Andrei Dultsev, inviato speciale de “La Pravda”, intervista Daniel Blaytrak, docente, sociologo, scrittore, membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Francese dal 1981 al 1996. Da la “Pravda” del 18 settembre 2021. Versione italiana a cura di Fosco Giannini

– Daniel, cosa ti ha spinto a scrivere le tue memorie?

– Mi ha spinto il 100esimo anniversario del Partito Comunista Francese e cosa pensavo fosse importante dire in questa occasione.

Sono nato nel 1938 in una famiglia ebrea. Da bambino, sono stato costretto a fuggire e ho visto quanti membri della mia famiglia sono finiti in un campo di concentramento.

I comunisti sono stati per me dei valorosi cavalieri che, a costo della loro vita, mi hanno salvato. Liberato noi ebrei dai campi di concentramento nazisti. E l’immagine più fulgida è stata per me, fin dall’infanzia, l’Armata Rossa. L’Armata Liberatrice.

Ho vissuto una vita molto buona e lo devo all’Armata Rossa, non lo dimenticherò mai. Nelle mie memorie, ho voluto testimoniarlo.

Mi sono iscritto al Partito Comunista Francese nel 1956, durante gli eventi ungheresi, quando altri stavano lasciando il PCF. Poi ho visto una fotografia di comunisti impiccati dai controrivoluzionari agli uncini dei macellai. Un vero comunista non è colui che sceglie la via della vittoria, ma colui che rimane fedele al suo giuramento nel cuore della notte e di fronte alla sconfitta. Il comunista non tollera l’ingiustizia, e quindi è più forte di essa.

Infine, sono un intellettuale, un accademico, e la storia è importante per me, è la mia passione. Niente mi colpisce come le impronte delle mani sulle pareti delle grotte preistoriche, dove voglio anch’io mettere le mie mani. Ciò che è più importante, per me, ciò che ha più senso, è comunicare con altre persone. Con la mia collega Marianne Dunlop, abbiamo creato il sito web “Histoire et Société” (Storia e società), che ha conquistato un vasto pubblico. Difendiamo la verità di fronte alla mercificazione contemporanea delle idee, combattiamo la riabilitazione del nazismo e i tentativi di cancellare il ruolo storico dei comunisti. Le mie memorie sono una risposta a queste sfide del tempo, sono un’ode ai comunisti, a volte non senza umorismo. Viviamo nel mezzo della lotta.

– Il tuo impegno politico ti ha portato sino al Comitato Centrale del Partito Comunista Francese. Qual è la tua analisi del ruolo storico di questo partito e del suo stato attuale?

– Il Partito Comunista Francese è stato un attore chiave nella storia recente del suo paese. Sorse sullo sfondo della rabbia causata dalle sofferenze patite dal popolo durante la prima guerra mondiale e dal tradimento dell’Internazionale socialdemocratica, che votò per la guerra. È stato un soggetto centrale della politica di pace di cui i popoli hanno bisogno.

Il Partito comunista francese sapeva combattere così come i tempi lo richiedevano. Guidato da un grande leader, Maurice Thorez, questo partito era l’avanguardia della classe operaia e lottava contro lo sfruttamento.

Allo stesso tempo, di fronte al tradimento dei capitalisti, al loro progetto di dividere la società, il PCF ha difeso l’unità di questo magnifico paese, la Francia, ha difeso la sovranità del popolo francese, aprendo la Francia al mondo senza sciovinismo, senza xenofobia. Il partito ha perseguito questa apertura al mondo attraverso la sua solidarietà all’Unione Sovietica e all’Ottobre, al movimento comunista mondiale, e soprattutto attraverso la lotta anticolonialista… La mia militanza politica è iniziata durante la guerra in Algeria: imparai quanto fosse pericolosa la posizione di attiva solidarietà dei comunisti francesi alla lotta di liberazione del popolo algerino, così come era pericolosa la lotta dei comunisti spagnoli contro il franchismo. 

