento della qualità delle risorse naturali restanti: tale peggioramento può essere rappresentato da un aumento della temperatura e da una addizione di sostanze chimiche inquinanti e dannose nelle acque e nell’atmosfera o da una perdita del suolo superficiale.

Una seconda legge della fisica e dell’ecologia afferma che ogni corpo naturale –- aria, acqua, suolo coltivabile e edificabile, spazio urbano – ha una capacità ricettiva limitata. Da un pozzo si possono estrarre petrolio o metano in una quantità che un giorno finisce e che non è più rigenerabile, nel corso della storia umana. Se si gettano 100 chili di acidi all’anno nell’atmosfera si possono avere disturbi locali limitati, ma se si gettano 10.000 kg di acidi all’anno, l’atmosfera diventa irrespirabile e le piogge diventano acide e corrosive, eccetera. Ma anche quando siamo di fronte a risorse rinnovabili, come l’acqua, si costata che in un fiume possono essere gettati 100 chili di acidi all’anno senza che venga compromessa la qualità dell’acqua, perché altra acqua viene apportata dalle piogge e diluisce le sostanze dannose; se però si gettano 10.000 chili di acidi l’acqua diventa non può più essere usata per l’irrigazione, per alimentare acquedotti o non è più idonea per la vita dei pesci.

Più merci e più consumi comportano un peggioramento – e un aumento del costo – dei minerali e delle fonti energetiche, e una diminuzione della possibilità di avere acqua di buona qualità e aria respirabile in futuro. Le interazioni fra comportamento umano e natura dipendono dal sistema sociale adottato dagli esseri umani che occupano una parte di un territorio o che occupano l’intero pianeta.

La maggior parte delle società, nel Nord del mondo e ormai anche nel Sud del mondo, vivono secondo le regole del mercato capitalistico. Anche i paesi che si spacciano per socialisti – ormai solo Cuba e in parte la Cina, la Corea del Nord e pochi altri – sopravvivono soltanto adottando più o meno apertamente le regole del capitalismo. Il capitalismo da parte sua vive secondo una unica legge. Il capitalismo sopravvive soltanto se si producono e consumano crescenti quantità di merci, cioè soltanto attraverso uno sfruttamento crescente e quanto più rapido possibile delle risorse naturali e del lavoro.

Il capitalismo, insomma, sopravvive soltanto distruggendo i beni della natura, lasciando risorse impoverite alle generazioni future; con la sottrazione, da parte di un popolo, di tali risorse ad altri popoli. Poiché in genere i popoli rapinati – di minerali, di mano d’opera, di prodotti agricoli e forestali, di merci – non sono contenti e tendono a ribellarsi, il capitalismo ricorre a due sistemi principali.

Il primo consiste nel sottomettere altri popoli con l’imperialismo; il secondo consiste nell’asservire a bisogni che solo il capitalismo può soddisfare. Spesso non occorre mandare eserciti di occupazione, ma basta inventare sistemi che generano, nei popoli ribelli o potenziali ribelli, bisogni indotti di merci e tecniche forniti dai paesi imperialisti.

All’unica legge del capitalismo segue una conseguenza inevitabile: il capitalismo è insostenibile, non può durare senza fine; una società umana, che voglia evitare o diminuire la rapina delle risorse naturali, che voglia evitare conflitti fra popoli e fra poveri e che abbia rispetto per le generazioni future, deve fermare il modo capitalistico di produrre e consumare. Non è detto che la fine del capitalismo sia vicina, o facile, ma solo la lotta al sistema capitalistico di produzione può almeno rallentare o attenuare i danni per la nostra e le future generazioni.

 

 

 

Le radici dell’ecologia

 

 

Già alla fine del XVIII secolo Malthus (1766-1834) aveva riconosciuto che un aumento della popolazione avrebbe portato a una insufficiente disponibilità di cibo: essendo un economista borghese Malthus suggeriva come unica soluzione delle azioni per rallentare l’aumento della popolazione dei poveri (che fanno più figli) tagliando i sussidi di povertà e con una adeguata “educazione”.

Gli studiosi del secolo scorso avevano riconosciuto che la fertilità dei suoli diminuiva con l’aumentare della produzione agricola. Justus von Liebig (1803-1873) aveva descritto le leggi della nutrizione vegetale e aveva spiegato le ragioni per cui il suolo si impoverisce se coltivato intensamente. Il capitalismo seppe subito dare una risposta mettendosi a sfruttare i concimi cileni, poi mettendosi a fabbricare concimi dai fosfati africani, poi mettendosi a fabbricare concimi sintetici.

Sempre nella metà del 1800 Darwin (1809-1882) intraprendeva il viaggio intorno al mondo sulla nave Beagle (1831-1836) e, al suo ritorno, nel 1859, ha spiegato le leggi dell’evoluzione e le modificazioni che le specie subiscono in relazione all’ambiente circostante. Nel 1866 Ernst Haeckel (1834-1919), il grande divulgatore del pensiero di Darwin, in una delle sue “conferenze” suggeriva la necessità di studiare gli scambi di materia e di energia fra gli esseri viventi e il mondo circostante e assegnava alla nuova disciplina il nome di “ecologia”, in quanto “economia della natura”.

