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Diario di bordo della crisi capitalistica permanente

 

di Fabio Pasquinelli

Direzione Nazionale PCI

L’attuale fase di sviluppo economico è segnata da uno stato di crisi permanente, che si manifesta ciclicamente in forma di crisi industriali, crisi finanziarie e crisi del debito pubblico degli stati. È bene comprendere come queste tre tipologie di crisi, che evidentemente sono dipendenti l’una dall’altra, rappresentano le tre differenti forme di manifestazione della crisi strutturale del sistema capitalista. Alla base vi è una crisi di sovrapproduzione su scala mondiale e quella che Marx ha elaborato come teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto. Le crisi dei mercati finanziari e quelle dei debiti sovrani, come si dirà tra breve, sono derivate dalla crisi di sovrapproduzione e hanno cause solo apparentemente indipendenti e autonome in relazione a questa.

Quando sentiamo discutere di crisi economica, essa viene rappresentata, dai tecnici al servizio dei poteri economici, dai mass-media mainstream, dai metafisici del neoliberismo e soprattutto dalla maggior parte dei politici, come un problema generale, che investe tutti in egual modo. Anche noi, molto spesso, abbiamo questa percezione e, pertanto, tendiamo a convenire con le analisi delle classi dominanti e con i lamenti ecumenici dei rappresentanti del sistema. È comprensibile che sia così, in quanto se una fabbrica chiude, perché non riesce più ad allocare nel mercato la propria produzione o si vede negato l’accesso al credito, noi siamo gli operai che vengono licenziati, i lavoratori che vedono minacciato il loro reddito e la sussistenza delle loro famiglie. Questo ci dà la sensazione che quando la crisi si manifesta siamo tutti sulla stessa barca. Ma non è così, in verità siamo tutti in balìa della stessa tempesta, ma qualcuno è ben equipaggiato per affrontare la burrasca, qualcun altro viene soccorso e salvato, altri ancora, la maggior parte dei naviganti con le loro piccole imbarcazioni, sono abbandonati a naufragare.

Il sistema di sviluppo capitalista, in realtà, sopravvive a se stesso per mezzo delle crisi cicliche, con le quali distrugge l’eccedenza di capitale al fine di rigenerare il processo di valorizzazione. Ogni qual volta, nella storia del secolo scorso, la crisi non è stata in grado di rigenerare il sistema, tale funzione è stata assolta da grandi guerre, che hanno portato morte e distruzione ma, con queste, anche notevoli profitti economici, dovuti dapprima alla produzione funzionale a sostenere gli sforzi bellici, dopo alla necessità di ricostruire ciò che la guerra ha distrutto.

Da questo punto di vista possiamo analizzare anche le conseguenze economiche e sociali della pandemia da COVID-19, con riferimento alle quali, infatti, molti discutono enfaticamente di economia di guerra. Nessuno dice, tuttavia, che tali effetti economici negativi saranno, come già accaduto in passato, scaricati sui bilanci pubblici e sulla carne viva dei lavoratori.

L’esempio del Meccanismo Europeo di Stabilità è illuminante a proposito. Si sta utilizzando l’emergenza socio-sanitaria per costringere i paesi dell’area euromediterranea ad aderire al MES, dopo che i relativi governi si erano dimostrati riottosi a sottoscrivere questo strumento di finanziamento, ricattatorio nei confronti degli stati con il debito pubblico più elevato e limitativo della loro sovranità. E si badi bene, la rassicurazione che non saranno attivate le clausole di condizionalità non sono per nulla credibili, in quanto se l’accesso ai prestiti, come sicuramente accadrà, non sarà in un’unica soluzione, le cosiddette condizionalità, come già accaduto nel caso della Grecia, potranno essere introdotte tra una rata e l’altra. Ma c’è di più. I prestiti del MES, a differenza degli Eurobond, consistono in debiti che graveranno sul debito pubblico, ed essendo il MES un creditore privilegiato, provocheranno un notevole aumento dei tassi d’interesse dei titoli di stato. Come dire: si salvi chi può!  Né ci si potrà tirare indietro in corsa, dopo aver aderito, anche perché i fondi stanziati, vincolati alla spesa socio-sanitaria, non si andranno a sommare alle attuali somme attribuite dagli stati centrali alle autonomie regionali, bensì le sostituiranno, almeno in parte, al fine di liberare ulteriori risorse statali destinate ad altre misure di contrasto della crisi economica. Ma ora è necessario salpare di nuovo, e riprendere la navigazione in mare aperto… per vedere come butta.