Purtroppo, questo grande partito, rispettato da tutti, ha subìto la stessa sorte di altri partiti che hanno scelto la politica dell’eurocomunismo. Con questa scelta ha tagliato i propri legami con la classe operaia francese. Oggi, non più del 2% dei lavoratori francesi vota per il PCF. La sua organizzazione fu distrutta dall’ex segretario nazionale Robert Hue e dai due leader che lo seguirono, lasciando il partito sulla via della socialdemocrazia. Nelle mie memorie racconto come, negli anni Ottanta, ho osservato analoghi processi di autodistruzione dei partiti comunisti in Ungheria, in Italia, secondo uno scenario pianificato, ripetuto. E, studiando, credo di aver compreso, portato alla luce, l’intera catena di relazioni causa-effetto del distruttivo fenomeno eurocomunista. E poi del “gorbaciovismo”. Ricordo di aver avuto la sensazione che si ha durante un temporale, quando non vi è visibilità nemmeno per un metro, quando ero a Malta al vertice Bush-Gorbaciov.

Ho analizzato tutto questo e, in particolare, il ruolo di François Mitterrand, che è stato un politico di destra, aderente all’atlantismo e al neoliberismo, una persona profondamente corrotta e persino immorale, che si è macchiata le mani, durante la guerra d’Algeria, con il sangue dei comunisti. Come avrà potuto, una persona del genere, parlare di “svolta a sinistra”? Ci ha distrutto, ma prima di tutto ha screditato il Partito Socialista e ha permesso l’insorgere dell’estrema destra.

Ho cercato di capire le ragioni per cui i comunisti francesi si sono alleati con quest’uomo, pur non avendo illusioni sulla sua natura politica e personale. E credo di aver capito il perché. Non voglio regolare i conti: ovunque vi sono stati leader, dirigenti, che hanno svenduto la loro patria, traditori fortemente impegnati nella liquidazione dei partiti comunisti europei; vi sono state vere e proprie controrivoluzioni che, a partire e utilizzando il golpe militare in Cile nel 1973, hanno scosso negativamente il proprio paese e l’intero quadro mondiale. Seminando ovunque il dubbio e l’incertezza.

Poi, il paradosso è che i persecutori del movimento operaio e dei popoli si presentano come difensori della democrazia e dei diritti umani. L’eurocomunismo ha contribuito a configurare e sostenere questo quadro generale, gli ha dato un sostegno “da sinistra”. Il centro di tutto ciò è stata l’Europa, ma altre parti del mondo hanno seguito lo stesso percorso. Tutto questo è, peraltro, in forte relazione e continuità con la politica di “destalinizzazione”, inaugurata da Krusciov.

Ma torniamo al PCF: sono contrario ad accomunare Georges Marchais agli altri due leader dell’eurocomunismo, Enrico Berlinguer e Santiago Carrillo, perché lo stesso Thorez era diverso da Togliatti. Dalla metà degli anni ’80, Marchais ha rifiutato di spostarsi verso destra e ha organizzato una resistenza del partito contro il riformismo. Tutto è stato fatto, a partire dall’eurocomunismo, per destabilizzare il PCF, sia esternamente che internamente. Coloro che hanno scosso la barca non facevano parte del movimento comunista, erano solo, ambiguamente, “di sinistra”.

Mi sono posto tante domande di fronte alla vasta offensiva scatenata contro il comunismo, a partire dall’offensiva eurocomunista. E ho dovuto ribadire a me stesso che senza un partito di tipo leninista non c’è mai stata una sola rivoluzione riuscita. Senza un tale partito, è impossibile conquistare e mantenere il potere.

Ma perché dirigenti che non sono comunisti si trovano improvvisamente a capo di partiti comunisti, e perché è così difficile liberarsene? Dobbiamo attribuire questo errore alla struttura dei partiti di tipo leninista, all’eccessiva disciplina dei loro iscritti? Sì o no?

No, perché ciò che ho messo sotto osservazione critica, storica e politica, è risultato essere pianificato dall’esterno, organizzato per distruggere questi partiti, i partiti comunisti, emarginare, far fuori i loro dirigenti onesti e rivoluzionari, sostituirli con collaborazionisti e burocrati senza scrupoli. Questi partiti sono stati letteralmente spinti a tagliare i legami con le loro basi di classe, al fine di portarli a una totale disorganizzazione, consunzione. I nostri nemici si sono posti l’obiettivo di porre fine all’internazionalismo, sostituendolo con l’“umanesimo” e i “valori umani universali”. Così è accaduto in URSS, dove è stato distrutto il nucleo dello Stato sovietico. Tutto ciò è stato portato avanti attraverso il vettore ambiguo della “democratizzazione”, che di fatto ha privato la classe, i popoli, di vere leve di intervento, irrobustendo sempre più, così, la “democrazia” dittatoriale borghese.