Per decenni l’ecologia si è sviluppata ed è rimasta chiusa nei laboratori scientifici influenzando solo limitatamente il pensiero e l’agire politico. Anche se, già nella metà del secolo scorso, è nato, in risposta ad una domanda sollecitata in parte dai naturalisti e in parte da una nuova attenzione civile, un movimento per la conservazione della natura e sono stati creati i primi parchi nazionali.

Peraltro, a differenza dell’attuale effimera attenzione per le scoperte scientifiche, il dibattito sulla rivoluzione delle conoscenze biologiche nell’Ottocento si diffondeva rapidamente non solo fra gli studiosi, ma a livello delle masse popolari e sollecitava una analisi delle radici della violenza nei confronti della natura, riconosciute insite nel sistema capitalistico borghese e consumistico. Si possono ricordare gli scritti degli anarchici, come Henry Thoreau (1817-1862) e Piotr Kropotkin (1842-1922), le battaglie socialiste per migliorare le condizioni di vita e l’ambiente nelle città e nelle fabbriche.

Per esempio, il fascicolo del 15 giugno 1882 del giornale operaio e socialista “La Plebe” contiene un lungo necrologio di Darwin con una interessante interpretazione “politica” del suo pensiero: «La solidarietà, e il lavoro solidale, sono ciò che protegge le specie nella lotta che esse hanno a sostenere contro le forze ostili della natura per mantenere la loro esistenza... [secondo le ricerche di Darwin] il miglior modo d’organizzazione d’una società animale è quella del comunismo anarchico».

Lo stesso problema della scarsità delle risorse naturali e del loro possibile esaurimento futuro era ben presente agli studiosi del secolo scorso. L’economista Stanley Jevons aveva scritto un esemplare studio a questo proposito, anche se le sue previsioni si erano poi rivelate sbagliate, avvertendo che lo sfruttamento delle miniere di carbone avrebbe portato ad un loro impoverimento e poi esaurimento.

Davanti a tale avvertimento il capitalismo mobilitò i suoi scienziati e scoprì le riserve di petrolio, poi di gas naturale; dapprima gli Stati uniti hanno realizzato il loro avanzato capitalismo con le proprie risorse petrolifere nazionali; poi, quando queste hanno cominciato ad esaurirsi, hanno cominciato a importare petrolio, con adatte operazioni di imperialismo in Persia, nella penisola arabica, in Africa, nell’America Latina.

 

 

 

 L’ecologia scienza borghese?

 

 

Un vero e proprio “movimento” di contestazione ecologica in senso moderno è cominciato negli anni 50 di questo secolo con la protesta contro le esplosioni delle bombe atomiche nell’atmosfera; si sono così intrecciate la domanda di pace e disarmo con quella di un ambiente non contaminato dai sottoprodotti radioattivi delle attività nucleari, e poi dai pesticidi, e poi dagli agenti tossici industriali. Il movimento, che ha cercato nell’ecologia un nuovo modo di pensare, è cresciuto nel corso degli anni sessanta, sull’onda della contestazione operaia e giovanile e della protesta contro la guerra nel Vietnam. Il 1970 fu proclamato anno europeo della conservazione della natura; il 22 aprile 1970 fu proclamato in tutto il mondo “giornata della Terra”.

La contestazione ecologica, anche nei suoi aspetti anarco-individualistici, aveva una matrice borghese, come del resto era nata in ambiente borghese la protesta contro le condizioni di lavoro e lo stesso movimento socialista. In Italia il movimento di contestazione è stato sostenuto da gruppi di intellettuali, insegnanti, studenti, borghesi, anche se di matrice radical-socialista. E’ questo il tessuto culturale in cui era nata, nella metà degli anni cinquanta, Italia Nostra, la prima associazione per la difesa del patrimonio storico, artistico e naturale del paese. Borghese era la matrice della proposta di porre dei “limiti alla crescita”, formulata dal Club di Roma agli inizi degli anni settanta.

Questa situazione ha fatto sì che il movimento di contestazione di estrema sinistra, in Italia e altrove, abbia guardato con sospetto all’ecologia che alcuni chiamarono “la scienza delle contesse”.

Sarebbe utile rileggere gli scritti dell’estrema sinistra degli anni sessanta per ritrovare questa posizione che del resto è ben interpretata dal celebre libro di Dario Paccino, L’imbroglio ecologico, del 1972. Sostanzialmente la tesi era che l’ecologia era un ennesimo imbroglio architettato dal capitale per polarizzare l’attenzione verso la salvezza della “natura” dimenticando che l’“animale operaio” è esposto, ben più degli uccelli, a violenza e pericolo di estinzione. Questa critica era in parte ingenerosa: l’ecologia e la contestazione ecologica avrebbero potuto offrire – e hanno anche offerto – l’occasione per riconoscere che le radici della violenza contro la natura e l’ambiente andavano cercate nella proprietà privata, nelle leggi del massimo profitto, nelle ragioni e regole della società capitalistica. Virginio Bettini, nel 1970, aveva scritto che “l’ecologia è rossa”.

