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Il Qingdao Movie Metropolis, entrato in funzione poco prima che la pandemia mettesse in ginocchio mezzo pianeta, dovrebbe diventare la Hollywood cinese. Dunque il suo compito sarebbe quello di diventare ciò che Hollywood è stato per l’America ovvero il centro da cui espandere il soft power americano. È significativo.

Scrive Cristiano Capovilla “Era uma vez em Hollywood…” in risposta a la Wuhan Soup di Slavoj Žižek, e c’era una volta una Hollywood i cui eroi salvavano il mondo da ogni tipo di minaccia e catastrofe naturale. Un intero filone dei film catastrofici ha preso piede su questo schema. Per la verità uno dei massimi eroi cinematografici americani, Rambo, che spazzava via con incredibile facilità centinaia di nemici dell’umanità, si rifiutò di presenziare al Festival di Cannes per presentare il suo film per timore del terrorismo che combatteva così bene nella finzione cinematografica. Stiamo parlando del Rambo reale, Sylvester Stallone, non di quello in formato celluloide. C’è sempre stata una certa distanza tra l’America cinematografica (specializzata non per niente in ciò che si chiama fiction) e quella reale. Ebbene l’America reale, non quella hollywoodiana, si è trovata in seria difficoltà a salvare se stessa, non il mondo, quando si è trovata a far fronte a quella catastrofe naturale che si chiama Coronavirus. Come nella vicenda del veterano Rambo, l’impero americano non si può dire che ripaghi molto bene chi lo ha servito. Si stima che periodicamente circa 500mila veterani sperimentarono la condizione di “senzatetto” in qualche periodo dell’anno, tanto che il Veterans Affairs, ente benefico, fornisce alloggio esclusivamente a veterani di guerra malati. Proprio i senzatetto sono state le prime vittime del contagio.

Durante la pandemia abbiamo visto fosse comuni che nell’immaginario occidentale rappresentano l’essenza stessa del “totalitarismo”. Solo che questa volta i morti di Coronavirus erano nelle capitali del neoliberismo.

Slavoj Žižek ha definito il Coronavirus come una sorta di arma fine del mondo del nuovo catastrofismo: non sarebbe altro che la Chernobyl del XXI secolo. Come Chernobyl portò alla caduta dell’Unione Sovietica, il Covid-19 avrebbe portato alla fine del “capitalismo” cinese.

All’inizio di febbraio il Wall Street Journal, bibbia del capitalismo mondiale, dichiarava che la Cina era “il malato d’Asia” (riprendendo una figura cara al vecchio colonialismo) ma in sintonia con il filosofo pop sloveno. I media americana, compreso il New York Times, hanno accarezzato l’idea di una crisi di legittimità del PCC pronosticando che la quarantena avrebbe suscitato la rivolta contro il governo. Il filosofo francese Guy Sorman, in una sua intervista al quotidiano cileno El Mercurio, ha sostenuto che il grande perdente di questa epidemia sarà la Cina.

Le previsioni di Žižek (di febbraio) e del giornale della finanza mondiale e degli altri profeti di destra e sinistra hanno resistito sì e no un misero mesetto. A fine marzo era già chiaro che la Cina con la sua risposta, tipica di un’economia controllata e pianificata dallo stato, è passata da malato del mondo a curatore della malattia. Il mondo probabilmente non sarà più lo stesso ma non nel senso raccontatoci da Žižek. La situazione a marzo era già completamente capovolta. Sicuramente il mondo basato sulle ultime sopravvivenze della guerra fredda probabilmente diminuirà la sua influenza. L’America First (prima) in continua guerra con il mondo diminuirà inevitabilmente la sua influenza rischiando di diventare l’America Alone (sola). Nell’attualità sembra che la Via della Seta sanitaria preconizzata dalla Cina guadagni molto appeal. Staremo a vedere, anche se la strada sembra ancora lunga.

La perdita di capacità egemonica da parte degli USA si è mostrata chiaramente nella lotta contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ormai gli Stati Uniti escono da molti degli organismi internazionali come l’UNESCO già nel 2017 (per protesta contro l’ammissione della Palestina) e dalla stessa OMS. In questo modo lasciano più spazio ai loro competitor: Russia e Cina.

L’America si è isolata nel momento in cui era più necessaria l’unione tra tutti i paesi del mondo e il coordinamento delle politiche sanitarie a livello mondiale. Trump ha cercato con risibili bugie complottiste di scaricare sulla Cina la responsabilità dell’epidemia anziché cercare le deficienze del proprio sistema sanitario basato su logiche prettamente capitalistiche. La Cina si è invece confermata un paese governato in modo autorevole ancor prima che autoritario. E stiamo parlando di un paese che si definisce ancora in via di sviluppo contro un paese tra i più ricchi e potenti del mondo. Un paese, la Cina, che ha messo al centro l’uomo. In America, all’opposto, si muore con criteri di classe con neri, ispanici e immigrati come prime vittime e sono stati sul punto di scegliere chi vive e chi muore.

 

 

 

La Cina vincerà la terza guerra mondiale? La nuova globalizzazione

 

 

In Italia Alessandro Di Battista ha fatto indignare i pasdaran dell’Impero (di destra e di “sinistra”) appoggiando il rapporto privilegiato con Pechino di cui ha attribuito il merito al lavoro del ministro degli esteri Luigi Di Maio. Egli inoltre ha previsto che «la Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo». Di Battista ha fatto eco alle dichiarazioni dell’ex presidente boliviano Evo Morales, estromesso con un colpo di stato sponsorizzato dagli USA. Morales ha dichiarato che la Cina ha vinto la «guerra biologica ed economica COVID-19» contro i suoi principali oppositori.

«La Cina – ha aggiunto Di Battista – è stato il primo paese colpito dal COVID-19, ma uscirà meglio di chiunque altro da questa crisi. Il colosso asiatico ha utilizzato al meglio il soft power, è riuscita a trasformare la sua immagine da untore ad alleato nel momento del bisogno. Salvini e Meloni denigrano la Cina – continua Di Battista – perché credono ancora che per sedersi a Palazzo Chigi sia necessario baciare le pantofole a Washington, ma il mondo sta cambiando e la geopolitica, nei prossimi mesi, subirà enormi mutamenti». L’Italia può mettere sul piatto delle contrattazioni europei la relazione con il colosso asiatico.

Secondo un analista di politica internazionale oggi si sta assistendo alla progressiva ritirata della globalizzazione neoliberale, basata sul Washington consensus, sulle liberalizzazioni e l’arretramento dello stato, con la diffusione della presenza militare americana come garanzia, con il suo seguito di sanzioni ed eventuali guerre contro i paesi reprobi. Il Beijing Consensus di cui la Via della Seta è l’elemento strategico si basa sulla interconnessione, la solidarietà e la costruzione di una comunità dal futuro condiviso.

 

 

 

Pianificazione socialista

 

 

Scrive Sara Flounders che la Cina attraverso la pianificazione centrale, ha usato la proprietà collettiva locale, gli incentivi capitalistici, la proprietà condivisa con le società e le banche occidentali ma, allo stesso tempo, il Partito Comunista ha mantenuto un ampio controllo politico ed economico. Lo stato ha guidato i piani di sviluppo nazionale e controllato ciò che le imprese straniere possono e non possono fare in Cina, «nonostante sia ancora un paese in via di sviluppo che sta emergendo da 200 anni di saccheggi coloniali. Ma ha mantenuto uno sviluppo costante dal 1949, anno in cui la rivoluzione comunista ha rovesciato i rapporti di potere arcaici e il dominio imperialista».

