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È il 1985. Buona parte della “mutazione” verso una natura non più comunista è già avvenuta, nel P.C.I.; la Federazione Giovanile Comunista Italiana, la FGCI, ha naturalmente seguito la parabola del Partito. A Napoli, dal 21 al 24 febbraio 1985, si tiene il XXIII Congresso della FGCI, un Congresso che eleggerà (dopo D’Alema e Fumagalli) come segretario nazionale Pietro Folena. Solo 5 anni dopo, il 19 dicembre del 1990, si terrà a Pesaro il XXV e ultimo Congresso della FGCI che, con 356 voti a favore su 491 (il 72,5%) in rappresentanza di 55mila iscritti, si scioglierà per divenire, nel 1992 e seguendo il nuovo Partito Democratico della Sinistra, Sinistra Giovanile del PDS. Di seguito pubblichiamo due articoli relativi al XXIII Congresso della FGCI: il primo (“Equidistanza nuovo dogma”), a firma di Sergio Ricaldone, è pubblicato su Interstampa del 1 gennaio 1985 (anno V); il secondo (“Fuori l’Italia dalla NATO”), di Concetto Solano, è pubblicato sul numero 3-4 di Interstampa del marzo-aprile 1985.

Equidistanza nuovo dogma

di Sergio Ricaldone

Interstampa, gennaio 1985

 

Pare che per il Movimento per la Pace in Italia sia arrivata la stagione dell'autocritica e dell'autocoscienza impietosa.

Coordinamenti della pace, sindacati, movimenti giovanili, partiti della sinistra avvertono il pesante riflusso del movimento e ne cercano cause e motivazioni.

La delusione per le sconfitte subite ha portato addirittura alcuni a giudicare sbrigativamente come superare le grandi manifestazioni di massa e a ricercare solo in una non meglio precisata “cultura della pace” l'occasione per ridare un minimo di vitalità al movimento.

Un'eccezione a questo quadro pessimistico sono le tesi congressuali della FGCI laddove rifiutano di considerare sconfitta irreversibile l'avvenuta installazione dei missili a Comiso, e sostengono la necessità di “... aprire una nuova stagione del movimento, che avrà caratteristiche inevitabilmente   diverse, che sarà fondata su un nuovo impegno nel territorio, nelle scuole, nei posti di lavoro.

Sono pienamente d'accordo con questa esigenza ma sembra difficile arrivarci senza compiere una riflessione approfondita anche sulle scelte politiche, spesso frutto di analisi incomplete o sbagliate, che hanno reso il movimento incerto e titubante in molte occasioni, diviso al suo interno e, quel che è più grave, distaccato dalla sua componente principale: il movimento operaio.

Il punto secondo delle tesi è intitolato: “Per una moderna critica alla società in cui viviamo, per una nuova idea del socialismo”. Un'espressione un po' astratta ma che sintetizza esplicitamente la decisione della FGCI di approfondire il distacco dal marxismo e dal leninismo nonché dalle risultanti fondamentali delle sue analisi economiche, storiche e sociali.

Certi giudizi espressi sui problemi internazionali e quelli della pace sembra partano appunto dall'esigenza di fornire nuovi supporti ideali e culturali alle giovani generazioni e strumenti di indagine politica e storica che rendano accettabili le nuove opzioni politiche e – diciamolo pure – i nuovi dogmi.

In questo nuovo contesto l'imperialismo è stato cancellato dalle tesi come espressione degli interessi di classe del grande capitale finanziario e monopolistico e quindi come responsabile strutturale della politica di sfruttamento e di rapina verso le classi subalterne e verso i paesi sottosviluppati.

 

 

 

Esiste ancora l’imperialismo?

 

Sembra quasi che esso non sia più quel sistema politico che fin dal suo sorgere ha fondato il suo sviluppo industriale, la sua potenza economica, i suoi imperi coloniali, la sua espansione politica e militare, soprattutto sulla produzione e l'impiego delle armi e sulla continua dilatazione delle spese e dei bilanci militari in quanto forma primaria di enormi profitti.

Un sistema politico che ha provocato, è bene ricordarlo, due guerre mondiali.

Le tesi della FGCI sostengono invece, in modo lapidario, che “la produzione, il commercio, l'installazione di nuove armi micidiali, le ritorsioni, la gara per l'arma finale: questo è il terreno della competizione internazionale. Di questa situazione massimi responsabili sono le due grandi potenze USA e URSS impegnate in una contrapposizione frontale”.

Si continua a mettere sullo stesso piano con candida disinvoltura due paesi che hanno sistemi politici e sociali così profondamente e strutturalmente diversi: uno imperialista e l'altro socialista.