 

 

 

Il capitalismo si appropria dell’ecologia

 

 

Ben presto il capitalismo ha elaborato i propri anticorpi alla contestazione ecologica degli anni sessanta e ha avviato la protesta nell’alveo della propria logica: ben vengano le associazioni ambientaliste che spiegano – a noi capitalisti – come correggere il nostro comportamento senza toccare la prima legge del capitalismo.

Volete merci ecologiche? ecco che siamo pronti a produrle; volete acque pulite? ecco che il capitalismo vi offre depuratori e inceneritori. Molti “ambientalisti”, soprattutto quelli del filone tecnocratico, detto “ambientalismo scientifico”, sono stati tutti contenti, senza rendersi conto che ogni soluzione proposta dal sistema capitalistico non solo non risolveva il problema, ma spostava l’inquinamento dai fiumi, ai fanghi immessi nel suolo; dalle discariche, alle diossine prodotte dagli inceneritori; dall’inquinamento del traffico alle montagne di rottami di automobili; dai paesi industrializzati al Sud del mondo.

Ci troviamo oggi di fronte a due possibilità: la prima consiste nell’accettare o considerare buona e comunque correggibile la società capitalistica e godere senza troppi pensieri dei suoi benefici merceologici; la seconda è cercare di analizzare che tali beni merceologici non sono beni fondamentali, ma beni il cui desiderio è indotto con arti raffinate, addirittura a livello globale.

La globalizzazione non consiste nella circolazione delle merci e del lavoro, ma nella universalizzazione dei bisogni indotti e nella moltiplicazione dell’asservimento, globale, agli stessi bisogni e alle stesse merci. La gioia con cui sono stati salutati i negozi McDonald sulla Piazza Rossa o a Pechino, in Corea o a Cuba, come a Stoccolma o a Roma, dimostra come il capitalismo svolga in maniera perfetta la sua funzione di asservimento planetario degli umani e della natura.

La seconda soluzione consiste nel cominciare a pensare che questo non è il migliore dei mondi: che i bisogni merceologici indotti mortificano e annullano i veri bisogni umani: il bisogno di salute e di comunicare, di conoscere e di avere acqua e cibo di buona qualità; il bisogno di abitare e di lavorare; il bisogno di sicurezza sul lavoro.

Molti di questi bisogni non richiedono merci o richiedono meno merci e meno beni materiali o merci e beni diversi dagli attuali; altri, come la ricerca del silenzio, della capacità di guardare il cielo, l’amore e la dignità, sono addirittura sovversivi perché non richiedono merci. Il fatto curioso è che i problemi che sto qui elencando non sono nuovi, ma rappresentano la base dell’analisi della società fatta già nel secolo scorso da anarco-socialisti come Tolstoi, Kropotkin o Thoreau (già ricordati), da socialisti come Marx, Engels o Veblen.

Tutti questi autori, i cui scritti sono stati lentamente nascosti, ridicolizzati e poi dimenticati, descrivono con grande intuito i caratteri della società capitalistica, così come si presenta ancora oggi, e suggeriscono i rimedi. Ancora più curioso è il fatto che, dopo una breve fiammata anarco-comunista negli anni sessanta, l’ambientalismo borghese ha saldamente rifiutato il socialismo e il comunismo come soluzioni. Ciò è stato dovuto alla cattiva gestione del socialismo fatta nei paesi comunisti – nell’URSS e nei suoi satelliti europei, ma anche in Cina e nei paesi comunisti del sud-est asiatico, per cui, come dimostra il successo editoriale de “Il libro nero del comunismo”, è ora facile alle forze borghesi identificare il comunismo con le repressioni e nessuna analisi viene fatta di come sono stati trattati i problemi dell’ambiente e della natura nei paesi comunisti nel corso di quasi un secolo.

Negli anni settanta le prime associazioni ambientaliste borghesi con grande cura hanno ridicolizzato Marx ed Engels accusandoli di essere “industrialisti”, di non aver capito l’ecologia. All’infuori di poche voci – ho già citato il libro di Dario Paccino – l’analisi marxiana della società capitalistica è stata rifiutata o accantonata. Fino ai trionfali giorni di oggi, in cui gli scritti dei padri del marxismo sono stati sepolti e perfino molti giovani militanti non li hanno mai letti.

In questa breve presentazione voglio sostenere che non solo i rapporti fra gli esseri umani e le risorse naturali erano stati ben presenti in Marx ed Engels, ma che essi avevano anticipato e descritto il meccanismo con cui il capitalismo aveva e avrebbe asservito all’universo dei consumi tutti i popoli e tutta la natura.

E inoltre che l’analisi del pensiero marxiano mostra che una soluzione dei rapporti fra esseri umani, e degli esseri umani con le risorse scarse dell’ambiente, può essere cercata soltanto in una soluzione comunista dei rapporti di proprietà dei beni, in una pianificazione delle merci, in una più equa distribuzione dei beni materiali fra i diversi popoli e in un rigetto dell’imperialismo come strumento per approvvigionarsi dei mezzi fisici con cui soddisfare i bisogni materiali degli abitanti di ciascun paese.