La Cina proprio per questa sua originale forma di socialismo, una volta superato lo stato di necessità, ha potuto inviare in tutto il mondo quantità enormi di forniture sanitarie. I paesi capitalisti, in particolare quelli dove l’ideologia neoliberista è penetrata più a fondo, si sono dimostrati incapaci di reagire per difendere la vita stessa della propria gente. Abbiamo così visto fosse comuni in Brasile e Usa e chi inneggiava all'immunità di gregge (Boris Johnson) soccombere per primo. La pianificazione socialista, al contrario, è stata in grado di lavorare sui bisogni dell’uomo e della collettività e non solo per ciò che è profittevole per il privato. La potenza della pianificazione socialista con il determinante intervento dello stato si è mostrata con l’investimento di 3mila mld di RMB (circa 430 mld di $) in infrastrutture e con l’indicazione alle altre province cinesi di aumentare gli interscambi con l’Hubei ossia la provincia più colpita dall’epidemia. L’Europa, dominata dai cosiddetti “sovranisti” e dall’arroganza delle nazioni più forti, invece si è mostrata assai meno solidale con gli stati più colpiti come Italia e Spagna dando un colpo alla solidità della stessa UE.

La mancanza dei kit sanitari nel mondo capitalista è stata causata dai produttori che volevano contratti di esclusiva con profitti garantiti. Mancavano del tutto anche i piani emergenza.

I risultati dell’azione cinese contro il virus sono sorprendenti. Se contiamo i morti in percentuale sulla popolazione ogni 100mila abitanti troviamo davanti il Belgio (54), seguito da Spagna (46), Italia (41), mentre la situazione migliore è quella della Cina (0,33) (John Hopkins University di Baltimora) nonostante lo svantaggio di dovere per prima fronteggiare l’epidemia. Anche i paesi asiatici hanno percentuali simili perché hanno imparato rapidamente dal Regno di Mezzo.

I cinesi hanno fatto scuola al resto del mondo con test, chiusure e quarantene dispensando la loro collaborazione ai paesi più contagiati in particolare a Iran e Italia, i primi paesi colpiti duramente.

Bruce Aylward, che ha guidato il team dell’OMS in missione in Cina ha dichiarato “Sono mobilitati, come in una guerra”. Il team dell’OMS ha visitato la Cina dal 16 al 24 febbraio elogiando nel suo rapporto il popolo cinese e il governo per aver fatto tutto il possibile per fermare la diffusione del virus.

La Cina ha fatto di necessità virtù e ha sfruttato questa crisi come un’opportunità accelerando la trasformazione tecnologica diventando l’avanguardia per l’utilizzo delle nuove tecnologie. Ormai la Cina non è più la fabbrica del mondo che forniva merci a basso valore aggiunto e basso contenuto tecnologico. La Cina non è nemmeno più paese essenzialmente esportatore. L’espansione del proprio mercato interno è diventata la sua forza. Big data, intelligenza artificiale, robotica e device connessi sono stati prima usati per combattere il virus e ora guidano l’innovazione tecnologica nel paese.

Tra l’altro la Cina sarà, secondo il FMI, tra i paesi che resisteranno meglio alla crisi del Coronavirus senza mai entrare in recessione con un aumento del PIL attorno al 2% quest’anno e sfiorando il 10% il prossimo anno. Frutto proprio della riconversione dell’economia verso il consumo interno.

La Cina è diventata un nemico del mondo capitalista non tanto perché fa concorrenza riuscendo a integrare la propria economia con quella mondiale ma perché lo ha fatto mantenendo l’indipendenza politica ed economica. Dalle banche alla politica dei cambi, dalla borsa al movimento dei capitali tutto è sotto il controllo più o meno stretto del Partito comunista. Oligopoli, finanza mondiale e istituzioni internazionali non si sono comprati il potere politico dato che non hanno mai assunto il comando di quello economico. Le politiche vagamente ricattatorie hanno poca fortuna dato che, avendo il mercato più ampio del mondo, a tenere il coltello per il manico è proprio la Cina.

 

 

 

Società tecnologica avanzata

 

 

La trasformazione della Cina in una società tecnologica l’ha aiutata ad uscire più velocemente dall’emergenza e anche dal confino in casa. Si sono utilizzati in modo massiccio i dati sul traffico e le attività attraverso i cellulari. I pagamenti vengono fatti ormai tutti attraverso il cellulare mantenendo dunque le distanze. In seguito si sono utilizzate delle app che ognuno ha sui propri cellulari per consentire attraverso i codici salute la ripresa della mobilità, potendo dunque godere di una maggiore libertà. Contro chi parla di una sorta di totalitarismo tecnologico non è affatto detto che i cosiddetti “crediti sociali”, di cui ciò che si è visto è solo un’estensione, limitino la libertà. Certo noi ci gongoliamo della cartacea autocertificazione, uno strumento antidiluviano per i cinesi.

 

 

 

Sanità e benessere. “Cina sana”

 

 

La Cina ha saputo pianificare la propria sanità. Xi Jinping aveva così delineato i compiti del Partito e del governo al XIX congresso (2017) nella realizzazione dell’iniziativa “Cina sana”:

«Una popolazione sana è un marchio chiave di una nazione prospera e un paese forte. Miglioreremo la politica sanitaria nazionale e garantiremo la fornitura di servizi sanitari completi per il ciclo di vita dei nostri lavoratori. Approfondiremo la riforma della medicina e del sistema sanitario, istituiremo sistemi tipicamente cinesi per fornire assistenza sanitaria di base, assicurazione medica, servizi sanitari di qualità ed efficienti e sviluppare un sistema di gestione ospedaliero solido e moderno. Miglioreremo i servizi sanitari a livello di comunità e rafforzeremo le file dei medici generici. Metteremo fine alle pratiche degli ospedali che finanziano le loro operazioni con i profitti dei farmaci a prezzi eccessivi e miglioreremo il sistema di fornitura di medicinali. Con enfasi sulla prevenzione, svolgiamo vaste campagne di salute patriottica, promuoviamo stili di vita sani e positivi, prevenendo e controllando le principali malattie. Avvieremo una strategia di sicurezza alimentare per garantire che le persone abbiano la tranquillità di ciò che stanno mettendo nei loro piatti. Sosterremo sia la medicina tradizionale cinese che la medicina occidentale e garantiremo la conservazione e lo sviluppo della medicina tradizionale cinese».

In questo modo sono state recuperate sia le campagne di “salute patriottica” tipiche dei primi anni di esistenza della Repubblica Popolare ma anche la medicina tradizionale che è sempre stata salvaguardata nella Cina socialista.

L’uso dei servizi sanitari è aumentato drasticamente, la Cina oggi ha più letti ospedalieri per 1.000 persone di Canada, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Il paese ha notevolmente ampliato il proprio sistema di assicurazione sanitaria e la prossima sfida sarà ridurre la disparità e la frammentazione del sistema sanitario.

L’aspettativa di vita, come ha dimostrato il premio Nobel Amartya Sen, è il più sensibile di tutti gli indicatori in quanto riassume tutti i diversi vantaggi e svantaggi degli indicatori sociali, ambientali e di altro tipo. Una persona in Cina vive tre anni in più, e negli Stati Uniti due anni in meno di quanto ci si aspetterebbe dai loro rispettivi PIL pro capite – mostrando che le condizioni sociali e ambientali complessive in Cina sono significativamente migliori di quanto ci si aspetterebbe dalla sua fase di sviluppo economico e negli Stati Uniti significativamente peggiori.

 

 

 

Soft power. La Cina bella

 

 

Gli Stati Uniti si ritirano dalla lotta per il cambiamento climatico e la Cina ne prende il posto.

