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Giovani. Il Coronavirus

come occasione di nuova

unità generazionale

contro le diseguaglianze

di Dario Pio Muccilli

Studente liceale e corrispondente italiano per un mensile americano di South Brooklyn

Per la generazione nata nel nuovo millennio la pandemia ha involontariamente offerto l'occasione affinché, nell'istruzione e nelle politiche giovanili delle istituzioni, molti nodi venissero al pettine, rendendo manifesto come la logica del profitto abbia sovente giocato un ruolo centrale nei rapporti tra le classi dominanti e la popolazione studentesca. Ciò è divenuto lampante nel settore dell'istruzione, dove la didattica a distanza (dad) sta viaggiando a diverse velocità tra le scuole del paese, ognuna delle quali è chiamata ad affrontare autonomamente le problematiche che si riscontrano nel garantire il diritto allo studio, che si sta dimostrando una sovrastruttura rispetto alla differenza di ricchezza di ogni singola classe sociale. Nei fatti le diverse scuole non sono in grado di assicurare a tutti gli alunni i dispositivi necessari per le lezioni in digitale, a causa di una impressionante latitanza dei fondi statali, e di conseguenza l'efficienza di ogni istituto nella dad si basa sulle disponibilità economiche delle singole famiglie, che determinano il possesso o meno degli strumenti necessari (computer, smartphone, rete wireless) e la loro stessa qualità. Questo avviene per via dell'espediente giuridico e formale rappresentato dalla così detta “autonomia scolastica”, un modo attraverso cui lo stato, demandando ai presidi funzioni e mansioni simili a quelle di un manager aziendale, si è sottratto alle proprie responsabilità nei confronti degli studenti, limitandosi a pagare gli stipendi degli insegnanti e pochi finanziamenti sporadici, tra i quali i PON, bandi di finanziamento occasionale noti come Programmi Operativi Nazionali, privi di una qualsiasi visione sistematica. La maggiore percentuale del bilancio dei singoli istituti è invero finanziata dai contributi volontari versati dalle famiglie all'inizio di ogni anno scolastico, il cui ammontare può toccare punte di poco superiori al centinaio di euro. Questa bolla, se minimamente tollerabile prima che l'istruzione fosse trasferita sul web, oggi è causa di una sperequazione impensabile nella dad tra le scuole maggiormente frequentate da borghesi e quelle a più ampia presenza proletaria.

Mentre le prime possono assorbire i costi di una minoranza di studenti sprovvisti di dispositivi adeguatamente connessi alla rete, le seconde, a parità di fondi, non possono sopperire alle mancanze di una più elevata percentuale dei loro alunni.

Ciò, a volte, genera di conseguenza un egualitarismo al ribasso, dove gli istituti, non potendo assicurare equamente il diritto allo studio, scelgono di seguire la seguente logica: o tutti o nessuno, declassando la dad a semplici messaggi whatsapp, non tanto per velleità comuniste, quanto per il timore di essere citati in tribunale dalle famiglie più penalizzate.

Di fronte a questa didattica a macchia di leopardo la reazione studentesca può essere una ulteriore forza centrifuga per le forze del cambiamento, ma, se ben incanalata negli istituti dell'egualitarismo sociale, può divenire la forza motrice di una nuova spinta rivoluzionaria che sia realmente tesa a svincolare il diritto allo studio dagli interessi economici dei pochi.

Un militante di una qualsiasi giovanile politica potrà testimoniare quanto sia difficile coinvolgere gli studenti nella vita politica e negli ideali più alti di cambiamento, giacché sono ampiamenti diffusi tra i giovani un individualismo, divenuto ormai un fattore culturale, e una totale assenza di coscienza di classe, per cui non vi è più alcuna identificazione dello studente come borghese o  proletario, sebbene le differenze economiche e sociali tra i più e i meno abbienti giochino sempre il  loro ruolo centrale.

La sospensione delle normali attività sociali a causa dell'epidemia ha tuttavia reso, anche per le ragioni sopra descritte, la sperequazione tra le classi sociali maggiormente visibile agli occhi di chiunque. Nel desiderio di ritorno alla normalità, condiviso ovviamente dalla nuova generazione, quest'ultima si trova di fronte ad un bivio: comprendere di vivere in un mondo iniquo e desiderare di cambiarlo, oppure voler tornare nell'illusione che così non sia e regredire nuovamente a un individualismo che è il principale propulsore della reazione del capitale.

Le ragioni per cui la spinta unitaria al cambiamento potrebbe non verificarsi sono centinaia. Da un lato l'individualismo infatti è favorito dalla diffusa mancanza di confronto verbale tra i più giovani, che privilegiano una comunicazione telematica, mentre dall'altro il consumismo, come una droga, riduce gli animi in una crisi d'astinenza per via delle restrizioni ai beni di non prima necessità. Questa privazione istantanea del consumo può avere l'effetto di condurre alla fine della dipendenza, ma può anche condurre a desiderare più ardentemente la dose giornaliera e, poiché consumismo fa rima con capitalismo, questa volontà potrebbe trattenere chi ne è schiavo dall'impegnarsi per il cambiamento.

Nei fatti i giovani sono coloro che più rischiano in una crisi globale, poiché la posta in gioco è il loro futuro, per il quale vale la pena di combattere a fronte di un presente che deficita di una valorizzazione strutturale degli studenti, resi invece precari e sottovalutati da una politica che li tratta esclusivamente come futura “forza-lavoro”.

La gioventù potrà cercare di sovvertire questo ordine mondiale quando comprenderà di essere “La Gioventù” e non un semplice insieme eterogeneo di coetanei, di avere obiettivi e interessi comuni e di non essere pertanto in competizione gli uni con gli altri.

Nell'officina naturale del pensiero studentesco, quale è la scuola, resa oggi digitalizzata, l'iniquità si dimostra oggi nella dad. In tempi normali è rintracciabile invece nella scarsa attenzione riposta nell'edilizia scolastica o nell'avviamento al mondo del lavoro, caratterizzato da scempi quale l'alternanza scuola-lavoro o la dottrina della “buona scuola”.

Di fronte a iniquità vecchie e nuove il lavoro che si deve compiere sulla nuova generazione deve essere proteso alla presa di coscienza di una sorte comune e di una altrettanto condivisa possibilità di rivalsa in una trasformazione completa del modo di intendere la scuola, le università e il lavoro giovanile.

Questo processo è indubbiamente, e tristemente, favorito dal continuo declino delle politiche giovanili promosse dal capitale, le quali riescono sempre meno ad assicurare l'idea di un falso benessere, che solitamente mansueta gli animi rivoluzionari che scaldano da secoli studenti e giovani di ogni età.

Divenendo la nuova generazione sempre più una massa indifferenziata, sfruttata e dequalificata da riforme scolastiche ed economiche che sempre più intaccano la qualità dell'istruzione pubblica, all'insegna della privatizzazione, è consequenziale che ragazzi e ragazze di ogni età siano maggiormente pronti a ricevere nuove suggestioni rivoluzionarie.

È il tempo, dunque, per gli attivisti e i militanti di sinistra, di lavorare sulle coscienze giovanili per spingerle a trasformare intuizioni comuni sulla rovina del sistema economico attuale in una teoria solida, accompagnata da una altrettanto strutturata prassi.

Come scrivevano Marx ed Engels nel Manifesto (1848) è lo stesso sviluppo del capitalismo a rendere più evidente la sua sconvenienza per il popolo, che nella fattispecie della sua componente giovanile può e deve trovare quella avanguardia del cambiamento sapientemente descritta da Lenin nel suo Che Fare? (1902).