Questo breve contributo si può pensare come una anticipazione di un capitolo di un possibile futuro “Libro nero del capitalismo” in grado di illustrare che, fra i crimini del capitalismo, i reati contro le risorse naturali, contro l’ambiente e contro i lavoratori addetti alla produzione delle merci, hanno un ruolo importante. I pericoli di una analisi “di sinistra” dell’ecologia, del resto, furono capiti subito dal potere economico capitalista, ben conscio che le proposte di cambiamento avanzate dal “movimento ecologico” (preferisco questo aggettivo a quello di ecologista o ambientalista o verde), avrebbero comportato mutamenti nei modi di produzione e nei modelli di consumo, avrebbero richiesto nuovi processi, nuovi depuratori, e quindi costi per le imprese, maggiori vincoli all’uso del territorio e quindi minori profitti.

E il potere economico non fece fatica – come aveva sempre fatto – a trovare, grazie al ricatto occupazionale, la solidarietà dei lavoratori: se si fosse dato retta alle ubbie degli “ecologisti” le imprese avrebbero dovuto licenziare gli operai, ci sarebbe stata una ondata di miseria. L’occupazione – fu chiaramente spiegato – avrebbe potuto essere assicurata soltanto dall’espansione della produzione e dei consumi, poco contava se accompagnati da disastri ambientali che potevano stare a cuore a chi aveva già lavoro e pancia piena.

In questa sua campagna il potere economico ebbe il sostegno e la complicità di numerosi “scienziati”, degni nipotini di quel dottor Andrew Ure (1778-1857), ricordato con ironia da Marx e da Engels, che nel suo libro La filosofia delle manifatture (1835) contestava le proposte di riduzione del lavoro dei ragazzi, dimostrando “scientificamente” che i bambini che lavoravano dodici ore al giorno nelle filande stavano meglio di salute ed erano più alti di statura dei loro ragazzacci coetanei che “perdevano tempo” a giocare e a non far nulla!

Alla freddezza della sinistra e dei sindacati nei confronti dell’“ecologia”, considerata un lusso borghese, alcuni, nelle frazioni moderate delle associazioni ambientaliste, replicarono che non c’era da meravigliarsi di questo attacco da sinistra, dal momento che, essi sostenevano, la cultura dell’ambiente e della conservazione della natura era estranea alla cultura socialista e comunista, che Marx ed Engels parlavano solo di espansione della produzione e non si sono mai occupati di ecologia. Del resto non era stato Lenin a spiegare che il comunismo consisteva nei soviet e nell’elettrificazione?

Una svolta verso la comprensione e la diffusione popolare del pensiero di Marx ed Engels sull’ecologia, o, meglio, sui rapporti uomo-natura, si è avuta nel novembre 1971 quando l’Istituto Gramsci organizzò a Frattocchie un seminario sul tema: “Uomo natura società”, il titolo del volume degli atti pubblicato pochi mesi dopo dagli Editori Riuniti. Una delle relazioni fondamentali fu quella del prof. Prestipino che ampliò poi l’argomento nel suo libro Natura e società.

 

 

 

Ma davvero non avevano capito niente?

 

 

Non è possibile in breve spazio ricostruire i rapporti fra uomo e natura in Marx ed Engels, esaminare le decine di pubblicazioni sull’argomento, apparse a partire dai primissimi anni settanta: una vera età dell’oro della riscoperta “ecologica” dei due grandi pensatori del comunismo. Del resto l’interesse di Marx (1818-1883) ed Engels (1820-1895) per i rapporti fra gli esseri umani – l’“uomo” – e la natura non avrebbe dovuto meravigliare. Entrambi sono figli dell’Ottocento e sono stati contemporanei dei grandi naturalisti: Liebig, Darwin, Haeckel, che essi ricordano e citano, di George Marsh (1801-1882), l’autore del celebre libro Uomo e natura, di James Joule (1818-1889), di Lord Kelvin (1824-1907), eccetera.

I manoscritti del 1844 erano stati tradotti (da Galvano Della Volpe, Delio Cantimori, Norberto Bobbio) e pubblicati in Italia fin dal 1947-50 ed avevano giustamente sollevato l’interesse per le opere giovanili di Marx; la traduzione italiana della Dialettica della natura di Engels era in libreria fin dal 1971.

Nella sua analisi giovanile (aveva 26 anni) dell’alienazione imposta dai rapporti capitalistici di produzione agli esseri umani nei confronti del lavoro e del mondo circostante - della “natura” - Marx scrive (nel primo dei Manoscritti economico-filosofici del 1844):

«Le piante, gli animali, le pietre, l’aria, la luce, eccetera costituiscono una parte della vita umana e dell’umana attività. La natura è il corpo inorganico dell’uomo, precisamente la natura in quanto non è essa stessa corpo umano. Che l’uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell’uomo sia congiunta con la natura, non significa altro che la natura è congiunta con se stessa, perché l’uomo è una parte della natura».

Il tema è ripreso da Engels nel 1876, pochi anni dopo la pubblicazione dei libri di Haeckel, nel saggio “Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia”, oggi compreso nella Dialettica della natura.

«L’animale si limita ad usufruire della natura esterna, ed apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l’ultima, essenziale differenza fra l’uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza.

Non aduliamoci troppo tuttavia per la nostra vittoria sulla natura; la natura si vendica di ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha, infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, impreveduti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze.