«Compagni, quello che stiamo facendo oggi per costruire una civiltà ecologica andrà a beneficio delle generazioni a venire. Dovremmo avere un forte impegno per la civiltà ecologica socialista e lavorare per sviluppare un nuovo modello di modernizzazione con gli uomini che si sviluppano in armonia con la natura. Dobbiamo fare la nostra parte come generazione per proteggere l’ambiente». La costruzione di una “Cina Bella” potrebbe diventare un esempio per il mondo intero. La Cina diventerebbe il leader della lotta ai cambiamenti climatici. Ciò rappresenta per il Paese un’occasione per sviluppare enormemente la sua influenza e costituire assieme alla Via della Seta la principale fonte di soft power in modo da rivoluzionare l’immagine della Cina nel mondo. Questo in un momento in cui il paese si proietta all’esterno nello scenario geopolitico planetario, proprio mentre la potenza antagonista, gli USA, diventa riluttante nei confronti della lotta ai cambiamenti climatici. La Cina assumendo la leadership nella lotta ai cambiamenti climatici ha un’occasione «per migliorare il suo prestigio e puntare anche sull’elemento morale e non solo su quello economico. I cambiamenti climatici rappresentano probabilmente la più grande sfida mai affrontata dall’umanità. Una leadership su questo terreno potrebbe rafforzare la Cina sul terreno “morale” […] e migliorare la sua immagine internazionale […]. Pechino dovrebbe riconoscere che assumendo tale leadership porterebbe benefici non solo al mondo ma anche alla Cina stessa». Insomma dati gli elementi sovrannazionali della lotta al cambiamento climatico questa può costituire la base di quella “comunità umana dal destino condiviso” che è l’elemento centrale che anima la visione strategica della Cina socialista.

 

 

 

La “Via della seta della salute”

 

 

La pronta reazione della Cina di fronte alla sfida della pandemia ha portato ad ampliare il progetto della Belt and Road Initiative con l’aggiunta della Via della Seta della Salute già lanciata nel 2017 e che ora, in piena emergenza da Coronavirus, acquisisce un significato particolare.

La Cina ha risolto il problema prima di altri con metodi che in Occidente sono stati rifiutati addirittura ideologicamente. Nel Brasile delle fosse comuni addirittura c’è chi ha parlato di virus portato artificialmente per diffondere nientemeno che il comunismo nel mondo. Gli altri paesi, sebbene fossero ormai a conoscenza del tipo di virus e della sua contagiosità, hanno tergiversato. La famosa “civiltà occidentale” si è dimostrata molto inferiore nel risolvere le situazioni critiche rispetto alla civiltà confuciana.

La Cina ha condiviso la sua esperienza con 180 Paesi e più di 10 organizzazioni internazionali e regionali. Piani diagnostici e terapeutici, documenti tecnici frutto dell’esperienza cinese hanno messo in grado il resto del mondo di affrontare l’infezione nel modo migliore.

Trenta videoconferenze su questioni tecniche riguardanti l’infezione hanno raggiunto più di 100 paesi e regioni. Una di queste videoconferenze è stata vista online da più di 100mila operatori sanitari a livello planetario.

Il 27 marzo sono state inviate 130 tonnellate di materiale protettivo all’Italia che si trovava in forte difficoltà. La Cina ha inviato a 90 paesi kit di test, mascherine, indumenti protettivi, occhiali, termometri frontali e ventilatori polmonari. Personale sanitario cinese e forniture di vario genere sono stati inviati in 28 Paesi in Asia, 26 in Africa, 16 in Europa, 10 nel Pacifico meridionale e 9 nelle Americhe.

Negli stessi Stati Uniti il sindaco di New York ha chiesto aiuto alla Cina come d’altra parte anche altri amministratori e organizzazioni caritatevoli che hanno concluso accordi per forniture d’emergenza data l’incapacità dello stato di farvi fronte. Questo mentre il loro stravagante presidente non è riuscito ad arginare l’epidemia.

L’Agenzia federale americana per la gestione delle emergenze è intervenuta e ha ordinato 22 trasporti aerei di forniture dalla Cina – ma ne ha organizzato la distribuzione attraverso reti private a scopo di lucro.

La Cina ha inviato quasi 4 miliardi di mascherine, 38 milioni di tute protettive, 2,4 milioni di termometri a infrarossi e 16.000 respiratori (aggiornati al 15 aprile) in Europa – mentre il responsabile della politica estera dell’UE, Josep Borrell, insisteva sulla condanna della “diplomazia delle mascherine” come se fosse una intromissione di Pechino.

Il ministro degli esteri messicano Marcelo Ebrard ha twittato “Gracias China !!!”, pubblicando la foto dell’aereo che trasportava 100mila maschere, 50mila kit di prova e ventilatori donati dalla Cina.

In qualche modo l’aiuto dato al paese sudamericano è indirettamente un aiuto agli stessi Stati Uniti con cui il Messico condivide 2mila miglia di confine.

La guerra dei dazi Trump l’ha condotta in un primo tempo con il Messico e altri paesi latinoamericani ancora prima che con la Cina.

Pechino, con lo stimolo seguito alla crisi del 2008, ha sostenuto in modo particolare l’economia della regione diventando il mercato d’approdo delle materie prime della regione. Dal 2017, 19 nazioni nella regione hanno aderito alla Belt and Road Initiative del governo cinese. La Cina sta prendendo il posto reso vacante dal ritiro degli USA dal suo “cortile di casa”.  Finanziamenti, assistenza allo sviluppo hanno portato con sé anche lo sviluppo del soft power con la creazione di 41 Istituti Confucio, incoraggiando legami culturali trans-pacifici tra studenti e professori. Dal 2016 Pechino ha finanziato la formazione di centinaia di giornalisti ogni anno in scambi professionali e stage in Cina.

Anche il ministro degli Esteri argentino ha applaudito la Cina dopo aver ricevuto una grande spedizione di mascherine.

In compenso Trump, in piena crisi sanitaria, ha annunciato l’invio di cacciatorpediniere e Guardia Costiera, ufficialmente per pattugliamenti antinarcotici.

In compenso il presidente americano è riuscito a suscitare l’ira dei paesi latinoamericani bloccando, come una nave pirata, l’export di dispositivi di protezione individuale e ventilatori già acquistati negli Stati Uniti. Haiti, che pure non ha rapporti diplomatici con la Cina, ha evitato i fornitori statunitensi acquistando il materiale direttamente in Cina. Trump ha anche tagliato di bilancio all’Organizzazione panamericana per la salute, un’agenzia sanitaria pubblica multilaterale progettata per prevenire e contenere focolai di malattie infettive nelle Americhe.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità il 18 agosto 2017 nell’ambito di un discorso intitolato “Verso una via della seta sanitaria” ha affermato:

«La Cina ha molto da insegnarci su questi temi. È leader mondiale nella sorveglianza delle malattie e nel controllo delle epidemie ed è stato uno dei primi paesi a intervenire durante l’epidemia di Ebola. La Cina ha realizzato un sistema di assicurazione sanitaria nazionale che copre oltre il 95% della sua popolazione. Il paese ha anche una grande capacità di ricerca e sviluppo ed è stato uno dei primi paesi a raggiungere l’obiettivo di sviluppo del millennio per la salute materna. Dobbiamo basarci su queste esperienze».

La rivista medica Lancet ha ricordato che «la Cina ha fatto passi da gigante nella salute della popolazione negli ultimi decenni. La malaria sta per essere eliminata e l’obiettivo del Millennium Development Goal per la tubercolosi è stato raggiunto cinque anni prima del previsto».

La Cina, epicentro del sisma Covid-19, ha saputo trasformarlo in un’opportunità distribuendo aiuti a tutto il mondo.

L’Africa, dove la Cina storicamente già dai tempi di Mao era intervenuta costruendo ospedali, soffre da sempre di carenze sul piano sanitario. Ebbene i cinesi hanno legato il loro intervento agli investimenti in questo campo. In effetti la “Via della seta della salute” era stata proprio studiata originariamente per l’Africa. Anche in questo caso al centro dell’intervento della Cina c’è l’uomo e non la rapina delle risorse. Già in un documento del 2016 si parlava di rafforzamento della cooperazione nella prevenzione nel controllo delle principali malattie infettive. Ciò che era stato pianificato per l’Africa oggi diventa d'attualità per il resto del mondo. In seguito ci si è concentrati sull’Europa e in particolare, in un rapporto privilegiato, con l’Italia. In questo senso la “diplomazia delle mascherine” ha rappresentato una legittima e utile forma di soft power.

