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Per una critica dell’eurocomunismo

di Fosco Giannini

L’eurocomunismo è un paradosso. Tanto è stata forte la sua azione negativa e disgregatrice sui quei partiti comunisti europei che l’hanno lanciato e sostenuto, quanto fragile è stato il suo pensiero politico e teorico. L’azione dell’eurocomunismo ha contribuito notevolmente al processo di trasformazione del PCI in quel PDS che sarebbe poi giunto ad essere oggi il PD; la sua spinta ha accelerato i processi di involuzione politica, teorica e ideologica che erano già fortemente presenti nel PCI di Berlinguer facilitando di molto il percorso verso la “Bolognina”. L’eurocomunismo si è offerto tra le più importanti basi materiali della crisi del Partito Comunista di Spagna (PCE) e della sua non insignificante perdita di autonomia e identità all’interno di Izquierda Unida. L’eurocomunismo ha offerto anche un importante contributo alle difficoltà che dalla fine degli anni ’70 in poi ha incontrato il Partito Comunista Francese. Ma è qui il paradosso: pur avendo dispiegato tanta energia dissolutrice, dell’eurocomunismo – in virtù di quella particolata fatiscenza ideale e ideologica che l’ha contrassegnato – poco è rimasto nella memoria dei militanti comunisti degli anni ‘70 e quasi nulla è arrivato alla conoscenza delle nuove generazioni. Certo, esso ha influenzato e continua a influenzare, in modo più o meno carsico, impianti politico-teorici come quello “bertinottiano” e di altre esperienze , italiane ed europee, della sinistra radical (con prospettive liberal, come nel caso del PD)  ma la questione è che l’eurocomunismo in quanto tale, per la sua intrinseca debolezza teorica, come concreta esperienza politica, ha subìto una sorta di rimozione storica, tant’è che oggi non pochi pensano all’eurocomunismo non tanto come al tentativo di sistematizzazione di un pensiero politico, ma, molto più banalmente, come  all’agire dei partiti comunisti in Europa. Si pensa all’eurocomunismo come ad una semplice denominazione derivante dalla collocazione geografica di alcuni partiti comunisti, non derivante, come invece è stato, dalla loro “nuova” collocazione ideologica, ai bordi del marxismo ed esterna al leninismo.

Perché si è verificato questo strano fenomeno? Essenzialmente – parlando cioè del cuore delle cose – perché il tentativo, teoricamente nichilista e disperato, portato avanti dall’eurocomunismo di essere una “nuova via” tra comunismo e socialdemocrazia è infine degenerato in un sistema di pensiero e in una prassi inevitabilmente socialdemocratica. Una delle varianti della socialdemocrazia. Di questa degenerazione il prezzo più alto l’ha pagato il PCI, che negli anni ’70, assommando sulle proprie spalle, già cariche di processi involutivi, anche il peso dell’eurocomunismo, è giunto al proprio suicidio politico, autodissolvendosi. Un prezzo pesante l’ha pagato anche il PCE, nella sua perdita di profilo politico e culturale autonomo all’interno dell’Izquierda. L’ha pagato anche il PCF che tuttavia, non facendosi irretire sino in fondo e infine liberandosi in buona misura dall’ideologia eurocomunista, ha potuto evitare la fine triste e ingloriosa del PCI, rilanciandosi.

 

 

 

Ma come è nato, che cosa è stato l’eurocomunismo?

 

I tre partiti comunisti che nella metà degli anni ’70, in Europa, iniziano a mettere a fuoco l’idea e la pratica dell’eurocomunismo sono – come abbiamo già visto – il PCI, il PCF e il Partito Comunista di Spagna (PCE). Ai loro fianchi si accostano il PC Britannico, il PC Belga e il PC dell’Interno, una piccolissima formazione politica comunista greca che già nel proprio nome (dell’Interno) critica il ben più forte Partito Comunista di Grecia (KKE), che per il suo forte legame con l’Unione Sovietica e con il movimento comunista internazionale, sarebbe stato “dell’Esterno”.

