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Emergenza abitativa

in tempi di pandemia

di Giustino Scotto d’Aniello

laureato in sociologia; esperto in questioni abitative

Nell’approccio alla “questione casa” o delle “abitazioni”, per dirla con F. Engels, in particolar modo in periodo di pandemia (covid 19), non si può non partire dalle analisi folgoranti e illuminanti di Friedrich Engels formulate nell’opera La Questione delle Abitazioni, scritta nel 1872: «La scienza naturalistica moderna ha dimostrato che i cosiddetti “quartieri cattivi”, nei quali sono pigiati gli operai, costituiscono le sedi d'incubazione di tutte quelle epidemie che di tanto in tanto affliggono le nostre società. Il colera, il tifo, la febbre tifoidea, il vaiolo ed altre malattie devastatrici diffondono i loro germi nell'aria appestata e nell'acqua inquinata di quei quartieri; non vi si estinguono quasi mai, per svilupparsi, non appena lo consentano le circostanze, in morbi epidemici, e allora sconfinano dai loro luoghi d'incubazione per invadere anche le parti della città più ariose e salubri, quelle abitate dai signori capitalisti».

In premessa ho fatto riferimento alla crisi epidemica in atto, che avrà gravi conseguenze, come vedremo più avanti, sulla condizione abitativa delle classi sociali più esposte alla crisi, non solo socio sanitaria, ma soprattutto economica sociale, in questa sede ci torna utile quanto analizzato da “welforum.it-Osservatorio nazionale sulle politiche sociali”, nello specifico, l’articolo di Marco Peverini (15 Aprile 2020), “Povertà, affitto ed emergenza Coronavirus in Italia”, nello specifico si rileva che «In Italia il fenomeno della povertà è già significativo ben prima dell’emergenza: le famiglie in povertà assoluta in Italia erano nel 2018 il 7,0% del totale (1,8 milioni di famiglie), quelle in povertà relativa poco più di 3 milioni (11,8%), entrambi i dati in crescita rispetto agli anni precedenti. In questa condizione, mentre le misure di contrasto al contagio impongono di rimanere in casa, a fronte di vecchie e nuove vulnerabilità economiche proprio il mantenimento dell’abitazione pone gravi problemi alle possibilità economiche di molte famiglie, specialmente per quelle che abitano in affitto, che è un settore già critico. Infatti, secondo Istat, se le famiglie in affitto sul totale italiano sono circa il 18,7% (quasi 5 milioni), quasi la metà delle famiglie povere vive in affitto (46,6%), un settore abitativo dove la povertà è dunque sovra rappresentata. Inoltre, la distribuzione dei redditi rispetto al titolo di godimento in Italia non è uniforme e le fasce basse di reddito tendono a essere molto più inquilini che proprietari (in merito al titolo di proprietà della casa da parte dei lavoratori, rimando all’opera di F. Engels cit.): nel quinto di reddito più basso, quasi la metà delle famiglie sono in affitto; nel quinto di reddito più alto, meno del 3%».

La società di ricerca “Nomisma” segnala che “Accanto alla bassa consapevolezza sociale dell’emergenza abitativa, tuttavia, emerge la fragilità, ben visibile se si considera che nel pre-Covid il ritardo sul pagamento dell’affitto era del 9%, mentre invece nel post salirà quasi al 40 e influenzerà la domanda delle famiglie”. A tutto ciò, l’Unione Inquilini, aggiunge: “Solo a Roma si potrebbero trovare a rischio morosità quasi 10mila famiglie, a cui si aggiungono i 7mila sfratti emanati nel 2019: sarebbe una situazione ingestibile”.

In verità tutte le OO.SS. degli inquilini, compresi i movimenti base per il diritto alla casa, sono, con caratteristiche diverse, mobilitate per tentare di arginare la frana che si sta per abbattere, aggravando la già complicata situazione sociale derivante dall’emergenza abitativa in aumento negli ultimi anni, cosi, come ci dimostra, “Nomisma” “Ci sono evidenze che nel settore dell’affitto la difficoltà a sostenere le spese abitative è andata progressivamente aumentando.

Sul totale delle famiglie in affitto in Italia (dato che include anche gli inquilini delle case popolari, circa 700.000 famiglie, e dunque sottostima la difficoltà degli inquilini nel mercato privato) la quota di famiglie in disagio economico – il cui canone cioè supera il 30% del reddito e dunque hanno un problema di affordability – è più che raddoppiata dal 1993 al 2016, arrivando a circa il 35% del totale delle famiglie in affitto.

Le spese abitative rappresentano dunque ordinariamente un peso elevato sui redditi delle famiglie in locazione, dato confermato dal numero elevato di sfratti: nel 2017 sono stati emessi oltre 130.000 provvedimenti di sfratto e conseguenti oltre 50.000 richieste di esecuzione, circa il 90% dei quali per morosità (incolpevole…) e dunque per difficoltà economiche, di cui 32.000 eseguiti. Un fenomeno che ha vissuto un aumento tendenziale nel tempo (v. dati Ministero dell’Interno).

Premesso la totale assenza di una seria politica nell’ambito dell’edilizia sociale in Italia (la percentuale di edilizia pubblica, diversamente realizzata è tra le più basse in Europa), basti dire che l’ultimo piano casa di edilizia popolare fu quello cosiddetto “Piano Fanfani” (Il disegno di legge di Fanfani viene approvato dal Consiglio dei ministri nella seduta del 6 luglio 1948 a seguire Il Piano INA-Casa viene approvato con legge 28 febbraio 1949, n.43). Il Piano si strutturava in due fasi, la prima 1949/1963 e la seconda 1957/1963. A conclusione del Piano i vani realizzati saranno circa 2 mln, per 350.000 alloggi totali. Il 70% delle abitazioni andarono a riscatto.