Il governo cinese pensa che economia e salute siano interconnessi per cui si è impegnato a fornire assistenza sanitaria ai paesi attraversati dalla Via della Seta proprio per le malattie infettive. Un impegno, dunque, che la Cina si è data non da oggi.

Pechino, secondo un rapporto, è ormai in cima ai mercati emergenti nella spesa sanitaria e medicinale con forti crescite di spesa annua man mano che aumenta l’universalità del servizio sanitario nazionale.

In America hanno immediatamente dato l’allarme dato che si pensa che chi controlla la fornitura di medicine controlla il mondo. Ed è ovvio che la superpotenza dominante voglia mantenerne il controllo.

L’industria farmaceutica cinese è molto forte nella produzione di farmaci generici che hanno perso il brevetto e anche nei componenti attivi (il 20% a livello mondiale) tra cui la penicillina e altri farmaci cruciali.

Le esportazioni sono molto aumentate verso 70 paesi, con forniture anche a giganti quali Merck e Bayer, producendo ricavi in crescita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di inserire dal 2019 anche la medicina tradizionale cinese nell’elenco delle trattazioni medicali.

Il 91,6% dei cinesi ne hanno fatto uso nella lotta contro il Coronavirus anche nella stessa provincia dell’Hubei, e la Cina è disponibile a condividerne l’esperienza con tutti coloro che lo richiedono.

La medicina tradizionale cinese avrebbe mostrato un tasso di efficacia di oltre il 90% e rappresenta un metodo naturale, empirico e alternativo che si basa su una tradizione secolare. Un’ottima base per il soft power data la crescente richiesta di medicine naturali.

 

 

 

Propaganda e razzismo

 

 

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha criticato, se non minacciato, i paesi che accettano gli aiuti della Cina, sostenendo che «il Partito Comunista Cinese rappresenta una minaccia sostanziale per la nostra salute e il nostro stile di vita, come il virus Wuhan ha chiaramente dimostrato». (Los Angeles Times, 29 marzo) mentre il suo governo continua a spendere 80 milioni di dollari all’ora per le spese militari. Egli ha tentato cinicamente di politicizzare ed etnicizzare il virus chiamandolo ripetutamente il “virus Wuhan” o “virus cinese”.

Obiettivamente all’inizio c’è stato chi ha tifato per il virus che sembrava una delle tante infezioni tipo SARS che avrebbero colpito solo i cinesi ma c’è anche chi ha mostrato solidarietà umana.

Inizialmente vi è stata una vera campagna razzista di chi alimentava i sentimenti anti-cinesi o contro gli asiatici ma Pechino ha saputo discernere tra chi parlava di “virus cinese” e chi, come il Vaticano, ha mandato aiuti, sebbene quasi simbolici.

Mentre in un primo tempo i cinesi venivano bloccati in tutto il mondo, ora è il contrario. Sono i cinesi che bloccano chi vuole entrare nel loro paese dato che praticamente tutti i casi di contagio sono importati.

Pechino in quanto capitale risulta particolarmente protetta, infatti i voli internazionali dovranno atterrare in città di provincia ed effettuare quarantena in loco se necessario.

 

 

 

Ingerenza e propaganda anti-cinese

 

 

La Ue, su pressione degli staterelli dell’est Europa ferocemente anti-russi e anti-cinesi, ha stabilito che c’è stata ingerenza negli affari interni dell’Europa da parte di Russia e Cina. Uno dei segnali di questa supposta ingerenza sarebbe la crescita della popolarità di Cina e Russia (soprattutto in Italia) per mezzo dell’azione nel Web di opinionisti, che per altro nessuno conosce, o di media che al confronto dei grandi network giornalistici sembra che abbiano sparato con la cerbottana degli indigeni australiani mentre il mainstream atlantista mandava contro le Panzer-Division. Naturalmente dire che Russia e Cina si augurano di nascosto la dissoluzione dell’Unione Europea quando, invece, Trump lo dice apertamente salutando la Brexit è veramente stravagante.

A rilanciare le accuse in Italia si è distinta subito “la Repubblica” caduta ormai interamente nelle mani della FCA, azienda americano-olandese (praticamente i maggiori nemici dell’Italia e di un’Europa solidale) che rilancia le accuse del New York Times e del Deep State americano.

Vi sarebbe una bozza del secondo rapporto sulla disinformazione legata al Coronavirus firmato da EuVsDisinfo, l’unità della Commissione Europea che dal 2015 setaccia la Rete a caccia di fake news. Il documento avrebbe accusato direttamente Pechino di condurre una campagna di disinformazione globale (?) per migliorare la sua immagine internazionale. Ma dietro le quinte altri diplomatici europei sostengono che sarebbero in realtà gli americani, attraverso alcuni governi dell’Europa centro-orientale, che premono affinché i rapporti di EuVsDisinfo contengano più retorica anti-cinese e anti-russa ovvero più disinformazione.

Il rapporto è, per altro, involontariamente comico. Russi e cinesi che penetrano nella società raggiungendo centinaia di milioni di persone via social o messaggini. Le teorie messe in giro dai cinesi: il virus non esiste (non è che si confondono con Trump?), il Covid è diffuso dalle reti 5G (non è che si confondono con Pompeo?) quindi contro i loro stessi interessi, la pandemia è esagerata dai media e dai governi per instaurare un regime fascista o per impiantare microchip che controlleranno la popolazione (ah non era, mettendo fascista al posto di comunista, Bolsonaro?). Grazie alla propaganda di Pechino sugli aiuti concessi all’Italia, ora il 52% dei connazionali (prima erano il 10%) ritiene la Cina un partner amico. Si specula sul crollo della fiducia nella Ue dal 42 al 27% (ma non è per caso a causa dei bravi olandesi a cui paga le tasse Repubblica?). Borrell avrebbe affermato: «È chiaro che Russia e Cina vogliono aumentare la loro influenza a livello globale. Stanno usando la crisi sanitaria per farlo» (ma veh...). Tutto questo questo assomiglia davvero al Teatro dell’assurdo di Ionesco.

 

 

 

Accuse contro l’OMS

 

 

Richard Horton, direttore della rivista medica Lancet ha definito come “crimine contro l’umanità” l’azione improvvida e dilettantesca di Donald Trump. Questi, in compenso, non trovava di meglio che accusare l’OMS di avere nascosto l’epidemia quando proprio l’Organizzazione ha avvertito tempestivamente della gravità della situazione e tutti i paesi asiatici avevano da tempo preso misure radicali in tal senso. Tuttora i vari Bolsonaro definiscono “lieve influenza” il Covid-19.

Eppure, proprio gli Stati Uniti sono stati informati tempestivamente della gravità del problema. Il giorno di Capodanno, funzionari cinesi hanno chiamato il virologo statunitense Robert Redfield mentre era in vacanza. Egli dice al New York Times che è rimasto scosso da ciò che ha sentito. Redfield ha parlato con il suo omologo cinese, George F. Gao, che è scoppiato a piangere durante la conversazione. Questi avvertimenti non sono stati presi sul serio. Ancora alla fine di gennaio Donald Trump dichiarava di poter assicurare che non sarebbe stato un problema dichiarando l’emergenza nazionale solo il 13 marzo. Lo stesso Trump aveva smantellato come spese inutili il Consiglio di sicurezza nazionale per le pandemie nel 2018.

Secondo Deborah Birx, supervisore della Casa Bianca per la l’epidemia in corso, la risposta innovativa sarebbe nell’aumentare il potere del settore privato. Eppure conservatori come Dwight D. Eisenhower e Richard Nixon non si sono mai sognati di mettere in discussione il welfare state introdotto col New Deal dal democratico Franklin Delano Roosevelt in risposta al disastro del 1929. Oggi si profila una crisi peggiore del 1929.

