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Su Il Corriere della Sera di domenica 5 aprile appare, a pagina 10, un trafiletto dal titolo: “Contro La Stampa. L’attacco russo al giornalista. La Fnsi: grave”. Vale la pena riproporre il breve articolo annunciato dal titolo, ai fini della ricostruzione di una vicenda probabilmente sconosciuta ai più e che certo non depone a favore di quella parte – vasta, importante e di portata nazionale – della stampa italiana che invece di utilizzare l’arma del racconto oggettivo dei fatti s’inchina in modo servile e becero ai suoi proprietari, ai gruppi capitalistici che ne determinano la linea e il pensiero politico, sino alla meschina genuflessione.

L’articolo dice così: «Lo scontro tra la Russia e il quotidiano La Stampa – iniziato a fine marzo, dopo alcuni articoli del giornalista Jacopo Iacoboni che hanno messo in discussione le finalità reali della missione militare in aiuto per l’emergenza Covid-19 – è sfociato in un inedito monito del governo di Roma: pur ringraziando Mosca per il sostegno che sta dando, i ministeri di Esteri e Difesa hanno invitato i rappresentanti delle istituzioni russe al “rispetto della libertà di stampa”. A far esplodere il caso diplomatico è stato il comunicato del portavoce della Difesa russa, il generale Igor Konashenkov, che ha accusato il quotidiano di “russofobia” e di “fake news” e ha concluso la sua nota con quella che è stata letta come un’intimidazione: “Qui fodit foveam, incidit in eam” (Chi scava la fossa al prossimo potrebbe finirci dentro). Al generale russo ha risposto il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, che ha parlato di “mancato rispetto per il diritto di cronaca” e di “espliciti insulti”. È intervenuta anche l’Fnsi, il sindacato dei giornalisti, per denunciare “il grave attacco”. A questo punto, anche il governo è intervenuto con la nota congiunta dei ministeri di Esteri e Difesa».

Citare questo articolo del CorSera ci serve per introdurre l’intera questione relativa agli aiuti russi in Italia contro il coronavirus e il commento violento e da “guerra fredda” del quotidiano La Stampa di Torino rispetto a questi aiuti. Ma, intanto, va registrato il tono molto più asciutto e privo di rabbia ideologica reazionaria che il CorSera (che ogni volta che riporta le accuse antirusse de La Stampa le mette tra virgolette) ha avuto, nel rievocare la questione, rispetto, come vedremo, a quello forsennato quanto sguaiato (simile a quello dei peggiori tabloid scandalistici inglesi di quart’ordine) de La Stampa. Ricordando, a proposito, che la proprietà del CorSera è stata scalata da Umberto Cairo, ma rimane all’interno della RCS Mediagroup, di cui fanno parte l’Eni, Mediaset, Intesa San Paolo, altri importanti Istituti Bancari e la Snam (il grande Gruppo di importazione, lavorazione e redistribuzione del gas, anche russo) possiamo più facilmente capire i motivi, capitalistici ma anche legati agli interessi nazionali, della differenza di linea tra lo stesso quotidiano milanese e quello torinese rispetto ai fatti di cui stiamo parlando. Oltretutto, nello stesso CorSera di domenica 5 aprile, a pagina 11 (“a specchio” di quella 10 già citata) appare un altro trafiletto in cui il ministro Di Maio, parlando degli aiuti internazionali di questa fase all’Italia, ribadisce chiaramente che «Senza questi aiuti non ce la faremmo». Ed è difficile pensare che un giornale prestigioso come il CorSera abbia pubblicato casualmente, in pagine successive, due trafiletti così diversi tra loro…

Ma veniamo ai fatti. Domenica 22 marzo atterrano all’aeroporto militare di Pratica di Mare (provincia di Roma) i primi 9 (alla fine saranno 15) Ilyushin-IL-76MD russi. Il volo russo d’aiuti è innanzitutto il prodotto della storica solidarietà attiva prima sovietica poi russa ai popoli in gravi difficoltà, alla quale si è aggiunta la forte interazione intercorsa in questa fase tra il presidente del Consiglio Conte e Putin. Ad accogliere gli Ilyushin a Pratica di Mare sono il ministro degli Esteri Di Maio, il Capo di Stato Maggiore della Difesa Generale Vecciarelli e l’ambasciatore russo in Italia, Sergey Razov. È Di Maio a ringraziare con grande enfasi l’atto solidale del governo russo. Dagli arerei militari russi scendono circa 160 tra medici, virologi che hanno già combattuto contro la peste suina e l’ebola in Africa, operatori sanitari, tecnici della sanificazione, oltreché grandi camion militari trasformati in ambulatori mobili per le prime visite mediche, i prelievi, i tamponi; scendono i macchinari per la sanificazione degli ambienti, gli strumenti di ventilazione per l’ossigeno e altro – imponente in numero – materiale sanitario.