Gli effetti della crisi economica, come abbiamo già anticipato, non sono gli stessi per tutti, poiché non tutti sono uguali. Al contrario, i dati internazionali ci dimostrano come nel pianeta, e in particolare nelle aree occidentali a capitalismo avanzato – in primis negli Stati Uniti, ma anche e soprattutto in Europa – negli ultimi trent’anni si sia notevolmente allargata la forbice della disuguaglianza economica e sociale. Stando ai dati Oxfam più recenti, nel mondo l’1% più ricco della popolazione detiene oltre il 50% della ricchezza complessiva, in Europa il 10% della popolazione detiene oltre il 37% della ricchezza e l’1% addirittura il 12%, mentre negli USA quest’ultima percentuale raggiunge il 20%.

Le cause di tale distribuzione diseguale, in tendenziale crescita anno dopo anno a vantaggio del vertice della piramide sociale e a discapito di una base sempre più ampia, sono la competizione globale nella riduzione del costo del lavoro in termini di reddito diretto (salario) e reddito indiretto o differito (prestazioni sociali, pensioni); la compressione dei diritti dei lavoratori e del loro potere contrattuale; la corsa alla massimizzazione dei profitti d’impresa con emolumenti record in favore dei top manager, le esternalizzazioni delle filiere produttive laddove è minore il costo del lavoro e più favorevole il regime fiscale, nonché il ruolo crescente che esercitano i gruppi di pressione dei portatori di interessi soprattutto nelle politiche degli USA e della UE, che prevedono sistemi di governance nei quali lobbies economiche sono presenti e formalmente riconosciute. Tuttavia il principale fattore di diseguale distribuzione della ricchezza risiede nel trasferimento di un’imponente quota di ricchezza pubblica in mani private, mediante il processo di privatizzazione dei beni pubblici e delle industrie strategiche, accompagnato dalla liberalizzazione dei mercati relativi ai servizi pubblici di interesse generale. Vale la pena sottolineare che la differenza tra USA ed Europa, in termini di diseguaglianza sociale, è essenzialmente dovuta al fatto che nei primi i sistemi di istruzione e sanità sono privati, mentre nei paesi del vecchio continente persiste, benché sotto perenne attacco, un sistema di welfare pubblico e la tassazione è ancora ispirata a criteri progressivi.

Le illustrazioni satiriche della stampa socialista e comunista dei primi anni del XX secolo, che rappresentavano un grasso e laido capitalista in doppiopetto, con un cilindro in testa e due baffoni impomatati a celare un ghigno poco rassicurante, intento nello sfilare il portafoglio ad un umile e ignaro lavoratore, magari additando al contempo, quale colpevole del misfatto, il negro con l’anello al naso, appaiono oggi sempre più attuali. Così la borghesia multinazionale, sostenuta dal codazzo della residuale borghesia nazionale, come nei primi anni del Novecento, dopo aver magnificato e difeso la democrazia contro il pericolo bolscevico, di fronte alla crisi e alla perdita di consenso, svela la sua falsa morale, sostenendo apertamente svolte autoritarie, come fu il fascismo in Europa nella prima metà del secolo scorso e le dittature neoliberiste in America Latina.