Nel 1960, al IX Congresso del PCI, P. Togliatti dichiarava: “Noi sappiamo che il capitalismo, nell'attuale fase del suo sviluppo e per le leggi stesse della sua evoluzione, diventa imperialismo. E imperialismo vuol dire sforzo per dominare il mondo con l'impegno della forza e della violenza. Per questo la guerra è connaturale all'imperialismo. Per questo fu giustamente detto che il capitalismo ha nel suo seno la guerra, come la nube ha l'uragano. Per questo l'epoca dell'imperialismo è stata un seguito quasi ininterrotto di guerre, di cui due estese a tutto il mondo”.

A chi considera superato e dogmatico questo giudizio di Togliatti ricordiamo che 25 anni più tardi, cioè l'otto maggio scorso, Andreas Papandreu dichiarava al Congresso del PASOK: “L'URSS non può essere definita potenza imperialista come gli Stati Uniti. Essa è una forza contro l'imperialismo e il capitalismo”.

Nessuno nega che ci siano stati dei momenti nei quali è apparsa qualche esitazione in qualche presidente USA nel portare avanti con grintosa determinazione la crociata contro il comunismo, e anche dei momenti in cui è stato possibile il dialogo e la distensione. Ma questo non significa che l'imperialismo abbia cambiato i suoi connotati essenziali, anzi la direttiva politica militare elaborata dal Pentagono per il 1984-88 ripropone ufficialmente l'obiettivo di “distruggere il socialismo come sistema sociopolitico”.

Questo obiettivo si integra perfettamente con quello di mantenere il più elevato possibile il bilancio della difesa, offrendo all'industria degli armamenti USA commesse sempre più allettanti e profitti sempre più abbondanti. Sotto questo profilo è bene ricordare che in nessuna delle amministrazioni che si sono avvicendate alla guida degli Stati Uniti non c'è mai stata una separazione neppure fittizia tra il potere politico e quello economico: l'attuale presidente Reagan siede in qualità di dirigente nel consiglio di amministrazione della General Electric (il quarto fornitore del Pentagono) ed è fra i suoi collaboratori meglio pagati. E quella del presidente non è assolutamente un'eccezione nello staff dirigente della Casa Bianca.

Nei paesi socialisti ed in particolare in URSS le cose vanno invece ben diversamente. Intanto non c'è ombra di un apparato di potere e di interessi privati qual è il complesso militare industriale presente nelle società a capitalismo avanzato. Nei paesi socialisti non vi sono né padroni né azionisti che possono sfruttare la produzione militare per rimpiangere i loro profitti. Ci sono indubbiamente industrie che producono armi ma queste non solo non producono profitti per alcuno, ma producono al contrario vere e proprie perdite di ricchezza sociale.

 

 

 

Conseguenze del riarmo nei paesi socialisti

 

E questo lo conferma la fonte più insospettabile: lo stesso presidente Reagan ha dichiarato più volte che la sfida al riarmo missilistico nucleare e spaziale lanciata all'URSS ha lo scopo di indebolire l'economia sovietica e quella dei paesi socialisti costringendoli ad investimenti sempre più ingenti nei loro bilanci militari.

I fatti dimostrano senza ombra di dubbio l'oggettivo interesse dell’URSS al disarmo ma anche, ed è un aspetto di fondo, che il socialismo ha strutturalmente bisogno di pace; e questo nella stessa misura in cui ha strutturalmente interesse a continue costose spese per armarsi e difendersi.

Secondo alcuni l'URSS, per dimostrare la propria volontà di pace, dovrebbe decidere unilateralmente misure di disarmo nucleare e missilistico. A parte il fatto che fu proprio Andropov ad annunciare, prima del fallimento delle trattative di Ginevra, l'intenzione sovietica di smantellare gli SS20, fino al livello degli arsenali franco-britannici, in cambio della non installazione dei Pershing e dei Cruise. Ma questa proposta di disarmo unilaterale non fu nemmeno presa in considerazione dall'amministrazione Reagan tutta protesa a mostrare i propri muscoli e decisa a sostenere un programma di spese militari incompatibili con un calo della tensione e una prosecuzione positiva delle trattative. Edward Kennedy in un discorso del 1983 all'American University ha dichiarato: “Reagan è stato da venti anni a questa parte, da quando cioè ha cominciato la sua attività politica, sempre e decisamente ostile a qualunque tipo di accordo per il controllo dell'escalation nucleare. Oggi la durezza e il sospingersi avanti sino al rischio di una guerra sono i tratti caratteristici delle sue scelte politiche”.

A questo punto è lecito chiedersi se l'URSS compiendo atti unilaterali di disarmo, cioè distruggendo una parte importante del suo potenziale difensivo, possa indurre la controparte imperialista a rivedere il suo atteggiamento aggressivo verso i paesi socialisti.