Le popolazioni che sradicavano i boschi in Mesopotamia, in Grecia, nell’Asia minore e in altre regioni per procurarsi terreno coltivabile, non pensavano che così facendo creavano le condizioni per l’attuale desolazione di quelle regioni, in quanto sottraevano ad esse, estirpando i boschi, i centri di raccolta e di deposito dell’umidità.

Gli italiani della regione alpina, nell’utilizzare sul versante sud gli abeti così gelosamente protetti al versante nord, non ... immaginavano di sottrarre, in questo modo, alle loro sorgenti alpine per la maggior parte dell’anno, quell’acqua che tanto più impetuosamente quindi si sarebbe precipitata in torrenti al piano durante l’epoca delle piogge ...».

Per inciso sarebbe interessante sapere quanto Engels è stato influenzato, nello scrivere, intorno al 1876, queste pagine, dal libro Man and nature di Marsh, apparso, nella prima edizione pochi anni prima, nel 1864, che era stato tradotto in russo nel 1866, aveva avuto altre tre edizioni nel 1869, 1872 e 1874, poco prima quindi, della redazione del passo di Engels citato.

E nella “Parte avuta dal lavoro ...”, Engels continua: «Ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo; tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato».

E, ancora più avanti, Engels continua: «Il singolo industriale o commerciante è soddisfatto se vede la merce fabbricata o comprata con l’usuale profittarello e non lo preoccupa quello che in seguito accadrà alla merce o al compratore.

Lo stesso si dica per gli effetti di tale attività sulla natura. Prendiamo il caso dei piantatori spagnoli a Cuba, che bruciarono completamente i boschi sui pendii e trovarono nella cenere concime sufficiente per una generazione di piante di caffè altamente remunerative. Cosa importava loro che dopo di ciò le piogge tropicali portassero via l’ormai indifeso ‘humus’ e lasciassero dietro di sé nude rocce?

Nell’attuale modo di produzione viene preso prevalentemente in considerazione, sia di fronte alla natura che di fronte alla società, solo il primo, più palpabile risultato. E poi ci si meraviglia ancora che gli effetti più remoti delle attività rivolte ad un dato scopo siano completamente diversi e per lo più portino allo scopo opposto».

Viene da sorridere pensando che avrebbe dovuto passare un secolo prima che il concetto di previsione degli effetti ambientali della produzione e del consumo delle merci - la cosiddetta “valutazione di impatto ambientale” - entrasse nella legislazione dei paesi “evoluti”.

C’è una ricetta che consenta di usare le ricchezze della natura per soddisfare bisogni umani senza distruggerne le fonti e le radici? Marx indica tale ricetta nella socializzazione dei beni della natura, un problema che affronta nella sesta sezione del III libro del Capitale:

«Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo.

Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive».

Sono le stesse parole che stanno alla base di tutti i tanto declamati discorsi sull’attenzione che si deve prestare alle future generazioni e sui guasti ambientali che ne possono compromettere le condizioni di salute e di vita; un principio che non potrà fare un passo avanti fino a quando la proprietà e lo sfruttamento individuale, privato, guidano le regole economiche relative all’uso delle risorse naturali.

 

 

 

La violenza della società industriale capitalistica

 

 

Fondamentale, al fine della comprensione delle cause della violenza contro la natura, è l’analisi marxiana del modo di produzione delle merci. Il celebre capitolo XIII del I libro del Capitale, il capitolo che tratta “le macchine”, spiega bene come il modo capitalistico di produzione inevitabilmente comporti lo sfruttamento dei lavoratori, la produzione di merci alterate e sofisticate, l’inquinamento ambientale.

Per forza il capitale deve produrre più merci al minimo costo possibile: non certo per la maggior gloria della classe lavoratrice, ma per assoggettarla e costringerla a vendere il proprio lavoro.

Come la proprietà privata condizioni non solo il lavoro, ma anche i bisogni umani, è ben descritto nel terzo dei Manoscritti del 1844: «Abbiamo visto quale significato abbia, facendo l’ipotesi del socialismo, la ricchezza dei bisogni umani, e quindi tanto un nuovo modo di produzione, quanto anche un nuovo oggetto della produzione.

Nell’ambito della proprietà privata il significato è opposto. Ogni uomo s’ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell’altro una forza essenziale estranea per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico.

Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli esseri estranei, ai quali l’uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni. L’uomo diventa tanto più povero come uomo, ha tanto più bisogno del denaro, per impadronirsi dell’essere ostile, e la potenza del suo denaro sta giusto in proporzione inversa alla massa della produzione; in altre parole, la sua miseria cresce nella misura in cui aumenta la potenza del denaro. Perciò il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica, il solo bisogno che essa produce».

La progettazione e fabbricazione di merci ed oggetti adatti a risolvere problemi umani, anziché ad assicurare profitti al capitale, richiede nuovi indicatori del valore su cui Marx si sofferma a lungo. La salvezza va cercata nella identificazione del valore d’uso delle merci, contrapposto al valore di scambio, e Marx ricorda che «la natura è la fonte di ogni valore d’uso» (Critica del programma di Gotha, 1875) e parla del valore d’uso ancora presente nei rifiuti della produzione, ritrasformabili in nuovi elementi della produzione (sezione I del III libro del Capitale).