Ancora a proposito del PCF oggi, dobbiamo rimarcare che ciò che è accaduto al suo 38° Congresso, nel 2018, dimostra la forza dei membri del PCF per gli ideali comunisti. Dai tempi di Maurice Thorez e del suo tenace lavoro per l’unità del partito ai fini di battere gli opportunisti e la sinistra, non avevamo mai visto un segretario di partito e la sua squadra licenziati a un congresso del partito. Tuttavia, questo è esattamente ciò che è successo nel 2018: i comunisti che si opponevano alla distruzione del loro partito hanno scritto il loro manifesto (lavoro di stesura al quale ho partecipato) e hanno combattuto questa lotta. Infine, la nuova leadership è stata eletta dai membri del partito che vogliono l’esistenza del PCF.

La società francese si è ribellata, sta conducendo una lotta di massa contro le politiche dei governi, sia di destra che di sinistra, ma questa lotta non ha avuto, non ha, una prospettiva politica. Cresce la percentuale di elettori che non partecipano alle elezioni e gli elettori delusi a volte votano per l’estrema destra. Di fronte a ciò è cresciuta la consapevolezza della necessità di rafforzare il Partito Comunista. Siamo arrivati ​​a questo, la porta si è un po’ aperta: è apparsa una nuova segreteria e una nuova squadra.

Tuttavia, 30 anni di politica liquidazionista non sono stati vani, e finora non tutto è stato riconquistato. La vecchia leadership non solo non si è disarmata, molti di loro ricoprono ancora posizioni chiave: nelle loro mani c’è il quotidiano “L’Humanité”, il dipartimento internazionale e la formazione dei quadri di partito. E noi conduciamo la nostra lotta per ripristinare l’unità del partito, per restituirgli l’autonomia politica da tempo indebolita. Ma sappiamo che occorre volontà e metodo: dobbiamo aiutare questa ridefinizione della linea e sostenere gli sforzi di Fabien Roussel e della sua squadra, sapendo che ci sono ancora molti ostacoli da superare. Non c’è altra via e il ritorno del PCF sulla scena internazionale fa parte del nostro rinascimento.

– La tua esperienza internazionale ti ha permesso di conoscere Cuba, la Cina e l’Unione Sovietica. In quale società pensi che il socialismo sia stato costruito con maggior successo? Quali sono i vantaggi di ciascuno di questi modelli?

– La risposta a questa domanda va formulata a partire dai compiti che devono affrontare i comunisti in ogni loro paese. Dobbiamo fare il punto su ciò che indebolisce o rafforza le politiche comuniste. Non esiste un modello già pronto, preesistente, ma ci sono esperienze concrete da vivere, analizzare, con le quali in modo concreto misurarsi.

Penso che per una migliore comprensione valga la pena considerare le diverse storie comuniste nei loro tempi lunghi. Quando parlo di periodi di tempo più lunghi, intendo il passaggio da un modo di produzione all’altro, da una formazione sociale all’altra. Senza addentrarci troppo nella storia, non bisogna dimenticare che la caduta dell’Impero Romano durò mille anni e si concluse con la scoperta dell’America; la battaglia della borghesia contro il feudalesimo durò 600 anni, fino a completarsi con la vittoria della Grande Rivoluzione francese.

Il cammino verso il comunismo e l’instaurazione del potere della classe operaia è stato senza dubbio accelerato grazie al marxismo-leninismo e all’incredibile esperienza di modernizzazione in URSS. Il periodo della proprietà privata, che durava da migliaia di anni, fu sradicato dalla storia e poi difeso in modo rivoluzionario nel passaggio del potere di una classe dirigente all’altra. La rivoluzione bolscevica in 70 anni ha trasformato una società arretrata in una moderna.

Ma questa trasformazione non era solo interna: ha capovolto il mondo. Le relazioni internazionali si sono trasformate, si è stabilito l’ideale kantiano di pace basato sul rispetto della sovranità e si è formato un contratto sociale dall’emergere delle nazioni e delle costituzioni. E questa onda d’urto continua.