È certamente molto bello immaginare e sognare un mondo nel quale i contrasti di classe e quelli tra socialismo e imperialismo possano essere risolti con la rinuncia all'uso della forza, compiendo gesti generosi ed esemplari che convincano anche il brigante più incallito alla riflessione e al pentimento. Bello ma utopistico. Un'utopia che purtroppo non regge di fronte alla violenza dello scontro sociale e di classe e alle pressioni di ogni tipo dell'imperialismo.

Rammentiamo come esempio che in un continente come l'America Latina una parte importante del clero cattolico ha dovuto prendere atto dopo secoli che la preghiera e la cristiana rassegnazione cioè l'unilaterale rinuncia alla lotta di classe, degli oppressi e dei poveri non servono a sconfiggere lo sfruttamento e la violenza delle classi dominanti.

Stiamo assistendo ad un evento straordinario quale la nascita e il moltiplicarsi di decine di migliaia di comunità cattoliche latino-americane che sotto la direzione di preti illuminati e coraggiosi si organizzano e lottano con estrema decisione contro un potere politico ed economico sempre più violento e arrogante.

I gesti unilaterali di disarmo possono servire solo in una trattativa di pace seria e onesta nella quale la buona volontà delle due parti sia dimostrata dalle proposte e dai fatti E finora i fatti dimostrano purtroppo solo la volontà aggressiva ed egemonica dell’imperialismo americano.

Fuori L’Italia dalla NATO

di Concetto Solano

Interstampa, marzo-aprile 1985

 

La conclusione del congresso nazionale della FGCI, al di là di tanti limiti e delle non poche ambiguità che sappiamo, ha tuttavia messo in rilievo un'importante novità, sulla quale è forse necessario soffermarsi.

Le posizioni e il voto espresso sulla questione Nato, infatti, hanno fatto emergere una posizione che pare, come ha detto il neo-segretario della FGCI Folena, “l'obiettivo del superamento dei blocchi e dell'uscita dell'Italia dalla NATO”. Una posizione, questa, che rappresenta un salto di qualità rispetto alla linea “dell'ombrello protettivo”.

I giovani comunisti hanno dunque preso atto del fallimento della concezione deamicisiana del ruolo di “pace” della Nato che si era imposta in un recente passato, delle contraddizioni e dei limiti che questa concezione ha portato nella lotta per la pace e contro i missili americani, in quanto cozzava con le vere cause della loro installazione che rimandavano direttamente ai legami internazionali del nostro Paese. Una concezione, infine, che ha contribuito non poco alla scarsa presa della FGCI stessa sui giovani negli ultimi anni.

Caduto finalmente il mito del ruolo “difensivo” della NATO, si sono liberate le possibilità per un'attenta analisi sul ruolo che essa ha svolto in questi anni. Un ruolo di continua ricerca della guerra, di soluzioni aggressive nei confronti di tutto quanto è in contrasto con gli interessi imperialistici degli USA, provenga esso da movimenti di liberazione, paesi democratici e progressisti o paesi della comunità socialista. E su questa linea si deve continuare l'approfondimento, anche per potersi liberare da certe formulette ambigue e storicamente errate che tutt'ora persistono, come nel caso di Folena che si attarda ancora sull'affermazione secondo cui “l'URSS ha compiuto atti di politica di potenza da cui gli Stati Uniti hanno tratto pretesto per una corsa forsennata al riarmo”. Come se ormai non fosse chiaro che questa è una precisa scelta strategica degli attuali dirigenti americani.

È stato inoltre messo giustamente in luce come sia proprio il meccanismo NATO a coinvolgere negativamente il nostro paese in tensioni internazionali, e in particolare nel medio oriente, dal Libano al Mar Rosso; a privarci di intere parti di territorio nazionale, che vengono inquadrate nell'ambito di processi di crescente militarizzazione, in violazione dei principi fondamentali d'indipendenza e sovranità nazionale; ed infine a distogliere risorse sempre più maggiori allo sviluppo produttivo, dell'occupazione e del progresso sociale.

È questa nuova presa di coscienza sul ruolo aggressivo riarmistico e asservitore della Nato che ha fatto sì che – e lo rilevava Fumagalli nella sua relazione introduttiva – “in molti casi sono stati votati emendamenti per la fuoriuscita militare” e che lo stesso Congresso abbia recepito la necessità di caratterizzarsi con una posizione nuova sulla NATO, imprescindibilmente legata al fatto che un'autentica sicurezza per il nostro paese può essere solo fondata su una politica estera autonoma e sovrana.