All’inizio i neoliberali hanno sposato la guerra di classe di tipo malthusiamo se non addirittura darwiniano per eliminare, come dire, i non adatti attraverso l’immunità di gregge. Ci riferiamo indubbiamente a Boris Johnson diventato più cauto quando anche lui stesso ne è diventato vittima. Chi ha espresso questo concetto in forma più chiara è stato l’analista dell’emittente economica CNBC che ha scritto che si sarebbe dovuto inoculare il virus in tutta la popolazione per stabilizzare i mercati dopo che questo avesse fatto il suo lavoro selettivo.

Gli Stati Uniti in questa nuova guerra fredda riscaldata hanno puntato, come abbiamo visto, sulla etnicizzazione dei virus. Una serie di influenze aviarie sono comparse negli anni passati. Una di queste, l’H5N2, è nata negli Stati Uniti senza per questo essere chiamata universalmente americana. Storicamente la denominazione etnica o regionale delle malattie è problematica. Nel 1832 si diffuse quella che venne chiamata “colera asiatico”, presumibilmente dall’India. I francesi pensavano di essere superiori ai “selvaggi”, primitivi e sporchi indiani. Ma il batterio si diffuse in Francia come nel resto d’Europa e dell’America perché l’igiene e la sanità non erano certo delle eccellenze nemmeno lì.

La spagnola trasmessa dai polli ai soldati di una base militare in Kansas e portata da questi in Europa durante la guerra mondiale fu una strage. Morirono più persone che in guerra. Ma la vera strage avvenne il secondo anno quando ci fu la ripresa dopo che sembrava passata. I soldati americani la portarono nell’India, allora colonia britannica, dove infettarono il 60% della popolazione. Poi arrivò in Europa e ma solo in Spagna, che non era in guerra, se ne poteva parlare per cui prese quel nome nonostante sia stata portata dall’esterno. A nessuno allora venne in mente di chiamarla “influenza americana”.

 

 

 

Come è stata affrontata l’epidemia in Cina

 

 

In un articolo su Lancet un ricercatore cinese parla del primo paziente, il primo dicembre del 2019. In un primo tempo si pensava a virus noti che si trasmettono dagli animali all’uomo ma non era chiaro se si trasmettesse dall’uomo all’uomo.

L’allarme viene dato il 26 dicembre quando una coppia di anziani e il figlio vengono individuati per avere i polmoni piuttosto compromessi escludendo subito la presenza di influenze o malattie respiratorie conosciute. Dopo che un venditore di pesce del mercato ittico viene segnalato come positivo, le autorità sanitarie locali vengono informate.

Il dottor Zhang Jixian che aveva fatto questo lavoro è stato elogiato. Egli per primo ha dichiarato che non c’è stato alcun tentativo di insabbiare la verità. Altri due medici, invece, sono stati redarguiti per avere diffuso voci “incontrollate”. Uno di questi è morto di Coronavirus ma l’altro ha elogiato l’azione del governo.

Le autorità provinciali dell’Hubei sono venute a conoscenza del virus il 29 dicembre, il giorno seguente è stato avvisato il Centro Nazionale e il 31 l’OMS. Il virus è stato identificato il 3 gennaio e una settimana dopo è stata condivisa la sequenza genetica con l’OMS. Dopodiché è iniziata la ricerca del vaccino in tutto il mondo. In Cina è stato creato un gruppo di studio e l’11 gennaio c’è stato il primo morto ma non c’era la certezza della trasmissibilità, mentre già l’8 è stato confermato che il Coronavirus era la fonte dell’epidemia.

Dopo che personale medico è stato infettato dal virus il massimo esperto cinese della SARS ha dichiarato che poteva essere trasmesso da persona a persona. Presidente e primo ministro hanno dato istruzioni per l’emergenza e il 23 gennaio è stato proclamato l’isolamento totale di Wuhan. Tre giorni dopo è stato stabilito chiaramente che il virus si poteva trasmettere da persona a persona. Il giorno successivo è stato dato l’allarme di livello 1 e il 27 gennaio è arrivato il premier.

Una Commissione internazionale di esperti virologi è stata inviata in Cina dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il loro rapporto finale, su come è stata affrontata la crisi, è quantomeno entusiastico. Tutte le misure adottate dai cinesi hanno ricevuto apprezzamento.

La Cina ha dimostrato una superiore efficienza in una politica dettata dall’interesse generale. Nessuno ha perso il lavoro. ma si è messo davanti a tutto la lotta al virus. L’economia è venuta in un secondo tempo e dovrà essere affrontata con la stessa determinazione e sforzo collettivo per il bene comune.

Nelle patrie del neoliberismo e della privatizzazione, a cominciare dagli USA, un tampone in un ospedale privato costa 3.200 dollari – come informava Vasco Rossi – e nessuno o quasi lo fa. Di “libero” in queste situazioni c’è solo la diffusione del virus. Le persone vengono ospedalizzate solo quando sono al limite.

Si è parlato del dottor Li Wenliang (morto di Coronavirus) ma che dire del capitano Brett Crozier che ha reso pubblica la situazione a bordo dell’USS Theodore Roosevelt cercando di salvare i suoi marinai?

 

 

 

America politica divisiva e spese militari

 

 

Mentre la Cina ha attuato una politica di solidarietà attiva, all’opposto gli Stati Uniti hanno attuato una politica divisiva.

L’amministrazione Trump ha preso spunto per inasprire le politiche di sanzioni e minacce contro Iran e Venezuela.

Gli Stati Uniti, secondo l’ex presidente Jimmy Carter, nei loro 242 anni di storia, sono stati in pace solo per 16 anni diventando la nazione più belligerante del mondo. Mentre la Cina dal 1979, da quando ha stabilito relazioni diplomatiche con Washington, non è mai stata in guerra. Il governo degli Stati Uniti ha investito fino a 56 miliardi di dollari l’anno per promuovere i cosiddetti “valori americani”. Come mostra Michael Moore nel documentario Fahrenheit 9/11, hanno speso milioni di dollari per dimostrare l’esistenza di un’opposizione in Iraq finanziando personaggi conosciuti solo tra i rifugiati in America e sconosciuti ai più nel proprio paese.

Squadre di medici e aiuti cinesi sono arrivate in paesi colpiti da guerra e sanzioni statunitensi. Squadre mediche cinesi hanno accompagnato la prima spedizione di 16 tonnellate di medicinali e protezioni in Serbia che si era vista rifiutare l’assistenza dall’Unione Europea a causa delle sanzioni degli Stati Uniti.

«Il minimo che i leader delle grandi potenze potrebbero fare sarebbe quello di tagliare le spese militari per finanziare la sicurezza umana e collettiva (la sola soppressione dei piani di riarmo della NATO fornirebbe 400 miliardi ai 29 Stati membri nei prossimi quattro anni), ripensare l’intero concetto di sicurezza e focalizzarlo sulle sfide del secolo: fornire cibo, acqua, un ambiente pulito e assistenza sanitaria» afferma l’ormai inascoltato Mikhail Gorbachev, un uomo che si era illuso della bontà dei falchi atlantisti. «Il primo passo verso una “nuova civiltà” potrebbe essere un taglio del 10% o del 15% della spesa militare», ha scritto.

Invece di dar retta a Gorbaciov si chiede ai paesi della NATO di aumentare le spese militari per contrastare la minaccia militare russa. All’Italia si chiede di aumentare la propria spesa cresciuta a oltre 26 miliardi di euro l’anno.

Mike Pompeo alla Conferenza dei paesi NATO ha sollecitato gli alleati ad aumentare la spesa militare di 400 miliardi di dollari quando già ora supera i mille miliardi.