Come membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Francese ho spesso visitato l’URSS, ho viaggiato in Asia centrale, in Bielorussia… Diversi anni fa, la mia collega Marianne Dunlop e io abbiamo viaggiato per le strade dell’ex URSS, abbiamo visitato la Crimea, Odessa, la Moldavia, Mosca, San Pietroburgo, Kazan. Come sociologo, ho osservato un senso di appartenenza all’Unione Sovietica in tutte le persone che ho incontrato sulla mia strada. Abbiamo parlato con loro della nostalgia, che non è nostalgia conservatrice ma, piuttosto, la consapevolezza della civiltà socialista conquistata con l’Unione Sovietica.

Di fronte alla continua aggressione imperialista, c’è stato il Soviet e la lotta per la difesa del paese. E ciò che è patriottico è sovietico, anche se chi dice di non essere comunista lo nega.

A volte i compagni del Partito Comunista si pongono la domanda: cosa significa essere russi? Il popolo russo è stato forgiato dalla rivoluzione e ha un carattere sovietico: essere un patriota russo significa essere sovietico. Ma essere completamente sovietico significa essere socialista, desiderare l’andarsene di un’oligarchia pronta a vendere il paese e a sacrificare il popolo. Il primo a proporre l’idea di questa comunità come civiltà è stato Stalin, parlando di teatro e cinema, che amava molto.

Cosa c’entra questo con il Partito Comunista? Non tutti i cittadini possono essere rivoluzionari, non tutti sono pronti a dedicare la propria vita a questa missione. Il ruolo del Partito Comunista è quello di trovare rivoluzionari e formarli in modo tale che possano convincere coloro che non sono pronti a diventare rivoluzionari. È in questo senso che i comunisti creano una democrazia diversa, devono, insieme ad altre organizzazioni, rivelare l’interesse comune della nazione e della classe. A seconda dei compiti da risolvere, la scelta delle priorità può essere diversa, ma l’interesse materiale e il rispetto della dignità umana devono sempre essere coniugati.

Ci sono momenti di slancio rivoluzionario, ma ci sono anche periodi di stabilizzazione di ciò che è stato realizzato, di sviluppo della civiltà. Tutti i partiti comunisti che sono riusciti nella loro rivoluzione sono leninisti e la rivoluzione sovietica nel suo insieme li ha aiutati. Nel fare ciò, devono tenere conto delle loro caratteristiche nazionali. Se Cuba per un minuto dimentica di avere il suo peggior nemico al confine, allora l’isola della Libertà finirà. Se la Cina dimentica che ha bisogno di sfamare 1,4 miliardi di cinesi, il governo comunista non durerà a lungo. Ma ciascuno di questi partiti deve dare alla sua lotta un carattere internazionale, riempiendola di umanesimo e speranza. Questo è un progetto di una società simile a quella che era l’URSS.

Cuba si sforza di preservare la sua sovranità in nome dell’umanità, il suo Partito Comunista è il garante di questo progetto. Ciò che affascina di Cuba è che ogni sfida all’imperialismo per costringere l’isola ad abbandonare il socialismo spinge i cubani verso l’ingegnosità rivoluzionaria. Cuba è una celebrazione dei valori morali e dell’improvvisazione creativa.

La Cina è una ricerca di una via d’uscita dall’umiliazione secolare della civiltà più antica del mondo, un impero smembrato che è stato costretto a produrre oppio… Il partito che ha tirato fuori la Cina da questa povertà e arretratezza è mosso ora da un impulso rivoluzionario, da un impulso di civiltà. In Cina, la questione centrale è ingabbiare il capitalismo, privando i capitalisti del potere politico, così come il capitale non ha mai dato il minimo potere politico alla classe operaia tedesca, che avrebbe dovuto fare una rivoluzione, o alla classe operaia degli Stati Uniti. Di fronte alla minaccia imperialista, la Cina si prepara ad una nuova lunga marcia e a costruire, ad allargare nel mondo la Nuova Via della Seta.

Cuba e la Cina esistono solo perché la rivoluzione bolscevica ha compiuto l’impossibile.