Il personale russo, i camion, i macchinari, le attrezzature non partono immediatamente per Bergamo e provincia (loro certo non facile – possiamo dire eroica? – destinazione). Partono alla volta del bergamasco successivamente, assieme al personale militare e medico-militare italiano. Uno stesso comunicato dell’Ansa ci dice che il 24 marzo i medici e gli specialisti russi entrano in azione ad Albino, provincia di Bergamo e una loro squadra di sanificazione e disinfestazione interviene nelle due strutture R.S.A. della Fondazione per anziani Honegger e che il personale russo è immediatamente impiegato sia negli ospedali da campo del bergamasco che nelle stesse strutture ospedaliere e che inizia una stretta collaborazione sia con i medici ospedalieri della sanità pubblica che con tutto il personale medico e paramedico militare italiano, oltreché con i volontari del Corpo degli Alpini e con i medici di Emergency giunti anch’essi a Bergamo. I medici e il personale russo hanno base nell’ospedale da campo costruito dagli Alpini e due ali della grande struttura sono dedicati proprio ai russi, con la supervisione costante degli stessi Alpini e della direzione sanitaria dei medici civili e militari italiani dell’ospedale Papa Giovanni (rimarchiamo questo passaggio, e cioè l’azione sempre congiunta tra personale medico e paramedico militare russo e italiano, alla luce di ciò che avverrà da qui a poco, e cioè alla luce delle terribili supposizioni – di spionaggio russo – e critiche che avanzerà il quotidiano La Stampa alla delegazione russa).

Nei giorni successivi all’arrivo della delegazione sanitaria russa a Bergamo, infatti, La Stampa, con i giornalisti Jacopo Iacoboni, Natalia Antelava e Cecilia Butini, inizia a pubblicare a più riprese “un’inchiesta” (condotta essenzialmente da Iacoboni) sulla presenza russa in Italia. Forse tutto inizia da un informatore proveniente dalla Gran Bretagna che così “soffia” ai giornalisti de La Stampa: «È strano che siano schierati i russi. È vero che questo tipo di truppe di Mosca ha la capacità di decontaminazione, ma anche gli italiani hanno questa capacità, ed è più moderna. È molto strano e non torna: gli italiani sono in prima fila nella difesa delle armi chimiche e biologiche della NATO e non hanno bisogno dei consigli russi: li vedremo anche nelle strade di Londra, dopo?». Citiamo questa forse primigenia “informazione” perché poi, nel prosieguo della storia, il “centro inglese di informazione” (e soprattutto di disinformazione da guerra fredda) dei giornalisti del quotidiano torinese sembrerà svolgere un ruolo decisivo. Oltre che sull’“informazione inglese” Iacoboni lavora sulle “rivelazioni” del generale Marco Bertolini, già a capo del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI), già comandante della Brigata Folgore, Presidente dell’Associazione Nazionale Paracadusti e candidato nelle liste di Fratelli d’Italia (non proprio, dunque, una biografia da simpatizzante russo) e dell’ex agente della NATO e già comandante del Joint Chemical, Biological, Radiological, and Nuclear Regiment, Hamish De Bretton-Gordon, che consegna ai media questo profondo e allusivo pensiero politico: «Non riesco ad immaginare come sia potuto succedere, in un Paese NATO, l’arrivo di militari russi».

Dall’insinuazione dell’informatore inglese e dalle due “neutrali” testimonianze citate partono i 3 articoli (pubblicati dai giorni successivi all’arrivo dei russi sino alla fine di marzo) dell’“inchiesta” de La Stampa che, come in un davvero scadente giallo poliziesco, inizia a evocare i più trucidi dubbi da “guerra fredda” o da maccartismo di ritorno. La Stampa, sulla scorta della prima informazione inglese relativa al fatto che le attrezzature anti epidemia italiane, poiché legate alla NATO, sarebbero superiori a quelle russe, si spinge anche ad affermare che, infatti, l’80% delle attrezzature russe sarebbero superate e inutili, che quasi tutti i medici e gli specialisti russi a Bergamo non sarebbero altro che esperti militari delle guerre biologiche, finché, a partire da queste “constatazioni” e dalle ulteriori “informazioni” del  generale Bertolini e dell’agente NATO de Bretton-Gordon, i giornalisti de La Stampa arrivano ad evocare la questione centrale: che in verità la delegazione sanitaria russa sarebbe in Italia, a  Bergamo, per svolgere le solite azioni di spionaggio russo nel mondo, che la sua  presenza non sarebbe che una manovra per infiltrare personale militare russo e intelligence sul suolo italiano, per acquisire più informazioni e influenza sul nostro Paese.

