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Per l’unità

delle forze comuniste

e di classe in europa

di Fosco Giannini

Questo scritto è parte del libro di Fosco Giannini LIBERARE I POPOLI, pubblicato dalla Casa Editrice

La Città del Sole” nel febbraio 2020

Lo scorso 19 settembre una vasta maggioranza del Parlamento europeo ha approvato una nefasta, quanto inquietante – per ciò che riguarda il futuro della stessa democrazia nei Paesi dell’Ue – risoluzione tendente a equiparare la storia e il pensiero comunista alla storia e al pensiero nazista, tentando di cancellare, con ciò, non solo la storia gloriosa del movimento comunista e operaio ma anche le esperienze della Resistenza e della lotta partigiana contro il nazifascismo di tutta Europa, lotte che videro i comunisti e le comuniste europee offrirsi come cardine – spesso sacrificale – per tutte le lotte di Liberazione. Peraltro, ci torneremo, la risoluzione del Parlamento europeo è segnata da una forte inclinazione a demonizzare molto di più il comunismo che il nazismo, un’inclinazione peraltro “comprensibile” dal punto di vista degli interessi neoimperialisti dell’Ue. Non è certo la prima volta che il Parlamento europeo punta a cancellare dalla storia il movimento comunista, la sua concezione del mondo, antitetica al liberismo neoimperialista dell’Ue, attraverso il più bieco dei trucchi: quello di sovrapporlo al male assoluto, il nazifascismo. Nell’ultimo quindicennio almeno altre quattro volte il Parlamento dell’Ue ha tentato questa operazione. Una chiara e determinata posizione anticomunista dell’Ue che ha preso man mano corpo, trasformandosi ormai in un vero e proprio “tumore” politico e ideologico, sia attraverso la supina e interessata accettazione delle innumerevoli legislazioni anticomuniste, tendenti a mettere fuorilegge i partiti comunisti, promosse in vari Paesi dell’Ue, che attraverso la “benedizione” piena dei movimenti nazifascisti, come quello che ha costruito e poi sostenuto nel sangue il “golpe” di Poroshenko in Ucraina, o attraverso un criminale silenzio come quello che l’Ue ostentò di fronte alla manifestazione dell’11 novembre 2018 a Varsavia, dove 200 mila fascisti provenienti da tutta Europa marciarono – dietro le insegne nazifasciste e con i più beceri slogan razzisti – sotto la guida del Presidente della Repubblica polacca, Andrzej Duda, dell’allora capo del governo polacco, Mateusz Morawiecki e di Jaroslaw Kaczynski, il leader del partito di maggioranza e di destra PiS (Diritto e Giustizia) che governava in Polonia. Un drappello nero e anticomunista alla testa di 200 mila anime reazionarie verso il quale Bruxelles vigliaccamente tacque, genuflessa. La risoluzione del Parlamento europeo dello scorso 19 settembre non è che la punta dell’iceberg di un’operazione di revisionismo storico su vasta scala, tendente a costruire un senso comune di massa dei popoli dell’Ue subordinato alla dittatura culturale ed economica dell’imperialismo in progress dell’Ue, che viene disseminato su tutti i Paesi dell’Ue, nei quali si ripete l’operazione che si lancia a Bruxelles. I media dei 27 Paesi dell’Ue ripetono e amplificano ossessivamente (è questa l’Unione europea: l’unità della reazione europea) il messaggio imposto dal potere imperialista centrale volto ad eliminare dal campo della lotta l’unica forza e l’unico pensiero politico che può comprendere i meccanismi di costruzione del potere imperialista dell’Ue e combatterli: il pensiero comunista e di classe, i partiti comunisti. Il messaggio anticomunista proveniente dal potere centrale di Bruxelles si dipana in tutta l’Ue attraverso ogni canale possibile, programmi televisivi, film, telegiornali, rotocalchi, libri di scuola, militarizzazione, da parte della weltanschauung di Bruxelles, di intellettuali, docenti, storici, artisti, tutti al servizio – tranne la nuova resistenza comunista e antimperialista – della costruzione del nuovo polo imperialista mondiale: l’Ue. Non possiamo dimenticare, a partire da ciò, il disgustoso programma che in Italia, il 27 ottobre del 2007, il TG2 mandò in onda per affermare, raccontare alle giovani generazioni, “formarle”, che la Rivoluzione d’Ottobre era stata una delle peggiori, orrende e più sanguinose pagine della storia dell’umanità, che essa era totalmente equiparabile al nazismo e che aveva segnato di sé, del proprio orrore