“Enea profugo” è un monologo teatrale, anzi una “lezione recitata”, che fa parte del progetto del 2011, promosso dal Consiglio Regionale del Piemonte Comitato Resistenza e Costituzione, realizzato dalla Compagnia teatrale Marco Gobetti in collaborazione con il Centro studi Piero Gobetti. Il fine delle “Lezioni recitate” è quello di trovare nuovi modi per divulgare la Storia, soprattutto grazie al racconto orale. Autore del monologo è Franco Pezzini, studioso dei rapporti tra letteratura e mito; Andrea Caimmi è l’attore talentuoso e coinvolgente in scena. 

Le lezioni recitate sono pensate e rappresentate non solo per le scuole, ma anche per un pubblico vasto in teatro, nei siti storici, nelle biblioteche, nelle librerie; sono un esempio di messa in scena basato solo sull’efficacia del testo e le capacità attoriali, un teatro che crea valore nella contemporanea pervasiva società-spettacolo, fautrice di manie di protagonismo, dove tutti aspirano ad un palcoscenico, manovrati da mode e consumi di massa. 

Le lezioni recitate sono quindi alternative, di grande interesse e ricaduta sul pubblico, in quanto stimolano riflessioni e soprattutto ripropongono la Letteratura e la Storia al centro della formazione permanente, indispensabili per comprendere l’animo umano nei processi d’identificazione, per esorcizzare paure, costruire speranze ed evidenziare contraddizioni.

Perché proprio Enea? Perché è un eroe straordinariamente contemporaneo, nato come personaggio omerico nell’Iliade, principe dei Dardani, guerriero valoroso secondo solo a Ettore; Virgilio lo scelse come capostipite della gens Julia per celebrare in un poema encomiastico, il vittorioso Ottaviano e l’impero, ricorrendo al mito per la legittimazione del nuovo ordine politico. Poema rimasto incompiuto volutamente, non trovando più il poeta motivi per celebrare il nuovo Caesar, tanto che in punto di morte si raccomandò affinché fosse distrutto, perché deluso dal suo imperatore. Così da poema celebrativo diventò emblema della crisi personale di Virgilio: le aspettative di un mondo nuovo pacifico e prospero, dopo la morte di Cesare e le sanguinose guerre civili, erano state disattese, soprattutto dopo la morte suicida dell’amico Gaio Cornelio Gallo, politico e poeta caduto in disgrazia con Ottaviano, che a differenza di Giulio Cesare non perdonava i nemici. 

I Romani conoscevano il personaggio Enea dagli Etruschi nella versione del mito della guerra di Troia raccontata dall’epica greca dalle antiche origini della tradizione orale tramandata dagli “aedi rapsodi”, i cantori di poemi già noti, quei poemi che probabilmente Omero raccolse in un’opera organica nota a noi come l’Iliade, dove Enea è il fondatore del grande regno della Troade; ma Virgilio preferì la versione del poeta greco Stesicoro che accennava ad Enea approdato in Esperia, il nome dei Greci per l’Italia. 

L’Eneide era già stata individuata come opera fondante della società europea dal Nobel T.S.Eliot  che la definì nel 1944 un poema universale: “il nostro classico, il classico di tutta Europa”, sempre più convinto che occorresse un “metodo mitico” per salvarsi dalla sterilità alienante del mondo contemporaneo; oggi si dice addirittura che l’Eneide abbia inconsapevolmente gettato le fondamenta della futura comunità europea….chissà forse il potere dell’UE è in cerca di legittimazioni mitiche.  

Inoltre con l’Eneide, la letteratura non è solo arte, ma è anche politica per un progetto “nazionalista del mondo romano” diremmo oggi, di restaurazione dell’autorità e soprattutto per costruire consenso. Virgilio scavò nelle radici di un mito antico per arrivare al presente, evocando la tradizione e le origini, al fine di dare una “certificazione” ad Ottaviano come discendente della gens Julia, nata dalla nobile stirpe di Enea, uno straniero, un profugo che fuggiva dalla guerra, un “hospes” (ospite) e non un “hostes”(nemico), secondo la tradizione dei popoli del Mediterraneo. Il racconto delle gesta di un “hospes” che prendeva il potere nella terra che lo aveva accolto, legittimava anche il cambiamento della transizione verso l’impero, con a capo un uomo sottovalutato da tutti, che però si era impossessato del potere con ogni mezzo; inoltre il mito di Enea era anche funzionale affinché si sostituisse ai miti locali per una visione più cosmopolita per il nascente impero. 

E così Ottaviano scelse Virgilio, perché star intellettuale del momento, poeta di successo dopo  le Georgiche e le Bucoliche, come scelse di costruire simbolicamente la propria sobria “domus” sul Palatino, vicino alla capanna di Romolo e Remo: tutto finalizzato alla costruzione della sua nuova immagine che, dopo aver ucciso e tradito amici ed avversari, intrecciando alleanze camaleontiche, doveva essere avvolta da un destino voluto dagli dei per consacrarne il potere. La famosa statua con il braccio alzato fu l’icona per rappresentare pace e serenità al fine di mascherare la monarchia militare. Questo sembra ricordarci che non abbiamo poi inventato nulla sulla presa e il mantenimento del potere e che se si studiasse la storia con questo spirito critico, potremmo leggere il presente e smascherare l’ipocrita prezzolata informazione mediatica. 

