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Il diritto alla pace sancito nell’articolo 22 della Costituzione non dovrebbe essere oggetto di dibattito politico o di interpretazione giuridica, ma in Colombia la pace e la democrazia reale sembrano oggi concetti incompatibili.

Dopo due secoli di repubblica, da quando finì la monarchia nel 1820, la pace come realizzazione del bene del popolo sembra non tanto un diritto costituzionale di tutti i cittadini, ma piuttosto una chimera.

Non sono servite a nulla le norme internazionali che garantiscono i diritti dei cittadini, a partire dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, fino alla Dichiarazione dei diritti umani del 1948 da parte delle Nazioni Unite. E lo Stato costituzionale non è riuscito neppure a passare dallo Stato normativo allo Stato sociale di diritto nel 1991, quasi alla fine del XX secolo.

Di fronte a questa realtà politica e giuridica, appaiono di nuovo sulla scena teorica le considerazioni del tedesco Ferdinand Lassalle, il quale affermava che le Costituzioni sono semplici fogli di carta quando prevalgono sulla società i valori e i principi delle forze dominanti.

 La nostra storia è il risultato politico del contrasto fra i tentativi di imporre una società più giusta ed egualitaria e l’azione del potere economico e politico che si oppone alla costruzione di una società più democratica, impone i concetti di esclusione e usa la violenza statale, la frode, il crimine, l’inganno, la simulazione, il tradimento e la perfidia per sostenere con tutti i mezzi, “legali e illegali”, il proprio potere.

Questo equilibrio instabile fra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, il legale e l’illegale, continua a riproporsi nella vita della Colombia, dove comunque si riafferma il dominio dei sostenitori della guerra e il loro imporsi con la forza e l’ingiustizia sociale, politica ed economica. E questa parte sociale dominante trionfa prendendo a pretesto i valori dell’ordine e della sicurezza dello Stato, valori al di sopra dei diritti e delle libertà dei cittadini. E le masse ignare e condizionate purtroppo applaudono, come a suo tempo accadde nella Germania nazista.

Sono le conseguenze del perpetuarsi di un senso comune sociale di massa privo di coscienza, che consegna alla maggioranza politica una linea volta a cancellare la materialità dei diritti e delle libertà della popolazione, che è governata, dominata, emarginata e condizionata da quello stesso Stato manipolatorio costituitosi nel XXI secolo e che non accenna a terminare, malgrado la conclusione  dell’Accordo di pace firmato fra la guerriglia più importante del continente e lo Stato colombiano sedici anni dopo l’inizio del secolo post moderno, per chiudere lo scontro armato e realizzare una pace con caratteristiche positive ben oltre il silenzio dei fucili.

L’attuale modello politico colombiano si fonda  sulla teoria economica del capitalismo selvaggio, imposta alla metà del XX secolo con la Scuola di Chicago, riconfermata dal Washington consensus e imposta, infine, in tutto il mondo occidentale dal capitalismo globalizzato, che in Colombia si accompagna al nuovo ordine conservatore e controrivoluzionario, capeggiato dall’ex presidente autoritario Álvaro Uribe Vélez (politico e avvocato colombiano, presidente della Colombia dal 2002 al 2010, n.d.r.) e dai rappresentanti del grande e medio capitale, incluso l’attuale esponente neoliberista Iván Duque Márquez, il presidente più discreditato di tutta la storia nazionale (Iván Duque Márquez è un avvocato e politico colombiano, presidente della Colombia dal 7 agosto 2018 e tuttora in carica, n.d.r.)

Questo modello politico, volgare, populista e autoritario, si è imposto ovunque, dalle montagne di Antioquia fino ai circoli più elitari delle grandi città; un modello che ancora una volta ha favorito i sostenitori della guerra, che rifiutano di ottemperare agli obblighi imposti dall’Accordo AFP allo Stato colombiano, contro chi vuole la pace e il bene dei cittadini (in Colombia fu firmata nel 2016 la pace tra l’ex presidente Juan Manuel Santos e il leader delle FARC-EP – Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejército del Pueblo, che dagli anni ’60 combatteva per la libertà del popolo colombiano – Rodrigo Londoño detto Timoshenko, una “pace” che tuttavia non sembra affatto reggere in relazione alle politiche duramente antipopolari che lo Stato colombiano continua a portare avanti. n.d.r.).

C’è un paese che vuole seguire la ragione degli esseri umani e un paese che vuole governare con la forza delle bestie; o la guerra o la pace senza impunità, secondo il sillogismo della destra colombiana: su questo si focalizza il dibattito politico che ha voluto imporre il populismo di destra, compreso l’attuale governo, per condurre la Colombia a un altro clamoroso insuccesso in materia di inclusione e di rispetto dello Stato di Diritto.

