Nel suo nuovo libro, intitolato in modo allarmistico e significativo, Fermate Pechino, il giornalista F. Rampini ha attribuito alla Cina Popolare il ruolo nefasto e satanico di aspirante dittatore sull’intero mondo, seguendo fedelmente l’isterica sinofobia innescata nel mondo occidentale dalla nuova guerra fredda scatenata, senza soluzione di continuità dal 2011 a oggi, da parte di Washington contro il gigante asiatico.

Non a caso Rampini dimentica che è l’imperialismo USA, e non certo la Cina, ad avere avviato dopo il 1945 un processo continuo di costruzione di centinaia di basi militari ed aver spedito consiglieri militari statunitensi in quasi 150 paesi del pianeta, dal Giappone all’Honduras, dalla Penisola arabica alla Groenlandia, dal Perù alla nostra Italia: ossia basi e consiglieri collocati in tre quarti delle nazioni del globo, nell’anno di grazia 2021.

Sono inoltre gli Stati Uniti, e non certo la Cina, ad avere a mano a mano bombardato e/o invaso dal 1981 ad oggi Libia, Grenada, Panama, Iraq, Haiti, Somalia e Afghanistan.

Sono sempre gli USA con il loro complesso militar-industriale (categoria politica creata nel 1961 dall’insospettabile e anticomunista presidente americano Eisenhower), e non certo la Cina, a occupare illegalmente e da alcuni anni ampie zone della Siria, senza alcun mandato dell’ONU.

È sempre Washington, e non certo Pechino, a contare e pesare per quasi il 40% sulle spese militari dell’intero pianeta: fra l’altro, quasi quattro volte più della seconda nazione all’interno di questa classifica bellica, secondo i dati forniti dall’insospettabile SIPRI.

Sono gli USA, e non certo la Cina, ad aver scatenato dal 1960 ad oggi e senza sosta tutta una serie di embarghi economico-tecnologici pluridecennali contro Cuba (dal 1960), contro la stessa Cina (dal 1989), contro Russia, Venezuela, Siria e Bielorussia.

Sono sempre gli Stati Uniti, in modo unilaterale, ad avere iniziato a scatenare una feroce guerra economica con pesantissimi dati commerciali contro la Cina, sia attraverso l’amministrazione Trump del 2018–2020 che con quella di Biden nell’anno in corso.

È sempre Washington, e non certo Pechino, ad avere organizzato a partire dal 2002 una serie di falliti colpi di stato contro i governi bolivariani del Venezuela, per fare un solo esempio.

È sempre l’imperialismo americano, e non certo la Cina, ad avere creato da alcuni decenni il gigantesco complesso di spionaggio planetario denominato Echelon.

A tal proposito e su questa materia Rampini avrebbe almeno potuto leggere alcuni brani del quotidiano su cui lui stesso scrive: ad esempio un articolo intitolato “Echelon, alla ricerca del grande fratello”, oppure quello intitolato “Echelon controlla l’Europa. Ecco tutti i segreti”, o infine “Echelon, parla un pentito: non fantascienza ma realtà”.

Proprio Rampini dovrebbe finalmente passare dalla sua allucinante fantascienza/fantapolitica alla viceversa concretissima realtà dell’imperialismo americano, con il suo recentissimo patto anticinese dell’Aukus stipulato con Gran Bretagna e Australia.

Rispetto a questo nodo rivelatore del processo di sviluppo della politica mondiale, Rampini potrebbe forse informarsi attraverso i suoi amici francesi o almeno mettersi a leggere l’articolo del Fatto Quotidiano intitolato “Aukus, lo sgarbo USA agli alleati in nome della guerra anticinese”.

In altri termini, almeno per una volta Rampini potrebbe svolgere il ruolo di vero giornalista e analista ricercando fatti concreti; come fece quel Julian Assange che, non certo casualmente, nel 2017 un particolare e potente servizio segreto voleva rapire e uccidere.

Un servizio segreto non certo asiatico, non certo cinese.

Un servizio segreto con sede a Langley, negli Stati Uniti, conosciuto in tutto il globo come CIA.

Sempre il quotidiano Repubblica, in data 26 ottobre 2013, aveva del resto informato i suoi lettori che la CIA (la CIA, signor Rampini, non la Cina…) aveva spiato a partire dal 2002 l’allora cancelliera tedesca Angela Merkel, notando altresì che, nel 2010, l’NSA e la CIA possedevano 80 centri di spionaggio nel mondo e 19 in Europa, di cui uno a Roma (vedi “Datagate, Spiegel: a Roma centro NSA-CIA. Merkel spiata dal 2002”).

Come ha lucidamente sintetizzato il giornalista e storico Davide Rossi, le pagine del libro in via d’esame purtroppo costituiscono “l’ennesima cartaccia messa sul fuoco dell’odio e dell’incomprensione, pagine violente, tragica e pericolosa propaganda di guerra”: propaganda di guerra all’interno del mondo occidentale che si combina dialetticamente, come ha sottolineato Rossi, con l’invenzione malevola e razzista su una “cultura etnocentrica e razzista degli Han”, la quale assisterebbe le presunte “mire aggressive” e il presunto militarismo della Cina.

Un paese tanto “militarista” che medici, medicinali e attrezzature sanitarie arrivarono in modo “aggressivo” dalla Cina il 13 marzo del 2020, mentre invece solo tre giorni dopo proprio gli USA, tanto amati da Rampini, prelevarono “pacificamente” nella nostra nazione, allora in piena emergenza sanitaria, “mezzo milioni di tamponi da un’azienda di Brescia…

Prodotti nell’area focolaio dell’epidemia in Italia, sarebbero bastati per le esigenze di tutto il Nord. I kit diagnostici sono invece stati venduti agli USA e trasferiti con un aereo militare”.

Si tratta forse di propaganda cinese?

No.

È, viceversa, un concretissimo articolo di Repubblica del 19 marzo 2020, intitolato per l’appunto “Coronavirus, mezzo milione di tamponi da un’azienda di Brescia agli Stati Uniti”.

Se vuole, Rampini può leggere l’articolo e finalmente imparare qualcosa rispetto alla politica mondiale contemporanea: quella vera, certo, non la fantapolitica costruita a tavolino dal soldato della guerra fredda, autore del libro che siamo costretti ad analizzare.