Sulla NATO quindi, i giovani comunisti hanno compiuto uno sforzo di autonomia, superando le formulazioni del PCI che erano state meccanicamente trasferite nei documenti ufficiali della FGCI; e questo sforzo dovrebbe costituire uno stimolo di riflessione critica per lo stesso partito, anche se non sono state certo incoraggianti le posizioni di rabbiosa polemica e di paternalistico dissenso che hanno voluto subito scoraggiare queste espressioni di lucidità.

Ma di fronte a questi condizionamenti, la posizione scaturita dal Congresso acquista un valore ancora maggiore, anche per il senso di autonomia evidenziato dalla FGCI (“l’unico ombrello sotto il quale ci sentiamo sicuri è quelle del disarmo”, ha detto Folena). Un senso d’autonomia che è auspicabile si manifesti nel prossimo futuro anche su altre questioni essenziali, quali ad esempio il giudizio sui paesi socialisti, verso i quali è invece mancata un'analisi serena e lucida che potesse far superare i pregiudizi e le irrazionali visioni demonizzanti degli ultimi anni. Già a partire dal documento congressuale infatti, su ben 23 colonne d’analisi alla realtà dei paesi socialisti sono stati dedicati a malapena solo cinque righi inverosimili, ai quali forse devono essere aggiunti 12 incredibilmente specifici sul problema dei “dissidenti”.

E non si tratta di una carenza solo quantitativa. Manca infatti la piena coscienza che in qualche parte del mondo si stanno costruendo società nuove, socialiste, che hanno già ottenuto molteplici successi (per l'uomo, soprattutto) che sono ancora lontani dall'essere realizzati nelle pur avviate società a capitalismo avanzato come si considera il nostro paese, e che non sono certamente casuali ma dovute alla natura socialista di quei paesi, posta alla base della loro vita economica e sociale. Va inoltre aggiunto che se è giusta l'analisi sulla natura negativa della NATO, altrettanto giusta è l’avere coscienza del ruolo dei paesi socialisti come forza antagonista fondamentale dell’imperialismo, in quanto con la loro presenza ne arginano le spinte aggressive, anche per quel che riguarda i paesi sottosviluppati. Come infatti ha avuto occasione di ricordare Fidel Castro, “senza il potere e il peso che esercita oggi la comunità socialista, l'imperialismo incalzato dalla crisi economica e dalla scarsità di materie prime, non avrebbe dubbi a ripartirsi di nuovo il Pianeta”.

Su tutto questo invece, inspiegabilmente si è preferito sorvolare. Si tratta forse di esperienze talmente insignificanti da non meritare una valutazione? Indiscutibilmente no; è poi giusto dare un contributo critico sulle realtà socialiste, ma va pure ricordato che l'uso di formule liquidatorie, o peggio ancora il silenzio, rappresentano la forma in assoluto meno costruttiva e critica, e insieme una forma di dogmatismo sterile.

È importante che la FGCI ora lavori per riuscire a superare quell'incapacità, presente negli ultimi anni, nel darsi prospettive, nell’individuare le dinamiche potenziali del mondo giovanile e per superare i pericoli di frammentazione della lotta politica, riuscendo a realizzare una sintesi che interpreti i molteplici fermenti presenti fra i giovani, formulando un progetto di cambiamento radicale e complessivo della società.

Per far questo occorre certo partire dal grande bisogno di concretezza che hanno i giovani; questa però non va confusa col pragmatismo, ma al contrario contiene un grande bisogno di cambiamento sociale. Deve essere chiaro che i temi sui quali oggi si muovono i giovani, il lavoro, la cultura, l'ambiente, la pace, la lotta alla mafia, hanno un comune filo conduttore: quello del rifiuto, dell’insoddisfazione per il tipo di risposte che l'attuale sistema capitalistico gli offre. Questi terreni di lotta non vanno dunque tenuti separati l'un l'altro, ma bensì riuniti in stretta connessione con un progetto di cambiamento globale; altrimenti è evidente il rischio dello scadimento nella protesta a buon mercato, nella contestazione sterile e fine a se stessa.

Bene ha detto Folena sostenendo che occorre “combinare idealità e concretezza, quotidianità e progetto”, ma è pure auspicabile che a queste parole segua un serio impegno a definire in maniera chiara e nel concreto le coordinate sui cui impostare un valido progetto di trasformazione della società. Solo in questo modo infatti si potrà dare un ben preciso significato alla “scelta etica per i valori di eguaglianza, di giustizia e di libertà”, che altrimenti rischierebbero di rivelarsi una semplice enunciazione di buoni sentimenti.

Non è un lavoro facile, ma è sicuramente un lavoro indispensabile. Ed è anche l'unico terreno sul quale è possibile realizzare l'incontro fra l'essere giovani e l'essere comunisti nel nostro paese, e per rilanciare la possibilità di costruire, superando ogni soluzione conciliante col capitalismo, una società più giusta e umana, socialista.