Ammiro l’esperienza rivoluzionaria di questi paesi e noi francesi, invece di dare lezioni, compito in cui possiamo di molto peccare, dovremmo imparare ancora tanto nel nostro contesto nazionale ed esprimere la nostra solidarietà internazionalista a Cuba e alla Cina, alle forze comuniste e rivoluzionarie. Non solo dove esse sono al potere, ma ovunque. Nella mia vita ho viaggiato molto come sociologo, non conosco solo il PCF, ma ho incontrato rappresentanti di partiti in vari paesi… Ho incontrato i comunisti del Benin, dell’Algeria, del Messico, dell’America Latina, dei Caraibi, del Sudan, i compagni del partito Tudeh del popolo iraniano, i compagni iracheni. A partire dall’esempio, dall’esperienza concreta in corso del movimento contadino in India, constatiamo che, anche laddove essi hanno vissuto battute d’arresto, i comunisti, come l’Araba Fenice, stanno risorgendo dalle ceneri, sfidando ovunque l’ingiustizia. Il comunismo è vivo: la talpa della storia sorge dal suo regno sotterraneo.

– Il PCF è conosciuto come il partito dell’intellighenzia. Qual è stato e qual è il ruolo degli intellettuali, della cultura, nella storia del partito?

– Il ruolo degli intellettuali, della cultura rivoluzionaria sta principalmente nel delineare e costruire una nuova civiltà… Sono stato vicino ad Aragon negli ultimi anni della sua vita. Ha fatto un ottimo lavoro per unire figure culturali e intellettuali intorno al partito. L’avanguardia intellettuale è venuta in aiuto di quella politica per mettere a fuoco e lavorare alla costruzione di un nuovo mondo, di una nuova civiltà, dove l’intellighenzia e gli artisti cesseranno di essere servitori dei poteri e diverranno architetti a pieno titolo di una nuova forma sociale.

In Francia, questa è l’eredità dell’assolutismo illuminato e degli enciclopedisti, di Saint-Simon, del socialismo utopico e della scienza rivoluzionaria, l’eredità della lezione che proviene dal “caso Dreyfus”. I comunisti del partito di Maurice Thorez sono riusciti a convincere scienziati e personaggi della cultura che l’appartenenza al partito è una continuazione dello sviluppo delle loro attività. La correlazione tra forze produttive ed etica è alla base del progresso, lo sappiamo bene dall’esempio dell’esperienza sovietica… Personalmente, rimango totalmente impegnato, nel mio lavoro intellettuale, a costruire il comunismo, a delineare e costruire una società che svaluti il capitale. È necessario aderire all’idea comunista per vincere questa sfida dei tempi, per essere in prima linea, dando il meglio per il nostro obiettivo comune. Non è facile, perché il capitale promuove la competizione sistematica tra intellettuali e artisti, li individua, li corteggia, per conquistarli.

– Qual è la prospettiva del comunismo in Francia e in Europa? I comunisti di questi paesi cercano una via unitaria?

– Sfortunatamente, l’Europa è sotto la dittatura dell’UE. Questa Istituzione non lavora per un’Europa libera, ma perché “il vecchio continente” sia sempre più un vassallo degli Stati Uniti, una caricatura burocratica e iperliberista dell’idea di Europa. Basta osservare la politica di Macron, la sua totale sottomissione al grande capitale francese e come tale politica “macroniana” sia sempre più al servizio della politica di Biden volta a dominare il Medio Oriente e fomentare sempre nuove guerre in quella regione. Dietro la foglia di fico dei diritti umani, la Francia e l’UE, subendo la direzione degli USA e della NATO, sono protagoniste di un nuovo imperialismo. Che implica il saccheggio dei paesi, che è anche un modo per partecipare a risolvere la crisi della società americana attraverso campagne militari volte sia a rimuovere la crisi americana interna, l’immensa pandemia scatenatasi negli USA e il rilancio, attraverso le guerre, dell’accumulazione capitalistica nordamericana. La Francia e l’UE si prostrano a Washington per gli interessi di Washington.

Peraltro, nei paesi dell’UE, stiamo assistendo al crollo storico della socialdemocrazia, il cui progetto, nel contesto europeo, si è fuso con la politica delle destre, e l’estrema destra sta crescendo con passi da gigante. A partire da ciò, e cioè dall’esigenza di individuare nell’UE il nemico principale dei popoli europei e della classe operaia europea e nella socialdemocrazia, la più importante stampella delle politiche antioperaie e antidemocratiche dell’UE, sono i partiti comunisti di Grecia e Portogallo a portare avanti le lotte più conseguentemente anticapitaliste e antimperialiste, proprio questi due partiti che avevano preso nettamente le distanze degli eurocomunisti e dalla loro visione subordinata dell’UE.