antiumano, tutta la storia dell’Unione Sovietica e dell’intero movimento comunista mondiale, compresa l’intera storia del Partito Comunista Italiano. Ciò, già nel 2007, dodici anni prima dell’attuale risoluzione del Parlamento europeo. Tra le più lucide risposte alla risoluzione del 19 settembre vi è quella degli eurodeputati del Partito Comunista Portoghese. Che, tra l’altro, scrivono: «Il testo ora approvato promuove le concezioni e le falsificazioni più reazionarie della storia contemporanea nel deplorevole tentativo di equiparare il fascismo e il comunismo, minimizzando e giustificando i crimini del nazifascismo e mettendo a tacere le responsabilità conniventi delle grandi potenze capitaliste – come il Regno Unito o la Francia – che aprirono la strada all’inizio della Seconda Guerra Mondiale nella speranza di spingere le orde naziste contro l’URSS, come effettivamente si verificò, con gli immensi costi umani e materiali per l’Unione Sovietica, che nessun altro paese dovette sostenere. Inserendo questa spudorata equiparazione nel contesto del Patto Ribbentrop-Molotov, nascondendo il suo background storico, la risoluzione adottata dalla maggioranza del parlamento europeo omette importanti comportamenti di tolleranza, complicità e allineamento delle grandi potenze capitaliste con l’ascesa del fascismo in diversi paesi europei, motivati dalla lotta all’ideale comunista e alle enormi conquiste economiche e sociali raggiunte dai lavoratori e dai popoli dell’URSS, che hanno incoraggiato la lotta e le aspirazioni dei lavoratori e dei popoli in tutta Europa. Da ciò si evince l’assenza intenzionale di riferimenti nella risoluzione adottata dalla maggioranza del parlamento europeo al Patto di Concordia e Cooperazione del 15 luglio 1933 tra il Regno Unito, la Francia, la Germania e l’Italia, che ha aperto la strada al riarmo della Germania; o il sostegno militare di Hitler e Mussolini a Franco e al colpo di stato fascista che portò alla guerra civile in Spagna, il cui governo fascista sarebbe stato riconosciuto dalla Francia e dal Regno Unito nel febbraio del 1939; o la Conferenza di Monaco, che avrebbe portato all’omonimo Trattato, firmato il 30 settembre 1938 tra Germania, Francia, Italia e Regno Unito, per lo smembramento della Cecoslovacchia occupata dall’esercito nazista, con parti del suo territorio occupate da Polonia e Ungheria. O il sabotaggio dei governi francese e inglese agli sforzi per negoziare un patto di mutua assistenza tra i loro paesi e l’Unione Sovietica che avrebbe impedito la Seconda Guerra Mondiale, che ha incoraggiato quei governi ad aspettarsi un conflitto tedesco-sovietico. La risoluzione adottata dalla maggioranza del parlamento europeo non solo cancella la collusione dei grandi monopoli tedeschi con Hitler, ma cerca di cancellare il decisivo contributo dei comunisti e dell’Unione Sovietica alla sconfitta del nazifascismo e alla liberazione dei popoli dal giogo coloniale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una risoluzione che intende anche mettere a tacere il ruolo dei comunisti nella liberazione dei popoli dall’oppressione fascista, come in Portogallo, o il ruolo che hanno svolto e svolgono nel promuovere i diritti democratici, politici, economici, sociali e culturali dei lavoratori e dei popoli. Questa risoluzione contiene ancora un altro elemento la cui gravità non può essere ignorata: intende aprire la strada all’intensificazione e alla generalizzazione della persecuzione e del divieto dei partiti comunisti e a porre ostacoli, come sta accadendo, ad altre forze progressiste e al movimento sindacale con la complicità di Unione Europea e NATO, in diversi Stati membri – come Lituania, Estonia, Lettonia e Polonia, tra gli altri – dove, insieme alla riabilitazione e all’esaltazione storica del fascismo e alla glorificazione dei collaboratori con il nazifascismo, si distruggono i monumenti della resistenza antifascista, inclusa quella dell’Armata Rossa, si fomenta la xenofobia e il razzismo e vengono promosse le forze fasciste». (da Marx 21.it, traduzione di Mauro Gemma). Per la loro mirabile analisi abbiamo lasciato ai compagni eurodeputati del PC Portoghese il compito di sviscerare il contenuto della risoluzione del Parlamento europeo. È altresì interessante sviluppare un’analisi politico-semantica del testo della risoluzione del 19° settembre: a dimostrazione del fatto che il suo vero obiettivo è la feroce demonizzazione del comunismo (che viene, infatti, affiancata da una labile e liturgica condanna del nazismo) nei primi sedici punti preliminari al testo complessivo il comunismo è condannato ben cinque volte in cinque punti diversi (sei volte in sei punti diversi se vogliamo enumerare – come va fatto – anche il punto che parla della “storica risoluzione sulla situazione in Estonia, Lettonia e Lituania, approvata il 13 gennaio 1983 in risposta al cosiddetto appello baltico”), mentre la parola nazismo viene utilizzata (in tutti i primi 16 punti!) una sola volta e per il resto il nazismo è sempre evocato, e mai citato con il proprio nome, tra i “regimi totalitari” o “autoritari” (sempre assieme al comunismo) o come esperienza razzista o xenofoba. La presa di distanza dal nazismo, cioè, a partire dal testo stesso della risoluzione, appare priva di ogni pathos e sincerità e appare totalmente funzionale – un cavallo di Troia – a una condanna in toto del comunismo, il vero nemico strategico, peraltro, di questa Ue reazionaria, iperliberista, neocolonialista e neoimperialista. Molti sono i fatti concreti, al di là del vero corpus della risoluzione del 19 settembre, che depongono a favore di una Ue preminentemente anticomunista e mai sinceramente antifascista, primo di tali fatti concreti quello relativo alla messa fuorilegge dei partiti comunisti in tanti Paesi dell’Ue che mai l’Ue ha condannato o chiesto di cancellare. I partiti comunisti, in questi anni, nell’assoluto, untuoso e interessato silenzio dell’Ue, sono stati dichiarati fuorilegge, messi nell’illegalità o costretti a cambiare nome in Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria. Ricordando anche la messa fuorilegge del partito comunista della Georgia, i continui tentativi di mettere nell’illegalità il partito comunista della Moldavia e il fatto che in Svizzera il partito comunista è stato illegale dal 1940 al 2007. È vero che la Svizzera non fa parte dell’Ue e che Bruxelles poteva, a partire da ciò, avere qualche elemento oggettivo per dare senso al proprio silenzio in relazione all’orrore antidemocratico insito nel fatto che i comunisti svizzeri fossero illegali, ma nemmeno l’Ucraina fa parte dell’Ue e ciò non ha impedito all’Ue di appoggiare il movimento nazifascista di piazza Maidan, accodandosi così criminalmente agli USA e alla NATO, che hanno organizzato, foraggiato e istruito le bande criminali favorevoli al golpe di Poroschenko. A dimostrazione del carattere non solo chiaramente ed essenzialmente anticomunista della risoluzione Ue del 19 settembre, ma anche del suo carattere filoimperialista volto a demonizzare anche l’attuale fronte antimperialista mondiale, vi sono i punti 15 e 16 del documento, riferiti alla Russia di Putin. Citiamoli: 15. sostiene (la risoluzione, n.d.r.) che la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l’élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e ad esaltare il regime totalitario sovietico; invita pertanto la società russa a confrontarsi con il suo tragico passato; 16. è profondamente preoccupato per gli sforzi dell’attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico; considera tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l’Europa democratica allo scopo di dividere l’Europa e invita pertanto la Commissione a contrastare risolutamente tali sforzi. Come si vede, l’Ue punta già ora a svolgere il ruolo di poliziotto imperialista mondiale, avente l’intento di dettare le regole internazionali e disseminare il proprio pensiero liberista e reazionario sull’intero quadro mondiale. Putin è avvisato! Peraltro, l’aggressività imperialista che fuoriesce da questi articoli 15 e 16 della risoluzione depone a favore di quella lotta che in troppo pochi conducono contro la formazione dell’esercito europeo, che anche tanta parte della sinistra italiana (persino una parte comunista) invece sostiene o, nella “migliore” delle ipotesi, sottovaluta. È del tutto evidente che la risoluzione del 19 settembre e, in generale, tutta la posizione violentemente anticomunista dell’Ue, trova le sue basi materiali nella natura stessa del neoimperialismo con capitale Bruxelles. Dopo la scomparsa dell’URSS il mondo appare a tutte le forze imperialiste e neoimperialiste (come l’Ue) uno smisurato mercato da conquistare. Per