La pace non è impunità. La pace non ammette interpretazioni politiche e meno che mai presupposti giuridici. La pace dovrebbe essere, è, un principio e un valore supremo della società. Le FARC combattenti, oggi diventate partito politico, respingono la falsa concezione della pace praticata dal governo nazionale e dal suo partito politico, il Centro Democratico.

La nuova guerra giuridica sferrata da Uribe e Duque contro la pace in Colombia è una mera presunzione giuridica, che non ammette prova contraria e costituisce un ulteriore elemento dogmatico del fanatismo politico utile a mantenere il dominio. La concezione della pace del governo si presenta nella forma di un ragionamento falsamente logico-deduttivo; si tratta, cioè, di un sillogismo presentato come affermazione di verità e legalità, mentre è tutto il contrario, un esercizio di abuso di potere e di dispotismo.

L’attuale governo nazionale ha impugnato l’Accordo FARC- Stato di fronte alla Corte Costituzionale, al fine di dimostrarne una presunta illegalità, mentre esso è stato concluso sulla base del necessario equilibrio fra la giustizia e la pace, e in questo senso si è fatto ricorso a una giustizia di transizione di carattere ricostruttivo, al posto della giustizia a oltranza considerata meramente punitiva, su cui i governi di Uribe e Duque hanno fondato un modello politico di ordine e sicurezza, per riuscire a prendere il potere tre volte dal 2002 ad oggi.

Queste precisazioni hanno una grande importanza politica e giuridica per svelare gli obiettivi reali di un regime rappresentato da un governo dedito a mantenere lo status quo politico, economico e sociale, di fronte alle attese nazionali e internazionali per gli effetti dell’Accordo finale di pace per la conclusione del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura (AFP) in Colombia.

La firma della Costituzione politica del 1991, che permise di abbandonare il sistema confessionale e autoritario del XIX secolo per passare a un’organizzazione statale di tipo sociale e più democratica, e l’Accordo AFP concluso fra le FARC-EP e lo Stato colombiano, rappresentano i due fatti più importanti, in Colombia, del XX secolo e dell’inizio del XXI, che tendevano a riorganizzare la società mediante uno Stato più democratico; ma per i settori più reazionari e dispotici della società costituiscono le minacce più rilevanti al potere esercitato dai gruppi elitari del grande capitale.

Ma con sorpresa di molti, quell’ideale politico trasformato in paradigma della pace, costato migliaia di vite umane, continua a non essere realizzato a causa delle strategie e delle tecniche adottate a livello statale, che favoriscono l’egoismo e l’ambizione di una classe dominante che continua a dissanguare il paese con l’uso della violenza economica e politica, alla quale si somma la guerra giuridica come strategia dell’imbroglio e della perfidia, contro tutto quanto concordato negli ultimi trent’anni davanti agli occhi del mondo.

In questo modo il potere egemonico ha disegnato un dettagliatissimo piano strategico per mettere in atto una campagna indirizzata all’inconscio collettivo, perché approvi l’inadempienza della Costituzione politica e del Trattato speciale di pace, in difesa dell’egoismo, del crimine e dell’autoritarismo legalizzato dallo Stato di diritto e dal nuovo ordine economico neoliberista.

La Colombia per tutta la sua storia ha fatto ricorso a negoziati e dialoghi fra parti in lotta, normalmente definiti “processi di pace”, di fronte a conflitti armati che hanno percorso una lunga strada, dai liberali degli anni cinquanta fino ai nostri giorni, continuando a ricercare un equilibrio fra guerra e pace, intendendo la pace in un primo tempo come il silenzio dei fucili e poi come ampiamento di diritti e libertà di una popolazione emarginata da duecento anni, per giungere a una situazione di sviluppo umano, politico ed economico.

Come prodotto di questa dinamica nella società colombiana, in un primo momento si è risposto con la Costituzione del 1991, cioè con il passaggio giuridico-politico dell’ordine costituzionale in direzione di uno Stato che persegua il bene dei cittadini, e poi, dopo 27 anni, con i sei punti dell’Accordo con la ex organizzazione guerrigliera delle FARC-EP; accordo che, per la sua importanza e il suo rilievo internazionale, costituisce un trattato internazionale di carattere speciale, ed è stato perciò incorporato nelle norme di carattere costituzionale mediante gli atti legislativi del 2016 e 2017.