Nel Partito Comunista Francese – che aveva anch’esso malauguratamente partecipato all’eurocomunismo – da quando segretario è divenuto il compagno Fabien Roussel, vi sono stati dei positivi cambiamenti, ad esempio, sono stati riallacciati i rapporti con i nostri compagni portoghesi. Ma bisogna andare oltre. Personalmente, credo che dobbiamo mostrare coraggio e orientare la nostra bussola verso il continente eurasiatico, se vogliamo rilanciare una lotta antimperialista. E ora è il momento di fare domande. E formulare domande e proporre nuovi compiti è importante quanto dare risposte, politiche e teoriche. 

– Quale è il partito comunista europeo col quale, oggi, “simpatizza” di più?

– Vorrei che il PCF avesse contatti più stretti con il Partito Comunista di Grecia e il Partito Comunista Portoghese, stabilendo punti concreti per la cooperazione. Non puoi semplicemente avere incontri, riunioni che non trovano sbocchi operativi. Ed è comunque necessario superare quel concetto e quella prassi di cooperazione, condotta da Pierre Laurent (l’ex segretario nazionale del PCF, “licenziato” al 38° Congresso del partito), che ci portava a stringere relazioni solo con le forze della sinistra europea, tagliando fuori i partiti comunisti di natura antimperialista e anti UE.

– Da dove possono trarre forza oggi i partiti comunisti?

– Tenendo conto dell’esperienza del 38° Congresso del PCF, insisto sulla necessità di individuare quali terreni prioritari, per l’organizzazione del consenso operaio e di massa e per la costruzione del partito, quelli della lotta contro l’UE e l’imperialismo. La pressione del capitale è enorme, un’intera generazione vive molto peggio dei propri genitori, il tasso di mortalità infantile è in aumento e l’aspettativa di vita media è in calo. 

La stessa questione della sopravvivenza del genere umano diventa questione odierna e centrale, e non c’è altra forza capace di dare una risposta politica progressista, se non i comunisti. Non c’è nessun altro sistema di pensiero e potenza politica in grado di sostituirsi al comunismo, come progetto alternativo generale al capitalismo. In Francia né la “République En marche!”, né “L’Europe Écologie-Les verts”, né “Les Républicains”, né la “Coalition Envie d’Europe écologique et sociale” (con dentro “Parti Socialiste”, “Radicaux de Gauche”, “Place publique”, “Nouvelle Donne”), né “France Insoumise” di Mélenchon rappresentano strategicamente un’alternativa. Che solo la proposta comunista può rappresentare.

Ma i partiti comunisti in quanto tali devono essere trasformati, sia nel lavoro sia pratico che teorico. La nostra forza deve essere rafforzata dalla convinzione, dalla conoscenza, dall’organizzazione e dalla coesione: dobbiamo divenire una democrazia dell’azione, per riallacciare il legame con le masse e offrire soluzioni concrete. L’internazionalismo ci aiuta a vedere la scala globale dei problemi e a condividere le esperienze delle altre forze rivoluzionarie. Dobbiamo rompere con i villaggi Potëmkin piantati dal capitale, in cui le potenze capitaliste occidentali, con l’aiuto dei loro media, dominano l’opinione della comunità internazionale.

– Come dovrebbero rapportarsi, secondo lei, i comunisti francesi con la Russia e la Cina? La mancanza di conoscenza e la propaganda occidentale possono spiegare la mancanza di comprensione dei processi in questi paesi?

– Ci stanno indottrinando. I capitalisti occidentali hanno paura di parlare sullo stato delle cose nei loro paesi, quindi parlano instancabilmente di quanto siano cattivi gli altri, inculcano nella testa della gente che qualsiasi rivoluzione porta a una dittatura. A livello dell’UE, stanno cercando di identificare ufficialmente il comunismo sovietico con il nazismo, Stalin con Hitler. Tutto questo viene fatto per “sbiancare” i fascisti, necessari al capitale per controllare le masse dei lavoratori.