Le pagine del quarto paragrafo del capitolo 5 di tale “sezione I”, hanno una sorprendente modernità: «Per residui della produzione intendiamo gli scarti dell’industria e dell’agricoltura, per residui del consumo sia quelli derivanti dal ricambio fisico umano sia le forme che gli oggetti d’uso assumono dopo essere stati utilizzati.

Sono quindi residui della produzione, nell’industria chimica, i prodotti accessori che vanno perduti, le limature che risultano dalla fabbricazione meccanica, ecc. Residuo del consumo sono le secrezioni naturali umane, i resti del vestiario in forma di stracci, ecc. I residui del consumo sono di grandissima importanza per l’agricoltura. Ma nella loro utilizzazione si verificano, in regime di economia capitalistica, sprechi colossali; a Londra, per es., dello sterco di 4 milioni e mezzo di esseri umani non si sa far di meglio che impiegarlo con enormi spese per appestare il Tamigi».

Tutto il paragrafo continua esponendo le prospettive di produzione della lana dagli stracci (già praticata in Inghilterra nella metà del 1800), la produzione di coloranti dal catrame di carbon fossile. E anche in questa parte Marx ripete che alla base degli sprechi, degli inquinamenti, si trova il modo capitalistico di produzione. In vari passi delle sue opere Marx invita a cercare una soluzione alle distorsioni della produzione nello studio della storia naturale delle merci, nella storia della tecnica. In una lunga nota al 13 capitolo della IV sezione del primo libro del Capitale Marx scrive:

«Una storia critica della tecnologia ... finora non esiste. Il Darwin ha diretto l’interesse sulla storia della tecnologia naturale, cioè sulla formazione degli organi vegetali e animali come strumenti di produzione della vita delle piante e degli animali. Non merita eguale attenzione la storia della formazione degli organi produttivi dell’uomo sociale, base materiale di ogni organizzazione sociale particolare? ... La tecnologia svela il comportamento attivo dell’uomo verso la natura, l’immediato processo di produzione della sua vita, e con essi anche l’immediato processo di produzione dei suoi rapporti sociali vitali».

 

 

 

La violenza urbana

 

 

Sia Marx che Engels riconoscono, ancora una volta con visione molto moderna, nella maniera di produzione capitalistica le cause della separazione fra città e campagna, della violenza urbana. Engels già nel 1845 (ne La situazione della classe operaia in Inghilterra) aveva scritto:

«Anche la popolazione (p. 54 della traduzione italiana) viene accentrata, come il capitale; e ciò è naturale perché nell’industria l’uomo, l’operaio, viene considerato soltanto come una porzione del capitale che si mette a disposizione del fabbricante e alla quale il fabbricante paga un interesse sotto forma di salario. Il grande stabilimento industriale richiede molti operai, che lavorano insieme in un solo edificio; essi devono abitare insieme e là dove sorge una fabbrica di una certa grandezza, formano già un villaggio».

E, più avanti (p. 57): «Già il traffico delle strade ha qualcosa di repellente, qualcosa contro cui la natura umana si ribella. Le centinaia di migliaia di individui di tutte le classi e di tutti i ceti si urtano ... si passano accanto in fretta come se non avessero niente in comune ... La brutale indifferenza, l’insensibile isolamento di ciascuno nel suo interesse personale, emerge in modo tanto più repugnante ed offensivo quanto maggiore è il numero di questi singoli individui che sono ammassati in uno spazio ristretto».

Del resto contemporanee al libro di Engels sono le descrizioni della drammatica situazione ambientale delle città operaie inglesi fatta da Charles Dickens (1812-1870) nell’Oliver Twist (1837-38), in Tempi difficili (1854).

Nella IV sezione del I libro del Capitale Marx spiega bene le conseguenze dell’esodo delle popolazioni operaie nelle grandi città, destinate a rappresentare un serbatoio di mano d’opera accessibile e sotto mano per l’impresa capitalistica. «Il modo di produzione capitalistica porta a compimento la rottura dell’originale vincolo di parentela che legava agricoltura e manifatture nella loro forma infantile e non sviluppata. Con la proporzione sempre crescente della popolazione urbana che la produzione capitalistica accumula nei grandi centri essa ... turba il ricambio organico fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba dunque l’eterna condizione di una durevole fertilità del suolo. Così distrugge insieme la salute fisica degli operai urbani e la vita intellettuale dell’operaio rurale ... Come nell’industria urbana, così nell’agricoltura moderna, l’aumento della forza produttiva e la maggiore quantità di lavoro resa ... vengono pagate con la devastazione e l’ammorbamento della stessa forza-lavoro».

Engels riprende il tema del rapporto città-campagna nell’Antidühring del 1878: «La città industriale - che è condizione fondamentale della produzione capitalistica - trasforma qualsiasi acqua in fetido liquido di scolo».