Il partito comunista che più degli altri spinge per l’obiettivo dell’eurocomunismo è il PCI e il leader che inizialmente con più vigore e carisma lavora per questa “nuova via” è Enrico Berlinguer. Nel corso degli eventi, nel processo di costruzione dell’eurocomunismo, a volte la spinta di Berlinguer è superata da quella di Santiago Carrillo, segretario del PCE. Mentre la spinta del PCF e del suo segretario, Georges Marchais, è all’inizio più prudente e guardinga; il PCF entra per ultimo nel movimento eurocomunista, per poi accelerare improvvisamente la svolta verso quella “nuova via” al proprio XXII Congresso, nel febbraio del 1976. Una svolta preceduta, nel PCF, dalla “Dichiarazione delle Libertà”, del 15 maggio 1975, con la quale si inizia a identificare – tout court – la democrazia con la democrazia parlamentare borghese. Strada già ampiamente percorsa dal PCI e dal PCE di questa stessa fase.

Quali sono, sul piano prettamente cronologico-temporale, le tappe che portano alla costituzione, al manifestarsi dell’eurocomunismo? Parliamo delle tappe cronologiche, delle tribune pubbliche dalle quali “la nuova via” prende la parola, poiché l’emersione sul piano storico del fenomeno ideologico e politico eurocomunista ha caratteri ben più problematici, controversi e profondi.

Nel 1974 i tre partiti eurocomunisti principali lavorano assiduamente per giungere ad una Conferenza di tutti partiti comunisti europei, nel tentativo di presentare le tesi della “nuova via” e anche nella speranza di svolgere un ruolo egemonico sul movimento comunista europeo, in contrapposizione al PCUS, all’Unione Sovietica. In Europa, in contrapposizione, soprattutto, al PC Portoghese. Il tentativo si infrange di fronte ai tanti problemi di ordine politico e teorico che emergono nel rapporto che i tre partiti eurocomunisti hanno con il resto del movimento comunista europeo (il già citato PC Portoghese, quello Greco, l’Akel di Cipro e tanti altri partiti comunisti europei sono nettamente contrari alle tesi eurocomuniste). La Conferenza salta e sarà organizzata solo nel 1976, a Berlino.

Dal 9 all’11 luglio 1975 il PCI e il PCE, i veri acceleratori dell’esperienza eurocomunista, hanno un incontro bilaterale a Livorno, ove vengono meglio delineate le linee politiche e teoriche della “nuova via” eurocomunista; il 15 novembre dello stesso ’75 il PCI (che dunque mena le danze) incontra bilateralmente, ancora e significativamente, in Italia, il PCF.

Il 27 febbraio del 1976, al XXV Congresso del PCUS, Enrico Berlinguer, nel suo intervento, anticipa ampiamente il “nuovo” pensiero eurocomunista, identificando nel “pluralismo politico e culturale” la nuova via al socialismo, sovrapponendo di fatto la “nuova via” al modello democratico borghese già esistente, riducendo, al di là dell’enfasi, la rivoluzione socialista al mandato parlamentare classico. Il coro d’acclamazione che si leva da tutto l’apparato mediatico dell’occidente capitalistico e che elegge Berlinguer a paladino della libertà, appare in verità un concerto per l’accoglimento del segretario del PCI nella grande casa del sistema liberal-democratico (pochi anni dopo sarà la stessa classe borghese italiana ad affidare al nuovo quotidiano “la Repubblica” e al suo direttore Eugenio Scalfari il compito di spegnere per sempre il PCI). L’accettazione della democrazia borghese e delle sue sofisticate forme volte al mantenimento del potere capitalistico non risponde certo all’esigenza (vera) di indagare e mettere sotto critica gli apparati di potere sclerotizzati sovietici di questi anni; non risponde a quell’esigenza di una maggiore democrazia socialista e rivoluzionaria che si andava manifestando nel socialismo concretizzatosi. Con la rinuncia teorica al potere della “classe”, la linea eurocomunista espressa da Berlinguer non solo aderisce pienamente a un sistema di potere già ben conosciuto, quello del capitale, ma rinuncia preventivamente a una critica comunista, “da sinistra”, al potere post staliniano, rimuovendo e rinunciando – ed è un aspetto tra i più gravi dell’intera questione – ad ogni nuova (questa sì, nuova!) ricerca politico-teorica relativa ad un più fecondo rapporto, nel sistema socialista, tra potere centrale rivoluzionario e lavoratori, tra potere centrale e società. Una questione che da lì a pochi anni affronterà lucidamente, rinverdendo il pensiero leninista e il valore dei soviet, il nuovo segretario generale del partito comunista dell’Unione Sovietica Yuri Andropov, che tuttavia avrà poco tempo per rilanciare il progetto e la stessa Unione Sovietica, morendo dopo soli due anni (nel 1984) dalla sua elezione come segretario, avvenuta nel 1982.