Dal biennio nero 1989-1991 ad oggi la condizione generale della classe dei lavoratori è profondamente mutata: al progressivo smantellamento delle tutele giuridiche e sociali si è accompagnata una compressione al ribasso dei salari, che ha caratterizzato la prolungata controtendenza di una nuova fase storica, quella della globalizzazione capitalistica. Tale processo, ad esclusione delle economie asiatiche emergenti, governate in regime politico socialista, ha caratterizzato la condizione dei lavoratori a livello mondiale; in particolare ha determinato i suoi effetti più negativi nello spazio economico e sociale dell’Unione Europea, soprattutto con riferimento ai paesi aderenti al sistema della moneta unica, laddove, nei primi anni di adozione dell’Euro, l’inflazione è stata imponente, con un aumento generalizzato dei prezzi di tutti i beni di consumo, mentre i salari sono dapprima restati bloccati, in seguito persino diminuiti!

La tendenza del capitale all’accumulazione di valore tende altresì a superare i propri limiti mediante l’attrazione forzata nel campo del proprio dominio di tutti i bisogni sociali e i settori economici, in particolare di quelli strategici per l’esistenza umana: il cibo e la produzione agricola;  l’energia e lo sfruttamento della risorse naturali, l’acqua e i servizi idrici; l’ambiente e la gestione dei rifiuti; l’informazione e le telecomunicazioni; la cultura e l’istruzione; le infrastrutture e i trasporti; la salute e la produzione farmaceutica; fino alla stessa vita biologica e al patrimonio genetico umano.

In Italia le cose vanno ancora peggio. Il nostro Paese, nella classifica europea dell’eguaglianza economica, occupa la ventiseiesima posizione su ventotto, in conseguenza del fatto che il 40% della popolazione più ricca possiede l’85% della ricchezza complessiva, di questa percentuale il solo 20% detiene una quota di ricchezza superiore al 65%. Questo dato non dovrebbe stupire affatto, in quanto in Italia, dal 1992, dopo la ratifica del Trattato di Maastricht e la delegittimazione dell’istituzione parlamentare e, più in generale, del sistema politico e democratico dei partiti, a seguito del fenomeno politico-giudiziario denominato Tangentopoli, tutti i governi che si sono succeduti, a prescindere dalle contrapposizioni funzionali a mobilitare il consenso dell’opinione pubblica, hanno messo in discussione la Costituzione, privatizzato importanti settori dell’economia pubblica e strategica, liberalizzato i mercati dei servizi fondamentali, riformato in pejus il sistema di previdenza sociale e smantellato i diritti dei lavoratori, senza soluzione di continuità e senza distinzione di schieramento (destra o sinistra non fa differenza).

La Costituzione è stata sottoposta a un assedio permanente, da parte di tutti governi che si sono succeduti e, in particolare, di quello Berlusconi prima, e di quelli Letta e Renzi poi, i quali hanno prodotto due riforme complessive che sono state respinte con referendum popolare confermativo. Tuttavia altre riforme, solo apparentemente meno invasive e approvate con più vaste maggioranze, hanno scardinato punti chiave dell’equilibrio sancito dai padri costituenti: sono i casi della modifica in senso federalista del Titolo V nel 2001 e la prescrizione del pareggio di bilancio nel 2012, in ottemperanza al trattato internazionale Fiscal Compact, vincolante per tutti i paesi dell’Eurozona.

È stato privatizzato il sistema bancario, sono state svendute le grandi industrie statali, privatizzati i servizi energetici, le telecomunicazioni, i trasporti pubblici e liberalizzati i relativi mercati (Eni, Enel, Telecom, Società Autostrade, ecc.). Come per i tentativi di manomissione della Carta, anche per le privatizzazioni dei servizi pubblici, ogni qual volta il popolo è stato direttamente interpellato, la musica è cambiata. È il caso emblematico del referendum popolare del 2011 sull’acqua bene comune, i servizi pubblici fondamentali e l’energia nucleare, abrogativo del c.d. Decreto Ronchi. In questo caso alla volontà popolare democraticamente espressa, per il mantenimento in mano pubblica del servizio idrico integrato e la ripubblicizzazione di tutti i servizi di pubblico interesse, sono succeduti la lettera della BCE al governo Berlusconi e il più grande attacco speculativo al debito pubblico italiano, con conseguente commissariamento antidemocratico del Paese da parte del governo Monti, voluto e imposto dalla Troika e dal Presidente Napolitano. Fu lo stop forzato alla controffensiva democratica che stava nascendo nel Paese, poi intercettata dall’illusione populista del Movimento 5 Stelle.