E più avanti, nello stesso libro, fornisce quasi una guida alla pianificazione territoriale:

«Solo una società che faccia ingranare armoniosamente le une nelle altre le sue forze produttive secondo un solo grande piano, può permettere all’industria di stabilirsi in tutto il paese con quella dislocazione che è più appropriata al suo sviluppo e conservazione, e rispettivamente all’utilizzazione degli altri elementi della produzione. Solo con la fusione fra città e campagna può essere eliminato l’attuale avvelenamento di acqua, aria e suolo, solo con questa fusione le masse che oggi agonizzano nelle città saranno messe in una condizione in cui i loro rifiuti siano adoperati per produrre le piante e non le malattie. La civiltà ci ha senza dubbio lasciato nelle grandi città un’eredità la cui eliminazione costerà molto tempo e molta fatica».

 

 

 

La cultura del limite

 

 

Neanche i termini del dibattito sui “limiti” allo sfruttamento delle risorse naturali e della fertilità del suolo, erano estranei a Marx ed Engels.

Del resto il pericolo dell’esaurimento delle miniere di carbone inglesi era stato trattato dal loro contemporaneo, già ricordato, W.S. Jevons (1835-1882) nel celebre libro The coal question, del 1865. Ed era loro contemporaneo anche Justus Liebig che aveva gettato le basi della teoria della nutrizione vegetale ed aveva spiegato le ragioni per cui la fertilità di un terreno diminuisce, se esso è sfruttato eccessivamente. Di Liebig (citando la settima edizione del 1862 della Die Chemie in ihrer Anwendung auf Agrikultur und Physiologie) parla Marx nel 13 capitolo della IV sezione del I libro del Capitale, precisando che «la spiegazione del lato negativo dell’agricoltura moderna è uno dei meriti immortali» del chimico tedesco. Più avanti, nella sezione 44 del terzo libro del Capitale, Marx scrive ancora che, «per quanto riguarda la produttività decrescente del terreno in successivi investimenti di capitale si deve consultare Liebig».

Come si vede, il tanto citato e discusso libro sui Limiti alla crescita, con la sua analisi dell’impoverimento delle risorse e del crescente inquinamento come conseguenza della crescente produzione di merci e dell’aumento della popolazione, non era poi una novità nel pensiero economico e sociale.

Originale e ancora attuale era anche la soluzione che Marx suggerisce al problema della scarsità, alla fine del III libro del Capitale. «La libertà può consistere soltanto in ciò che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati, come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile consumo di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. [Qui comincia] il vero regno della libertà».

 

 

 

Marxismo e comunismo sovietico

 

 

Un altro interessante punto su cui l’ambientalismo “borghese” ha attaccato “i comunisti” per la loro presunta insensibilità ai problemi ambientali riguardava quanto era successo e stava avvenendo nei paesi socialisti, in particolare dell’Unione sovietica. Quante volte, nel corso del dibattito ecologico, si è sentito dire che i comunisti italiani non avrebbero mai potuto dare risposta alla protesta ecologica perché il loro modello sovietico era quanto di più antitetico si potesse immaginare.

Anche questa critica derivava soltanto da mancanza di informazioni adeguate sulla storia dell’Unione sovietica. È vero che, come ricordavo prima, Lenin aveva scritto che il comunismo è basato sull’elettrificazione, quindi sulle grandi opere pubbliche di dighe e centrali - molte con effetti devastanti sugli equilibri ecologici e idrogeologici di vasti territori - ma Lenin è stato anche quello che ha creato, in piena guerra civile, nel 1919, quando era assediato all’esercito bianco ad Astrakan, il primo parco nazionale, quello del delta del Volga.

L’URSS ha subito l’ombra del lisenkoismo, ma ha dato spazio e prestigio ad uno scienziato di fama internazionale come Vernadsky - morto all’inizio del 1945 - lo studioso che ha gettato le basi della conoscenza della biosfera e della geochimica. Solo adesso si comincia ad avere un quadro dello sviluppo delle scienze della natura nell’URSS attraverso il contributo anche di studiosi occidentali.

 

 

 

È solo storia del passato?

 

 

Anche se vasti settori dell’opinione pubblica, con la radicale trasformazione dell’Unione sovietica, con l’ondata di frenesia per il libero mercato che invade il mondo, considerano definitivamente sepolti Marx e Engels e la storia comunista, tuttavia vi sono ancora alcuni che si chiedono se non sia il caso di rimettersi a leggere le loro opere per riscoprire dimenticate fonti di ispirazione di comportamenti per un diverso rapporto fra uomo e natura.

A molti appare chiaro che non si può ridurre tutto a soldi, alle regole del profitto, che esistono altri valori, fra cui la solidarietà, la libertà, la bellezza, che non si possono esprimere con l’unità “denaro”; che le regole della “economia” portano alla distruzione di materiali, di monumenti naturali e umani, alla cui sopravvivenza è legata la stessa sopravvivenza degli esseri umani, in quanto animali speciali.

Davanti ad un appiattimento della contestazione ecologica in Occidente sta, fortunatamente, nascendo una nuova contestazione ecologica nel Sud del mondo: spesso si tratta di “ecologia” pensata e fatta dalle donne, una ecologia che cerca la soluzione delle attuali contraddizioni nel socialismo. Questa ventata assume vari colori e nomi, da “ecosocialismo”, a “ecomarxismo”, a movimenti di liberazione contro il nuovo colonialismo portato non solo dalle armi, ma dalle ferree leggi del mercato.

