Esempi del passaggio dal sistema estetico tardoantico a quello bizantino si evidenziano in molte opere, tra cui la bronzea Statua colossale dell’imperatore d’Oriente di Barletta. In essa si era immaginato impropriamente il ritratto di Eraclio, nato nel 575 d.C. in Cappadocia. Il volto di questo monumentale corpo mantiene ancora una buona resa ritrattistica derivante dalla tradizione romana. L’opera fu anche vista come replica del ciclopico ritratto di Costantino e potrebbe invece ritrarre Valentiniano I (364-375) o Teodosio I (379-395) autore del trasferimento della capitale a Milano.

 

Nel periodo tardoantico sopravvive il contributo d’importanti botteghe informate del codice classico sebbene gli artisti tentino un’indipendenza dalle scuole di regime.

Il Dittico di Stilicone – rilievo in avorio del 400 d.C. (Monza, Tesoro del Duomo) – è ornato dai ritratti dell’imperatore Stilicone Flavio (Flavius Stilicho, nato attorno al 359 e morto a Ravenna nel 408) e della moglie Serena con il figlio Eucherio nella seconda anta anch’essa intagliata nell’avorio. Questo “ritratto familiare” di alto artigianato, con l’interno rivestito di cera su cui poter scrivere, testimonia la produzione di opere tardoclassiche anche in area lombarda. Questo “dittico consolare”, costituito da due tavolette unite da una cerniera, celebra Stilicone imperatore pro tempore come tutore di Onorio.

Stilicone è posto frontalmente come le altre figure, modellato con forme tondeggianti e serene in cui emergono però improprietà bizantino-barbariche. Si notino a tal proposito le cornici architettoniche rese in “proporzione simbolica”, cioè assai piccole rispetto alle figure umane. Lo scudo del generale è privo di prospettiva e frettolosamente risolto. Lodevole invece il panneggio degli abiti di Serena (vestita con panni romani) ed Euchero (che indossa invece indumenti costantinopolitani). Il tentativo ritrattistico si rifà alla maniera imperiale, rivelando lo scadimento dello sfondo scenografico, privo dei dovuti parallelismi geometrici.

L’elezione di Ravenna a capitale avviene nel 402 e Onorio e Silicone ne saranno reggenti.

 

In questo momento assistiamo al ritorno della presentazione delle figure statiche, che si sostituisce alla composizione celebrativa o narrativa, circondando il tutto con una ricca ma geometricamente improvvida ornamentazione.

 

Lo Stile Bizantino comporta la perdita di conoscenza delle regole anatomiche e spaziali. Tale stile, che mostrerà diverse caratterizzazioni geografiche, resterà, per quasi un millennio, modello tecnico-formale dominante dall’Adriatico al Mediterraneo cristiano e oltre sino alla Russia.

L’arte di Ravenna tenterà prima di ispirarsi ai residui di classicità sopravvissuti, poi assorbirà l’eredità paleocristiana, dunque quella della cultura barbarica ostrogota e infine l’influsso di Bisanzio.

I periodi dell’Arte Ravennate secondo il codice estetico che li contraddistingue sono:

1) Dal 423 l’età di Galla Placidia caratterizzata dall’indicatore “tardoclassico”

2) Dal 458 il Periodo Intermedio o Neoniano (Governo dei cardinali, tra cui il Vescovo Neone) in cui è mantenuto l’indicatore tardoclassico sebbene si presenti l’ingerenza dell’“infantilismo barbarico”.

3) Dal 487-493 l’Età di Teodorico, caratterizzata da episodi di opere con indicatore “barbarico-bizantino”.

4) Dal 525 l’Età di Giustiniano con predominanza dell’“indicatore bizantino”

 

Il primo periodo ha inizio sotto Flavio Stilicone, che morirà a Ravenna nel 408, console reggente in vece di Onorio figlio di Teodosio. Benché di origine barbarica, Stilicone tenterà di imprimere all’arte del periodo un figurativismo tardoclassico emancipato, evidente nei mosaici del Battistero Neoniano o degli Ortodossi.

La reggenza dell’Impero di Galla Placidia resusciterà alcune competenze “tardoantiche”, sebbene si presenti già l’“indicatore bizantino” (a causa dell’influenza crescente di Costantinopoli), mentre appare minore l’“indicatore barbarico” che crescerà in seguito.