È stato ridotto il sistema di tutela sociale dei lavoratori, mediante riforme peggiorative del sistema pensionistico, approvate anche con voti bipartisan, cc.dd. Riforma Dini del 1995, Riforma Maroni del 2008 e Riforma Fornero del 2011.

In materia di lavoro sono state promulgate numerose norme che promuovono il lavoro subordinato a tempo determinato e atipico, che depotenziano lo Statuto dei Lavoratori e facilitano i licenziamenti disciplinari ed economici, che liberalizzano l’interposizione di manodopera mediante la diffusione dei contratti di somministrazione e la deregolamentazione del sistema degli appalti (cc.dd. Pacchetto Treu del 1997, Legge Biagi del 2003, Protocollo Welfare del 2007, Collegato Lavoro del 2010, Legge Fornero del 2012, Job’s Act del 2014). Alla progressiva e rapida definizione di un quadro normativo di forte impronta datoriale si sono associati i fenomeni delle crisi industriali, delle delocalizzazioni produttive e dei flussi immigratori, che hanno praticamente azzerato la capacità conflittuale e il potere contrattuale della categoria dei produttori, nonché determinato la crisi di rappresentatività delle organizzazioni sindacali di riferimento.

Sebbene negli ultimi trent’anni il capitale, per far fronte alla caduta tendenziale del saggio di profitto, in funzione anticiclica, abbia innescato un processo di indebitamento privato senza precedenti, potenziando gli strumenti di credito al consumo e incrementando gli investimenti nel campo della speculazione finanziaria, come abbiamo appreso con la lezione della crisi del 2008, molto simile nella struttura a quella del ‘29 ma estremamente più potente, tale palliativo risulta essere una medicina in grado di aggravare, in un periodo medio-breve, la patologia, tanto da rappresentare un moltiplicatore della frequenza, della consistenza e degli effetti sociali delle crisi economiche. A tale proposito, tuttavia, è necessario avere conoscenza di come la crisi economica, erroneamente descritta dalla comunicazione mainstream quale conseguenza di quella finanziaria, con buona pace dei teorici del neoliberismo e degli stregoni del libero mercato, sia in realtà radicata nel modo di produzione capitalistico. L’esempio è la narrazione prevalente della crisi del 2008, nella quale la vicenda viene ridotta al rapporto causale tra l’esplosione della bolla immobiliare negli USA, con la conseguente crisi finanziaria (insolvenza dei mutui subprime e dei prodotti finanziari derivati) che avrebbe contaminato una “economia reale” di mercato altrimenti florida o, per lo meno, sostenibile. È accaduto, invece, esattamente il contrario!

La trasformazione diretta di denaro in denaro è una conseguenza della crisi di sovrapproduzione delle merci, le quali non riescono ad essere allocate nei mercati, e della conseguente perdita della loro funzione di mediazione nel processo di valorizzazione capitalista. Perciò il ciclo riproduttivo fondamentale, denaro-merce-denaro, si blocca, e con esso il fenomeno che Marx definisce metamorfosi della merce in denaro. Il fatto che, a fronte di sovrapproduzione di merci rispetto alla capacità di consumo dei mercati, venga prodotta una quantità ancora più grande di denaro, che sarebbe carta straccia se non fosse garantita da banche centrali espressione di uno stato sovrano – ovvero di più stati a sovranità limitata, come nel caso della BCE –, determina una bolla destinata a esplodere ciclicamente e ad evidenziare come l’economia capitalista sia retta da un sistema di debito privato insostenibile. E se così è, come fa a reggere questo sistema e a non implodere su se stesso? Ci riesce rovesciando la piramide della lotta di classe, oggi agitata dalla borghesia, nazionale e multinazionale, contro un proletariato sempre più internazionale, mediante la sussunzione da parte del potere economico-finanziario del potere tecnico-scientifico di quello politico-militare.