Ma i capitalisti non dimenticano i loro agenti di sinistra, dai trotskisti ai socialdemocratici. In Francia, dopo che Georges Marchais ha stretto un accordo con i socialdemocratici, la direzione del Partito Comunista ha permesso a questa propaganda anticomunista di penetrare nelle file del partito. Di conseguenza, vengono impiantate idee rozze, sbagliate, ignoranti sullo sviluppo dei paesi socialisti e di altri paesi progressisti e ciò è anche il prodotto della rimozione dell’educazione politica e teorica di partito.

 La propaganda occidentale raggiunge oggi il livello della propaganda di Goebbels: tutto si regge su menzogne senza fondamento. Pertanto, le dichiarazioni del segretario del PCF Fabien Roussel su Russia e Cina sulla “Pravda” e in un’intervista alla TASS sono state una sorpresa positiva e lo hanno reso popolare. Nel nostro partito, stiamo combattendo la disinformazione. Il sito che ho creato con Marianne Dunlop aggiorna i nostri compagni con notizie da Russia, Cina e Cuba. Ci sono editori vicini a noi: “Delga” ha pubblicato le mie memorie e questa stessa casa editrice pubblica e divulga lavori interessanti, orientati nella giusta direzione. Ma dobbiamo andare oltre, insieme, determinare gli obiettivi della controffensiva, rafforzare la formazione dei compagni, dei dirigenti e dei militanti comunisti, lavorare per la costruzione di una coscienza rivoluzionaria tra i giovani. 

– Quest’anno abbiamo celebrato il 150° anniversario della Comune di Parigi. Che ruolo ha avuto questo evento nella vita del movimento operaio internazionale?

– La Comune di Parigi ha posto le basi per l’instaurazione del potere del proletariato. Marx, analizzando la lotta di classe in Francia, mostra come in questo paese Kant diventi un Robespierre, sebbene il passaggio all’azione sia a volte teoricamente confuso e difficile. Allo stesso tempo, i tedeschi in pratica si disperano, e lo stesso Marx esita nel suo atteggiamento nei confronti della Francia tra l’ammirazione per il rivoluzionarismo francese e l’irritazione causata dalla nostra miopia teorica, dalla nostra incapacità di pensare dialetticamente…

La Comune di Parigi, liberata dall’illusione della necessità di riprodurre la rivoluzione borghese francese, portò sulla scena della storia un nuovo protagonista: il proletariato. La Comune ha difeso il nostro paese dal tradimento della borghesia, ha aperto nuove strade nell’educazione, nella giurisprudenza, che sono state poi concretizzate dalla rivoluzione bolscevica. Considerando la breve storia della Comune di Parigi, la sua esperienza ci insegna che non dobbiamo lottare solo per l’autonomizzazione della classe operaia, ma per la dittatura del proletariato, in antitesi alla dittatura della borghesia.

C’è una tendenza nella Francia moderna a stigmatizzare qualsiasi rivoluzione come un’impresa inutile, che porta al “massacro, alla dittatura giacobina, alla ghigliottina e ai gulag”. Questa interpretazione della storia è iniziata nell’era di Mitterrand, quando si è reso necessario accendere un controfuoco per bloccare l’accesso dei comunisti alle strutture di potere, per privarli della possibilità di agire.

Pertanto, il capitale e i suoi ideologi impiantano la socialdemocrazia, come la vediamo attualmente in Portogallo. Ignorano il controverso passato dei partiti socialisti e lo stesso Mitterrand, i suoi legami con il regime di Vichy, il suo anticomunismo, il suo ruolo nelle guerre coloniali e nella repressione, il suo impegno atlantista, ecc., affermando che la socialdemocrazia ha sempre difeso la libertà di fronte ad una possibile dittatura comunista.

L’eurocomunismo seguì questa interpretazione, attribuendo all’URSS un carattere totalitario, estraneo “alle aspirazioni europee”. Questa nefasta interpretazione continua ancora oggi, mentre prendono corpo sia le ideologie reazionarie e conservatrici del passato, compresa la demonizzazione della rivoluzione francese, che la riscrittura della storia.

– In che modo la Comune di Parigi ha cambiato la Francia?

– La Comune è stata rovesciata e il movimento rivoluzionario si è disperso, nonostante il successivo emergere del gedismo, la prima corrente marxista. Ma c’è una continuità di rivoluzioni, e se gli anni dopo la sconfitta della Comune non cambiarono la coscienza di classe del popolo francese (che, nonostante le repressioni, crebbe per la sfiducia del proletariato francese nei confronti della politica espressa dalle forze dell’anarcosindacalismo), poi a livello internazionale la Comune ebbe per molti versi la più ampia risonanza grazie all’analisi delle opere di Marx e di Lenin.