Le riviste, pubblicate in vari paesi, ma direi meglio il “movimento”, che si richiamano a “Capitalismo, natura, socialismo”, negli Stati uniti, in Catalogna, in Italia, eccetera, rappresentano interessanti osservatori del fatto che Marx ed Engels, anche nel campo dell’ecologia, hanno ancora molto da insegnare al mondo alle soglie del XXI secolo. Si parla tanto, per esempio, di una società del futuro “sostenibile”, capace di soddisfare i bisogni umani dell’attuale generazione senza compromettere il diritto delle future generazioni a soddisfare in modo decente gli stessi bisogni, una società compatibile con i problemi di scarsità delle risorse naturali, della capacità dell’aria, delle acque, del suolo, di funzionare come ricettori dei crescenti rifiuti della vita umana.

A parole, sembra che l’edificazione di questa società “sostenibile” sia uno degli imperativi delle azioni politiche nazionali e internazionali. Ma ad una analisi più attenta appare che, per le leggi della fisica e dell’ecologia citate all’inizio, una società sostenibile (secondo la definizione precedente) o a “emissioni zero” è fisicamente impossibile: al più si può cercare di realizzare una società meno insostenibile dell’attuale.

A maggior ragione, sempre per le leggi del capitalismo citate all’inizio, una società capitalista e borghese, le regole del libero mercato, accelerano la insostenibilità, la insopportabilità degli attuali modi di produzione e di consumo da parte della natura, accelerano la violenza e l’impoverimento delle riserve delle risorse naturali e l’avvio verso conflitti per la conquista delle risorse naturali scarse. La insostenibilità è infatti figlia dell’appropriazione privata dei beni collettivi che sta alle basi del capitalismo e del libero mercato.

 

 

 

 Conclusione

 

 

La rilettura di Marx ed Engels è particolarmente importante proprio in questo momento in cui la favola della società informatica, virtuale, biotronica, dematerializzata, sta staccando le masse dalla realtà delle cose fisiche, naturali, materiali – dalla realtà delle pietre, delle acque, delle piante e degli altri animali, in cui anche il movimento ambientalista e “verde” è travolto dalla società delle immagini, si presta a fare il consulente del principe, in cui le forze fasciste e di destra organizzano le proprie associazioni ambientaliste e la confusione è somma sotto il cielo.

È una vecchia favola della destra far credere che al buio tutti i gatti siano grigi e che tutti sono amici dell’ecologia. La salvezza va cercata riprendendo il gusto di leggere e studiare le pagine dimenticate, a cominciare da quelle di Marx ed Engels e Lenin, la storia dei paesi socialisti e delle loro contraddizioni. Va cercata nel gusto di ricominciare a guardare al futuro, che necessariamente non può essere quello della pubblicità melensa e degli spot televisivi, ma quello della conoscenza, della riappropriazione critica del lavoro, di una nuova attitudine, di una austerità nei confronti dei consumi indifferenziati, proposti come unici possibili dalla propaganda. Occorre ricordare che le merci non sono neutrali.

Vorrei concludere ricordando che nel febbraio di 150 anni fa Marx ed Engels pubblicarono a Londra il celebre Manifesto del partito comunista; è vero che in esso non si parla di ecologia, ma viene chiaramente indicato che il capitalismo crea le condizioni per una comune rovina, ma anche per la propria distruzione – e la violenza contro la natura e l’ambiente è proprio una delle condizioni che distrugge la possibilità di moltiplicare le merci di cui il capitalismo si nutre.

In Italia, dove questi problemi sono tenuti accuratamente sotto controllo, con la droga della pubblicità e della banalità, può essere utile che almeno alcuni, delle giovani generazioni, ricomincino a leggere i classici del marxismo, si informino sugli studi marxiani che fortunatamente, continuano, anzi stanno risorgendo, nel mondo. Così come due secoli fa l’illuminazione a gas, figlia del capitalismo, offrì la luce nelle stanze in cui i proletari potevano riunirsi e discutere e leggere, oggi uno strumento come Internet, figlio supremo della tecnica capitalistica, offre gli strumenti per la liberazione dal buio in cui si è costretti dalla borghesia capitalistica e per unirsi, con modesta spesa, a tanti altri che nel mondo analizzano le radici della crisi e cercano le strade per uscirne.

Vorrei aggiungere una considerazione che solo indirettamente ha a che fare con l’ecologia. Si parla tanto di moltiplicazione della criminalità, cioè delle azioni che assicurano denaro violando la legge. Ma in una società in cui l’unico dio è il possesso del denaro, i mezzi criminali rappresentano la strada più semplice e meno faticosa per procurarsi tale denaro.

Nel momento in cui il valore delle persone non fosse più misurato sulla base del possesso delle merci, in cui cessasse la pubblicità che costringe, soprattutto le classi più fragili, a sognare il possesso del denaro e delle merci, in una tale società le motivazioni della criminalità sarebbero grandemente ridotte. I problemi dell’ecologia mostrano che, contrariamente a quanto sosteneva de Mandeville (1670-1733) nella Favola delle api, i “vizi privati” dell’egoismo generano non il progresso e i “pubblici benefici”, ma le condizioni per una pubblica, continua e crescente catastrofe.