Il secondo periodo ravennate, definibile come “Periodo dei Vescovi”, è segnato da incertezza politica e guerre, per cui l’arte manifesterà esitazioni avanzando verso la decadenza, sebbene mostri talora insospettabili riflussi filoclassici, destinati in ogni caso ad estinguersi con l’avvento di ostrogoti e poi longobardi.

Il terzo periodo ravennate inizia alla caduta dell’impero d’Occidente e alla deposizione di Romolo Augustolo, da cui si aprono le successioni al trono che condurranno all’ascesa di Teodorico, affermatosi nel 492. In questo momento l’influenza barbarica sarà dominante, mentre si manterrà media l’influenza bizantina e si assottiglieranno le abilità tardoantiche.
Il quarto periodo ravennate è caratterizzato dal passaggio dell’imperatore d’oriente Giustiniano, che cercherà di riconquistare l’Occidente riunificando l’Impero Romano. Diviene ora massima l’influenza bizantina, media l’influenza barbarica e minimo l’indicatore tardoclassico.

 

Nei mosaici conservati nel Mausoleo di Galla Placidia permane la dominante tardoantica sopravvissuta dall’estremo tratto della classicità e che appare però già impoverita dal declino figurativo che sta interessando l’arte.

Gli apostoli sono rappresentati quasi tutti di profilo evitando un dialogo frontale con lo spettatore. Il “moto convergente” dei santi verso l’altare appare simile, dunque presumibilmente coevo, allo schema compositivo adottato nei mosaici della Chiesa di Sant’Apollinare Nuovo.

Il periodo di Teodorico il Grande ha inizio dopo la sua affermazione bellica su Odoacre, re degli Eruli e patrizio dei Romani, poi riconosciuto dall’imperatore romano d’Oriente Zenone quale Patrizio d’Occidente, che, chiamato Re d’Italia, si autoproclamò augusto.

A capo degli Ostrogoti, Teodorico controllerà Ravenna e Verona come avamposti del regno “romano-barbarico”.

La formazione culturale di Teodorico, re degli Ostrogoti dal 474 e sovrano del Regno ostrogoto in Italia dal 493, era avvenuta alla corte di Costantinopoli ove era cresciuto. Dunque, l’arte del suo tempo sarà caratterizzata da una mediazione tra cultura barbarica e progettualità bizantina. La cultura latina non scompare però completamente, sebbene prosegua il processo del suo graduale assorbimento entro il nuovo sistema estetico. Le conoscenze antiche sopravvivranno, come vedremo, coltivate nei centri monastici dell’ordine fondato da San Benedetto da Norcia nel 529 dopo Cristo.

Teodorico, convertito al Cristianesimo ma aderente all’eresia ariana, fa costruire una nuova cattedrale dedicata a San Teodoro, che sarà poi rinnovata nel sec. XVI assumendo titolo di Chiesa dello Spirito Santo. Parte del repertorio ravennate originario andrà così modificato o perduto.
Nonostante Teodorico arruoli valenti intellettuali e artisti per tentare un recupero dei valori della classicità romana, non troverà manovalanze in grado di resuscitare i formulari protoimperiali.

 

L’intellighenzia della corte comprendeva il filosofo Severino Boezio e lo storico Cassiodoro, i quali, operando lontani da Roma, non saranno in grado coordinare degni interpreti per evitare l’inarrestabile semplificazione di significati e costrutti.

In ordine cronologico, i mosaici della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo sono prima espressione dell’avvento del gusto di corte, il cui “imprinting” è ormai irreversibilmente bizantino.

La “città cesarea” di Ravenna segnerà il suo confine urbano sul “Campo del Coriandro”, sito di ritrovamenti, tra cui la presunta armatura del re.

Teodorico, come abitudine degli imperatori romani dell’apogeo, pensa in vita a progettare un proprio mausoleo, che crescerà poggiando su una pianta decagonale sito ad est del centro abitato, proprio nel campo del Coriandro. Le maestranze ora attive provengono anche dall’Illiria, avviando quel dialogo formale tra le due sponde dell’Adriatico, che si manterrà attivo fino al Rinascimento.

Lo stile bizantino – assai semplice da eseguire e comprendere, concepito da mente e mano ingenue e rivolto a menti illetterate – rimarrà dominante in Italia sino alla rivoluzione scultorea di Nicola e Giovanni Pisano e, infine, a quella pittorica di Giotto.