Dal 29 al 30 giugno del 1976, alla Conferenza dei partiti comunisti europei a Berlino, la triade eurocomunista, con diversa “esposizione”, manifesta le proprie tesi. Dal 2 al 3 marzo del 1977 si giunge al vertice eurocomunista di Madrid, dove Enrico Berlinguer, Santiago Carrillo e Georges Marchais in qualche modo “fondano” l’eurocomunismo. Una “fondazione” così farraginosa sul piano dell’elaborazione politica e teorica (nel senso che la delineazione di una “nuova via” tra comunismo e socialdemocrazia è così debole che nei fatti non riesce) che il primo vertice eurocomunista di Madrid sarà anche l’ultimo.

Ma se queste sono le tappe cronologiche del manifestarsi dell’eurocomunismo, quali sono le differenze politico-teoriche che esso tende a rimarcare rispetto al movimento comunista? Su quali basi ideologiche “nuove” vorrebbe costituirsi questo movimento?

Naturalmente, la questione è corposa e non facilmente sintetizzabile in questo intervento. Come su altre grandi questioni, a partire dal mettere a fuoco i motivi di fondo dell’autodissoluzione dell’Unione Sovietica e del socialismo concretamente realizzatosi, sarebbe opportuno che fossero gli attuali partiti comunisti europei ad avviare una profonda riflessione collettiva, anche come “primo moto” di una loro più profonda unità di lotta e di ricerca teorica in questa fase segnata dal dominio dell’imperialismo USA, della NATO e dell’Ue.

Tuttavia, se una questione dobbiamo rimarcare come centrale nel pensiero eurocomunista, nel profilo politico-teorico della “nuova via”, la questione è sicuramente quella dell’abbandono/rimozione del leninismo.

Questo abbandono segnerà di sé le nuove politiche nazionali, a metà degli anni ’70, del PCI, del PCE e del PCF nei loro paesi. Segnerà di sé la nuova concezione delle alleanze; la nuova concezione eurocomunista della democrazia borghese (nel senso che essa è assunta come ultimo orizzonte della trasformazione sociale e politica), la nuova concezione dell’organizzazione comunista, dei processi di integrazione europei, dell’antimperialismo, la stessa concezione del movimento comunista internazionale, sino a segnare di sé la stessa, nuova, natura di un partito comunista.

Nella prima metà degli anni ’70 il PCI è in grande crescita nel paese: tra le amministrative del ’75 e le politiche del ’76 un italiano su tre vota PCI. L’ora della grande trasformazione sociale sembra essere vicina. Ma tra il 28 settembre e il 9 ottobre del 1973 escono tre articoli su “Rinascita” a conclusione dei quali Berlinguer lancia il progetto del compromesso storico. Tale proposta, che degenererà inevitabilmente nella linea subordinata e probabilmente mortale per il PCI della “solidarietà nazionale”, muove dalla tragica fine dell’esperienza socialista cilena e dall’assassinio di Allende e motiva la grande alleanza con i cattolici (con la DC) partendo dal fatto che “la sinistra non può pensare che il 51% dei consensi elettorali può permettere, in un paese capitalista, una trasformazione in senso socialista”. La proposta di compromesso storico –che prende forma attraverso un vastissimo dibattito politico e teorico, in cui sia il Gramsci della società civile, del blocco storico e dell’egemonia, che il Togliatti della via italiana al socialismo sono violentemente e malamente piegati alla proposta berlingueriana – questa proposta sarà il cavallo di Troia necessario al PCI per entrare definitivamente, abbandonando ogni residuo leninismo, nella città della democrazia borghese, ove il progetto di rottura rivoluzionaria è per sempre abbandonato e la nuova e suprema legge politica e sociale è l’organizzazione del consenso elettorale. A nulla vale il fatto che sia il pensiero di Gramsci che quello di Togliatti mai avevano escluso la rottura rivoluzionaria e mai avevano assunto come dogma assoluto la via parlamentare al socialismo come unica e sola via. La fuoriuscita dal leninismo che comporta la scelta strategica del compromesso storico ha alle spalle l’abbandono, da parte del PCI, dell’organizzazione del partito di tipo leninista-gramsciano, un abbandono, quello  del partito costruito essenzialmente nei luoghi di lavoro, già messo in atto da almeno un quindicennio; ha alle spalle la netta contrarietà all’integrazione europea degli anni ’50 e ’60 ed evoca di fronte a sé, per il proprio futuro, la presa di distanza dalle rotture rivoluzionarie, dai giacobini alla Comune di Parigi, giungendo col tempo (col futuro “strappo” berlingueriano) alla rottura con la Rivoluzione d’Ottobre. Evoca di fronte a sé la completa accettazione delle regole del sistema liberal borghese, del partito organizzato solo in sezioni territoriali (staccandolo dai luoghi del conflitto capitale-lavoro), del fronte politico e militare atlantico sotto il comando della NATO e di un sistema economico “misto” tra pubblico e privato ma, escludendo a priori e strategicamente il potere rivoluzionario, subordinato al dominio del modo di produzione capitalistico. Tutto ciò all’interno di un quadro che già prevedeva, per il PCI, la rottura dell’unità del movimento comunista internazionale, rottura non esplicitata in termini chiari ma fatta ampiamente percepire e vivere attraverso il progressivo distacco dal fronte comunista mondiale.