A questo punto è bene ricordare anche di chi è la proprietà de La Stampa: è del Gruppo Editoriale Gedi, che pubblica anche il Secolo XIX, altre 13 testate locali e, soprattutto, la Repubblica, il giornale al quale il grande capitale italiano affidò il compito di guidare l’ascesa di Achille Occhetto e il suicidio politico del PCI e affida oggi il compito di primo cane da guardia del filoatlantismo, della mitizzazione della NATO, delle politiche iperliberiste dell’Ue, della “necessaria” costruzione dell’esercito europeo, dell’apologia della democrazia liberale come unica prospettiva per l’umanità e della demonizzazione di ogni Paese posto al di là del confine imperialista e occidentale.

L’imperversare della Stampa non può naturalmente sfuggire all’Ambasciatore della Federazione Russa a Roma, Sergey Razov, che in una lettera aperta al quotidiano torinese del 26 marzo così, tra l’altro, scrive: «La nostra attenzione è stata attirata da due articoli firmati J. Iacoboni, del 25 e 26 marzo c.a. relativi agli aiuti russi all’Italia nella lotta al Coronavirus. A questo proposito vorremmo esprimere alcuni commenti e osservazioni… Il Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana G. Conte nella conversazione telefonica del 21 marzo c.a. ha ringraziato il Presidente della Russia V. V. Putin per gli aiuti tempestivi e imponenti offerti all’Italia in questa difficile situazione. Il Ministro degli Esteri L. Di Maio ha ritenuto opportuno recarsi personalmente all’aeroporto militare di Pratica di Mare per accogliere gli aerei che hanno trasportato gli specialisti russi, i mezzi e le attrezzature, esprimendo la sua gratitudine alla Federazione Russa. Così come hanno fatto per esempio l’Ambasciatore dell’Italia a Mosca P. Terracciano, il Rappresentante dello Stato Maggiore della Difesa L. Portolano e molti altri. In ogni caso il giornalista non avrebbe dovuto disorientare gli stimati lettori in merito alla vera reazione dei vertici ufficiali italiani alle attività della Russia.

Riguardo all’utilità o meno del contenuto degli aiuti russi, ci sembra che sarebbe stato meglio chiedere prima di tutto ai cittadini di Bergamo, dove iniziano a operare i nostri specialisti e i nostri mezzi.

Com’è noto si tratta di una delle città del nord Italia con il maggior numero di infettati, dove sono già morte 1267 persone e 7072 restano positive. I nostri epidemiologi, virologi, rianimatori, su richiesta dei colleghi italiani, cominceranno a lavorare nelle residenze per anziani strapiene della città in cui si è creata una situazione critica per la mancanza di medici e il bisogno di interventi di sanificazione di edifici, locali e mezzi di trasporto. L’autore dell’articolo dovrebbe capire che i militari russi, così come i loro colleghi italiani, andando a operare nell’area loro assegnata, mettono a rischio la propria salute e forse anche la vita.

J. Iacoboni intravede un insidioso secondo fine della Russia nel fatto che siano stati inviati in Italia militari delle forze armate russe, tra i quali anche esperti di difesa nucleare, chimica e biologica.

A titolo di informazione per l’autore e per i Suoi stimati lettori, comunichiamo che i rappresentanti delle truppe russe di difesa nucleare, chimica e biologica, sono gli specialisti più mobili e più preparati con esperienze in diverse regioni del mondo, in grado di prestare assistenza efficace nella diagnosi e nel trattamento dei pazienti, così come nell’esecuzione delle necessarie misure di disinfezione.

Per quanto riguarda il messaggio che spunta dal ragionamento dell’autore e cioè che l’invio di militari russi (a proposito, a titolo gratuito) avrebbe come scopo quello di causare un qualche danno ai rapporti tra l’Italia e i partner della NATO, offriamo ai lettori l’opportunità di giudicare da soli chi e come viene in aiuto al popolo italiano nei momenti difficili. In Russia c’è un detto: “Gli amici si vedono nel bisogno”.