entrare nella partita mondiale della concorrenza occorreva che l’Ue si attrezzasse in modo iperliberista, abbattesse il welfare, i diritti e i salari; si dotasse di un potere centrale (le istituzioni dell’Ue) come longa manus del vero potere in campo, il grande capitale transnazionale europeo e spegnesse ogni forma del conflitto sociale, addomesticando i sindacati e demonizzando i partiti comunisti e le forze antimperialiste e anticapitaliste dell’Ue. È in questo quadro che va collocata la risoluzione del 19 settembre 399 e l’attacco ormai ventennale all’intero movimento comunista e anticapitalista dell’Ue. In prima istanza, le politiche ferocemente liberiste e duramente contrarie ad ogni compromesso sociale e ad ogni redistribuzione del reddito imposte dall’Ue hanno accelerato la crisi delle socialdemocrazie europee, che hanno poi – su questa base oggettiva, sulla base della loro totale perdita di ruolo, sul ritiro del ruolo che precedentemente il grande capitale europeo aveva loro concesso – rapidamente imboccato le strade della loro involuzione liberista e “blairiana” e poi quella del loro disfacimento. Ora siamo al tentativo dell’Ue di annichilire storicamente le forze comuniste e anticapitaliste, al fine di costituire un quadro politico, sociale, istituzionale e soprattutto culturale e ideologico rappresentato da un unico pensiero e da un’unica azione politica: quelli di una Ue liberista e imperialista. Per cogliere quest’obiettivo l’Ue non fa prigionieri, demonizza e colloca nell’inferno politico e culturale le forze comuniste e anticapitaliste. La vera essenza politica della risoluzione del 19 settembre risiede nel fatto che i partiti comunisti dell’Ue, e dunque anche le forze anticapitaliste e di classe, sono collocate sul bordo dell’illegalità politica. Anche in Italia, per i comunisti e le forze anticapitaliste, può essere non lontano il tempo della messa fuorilegge. Quest’ultimo passaggio dipende dalla velocizzazione e dall’acutizzazione dei processi repressivi e “normalizzatori” dell’Ue e dalla resistenza politica e sociale ad essi (che, allo stato delle cose, appare quantomeno inadeguata). Sinceramente, due questioni appaiono, in questo contesto, terribilmente surreali, in Italia: da una parte – anche di fronte alla dichiarazione di guerra anticomunista e imperialista insita nella risoluzione del 19 settembre – la reiterata incomprensione del fenomeno reazionario che rappresenta l’Ue, incomprensione che spinge anche aree di comunisti e aree della sinistra a credere ancora nella possibilità di “cambiare l’Ue dall’interno”; d’altra parte colpisce la sottovalutazione del grande pericolo strategico insito nella risoluzione dell’Ue, quello cioè che già parla di “soluzione finale” per i comunisti e le forze di classe. È parere di chi scrive che anche da parte dei gruppi dirigenti delle attuali forze comuniste italiane e da parte dei dirigenti delle aree anticapitaliste, non vi sia coscienza totale del pericolo. Poiché se coscienza vi fosse, molte diatribe di secondo o terz’ordine che attraversano queste forze e le allontanano tra loro dovrebbero subito cessare, per far avanzare un largo processo unitario. Per non nasconderci dietro un dito: di fronte alla sempre più acuta aggressività anticomunista, reazionaria e imperialista dell’Ue; di fronte al sempre più vasto e pericoloso allargamento di processi culturali e politici che tra non molto potrebbero sboccare senza traumi ed opposizioni persino nella messa fuorilegge delle forze comuniste e anticapitaliste italiane, sarebbe il tempo di lanciare il progetto, su cui lavorare sul piano politico e teorico, di un partito comunista unico e unitario, che superi l’attuale polverizzazione comunista italiana offrendosi come uno dei cardini essenziali per l’unità dell’intero fronte di classe italiano. Di pari passo, di fronte al pericolo anticomunista e reazionario che viene diffuso in tutta l’Ue, davvero sarebbe l’ora di dar corpo a processi politici volti a ridurre notevolmente le distanze tra i partiti comunisti dell’Ue, avviando una fase, quanto mai necessaria, di lotte sovranazionali comuni, dirette a costruire fronti vasti contro il liberismo e il riarmo, contro le politiche antisociali dell’Ue, contro le sue strategie imperialiste, i suoi processi di militarizzazione e contro la sua subordinazione all’imperialismo USA e alla NATO.