È su queste basi materiali, politiche e ideologiche che il PCI, nella metà degli anni ’70, si prepara ad essere l’avanguardia dell’eurocomunismo.

Se il PCI di Berlinguer è l’avanguardia della cosiddetta “nuova via” tra comunismo e socialdemocrazia, il PCE di Santiago Carrillo, dell’eurocomunismo, diviene ben presto il primo paladino.

La Spagna coeva all’eurocomunismo è quella, ferocemente antioperaia, antidemocratica e anticomunista, degli ultimi rantoli del franchismo. Franco muore nel 1975, ma il franchismo prosegue sino alle elezioni del ’77 e solo nel marzo di questo stesso anno il PCE esce dall’illegalità. L’impossibilità, da parte delle forze comuniste spagnole, di ripetere la rivoluzione anti salazarista portoghese dei garofani e il desiderio spagnolo di massa di democrazia, dopo oltre trent’anni di dittatura franchista, rappresentano con ogni probabilità le basi materiali sulle quali si determina l’affrettata scelta eurocomunista del PCE. Come per il PCI del compromesso storico, anche per il PCE il superamento del leninismo e la scelta strategica della democrazia liberal borghese appaiono, in quella fase, le strade maestre per la totale “legalizzazione” del PCE agli occhi del popolo spagnolo e per la costruzione di nuovi legami di massa. Lo stesso risultato elettorale (meno del 10%) che consegue il PCE nel 1977, prime elezioni dopo il franchismo, spinge il gruppo dirigente guidato da Carrillo a velocizzare il processo di “eurocomunistizzazione”, nella speranza che presentando alle masse un nuovo PCE, lontano dal movimento comunista internazionale e più “democratico”, sarebbero giunti più grandi consensi elettorali. Una speranza che le successive sconfitte elettorali del PCE avrebbero trasformato in illusione.

È comunque Carrillo, ancor più di altri dirigenti dell’eurocomunismo, a spingersi ben oltre il leninismo e ben dentro la cultura democratico-borghese: «È evidente – afferma nel 1976 – che i partiti comunisti dei Paesi capitalistici sviluppati, devono affrontare una problematica particolare, devono affrontare esigenze specifiche allo sviluppo della lotta di classe nel nostro ambiente. Questo ci conduce verso vie e forme di socialismo che non saranno uguali a quelli di altri Paesi… L’egemonia delle forze del lavoro e della cultura non sarà utilizzata attraverso forme dittatoriali, ma nel rispetto del pluralismo politico e ideologico, senza partito unico, e con un riferimento costante al risultato del suffragio universale». Dietro il rifiuto delle “forme dittatoriali” emerge chiara la scelta del sistema democratico borghese e della via elettorale al socialismo come unico orizzonte strategico. Nel suo saggio “L’eurocomunismo e lo Stato”, Carrillo non solo rompe totalmente con la concezione del potere leninista rivoluzionario, ma anche con il progetto comunista di superamento del modo di produzione capitalistico, tratteggiando una via economica che, pur autodefinendosi “nuova”, rimanda di fatto a soluzioni economiche strategiche di stampo keynesiano. Le severe critiche al modello di sviluppo sovietico, nel saggio di Carrillo, non sembrano altro che idee conseguenti alla nuova weltanschauung eurocomunista in salsa spagnola, piuttosto che una, peraltro necessaria, “critica da sinistra” all’esperienza economica sovietica.