La fusione tra il potere economico-finanziario e quello politico-militare, in Italia, ha coinciso con la cancellazione delle organizzazioni operaie. Tale rimozione è stata possibile anche in virtù del controllo del potere tecnico-scientifico da parte della borghesia, attraverso il quale, dopo il 1989, è stata negata ogni legittimazione scientifica al pensiero critico marxista e sono stati persuasi gli stessi gruppi dirigenti della sinistra, in cambio di incarichi governativi, a smantellare le organizzazioni operaie e a perseguire politiche antisociali di matrice neoliberale e imperialista. L’esempio più significativo è stata la Bolognina di occhettiana memoria, ma anche l’opera di destrutturazione ideologica bertinottiana e quella, parallela, agita da tanti altri leader eclettici della c.d. sinistra radicale, sono state funzionali a questo scopo. Al tempo stesso le grandi concentrazioni capitaliste, multinazionali e nazionali, hanno acquistato e assunto il controllo di tutti i mezzi di informazione tradizionali, dalla stampa ai servizi radiotelevisivi, creando un orizzonte di senso comune funzionale al progetto egemonico delle classi dominanti: il c.d. pensiero unico.

Nel campo della comunicazione si sono affermati e consolidati monopoli privati e posizioni dominanti: la pay tv digitale e satellitare del colosso multinazionale Sky, il cui proprietario è il “magnate” Murdoch, padrone della televisione di destra americana Fox News; la piattaforma del digitale terrestre creata da Mediaset, il monopolio televisivo commerciale della Fininvest di Berlusconi, che per anni ha detenuto anche il controllo della pubblicità con Publitalia ‘80; il gruppo RCS (Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport), acquisito dal dall’imprenditore pubblicitario, editore e finanziere Cairo, che possiede anche un canale televisivo tra i più importanti (La7); Il Sole 24 Ore, quotidiano economico con velleità scientifica, controllato da Confindustria; il gruppo L’Espresso e il quotidiano La Repubblica,  giornali borghesi, da sempre molto attivi nel dibattito politico-culturale della sinistra con effetti nefasti, già proprietà De Benedetti, acquisiti recentemente dalla Exor, holding della famiglia Agnelli, proprietaria anche de La Stampa di Torino.

Tale fase di concentrazione capitalista, dominio incontrastato delle classi dominanti, non ha determinato solamente una legislazione particolarmente sfavorevole per i lavoratori, ma ha anche legittimato un furto su larga scala ai danni degli stessi, che sono i cittadini degli stati le cui ricchezze vengono depredate da un processo di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. A seguito delle crisi finanziare, gli stessi capitalisti, e la loro riserva di pensatori liberisti, chiedono che alla mano invisibile del mercato si sostituisca quella dello stato, nel salvataggio di grandi banche private, coprendo tale operazione criminale, compiuta su larga scala, con la retorica del salvataggio di un sistema economico nell’interesse della collettività. In particolare si cerca, troppo spesso con successo, di persuadere i lavoratori, i piccoli risparmiatori, che tali operazioni sono finalizzate a preservare li loro risparmi, virtualmente depositati in qualche istituto di credito spolpato dai gruppi di potere economico e industriale. In verità tali operazioni non fanno altro che trasformare il debito privato, delle grandi concentrazioni capitaliste multinazionali, in debito pubblico degli stati, del quale saranno gravati i lavoratori e i popoli per molte generazioni a venire. Per coprire questa verità i mass media, di cui sono proprietari gli stessi colossi capitalisti, individuano un capro espiatorio da dare in pasto all’opinione pubblica, un falso responsabile del debito pubblico, e sbattono il mostro in prima pagina: lo stato sociale!

Questi media sono estremamente pericolosi, in quanto, mentre comunicano un’illusione di pluralismo e libertà, sostengono politiche antidemocratiche, se non addirittura svolte autoritarie. Durante la crisi dello spread del 2011, quando l’ipotesi antidemocratica di un commissariamento tecnico si faceva sempre più concreta, fu emblematica la prima pagina de “Il Sole 24 Ore”, dove la voce del padrone incalzava il Parlamento come un bivacco di manipoli: “Fate presto!”. Perché, nel frattempo, qualcuno avrebbe potuto scoprire l’inganno e far saltare il piano.