E poi, il parallelo tracciato dal giornalista tra l’arrivo in Italia degli specialisti russi e l’ingresso delle truppe sovietiche in Afghanistan nel 1979, concedetemelo, è semplicemente fuori luogo e come si dice non sta né in cielo né in terra».

La risposta ufficiale de La Stampa all’Ambasciatore russo Razov è davvero goffa e può solo rilanciare, per difendersi, la “veridicità” delle “testimonianze” rilasciate dalla fonte inglese, dall’agente NATO e dal generale italiano. Ma è alla fine della risposta che affiora il nervosismo del quotidiano del Gruppo Gedi, che la butta impropriamente e risibilmente sul piano della difesa della libertà d’espressione: «Infine, Ambasciatore, la rassicuro, non sussiste alcun dubbio che La Stampa continuerà ad attenersi al principio fondamentale del giornalismo sull’imparzialità e obiettività dell’informazione, come non c’è dubbio che in Italia e a La Stampa continueremo a non farci dire da nessuno cosa un giornalista avrebbe dovuto fare o non fare».

Ma il “bello”, per così dire, deve ancora avvenire. Il 3 aprile, sul proprio profilo Facebook, il generale russo Igor Konashenkov, interloquisce con La Stampa: «Abbiamo notato i tentativi della testata italiana La Stampa, in corso ormai da due settimane, di screditare la missione inviata dalla Russia in risposta alla richiesta di aiuto al popolo italiano… Nascondendosi dietro gli ideali della libertà di parola e del pluralismo di opinioni, nei suoi articoli La Stampa manipola i fake russofobi della peggior specie dell’epoca della guerra fredda, citando non meglio definiti “pareri” di anonime “fonti altolocate”. Nel farlo, La Stampa non disdegna di far ricorso a qualunque invenzione di quegli autori, seguendo le linee guida dei manuali di propaganda antisovietica, a quanto pare, non ancora andati distrutti.

Per esempio, le attrezzature russe per la lotta alle infezioni virali inviate in Italia sono state immediatamente definite da La Stampa, citando l’opinione di uno sconosciuto caporale della NATO in pensione, come “inutili”. La maggior parte dei medici ed epidemiologi russi sono stati definiti dalla testata come specialisti di guerre biologiche. Quelli che non hanno avuto l’onore di venire inseriti in questa categoria sono prevedibilmente stati catalogati come emissari dello spionaggio militare russo (GRU).

Nonostante le sensazionali rivelazioni de La Stampa… gli epidemiologi russi stanno eliminando dalla mattina alla sera il Covid-19 nelle residenze per anziani di Bergamo, insieme ai loro colleghi italiani. E i medici militari russi ogni giorno, spalla a spalla con I militari italiani, creano non “reti di agenti”, ma reparti di terapia intensiva per salvare I cittadini italiani colpiti dal virus nella nuova struttura da campo di Bergamo. Tutto questo viene fatto con l’aiuto delle attrezzature e tecnologie russe, giudicate inutili dalle fonti della testata.

Contrariamente ai fake propinati da La Stampa, gli obiettivi della missione russa del 2020 a Bergamo sono concreti, trasparenti e puliti. Si tratta di aiutare il popolo italiano che si è trovato in difficoltà per via della pandemia di Covid-19, senza chiedere nulla in cambio. E il miglior premio per gli sforzi degli specialisti militari russi saranno le vite e la salute salvati…

Per quanto concerne i committenti veri della campagna mediatica russofoba condotta da La Stampa, che ci sono noti, consigliamo loro di imparare un’antica saggezza: Qui fodit foveam, incidet in eam (chi scava una fossa al prossimo potrebbe finirci dentro)».

Naturalmente La Stampa risponde indignata al commento, umanamente e politicamente molto comprensibile del generale, vista la davvero grave provocazione antirussa e russofobica insita nell’“inchiesta” del quotidiano torinese. E il giornale scrive, adiratissimo: “Il Comitato di redazione de La Stampa esprime sdegno per il grave attacco del ministero della Difesa russo al nostro giornale e al giornalista Jacopo Iacoboni. Il collega negli scorsi giorni ha pubblicato una serie di articoli sollevando alcuni dubbi sul contingente giunto dalla Russia per aiutare il nostro Paese nell'emergenza coronavirus. Dubbi suffragati da alte fonti politiche e da esperti militari e dell’intelligence. Il rappresentante del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov, ha accusato La Stampa di manipolare “fake russofobi della peggior specie” e di seguire “le linee guida dei manuali di propaganda antisovietica”. Infine la minaccia al nostro giornale: “Qui fodit foveam, incidet in eam”.  Un’autentica intimidazione che ancora una volta conferma – se mai ce ne fosse stato il bisogno – gli strumenti con i quali la Russia controlla l’informazione, e non solo. Ma soprattutto il tentativo inaccettabile di esportare questi metodi fuori dai loro confini, nel nostro Paese, in Europa. Un fatto che rischia di diventare un grave precedente se il nostro Governo non chiederà immediati chiarimenti. E soprattutto le necessarie scuse».