Il 26 marzo all’Onu Cina, Russia, Iran, Siria, Venezuela, Nicaragua, Cuba e Nord Corea hanno adottato una risoluzione affinché Washington abolisca tutte le sanzioni che danneggiano la lotta mondiale contro il Coronavirus.

Occorre dire che queste sanzioni sono particolarmente dannose proprio per l’Italia paese eminentemente esportatore con interessi specifici in questi paesi.

 

 

 

Minare il prestigio della Cina

 

 

Il ministro francese ha accusato la Cina di fare propaganda dopo averci firmato un accordo per far arrivare un miliardo di mascherine che altrimenti non si sapeva dove trovare. D’altra parte solamente il paese asiatico è in grado di produrre 200 milioni di mascherine al giorno e ha inviato aiuti in ogni dove mentre in Occidente si rincorrono accuse onestamente razziste, da destra e sinistra, contro il Dragone. Anche in Italia si è sentito di tutto: i cinesi che mangiano topi vivi e che vengono fucilati sul posto se sgarrano.

In seguito, però, ha stupito favorevolmente la capacità di costruire ospedali in pochi giorni e di risolvere una situazione assai delicata. Soprattutto ha destato sensazione la grande capacità di superare situazioni emergenziali.

Henry Kissinger ha giustamente posto l’accento sulla cooperazione internazionale. Meno propaganda e più collaborazione internazionale è, poi, quanto chiede a gran voce la Cina.

 

 

 

Totalitarismo o trionfo della società civile

 

 

La sorprendente reazione dei cinesi al virus ha lasciato interdetti gli occidentali i quali hanno reagito con teorie cospirazioniste (nascondono i morti, ecc.). In realtà la risposta è molto più semplice: un governo capace guidato da una visione scientifica nell’interesse del popolo. Nella narrazione occidentale la risposta dei cinesi al Coronavirus è considerata totalitaria con i cittadini sorvegliati a vista con il pretesto della diffusione del contagio e la polizia che costringe tutti a stare a casa. Insomma, stato di polizia. Questo sistema vituperato è diventato in breve il nostro stesso stile di vita durante la pandemia e ha dimostrato la fragilità della narrazione occidentale che poi non è l’unica possibile.

La Cina ha sempre avuto un’enorme popolazione rispetto a quella mondiale. In passato la popolazione cinese in percentuale su quella totale del mondo era persino superiore a quella attuale. Ciò ha favorito il principio che viene prima la società dell’individuo, l’interesse generale prevale su quello particolare.

C’è, invece, chi descrive i pretesi elementi totalitari della Cina come propri di un’autentica società civile. In Cina non solo le misure adottate sono condivise dalla società, sono gli stessi cittadini che si autotutelano per primi. Ci si basa sull’autorganizzazione della società civile che si mobilita per il bene comune. Secondo lo studioso Lev Kitses, questo sarebbe un esempio di vera società civile in cui la società si organizza alla base nei comitati di quartiere o addirittura di condominio. Nella società atomizzata occidentale, invece, le regole vengono spesso fatte rispettare con l’autoritarismo quasi, come dire, manu militari anziché con l’autorevolezza. La “società civile” in Occidente non sarebbe che un simulacro, un’imitazione. Composta principalmente di ONG finanziate dal grande capitale e da esso utilizzate per gestire la società, è di fatto una società incivile come hanno mostrato i sostenitori di Trump scesi in piazza per la “libertà”. Tanto più incivile quando i vari Bolsonaro lasciano morire i più deboli adottando la legge della giungla.

Secondo questo punto di vista, così si è espresso Yuri Afonin, vice presidente del Comitato Centrale del Partito comunista della Federazione Russa: «Le numerose restrizioni alla vita sociale che sono necessarie per debellare l’epidemia in Cina non sono tanto imposte dalla macchina statale ma funzionano come misure di autocontrollo e autodisciplina. Oggi, responsabile del controllo dell’osservanza delle misure di quarantena da parte dei residenti in Cina è il rappresentante del comitato di autogoverno locale, cioè un loro vicino, con cui hanno familiarità fin dall'infanzia. E non un poliziotto armato fino ai denti, come nei paesi occidentali». Il sistema di comitati locali è stato creato con il sostegno del Partito Comunista Cinese dopo la conquista del potere ma affonda le sue radici nelle tradizioni comunitarie cinesi.

I comitati di quartiere sono la cellula di base del governo e strumento partecipativo delle persone alla governance. I comitati di controllo testano la temperatura della gente, fanno sì che i malati non possano uscire a diffondere la malattia.

Nel comitato di vicinato formato da volontari si lavora duramente come negli ospedali per garantire la salute pubblica. Anche ora che l’epidemia si è fermata continuano a rilevare la temperatura delle persone.

I comitati nascono con la vittoria della rivoluzione e prosperano attraverso tutte le fasi della storia cinese. Sono eletti da tutte le famiglie risiedenti da più di tre anni e, mentre in un primo tempo erano costituiti da pensionati, oggi si preferisce gente con un alto livello culturale. Vi è poi un registro dei volontari. Essi hanno vari compiti: spiegare le leggi; regolarizzare i documenti, ecc. Hanno anche compiti di tutela della pubblica proprietà, organizzare eventi per la comunità, funzioni di sicurezza e ordine pubblico, igiene, sostegno ad anziani e portatori di handicap, educazione dei giovani. Inoltre sono la cinghia di trasmissione tra il governo e le richieste dei cittadini.

Sebbene negli anni Novanta ci sia stato un indebolimento, a partire dal 2005 hanno ripreso forza. Xi Jinping ha spinto fortemente sull’acceleratore dell’autogoverno. L’esperienza di più di mezzo secolo dei comitati ha fatto il resto.

I comitati di quartiere, hanno assicurato assistenza al 98% degli 11 milioni di abitanti di Wuhan sottoposti a screening medico. Hanno consegnato cibo alle persone in quarantena o che comunque non potevano muoversi. Hanno bussato alla porta di ogni abitazione per essere sicuri che l’intera popolazione avesse accesso alla salute e all’igiene di base. I comitati di quartiere ricevono in media 600 telefonate al giorno.

I comitati di vicinato hanno dato un senso di appartenenza alla nazione e un senso di sicurezza ai cittadini cinesi. I comitati hanno contribuito a mantenere le distanze sociali durante l’epidemia e hanno ridotto significativamente il bisogno di spostarsi impedendo la diffusione del virus.

La superpotenza dominante in compenso cosa contrappone: «L’integralismo individualista delle libertà personali e del darwinismo sociale si rivela quotidianamente incapace di far fronte a una crisi che richiede azioni collettive, solidarietà e competenza. L’ex superpotenza scientifica diventa focolaio mondiale e zimbello del mondo per le flebo alla varechina. La pandemia mette così a nudo lo scontro fondamentale fra le anime originarie e antagoniste della nazione: espressione politica dell’illuminismo ma anche nazione fondata da profughi adepti di religiosità fondamentalista da cui discendono una pervasiva mitopoietica biblica, il suprematismo e l’eccezionalismo». (il Manifesto, 3 maggio 2020)

 

 

 

Democrazia formale, democrazia deliberativa e democrazia capillare

 

 

Facciamo un po’ di chiarezza sul livello di democrazia in Cina. Il presidente Xi Jinping sostiene il rafforzamento del sistema per la governance della comunità e l’autogoverno dei cittadini. Il sistema cinese, inclusa la democrazia elettorale e la democrazia consultiva, funziona perché si è sviluppato in conformità con la realtà della società cinese, sostiene Xi. In Occidente qualsiasi opposizione al paradigma “democratico” dominante è meritevole di condanna e anche di punizione, essendo doveroso imporre il proprio sistema manu militari. I cinesi in compenso non vogliono imporre il loro.