Infatti lo scopo della “lezione recitata Enea profugo” è quello trovare un nesso tra passato e presente, dove il senso della storia è quello del mito greco, cioè una narrazione di sacralità, carica delle gesta umane dense di emozioni e sentimenti, che precede la Storia scritta. La Storia infatti ci parla di sconvolgenti migrazioni nell’epoca del bronzo, dove epidemie, carestie e guerre scatenano grandi spostamenti di popoli con flussi migratori nel mare Nostrum ed Enea è un profugo della guerra di Troia; ma non è il “nostoi” degli eroi Achei che ritornavano a casa dopo la caduta di Troia, non c’è un viaggio ritorno, ma la ricerca di una nuova terra per un futuro migliore. Enea trovò una seconda occasione nell’Esperia ed oggi quanti “Enea” nel mondo che, come l’eroe, perdono i familiari in guerra e nei viaggi disperati per terra e per mare, scappando da conflitti e persecuzioni, carestie e fame? L’Italia continua ad essere l’Esperia dei tanti popoli provenienti da sud e da est e come nell’epoca del bronzo possiamo trovare sia profughi che predatori. 

Così la Storia continua a provocarci: gli attuali flussi migratori, conseguenti alle ipocrite primavere arabe e alle guerre nel Medioriente, sempre alimentate dall’imperialismo USA, ridisegnano il futuro, destabilizzando tutti i paesi europei sia nell’UE che fuori, facendo emergere le contraddizioni del sistema economico neoliberista. 

I contemporanei migranti non sempre vengono percepiti e vissuti come “hospes”, ma anche come “hostes”, terreno dove i mass-media fomentano estreme posizioni: da una parte i facili melensi buonismi della cosiddetta “sinistra fucsia”, centrata solo sugli aspetti umanitari, ignorando le cause nelle politiche imperialiste USA, minimizzando le conseguenze di un’inefficace accoglienza in un paese che già sottrae diritti sociali ai suoi cittadini e dove incombe la tragedia sociale della disoccupazione; ma nel mentre sentiamo anche affermare che i migranti servono alla nostra economia perché pagheranno le nostre pensioni ed incrementeranno la nostra natalità, ignorando i tanti giovani e meno giovani residenti, costretti alla migrazione, così l’Italia è un paese di immigrazione e contemporaneamente di emigranti.  La verità è che servono nuovi schiavi senza strumenti culturali, disposti a lavorare sotto ricatto. Una contraddizione evidente, ma ignorata dai media che invece alimenta la destra più becera che veicola facili razzismi, soprattutto nelle classi sociali più impoverite, prive di strumenti culturali per capire che il nemico non è il migrante, ma il sistema capitalista sempre più ferocemente predatorio, oggi nella formula della finanza. 

Anche nel poema di Virgilio si raccontava già la diversità dell’immigrazione e dell’integrazione nei nuovi territori; infatti nei 12 libri, il filologo classico e antropologo del mondo antico Maurizio Bettini, individua due modelli migratori molto simili a quelli odierni: nel terzo libro Enea nell’Epiro trova i profughi troiani Andromaca ed Eleno, che avevano creato una parva Troia, “un calco” della grande Troia, esprimendo la volontà di vivere nel passato, nel tentativo di ristabilire la propria appartenenza e la fedeltà alla propria origine, vivendo però come fantasmi nel ricordo del passato, chiusi nel dolore, senza guardare ad un nuovo futuro; ma nel poema gli dei non avevano questo disegno, non rientrava nei loro giochi la ricostruzione di Troia, pensano invece ad una nuova città, una nuova discendenza, una nuova lingua, una nuova cultura che Enea, che è “pius”, aveva il compito di realizzare, dove l’unico simbolico gesto della propria identità era la deposizione dei Penati, portati dalla Patria distrutta. Enea, “pius” verso il volere divino, rinunciò anche all’amore, sottraendosi a quella pausa esistenziale con Didone, anche lei profuga e vedova, e…. pazienza se ci sono 3 secoli d’incongruenza storica. 

Ed anche noi nel corso degli ultimi vent’anni assistiamo alla mutazione della migrazione e alle sempre più difficili integrazioni, ma siamo privi di un progetto: i più poveri che sbarcano sulle coste del Mediterraneo seguono un iter di accoglienza quasi da deportati, in cui il processo d’identificazione è lungo e la permanenza è come uno stato di detenzione nei sovraccarichi centri di accoglienza ed ormai i progetti d’integrazione per i richiedenti asilo sono a termine in Italia, esponendo così le persone al vagabondaggio e alle organizzazioni criminali; chi arriva via terra profugo dal martoriato Medioriente è bloccato alle frontiere nell’area balcanica e slava; quelli che arrivano dall’area Pakistan e Bangladesh sono ricongiungimenti con viaggi sicuri, dove la comunità pensa a tutto, ma non facilita l’integrazione, timorosa e chiusa dentro gli integralismi religiosi, che confliggono con i nostri diritti, specie nei confronti delle donne e si stabilizzano invece attraverso un’integrazione economica che è quella del commercio globalizzato. Anche in questo aspetto il nostro paese non ha un progetto ed i dati sui flussi migratori nei costanti cambiamenti, ci si dati Caritas, supplente ad uno stato latitante anche per un’assistenza basata sul volontariato. 

Eppure ci avviamo verso una società sempre più meticciata, ma senza un progetto quale futuro? 

Siamo come l’Eneide…un’opera incompiuta.