La questione dell’allocazione dell’eccedenza di denaro, tuttavia, sta riemergendo in questo tempo come problematica sociale che restituisce respiro a un pensiero filosofico e sociale critico nei confronti dello stato di cose presente, una sorta di rivincita del filosofo di Treviri. Mentre il capitale multinazionale tende ad una massimizzazione dei profitti economici mediante la speculazione finanziaria, riemerge una tensione teorica nel campo delle scienze economiche alla redistribuzione sociale della ricchezza. Alle ipotesi di maggiore tassazione dei redditi finanziari si aggiungono meccanismi ridistribuivi della ricchezza sociale, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato, laddove la crisi di sistema emerge con più gravità, nelle forme di reddito sociale e di cittadinanza. Tali misure, che vanno sostenute, in quanto rappresentano un campo di rivendicazione politica e lotta sociale delle classi subalterne, consistono tuttavia in meri palliativi di stampo riformista, che non mettono in discussione il modello di produzione e, soprattutto, i rapporti di potere capitalistici. Al contrario, sono misure di sostegno sociale scollegate dalla dimensione produttiva, costituzionalmente esistenziale, del cittadino-lavoratore. Tendono a individualizzare il problema e ad accelerare il processo di frammentazione della solidarietà di classe, che un tempo caratterizzava la base della piramide sociale.

Tali misure assistenziali, inoltre, determinano un costo sociale che non trova la propria copertura in una politica redistributiva della ricchezza, bensì nell’incremento della diseguaglianza economica su scala internazionale. Tornando alle percentuali degli studi Oxfam, della metà di popolazione più povera del mondo, solo l’8% vive in Europa, e solamente l’1% negli Stati Uniti, mentre aumentano i flussi immigratori dai paesi martoriati dalla guerra imperialista e dallo sfruttamento capitalista.

Nel quadro della globalizzazione capitalista, la sostenibilità di misure sociali e di sostegno al reddito poggiano su una politica di matrice social-imperialista, nella quale la diseguaglianza piana del sistema viene artificialmente tramutata in diseguaglianza asimmetrica su scala globale, in cui il proletariato dei centri dell’Impero viene nutrito con il furto perpetrato ai danni di quello periferico. Il sistema economico mondiale, concepito dagli artefici della globalizzazione imperialista, distingue lo sfruttamento dei produttori-consumatori in casa propria, con quello dei produttori-schiavi nelle aree del mondo dove vengono reperiti a basso costo forza lavoro e materie prime. Dentro i propri confini, invece, agita la guerra tra poveri, strumentalizzando la presunta concorrenza tra il proletariato nativo e quello immigrato, proveniente dalle aree sfruttate del mondo.

I dati statistici e le analisi geopolitiche ci dimostrano come tale disegno predatorio abbia trovato un contrappeso nello sviluppo delle economie emergenti e nei paesi guidati da governi socialisti, ovvero antimperialisti, come i cosiddetti BRICS, sigla che stava ad identificare Brasile – prima del golpe politico-giudiziario –, India, Cina e Sudafrica. Ma tra questi paesi vi sono, ad esempio, anche Venezuela e Bolivia in America Latina, entrambi duramente colpiti dal golpismo USA; Libia e Siria in Medio Oriente, nazioni martoriate dalle guerre imperialiste di Stati Uniti, Turchia, Regno Unito e Francia; Russia nell’area euro-asiatica, accusata ingiustamente dai mass-media occidentali di tutte le peggiori nefandezze.

In particolare contro le due maggiori potenze della regione euroasiatica, vale a dire Cina e Russia, l’imperialismo USA sta conducendo, da più di venti anni, una guerra asimmetrica senza soluzione di continuità, che Papa Francesco ha definito, con un’immagine particolarmente didascalica, “guerra mondiale a pezzetti”. L’accelerazione della crisi capitalista dell’occidente sospinge i venti di guerra contro questi paesi, che oggi spirano con crescente forza, come dimostrano le guerre commerciali e finanziarie, le quali preludono sempre a quella militare, e la propaganda mediatica, che tende con crescente persuasività a vestire queste grandi nazioni con l’abito del nemico, un nemico reale o, per lo meno, potenziale. Non stupisce, pertanto, il tentativo di attribuire alla Cina, nell’emergenza Coronavirus, il ruolo di untore, e la campagna di fake news per alimentare i sospetti più arditi nei confronti della potenza socialista.