Le basi della democrazia cinese sono costituite da due organizzazioni di base, nelle quali le informazioni vengono scambiate tra popolo e governo: le sezioni del Partito Comunista di Cina e i comitati di villaggio o di comunità, con le prime che hanno ruoli di orientamento e i secondi che fanno il lavoro pratico. I membri dirigenti del PCC sono eletti solo dai membri del partito, la loro carriera dipende molto dalle loro capacità e da come queste sono percepite dal livello superiore; i componenti dei comitati di villaggio o di comunità sono invece regolarmente eletti tenendo elezioni libere e dirette come richiesto in un sistema di governo democratico.

Inoltre, i rappresentanti a livello cittadino del Congresso del popolo sono anch’essi eletti con voto diretto e il loro compito è raccogliere informazioni rilevanti circa i bisogni e le aspettative del popolo e di farle arrivare direttamente al Congresso Nazionale del Popolo. In aggiunta, più di tre milioni di organizzazioni di base e milioni di rappresentanti di centinaia di migliaia di villaggi, paesi e città tengono il governo centrale costantemente e direttamente connesso con la popolazione. Grazie alle elezioni dei rappresentanti ufficiali delle organizzazioni di base e all’enorme rete di quadri del PCC e del governo, il governo è informato delle attese e delle lamentele del popolo cinese.

Questa struttura permette alle informazioni di viaggiare dal più remoto villaggio al più alto livello di governo ed è per questo che si può definire il sistema politico cinese come una “democrazia capillare”.

La capacità decisionale del governo cinese è assicurata dal fatto che la maggior parte dei suoi componenti sono persone preparate e selezionate attraverso un percorso a lungo termine per il loro lavoro nel governo. Questo, combinato alle carriere basate essenzialmente sui risultati, porta a una leadership fatta di individui con esperienza, funzionari impegnati e qualificati, che sono in grado di affrontare le complesse sfide poste dal governo di un paese che equivale nelle dimensioni a un continente (ci sono voluti più di 40 anni di servizio pubblico eccellente perché Xi Jinping arrivasse alla presidenza della Cina).

Le basi del sistema cinese sono democratiche nel senso più autentico del termine. La struttura di governo è tale da agire rapidamente con decisioni che vanno a beneficio della maggioranza del popolo cinese. Il PCC è legittimato e affidabile per il popolo cinese. Il sistema è una democrazia popolare capillare. Come tutti i modelli funzionanti meriterebbe di essere studiato più che demonizzato. Le democrazie occidentali potrebbero trarne insegnamenti.

La democrazia deliberativa in stile cinese ha ormai parecchi estimatori nello stesso mondo accademico occidentale. Scrive Ethan J. Baogang He dell’Università di Melbourne: «Negli ultimi anni, le istituzioni consultive e deliberative si sono sviluppate in Cina e un numero crescente di audizioni pubbliche hanno fornito alle persone l’opportunità di esprimere le loro opinioni su una vasta gamma di questioni concernenti il prezzo dell’acqua e dell’elettricità, tasse d’ingresso ai parchi, il trasferimento degli agricoltori, la conservazione dei monumenti storici e anche il famoso zoo di Pechino, per citarne alcune». Questa democrazia produce risultati positivi. Gli argomenti e le ragioni prodotte nelle discussioni sono impiegati per risolvere problemi collettivi; i partecipanti e i leader locali si scambiano le loro opinioni, forniscono contro-argomenti, cambiando le loro preferenze attraverso la deliberazione pubblica. Le decisioni pubbliche su determinate questioni sociali e politiche si sono formate attraverso un processo deliberativo. Per ultimo la democrazia capillare produce l’auto-organizzazione capace di questo miracolo che è stata la gestione della situazione d’eccezione a Wuhan.

 

 

 

Crisi sociale

 

 

Un altro problema che si dovrà affrontare una volta superata l’epidemia sarà dovuto al numero di persone che perderanno il lavoro. Negli USA potrebbero superare i 6 milioni portando i disoccupati dal 3,5% di prima del virus al 12% dopo. Si pensi che nella crisi del 2009 i perdenti lavoro erano stati 800mila.

Il Commonwealth Fund che testa i principali sistemi sanitari dei paesi avanzati mette gli Usa all’ultimo posto con i suoi 30 milioni di persone senza copertura sanitaria e 44 con copertura insufficiente e assistenza sanitaria troppo cara. I tamponi per il test costano 3.200 dollari (come ha scritto Vasco Rossi) e la copertura assicurativa 35 mila dollari.

Gli Stati Uniti hanno dimostrato tutta la loro inadeguatezza rispetto alla Cina. I senzatetto (più di mezzo milione) lasciati all’aperto nei quadrati con le strisce proprio come in un parcheggio e le fosse comuni per le vittime hanno mostrato le debolezze sistema sociale americano.

 

 

 

Il superamento della crisi e il ribaltamento dei ruoli

 

 

La crisi di Covid-19 ha posto la Cina in una posizione di vantaggio dato che si è trovata nella condizione di condurre il mondo fuori dalla recessione globale. È anche un’opportunità, per la Cina e il mondo, di lavorare insieme e ripristinare il corso normale della vita.

Superare la crisi è stato arduo. Tuttavia, il governo centrale cinese ha preso la decisione: bloccare Wuhan, il che ha salvato il paese e bisogna dire il mondo. Purtroppo l’esperienza acquisita dai cinesi non è stata messo a frutto completamente in tutti i paesi.

Il sistema centralizzato della Cina ha permesso di ridurre il numero di nuovi casi, mentre il resto del mondo ora lotta con le ricadute.

Le scelte fatte dal governo cinese sono estremamente coraggiose considerando che Wuhan ha una delle popolazioni studentesche maggiori del mondo; è praticamente al centro di scambi ferroviari e autostradali e persino fluviali. Durante il capodanno cinese, quando le famiglie si ricongiungono, parte o passa da lì il più grande movimento di esseri umani del pianeta. Se il governo non avesse agito rapidamente sarebbe stato un disastro umanitario e non solo per la Cina. La chiusura è stata totale, dall’aeroporto alla metropolitana, ai porti fluviali. In dieci giorni sono stati costruiti due ospedali con 2.500 posti letto.

Migliaia di medici e personale medico sono stati mandati a Wuhan, organizzazioni civiche hanno aiutato le famiglie confinate. Le autorità cinesi hanno fermato l’aumento delle infezioni mettendo in quarantena gli infetti negli ospedali e anche coloro che avevano avuto contatti con loro. La catena dell’infezione è, quindi, stata interrotta.

Il governo ha collegato ogni città dell’Hubei con una provincia cinese in modo che ricevesse aiuti e personale sanitario da tutta la Cina. Determinazione, rapidità, efficienza hanno posto fino all’epidemia.

Per l’OMS l’azione di Pechino è stata “senza precedenti” nei confronti di un’infezione che tutt’oggi è ancora scarsamente conosciuta, figuriamoci a gennaio quando i cinesi hanno dovuto affrontarla. L’azione pionieristica dei cinesi non solo ha salvato la Cina ma ha dato l’allarme al mondo che non sempre ha saputo reagire tempestivamente nonostante fosse informato dall’allarme dell’OMS.

 

 

 

Ripresa economica cinese

 

 

L’economia in Cina è in rapida ripresa come rilevano tutti gli indicatori. Si pensa che Pechino anche quest’anno, contrariamente a tutti gli altri paesi, non entrerà in recessione perché è diminuita la dipendenza dall’esportazione e ha un enorme mercato interno. Chi non lavora con la Cina avrà problemi enormi, in particolare le economie più legate agli USA.

Secondo un recente rapporto McKinsey sta crescendo la dipendenza dell’economia mondiale dalla Cina mentre la dipendenza di questa dal resto del mondo è in diminuzione.

Le economie occidentali sono in caduta libera per il lockdown arrivato troppo tardi e in mancanza di strumenti protettivi per il personale sanitario e di respiratori meccanici.