L’esito dell’eurocomunismo spagnolo non sarà drammatico come quello del PCI, sfociato nel suicidio politico. Ma la scelta, molto eurocomunista, di liquefare spesso il PCE nell’Izquierda Unida, sarà comunque una scelta che porterà più volte l’autonomia culturale e organizzativa del PCE vicina al rischio d’estinzione. E di ciò discutono da tempo gli stessi dirigenti e militanti del PCE.

Abbiamo già visto come l’adesione del PCF all’eurocomunismo sia stata meno immediata di quella del PCI e del PCE. Tuttavia, anch’essa matura nel rapporto tra il PCF e la politica interna francese e più specificatamente nel rapporto con il Partito Socialista. Sin dagli anni ’20 le relazioni tra PCF e socialisti erano state contraddittorie e persino burrascose, con momenti di forte unità come nella fase del Fronte popolare della seconda metà degli anni’30, che vince le elezioni e sfocia nel governo socialista Blum appoggiato dai comunisti. Da questa fase, però, e per circa quarant’anni, i rapporti tra comunisti e socialisti si raffreddano sino allo scontro. È solo nel 1972 che PCF e socialisti tornano a progettare un’unità che va persino al di là della fase elettorale per farsi Programma Comune, di governo e trasformazione sociale e che si protrae per alcuni anni. Una fase che incrocia sia l’esperienza Allende in Cile e quella della vittoria dei comunisti e della sinistra in Portogallo, con il sostegno dell’esercito rivoluzionario (c’è da dire che nella primavera del 1975 il PCF, non ancora organico all’eurocomunismo, sostiene pienamente la rivoluzione portoghese dei garofani, mentre sia il PCI che il PCE criticano lo sbocco portoghese, interpretandolo come una sorta di golpe comunista. E questa differenza di vedute tra PCF e gli altri due partiti anticipa i diversi sbocchi post eurocomunisti: la morte politica del PCI e la crisi del PCE, a fronte della, seppur difficile, “tenuta” dei comunisti francesi).

Tuttavia, una volta imboccata la strada dell’eurocomunismo, anche il PCF inizia a soppesare diversamente la rivoluzione portoghese e nel 1976 Marchais, analizzando insieme sia la via portoghese che la via cilena di Allende afferma, assumendo nell’essenza, per il PCF, lo stesso spirito del compromesso storico di Berlinguer: «Due sono i pericoli che emergono quando si dà vita a un governo che si pone l’obiettivo di portare una società dal capitalismo al socialismo: il primo è quello di non operare in tempo le trasformazioni democratiche delle strutture economiche e politiche con l’appoggio del movimento popolare, quando ve ne siano le condizioni, mentre il secondo è quello di gettarsi in operazioni avventuristiche che non corrispondono alle possibilità reali del movimento popolare, ma siano semplicemente manifestazioni della velleità di “bruciare le tappe” e conducano le forze rivoluzionarie all’isolamento».

L’unità con i socialisti, l’allargamento di tale unità “al popolo francese” e la politica moderata che tale vasta unità comporta sono determinanti nello spingere il PCF verso l’approdo eurocomunista. Tra il 1973 ed il 1978 accadono tre fatti che, nonché allontanare il PCF dall’eurocomunismo, lo avvicinano ulteriormente: nelle elezioni del 1973, dopo tanti anni di egemonia e superiorità elettorale del PCF sui socialisti, questi superano il PCF, che raccoglie il 20,6% dei voti a fronte del 22,12% del partito socialista; nel 1977 si rompe la stessa unità PCF-socialisti e nelle elezioni del 1978 i socialisti distaccano notevolmente i comunisti: il 18,6% va al PCF mentre il Partito Socialista raggiunge il 28,31%.