D’altra parte l’Accordo AFP risponde a un’antica aspirazione del mondo contadino, che ha segnato diverse tappe della nostra convulsa storia agraria, senza mai trovare una concreta soluzione democratica. Dalle prese di posizione e dalle lotte politiche di Manuel Murillo Toro, nel XIX secolo, fino alla cosiddetta Rivoluzione in marcia di Alfonso López Pumarejo nel 1936, quando si sancì che la proprietà della terra deve svolgere una funzione sociale, mentre i partiti tradizionali del paese in diverse occasioni agirono decisamente per rendere impossibile una riforma agraria concreta a favore del settore più vilipeso della popolazione: i contadini.

La riforma agraria non è stata possibile prima per le guerre civili del XIX secolo e poi per gli scontri alla metà del XX secolo, che rappresentano il trascorso storico di lotte politiche e armate proseguite per più di ottant’anni, con immensi costi umani da parte dei settori sociali popolari, per cui i contadini colombiani si sono dati alla lotta armata nell’ambito delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC), nel 1964, quando lo Stato ha sferrato il primo attacco contro la società rurale.

Malgrado queste lotte per la proprietà e lo sfruttamento della terra, per ben duecento anni, niente è cambiato a causa della difesa a ferro e fuoco che ne ha fatto il settore egemonico, in un primo tempo feudale e poi agrario, che ha sempre usato la forza e la violenza contro la popolazione più emarginata e vulnerabile, i contadini, i popoli indigeni e i discendenti degli schiavi africani.

Gli otto milioni e più di persone cacciate dai propri territori, spogliate di una quantità uguale o maggiore di ettari di terra, costituiscono una delle cause strutturali del conflitto armato colombiano, e dimostrano quanto sia labile il diritto alla legittima proprietà della terra; un diritto che i settori del potere politico ed economico dominante si ostinano a non riconoscere e pongono sullo stesso piano delle minacce narcoterroriste e del crimine organizzato, da combattere con le forze dell’ordine che rappresentano la “legittimità dello Stato” per garantire l’“ordine costituzionale”; un “ordine” che si identifica con l’ingiustizia decretata dallo Stato, e che ha originato il diritto alla ribellione.

In questo contesto l’Accordo AFP ha concordato con lo Stato la consegna di tre milioni di ettari in dodici anni, in attesa di una riforma agraria integrale, storicamente sempre rinviata, che garantisca condizioni di dignità a chi lavora la terra e restituisca il bene comune sottratto con il crimine organizzato e la guerra giuridica, per tutta la storia della Repubblica, come espressioni della causa strutturale del conflitto armato.

Il sistema egemonico, ancora una volta “minacciato” dall’Accordo AFP, per difendersi ricorre a tutti i mezzi “legali e illegali”, e come strategia ostruzionistica giuridico-politica si appoggia allo Stato di diritto, che è al suo servizio, per eludere quanto pattuito; in questo senso, i settori più conservatori del governo nazionale, presenti nel Congresso della Repubblica, serrano le fila per paralizzare l’Accordo AFP e neutralizzare gli impegni in senso progressista presi davanti al mondo, per calpestare ancora una volta i diritti della popolazione contadina, che subisce da secoli ogni violenza politica ed economica.

Il governo, unito ai settori economici e politici più potenti, ha fatto ricorso all’imbroglio, alla perfidia, al crimine, per venir meno a quanto stabilito con l’Accordo AFP, cioè una giusta riforma agraria, che preveda la funzione sociale della proprietà.

Ancora una volta si presenta il contrasto fra la guerra storica e il paradigma della pace, dimostrando l’atavico collegamento con il periodo coloniale spagnolo e il Vicereame, continuato con il liberalismo borghese e poi col neoliberismo globalizzato, per sostenere il dominio del capitale e degli agrari.

Perciò, in questo sillogismo del potere egemonico, la pace in Colombia non è un bene superiore della società, bensì al contrario una nemica dello status quo che il potere vuole mantenere, e a questo scopo fa prevalere i propri interessi politici ed economici con l’uso della violenza e della guerra “legale e illegale”; il che impedisce che la pace in Colombia sia un bene superiore della società, di fronte allo sconcerto delle nazioni del mondo.

Questa pace in

Colombia è davvero

un bene per la società?

 

di Freddy Castro Victoria

Avvocato, docente universitario all’Università di Bogotá, conferenziere, scrittore, ricercatore.

Attualmente consulente del partito Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común (FARC).

(La redazione ringrazia il compagno e professore Freddy Castro Victoria che con questo articolo

inizia a collaborare con “Cumpanis. Traduzione di Nunzia Augeri)