Tanto la risposta diplomatica e militare della Russia all’aggressione imperialista della Siria, quanto la reazione organizzativa e politica internazionale della Cina alla pandemia, potrebbero, da un lato, sterilizzare il pericolo di un devastante conflitto militare diretto agitato dalle potenze imperialiste – con in testa gli Stati Uniti –, dall’altro, contenere la capacità di sfruttamento imperialista delle aree più povere del mondo, nelle quali si sta dispiegando un imponente progetto di cooperazione internazionale economica cinese. Pertanto sembra estremamente difficile che il capitalismo, in questa fase, possa superare la propria crisi strutturale con l’espansione esterna, mentre appare più probabile un’intensificazione del proprio dominio interno, a discapito dei lavoratori e dei ceti popolari.

Osservando l’andamento dei mercati finanziari nel pieno della crisi sanitaria, si comprende immediatamente come le perdite di valore siano asimmetriche: mentre il petrolio, vale a dire la base dell’industria tradizionale, crolla, il valore dei titoli legati ai colossi capitalistici dell’industria 4.0 crescono o subiscono lievi perdite, e in ogni caso non invertono il loro trand profittevole nel medio-lungo periodo. Gli effetti della crisi economica e sociale causati da questa emergenza pongono le basi per l’accelerazione di una ristrutturazione del capitalismo che è già in atto, e che si tradurrà in una maggiore accumulazione di capitale nelle mani delle grandi concentrazioni finanziarie, le quali hanno più margini di investimento nell’innovazione tecnologica che caratterizza la c.d. quarta “rivoluzione” industriale. La massiccia applicazione delle innovazioni tecnologiche alla produzione industriale sta determinando, da un lato, un incremento del plusvalore relativo, in relazione all’aumento della produttività a parità di costi (considerato l’ammortamento degli investimenti produttivi, vale a dire del capitale costante), dall’altro, un incremento del plusvalore assoluto, quale risultato della riduzione dei lavoratori impiegati nella produzione e dell’abbassamento del valore medio dei salari (riduzione del capitale variabile, vale a dire dei costi legati alla forza lavoro). In questa fase di crisi e ristrutturazione capitalista, come sempre è accaduto, cresce, più di quanto è oramai fisiologica, la disoccupazione e, pertanto, aumenta l’offerta di lavoro, con ulteriore abbassamento del costo del lavoro, che si aggiunge alla riduzione media del valore dei salari dovuta a una diseguale divisione del lavoro sociale.

Le conseguenze di questa crisi economica non saranno uguali per tutti ma, al contrario, differenti e contrapposte, e stanno già agendo in modo traumatico sull’organizzazione del lavoro e sulla condizione dei lavoratori. La tendenza alla diseguaglianza economica e sociale crescerà ancora, con maggiore forza nei paesi più industrializzati, soggetti ad una epocale ristrutturazione industriale e ad una contemporanea trasformazione dei processi produttivi. La crisi sociale sarà devastante per i popoli che vivono nei paesi con il debito pubblico più alto, poiché i loro governi saranno costretti ad ulteriori privatizzazioni e politiche economiche di austerità. Mentre la bufera infuria e il riparo dei porti sicuri è irraggiungibile, non resta che unire le forze, resistere e navigare in mare aperto, avendo ben chiara la rotta. La crisi di sovrapproduzione di merci da immettere in un mercato mondiale depotenziato, la debolezza dei mercati interni e la tendenziale caduta del saggio di profitto, determinano uno stato di crisi permanente, nel quale il conflitto tra capitale e lavoro assume ancora una posizione centrale ed esprime con sempre più forza la possibilità e la necessità di una nuova fase rivoluzionaria.