La sconfitta elettorale e la fine dell’unità con il Partito Socialista infondono un timore nel PCF, quello di distaccarsi dal sentire popolare e per ristabilire rapporti di massa i comunisti francesi spingono sull’acceleratore moderato, abbandonando mano a mano le loro posizioni vicine all’Unione Sovietica e al movimento comunista internazionale, ammorbidendo le loro posizioni verso l’Alleanza Atlantica  e iniziando una nuova politica di progressiva integrazione nella Comunità Europea, prodromica alla futura accettazione della stessa UE.

Proprio il nuovo e organico rapporto con l’Ue si rivelerà come il moderato epilogo futuro per i tre grandi partiti dell’eurocomunismo, pur nelle tre varianti: l’erede del PCI, il PD, si trasformerà nello stesso “braccio armato” delle politiche liberiste dell’UE in Italia; il PCF diverrà “criticamente europeista”, mentre il PCE diverrà, attraverso le politiche dell’Izquierda Unida, ben più europeista e meno critico del PCF verso Bruxelles. Anche per il PCF, comunque, il prezzo più alto da pagare, per l’adesione all’eurocomunismo, è l’abbandono del leninismo e della sua concezione rivoluzionaria del potere. Scriverà Flores d’Arcais nel 1979, una volta tanto azzeccandoci: «La concezione della dittatura del proletariato viene abbandonata anche dal PCF, durante il suo XXII Congresso, mentre il PCI e il PCE hanno compiuto questa svolta già da tempo. La democrazia diviene democrazia tout court, priva di connotazioni di classe; l’adesione ad essa non è più concessione tattica, come in Lenin, ma un valore fondamentale. Accettando il principio che ogni minoranza può divenire maggioranza e viceversa, secondo il voto sovrano dei cittadini, si ha la sostanziale rinuncia alla rivoluzione come mezzo per acquisire il potere». E abbandonando la concezione del potere, aggiungiamo, conseguentemente si abbandonano tutte le altre concezioni leniniste, rivoluzionarie e comuniste: la concezione del partito come avanguardia e la concezione stessa della lotta di classe come strumento strategico rivoluzionario e non tradunionista.

Vi è una notazione finale sull’eurocomunismo: dietro le parole scarlatte dei suoi dirigenti volte a rimarcare “la fine della concezione dell’URSS come paese guida del movimento comunista internazionale” si nascondeva in verità il vero obiettivo di quella rottura, un obiettivo in quella fase indicibile anche per le forze eurocomuniste: il distacco del movimento operaio complessivo europeo dal movimento comunista internazionale. Sulla scorta dell’elaborazione della Seconda Internazionale, gli eurocomunisti tendevano a riaffidare al movimento operaio europeo il ruolo di classe centrale a livello mondiale, cancellando così uno dei valori assoluti del leninismo e della stessa Rivoluzione d’Ottobre: aver consegnato alle classi operaie esterne alle cittadelle imperialiste e capitaliste, attraverso la “rottura dell’anello debole della catena” e lo spostamento del processo rivoluzionario fuori dall’Europa, quel ruolo rivoluzionario che il marxismo meccanicistico e positivista della Seconda Internazionale avevano loro negato.

Non sarà un caso, dunque, che l’eurocomunismo del PCI, il partito ucciso da quella grave revisione, finirà per rompere non solo con il movimento comunista mondiale ma con lo stesso movimento comunista europeo, andando all’abbraccio definitivo e mortale con la socialdemocrazia svedese di Olof Palme e quella tedesca di Willy Brandt. Premesse alla degenerazione ulteriore nel PD liberista. La scelta del PCI di questa fase di rompere, di fatto, i rapporti (oltre che con Mosca e con tanta parte del movimento comunista mondiale) anche con i partiti comunisti europei non eurocomunisti, al fine di rafforzare i legami con le forze socialdemocratiche e socialiste, produce effetti stravaganti e censure. Nelle elezioni amministrative in Grecia del 1982, ad esempio, il Partito Comunista di Grecia (KKE) ottiene un grande successo, raddoppiando e a volte persino triplicando i voti. Il Pasok (il partito socialdemocratico verso il quale il PCI inizia a rivolgere maggiormente le proprie attenzioni) perde circa il 9%. Ma il quotidiano del PCI “l’Unità” titola solamente: “Gli elettori confermano la spinta al cambiamento”, rimuovendo sia la vittoria comunista che la secca perdita socialdemocratica. Il grande passo che portava il PCI nell’alveo moderato era compiuto.