– Storicamente, uno dei pilastri del movimento operaio e socialista in Francia è l’anarcosindacalismo. Quali sono i punti di forza e di debolezza di questa tradizione?

– Punti di forza: militanza, sfiducia nei confronti dei datori di lavoro e delle organizzazioni borghesi; punti deboli: rifiuto della politica e della lotta per il potere. L’anarcosindacalismo si limita allo sciopero generale, mentre i marxisti si preoccupano di rafforzare il partito capace di prendere il potere statale. La forza di Maurice Thorez, segretario del PCF dal 1930 sino al 1964, anno della sua morte, risiedeva nella costruzione di un partito che unificava queste correnti, ma dopo la sua scomparsa la scissione è ripresa.

Ancora oggi, la creazione di cellule di partito nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, e cioè la costruzione della forma partito leninista e rivoluzionaria, è ancora una questione per nulla risolta. Fino a quando non ci sarà chiarezza politico-teorica nel partito, non si capirà perché la classe operaia deve avere bisogno di questo partito. Fino a quando il PCF non ricostruirà la sua strategia e non passerà alla chiarezza delle azioni, molti lavoratori crederanno di aver bisogno solo di un sindacato e il partito potrà essere sostenuto solo durante le campagne elettorali.

– Cosa significa per te essere un comunista francese?

– Essere comunista significa riempire di significato la vita. Sono più che mai convinto della necessità di essere comunista, non solo in relazione alla situazione di emergenza nel mondo, al pericolo dell’imperialismo e della crisi, ma anche per il bene del popolo stesso, per aiutarlo a uscire dal vuoto sociale in cui si può persino autodistruggere.

I partiti comunisti devono ripristinare la loro la solidarietà internazionale, la loro relazione e il loro scambio politico e teorico; devono rimettere in campo un loro coordinamento internazionale per azioni antimperialiste, anticapitaliste, rivoluzionarie sovranazionali. Abbiamo subìto molti colpi, sia il PCF che la società francese. Quando parlo dello stato difficile del partito, so che la società francese nel suo insieme è in uno stato ancora peggiore…

Il PCF dovrà essere trasformato. Essere un comunista francese, indipendentemente dal fatto che uno sia o meno membro del partito, è un motivo per ricordare cosa ha spinto quella giovane donna, quella giovane compagna, a scegliere la strada comunista, e perché l’anziana signora che ti parla non si pente della sua vita: essendo comunista ha avuto una possibilità di far parte del meglio dell’umanità.

Essere comunista: come il nostro grande Diderot, che era ateo, ripeto che quando avrai finito la tua vita, ti addormenterai stanco, come se avessi fatto un lavoro onesto… Ma non è il momento di chiudere gli occhi. Dobbiamo portare al processo di ricostruzione del partito comunista e della lotta ciò che abbiamo, ciò che sappiamo, passare il testimone, dire ciò che pensiamo debba essere detto. Dobbiamo lavorare affinché i proletari di tutti i paesi, finalmente, si uniscano. Dobbiamo farlo ovunque e ogni ora – la nostra intervista è un granello di questo lavoro, ma spero che possa aiutare.

Essere francesi? Robespierre ha giustamente detto di noi: “le ragioni della nostra esistenza sono più importanti della nostra esistenza”. Salutando i compagni russi e ringraziandoli per quanto hanno dato al mondo, apprezziamo la grande pazienza russa. La nostra fiducia in voi, comunisti russi, si basa non solo su ciò che avete portato all’umanità durante i 70 anni di esistenza dell’URSS, ma anche per come vi rifiutate di obbedire alla controrivoluzione. Ricordo l’incontro con il compagno Zyuganov in India, al Congresso del Partito Comunista Indiano nel 1994, quando rappresentavo il PCF ed ero lì insieme a J. Risquet, che rappresentava il Partito Comunista di Cuba. Riska, come me, dava un grande valore alla storia dell’Unione Sovietica e tutti e due, io e Riska, rivedemmo G. A. Zjuganov un degno esponente dell’Ottobre e dell’URSS. E questo molto ci aiutò e molto ci aiuta a riprendere fiducia nel presente e nel futuro.