Quando si dice: la toppa è peggio del buco, nel senso che la risposta del Comitato di redazione, se possibile, rende ancora peggiore e meschina la linea del giornale. I lettori possono leggere da soli il testo di questa risposta, per verificarne la bassezza morale. Due soli punti vorrei mettere a fuoco. Il primo, davvero subdolo: il Comitato di redazione esprime «sdegno per il grave attacco del ministero della Difesa russo al nostro giornale». È del tutto evidente che le parole del generale Konashenkov, espresse nel proprio profilo Facebook, sono solo parole del generale e non del ministero della Difesa della Federazione Russa, che è tirato in ballo da La Stampa per colpire inopinatamente e disonestamente più in alto. Secondo: è la frase finale citata in latino dal generale (“Chi scava una fossa al prossimo rischia di caderci dentro”) che ha fatto letteralmente impazzire La Stampa, suscitato la reazione del sindacato dei giornalisti in Italia, la risposta piccata del governo italiano e anche una pronta e violenta  reazione antirussa di Matteo Renzi, per quel poco che Renzi conti.

Ebbene, dobbiamo capire: di fronte all’attacco vergognoso de La Stampa contro la Federazione Russa (ma il governo italiano, che ha cercato l’aiuto russo, ha fatto finta di niente?) e contro l’atto solidale russo per il popolo italiano, per la gente di Bergamo, il generale Konashenkov è sbottato, non ha resistito alla provocazione, utilizzando il motto latino. Ma, innanzitutto: tale frase, a leggere bene la nota del generale, non è diretta ai giornalisti de La Stampa, ma ai loro committenti inglesi, che Konashenkov afferma “di conoscere bene”. Poi, appunto, dobbiamo comprendere: in Russia, in questa fase, sono già in atto i preparativi per la celebrazione del 75° anniversario della Vittoria sul nazifascismo e la fine della Seconda Guerra Mondiale (8 maggio 1945) e lo stesso linguaggio quotidiano è segnato (specie quello dei militari come Konashenkov) dalla lotta contro il nazifascismo, contro i soldati del Terzo Reich che facevano scavare (non solo nel territorio sovietico, anche in Italia) ai soldato sovietici e ai partigiani la loro stessa fossa, prima di assassinarli. Da qui, le parole in latino del generale Konashenkov, altroché «un’autentica intimidazione che ancora una volta conferma ¬ se mai ce ne fosse stato il bisogno ¬ gli strumenti con i quali la Russia controlla l'informazione, e non solo. Ma soprattutto il tentativo inaccettabile di esportare questi metodi fuori dai loro confini, nel nostro Paese, in Europa». Parole, queste sì, che dovrebbero far vergognare chi le ha scritte. E che pongono un grande problema morale e politico: perché La Stampa non denuncia il fatto gravissimo accaduto in questi giorni a Taranto, dove un ospedale da campo della NATO, con 300 posti letto e 100 posti per la terapia intensiva è stato spostato in Lussemburgo, come ha ricordato, per rintuzzare gli attacchi antirussi del giornale torinese, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova? E come ha denunciato il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, del PD, affermando: «Taranto e l'Italia sono buoni per i militari e i dirigenti della NATO quando devono ingoiarsi l'inquinamento da naviglio straniero e rinunziare ai migliori affacci al nostro mare? Non si poteva informare le Autorità sanitarie locali di una simile infrastruttura, o ancora di più destinarla per esempio alle nostre sorelle e ai nostri fratelli di Bergamo, che stanno soffrendo persino più di noi per l'emergenza sanitaria da Covid-19?».

Detto tutto ciò, è probabile che la sostanziale assenza di aiuti all’Italia nella fase terribile della pandemia da parte degli USA e dell’Unione europea e l’arrivo, invece, degli ingenti aiuti da parte della Repubblica Popolare Cinese, di Cuba e della Russia abbia fatto perdere la testa agli scudieri storici del filoatlantismo cieco.

I medici Russi

a Bergamo sono spie?

 

di Fosco Giannini