La Cina è stato il primo paese a sperimentare l’emergenza e ha avuto bisogno all’inizio del resto del mondo per gli aiuti. Oggi le fabbriche cinesi operano a pieno ritmo senza sosta, 7 giorni su 7, producendo 200 milioni di mascherine al giorno, gran parte destinate all'esportazione.

Il problema del Covid-19 è che fino a quando non si estinguerà oppure si troverà un vaccino, nessuno sarà al sicuro e potrebbe sempre essere portato da altri paesi.

Il momento della ricostruzione potrebbe essere assai favorevole a Pechino che sembra in grado di superare senza recessione l’attuale momento critico. Il paese è uscito nel modo migliore dall’epidemia e potrebbe aiutare il mondo a superare la crisi economica come del resto ha già fatto nel 2008-2009. Coloro che hanno adottato il sistema liberista hanno offerto prestazioni inferiori a quelle di un paese socialista come la Cina (ma anche di paesi socialisti più poveri come Vietnam e Laos). Questo aumenterà inevitabilmente la credibilità del paese asiatico sul suo competitor americano.

 

 

 

Intervento dello stato, stabilità e consenso

 

 

La potenza dell’intervento dello stato ha forti radici nella storia cinese e non solo nel periodo socialista.

Bisogna dire che in alcuni paesi non ci si era ripresi ancora dalla crisi del 2008 ed è caduta questa nuova tegola che probabilmente sarà ancora peggiore. La crisi sanitaria si trasformerà inesorabilmente in crisi economico-finanziaria. Lo stesso disordine finanziario si protrarrà per anni molto probabilmente. E qui sarà molto importante l’intervento dell’unico paese che dispone di abbondanza di capitali, ossia la Cina.

Questa crisi metterà in ginocchio nei paesi occidentali non solo i poveri ma la stessa classe media.

Ciò che sembrava mettere in discussione la direzione del Partito e minacciare l’unità della nazione cinese ha invece suscitato una grande unità dietro la guida del partito.

Al contrario, negli USA e in Europa la crisi sanitaria ha prodotto piuttosto divisione come del resto anche nella “democrazia” asiatica, ossia l’India. Le debolezze come gli elementi di forza dei vari sistemi sono stati portati alla luce.

I cinesi sono stati i primi a fuoriuscire dalla crisi sanitaria e questo è stato un indubbio vantaggio in quanto hanno potuto esportare la propria esperienza divenuta vincente.

La trasformazione dell’economia cinese in direzione del mercato interno dà la possibilità in primo luogo a chi aderisce alla Via della Seta, di accedervi in maniera privilegiata. Ciò porterà sollievo nella recessione globale che può essere peggiore dello stesso virus. Il ruolo della Cina nel superamento della crisi potrebbe ridurre l’efficacia della propaganda anti-cinese.

L’Occidente ha dato una risposta diversa al Covid-19 a causa del suo sistema politico fondato sull’individualismo liberale. In Cina, l’interesse generale e nazionale viene prima dei diritti umani individuali privilegiati dai liberali occidentali.

Al vertice straordinario del G20 in videoconferenza, il presidente Xi Jinping ha chiesto una maggiore cooperazione internazionale per combattere la pandemia e rilanciare l’economia globale attraverso il coordinamento della politica macroeconomica e l’agevolazione degli scambi.

 

 

 

Conclusioni

 

 

Se dovessimo personalizzare lo scontro in atto troveremmo due personaggi che non potrebbero essere più diversi. Il presidente cinese Xi Jinping ha lavorato nelle campagne durante la Rivoluzione culturale. Ha conseguito la laurea in ingegneria presso una delle maggiori università del paese e ha completato tirocini per studenti negli Stati Uniti. Nei sette anni da Capo di stato ha visitato molti paesi stranieri, alcuni molte volte come la Russia in più di 15 occasioni. È, probabilmente, il Capo di stato che ha visitato più paesi nell'intera storia dell’umanità.

Il presidente Donald Trump è un miliardario la cui fortuna deriva dalla speculazione edilizia e dall’evasione fiscale. Abituato a una platea di yes-man, non viaggia all’estero. Incapace di analisi approfondite a lungo termine. Vive di piccoli tatticismi e prese di posizione estemporanee.

Ormai, la lotta tra unilateralismo dell’impero americano e il multilateralismo promosso innanzitutto dalla Cina con l’appoggio della Russia è in pieno svolgimento. È la cosiddetta “Trappola di Tucidide”. Naturalmente le guerre oggi sono asimmetriche.

C’è chi ha pensato che, essendo i paesi colpiti per primi l’Iran e la Cina, gli americani (e magari Israele) fossero passati alla guerra biologica per risolvere la “trappola di Tucidide” combattendo la guerra con armi non convenzionali, come raccomandano i manuali della moderna guerra asimmetrica. Ma, a parte l’improbabilità di mettere in atto una simile mossa, questa non è il solo tipo di guerra asimmetrica.

Marx sosteneva che il capitalismo ha creato il soggetto che gli avrebbe costruito la sua fossa: il proletariato. Così la vecchia globalizzazione ha finito con il creare una potenza che minaccia il dominio dell’Impero capitalista americano: la Cina. Pechino è al centro dell’iperconnessione delle catene di approvvigionamento dei mercati globali.

La risposta asimmetrica dell’Impero alla fine è dunque la disconnessione dalle catene di approvvigionamento globali.

Nella lotta per l’egemonia gli Stati Uniti hanno sempre combattuto una lotta sulle tariffe che da questo punto di vista non sarebbe poi tanto nuova. Le vittime della guerra tariffaria in passato sono stati soprattutto il Giappone e la Corea del Sud, con qualche screzio anche con l’Europa. Si trattava comunque di paesi alleati. La Cina è nemico strategico secondo Washington e bisogna impedire che il dragone, attuando il piano del “Made in China 2025”, diventi la prima potenza tecnologica.

La sospensione dell’adesione all’OMS è solo l’ultimo anello della disconnessione globale. Possiamo elencare alcuni passi di questa disconnessione: riduzione dei contributi finanziari alle agenzie specializzate delle Nazioni Unite o abbandono dell’Unesco e del Consiglio dei diritti umani; ritiro dell’Accordo di cooperazione economica trans-pacifica-APEC; blocco del principale organo di governo dell’Organizzazione mondiale del commercio, il Tribunale arbitrale per controversie tra gli Stati membri; ritiro dall’accordo nucleare con la Russia, dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e dall’accordo nucleare con l’Iran; caos indotto in Medio Oriente e Siria e totale appoggio alla politica di Israele; sostegno al Regno Unito per il suo ritiro dall’Unione europea.

Al contrario, la Cina apre le porte al multilateralismo, alla democratizzazione delle relazioni internazionali e alla ricerca della pace nel mondo per “costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità”, definita dal Cancelliere Wang Yi durante l’incontro dei ministri degli Affari Esteri dei paesi BRICS tenuto in videoconferenza come «la scelta giusta nella lotta contro covid-19, la scelta giusta che soddisfa la tendenza dei tempi». Se la Cina guidasse la ripresa economica ci sarebbero conseguenze di enorme rilievo. Il rafforzamento strategico a tutti i livelli della Cina sarebbe sicuro.

Riprendendo l’immagine da cui siamo partiti, se Chernobyl ha portato Fukuyama a parlare della “fine della storia” un altro disastro globale porterà probabilmente ad un nuovo inizio. Speriamo migliore. Ma forse la storia non era mai finita.

Cina, USA e geopolitica del coronavirus

 

di Giambattista Cadoppi

Esperto e studioso di questioni geopolitiche e della storia e dello sviluppo cinese;

saggista; gestisce il sito “Cina, crescita felice”, anche su Facebook

Ci sono decenni in cui non succede nulla, e ci sono settimane in cui accadono decenni

(V. I. Lenin)