E qui ritorna l’annosa questione della “proprietà”, che di fatto rappresenta l’ostacolo all’espansione del diritto alla casa, quale diritto soggettivo, esigibile ed universale, ma, ahinoi, dobbiamo constatare che la stessa Costituzione non esplicita in forma diretta tale diritto (varie sentenze l’hanno confermato, all’interno del diritto al benessere delle persone… in un’accezione assistenziale), bensì, la stessa Costituzione nell’art. 47, stabilisce che “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.

Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione”.

Detto ciò, è opportuno fare il punto sulle misure ordinarie e straordinarie per il sostegno all’affitto e agli inquilini in Italia, nello specifico:

–Il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione, istituito dalla legge 341/1998, che rende disponibile ai Comuni, attraverso le Regioni, risorse per migliorare le condizioni di locazione di inquilini a basso reddito e in caso di aggravamento delle condizioni socioeconomiche del nucleo. Il fondo ha ricevuto finanziamenti molto differenziati di anno in anno (fig. 3), con una tendenza alla diminuzione e in alcuni anni non è stato finanziato; contava 10 milioni di euro nel 2019 (Decreto MEF 31 dicembre 2018) e conta 60 milioni nel 2020 (Decreto MEF 30 dicembre 2019).

–Il Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli, istituito dal decreto-legge 102/2013 (fig. 3), che rende disponibile ai Comuni, attraverso le Regioni, risorse per sostenere le famiglie destinatarie di un atto di intimazione di sfratto per morosità, con sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone di locazione a causa della perdita o consistente riduzione del reddito del nucleo familiare. Il fondo contava 46,1 milioni di euro nel 2019 (Decreto MEF 31 dicembre 2018) e conta 9,5 milioni nel 2020 (Decreto MEF 30 dicembre 2019).

–Aiuto alle giovani coppie (bozza di ddl della ministra Bonetti, composte da soggetti ambedue di età non superiore a 35 anni al momento della presentazione della domanda, mediante agevolazioni fiscali, per l’affitto della prima casa.

–Reddito di cittadinanza, che include anche un contributo per il pagamento dell’affitto (fino a massimo 280 euro al mese per i nuclei familiari unipersonali).

–Gli studenti universitari fuori sede titolari di contratto di locazione hanno diritto a richiedere la detrazione dell'affitto presentando il modello 730/2020 nel limite totale di 2.633 euro. La detrazione consente di recuperare il 19% dell'importo sostenuto e, quindi, un massimo di 500 euro.

–Detrazione affitto modello 730/2020 per alloggi locati con contratti a cedolare secca.

–Detrazione affitto modello 730/2020 per lavoratori che trasferiscono la residenza per motivi di lavoro.

–Sospensione degli sfratti sino al 30 settembre c.a.

–Blocco dei pignoramenti… sospensione dei muti e rinegoziazione…

 

La Legge di bilancio 2020 ha stanziato risorse per il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione (50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2020, 2021, 2022); non è invece ancora chiaro se ci saranno stanziamenti straordinari per il fondo morosità incolpevole 2020.

Per quanto riguarda le misure straordinarie, il decreto “Cura Italia” ha sospeso gli sfratti per 3 mesi a partire da aprile, in seguito prorogati fino al 30 settembre 2020, ma non ha previsto particolari forme di agevolazione economica per gli inquilini. Secondo l’Unione Inquilini, il governo italiano ha recentemente sbloccato circa 70 milioni di euro per il fondo per la morosità incolpevole ed è in discussione una forma di contributo straordinario.

In sintesi, il governo, per salvaguardare gli inquilini, punta, oltre che su un allargamento delle misure di sostegno al reddito, esclusivamente sull’utilizzo delle misure esistenti per la locazione. Le quali però pongono varie criticità, per esempio quella fatta rilevare dal SUNIA “Una somma decisamente insufficiente rispetto al fabbisogno che, già prima della straordinaria emergenza sanitaria, le stesse Regioni avevano stimato in 450 milioni”.

L’altra questione, evidenziata dal cit. “welforum.it-Osservatorio nazionale sulle politiche sociali”, riguarda l’inclusività delle misure previste: la loro estensione, la loro capacità di coprire le diverse forme della povertà abitativa, o la loro determinazione nel “lasciare fuori”, programmaticamente o di fatto, determinate componenti.

Ci sono anzitutto le differenze di trattamento e le restrizioni che colpiscono situazioni di povertà abitativa grave: dando luogo a figure estreme dell’esclusione, tanto più critiche dato che i diversi fattori di esclusione tendono a sovrapporsi, nello specifico le misure riguardano esclusivamente gli inquilini in possesso di un regolare contratto di locazione e di un reddito certificato: non riguarda quanti hanno contratti, d’affitto o di lavoro, in nero, inoltre bisogna segnalare la grave situazione degli immigrati, per quali i requisiti richiesti (10 anni di residenza, il permesso di soggiorno di lungo periodo, la mancanza tra gli aventi diritto dei titolari di protezione internazionale), escludono almeno un terzo degli stranieri che vivono in Italia.

Interessante il dato rilevato da “Solo Affitti” (marzo 2019), per quanto riguarda l’efficacia del contributo previsto dal RdC, ha messo in relazione il contributo previsto (280 euro, 3.360 euro annui) e il costo delle locazioni sul mercato: verificando che il contributo rischia di essere inadeguato in capoluoghi come Milano e Roma, dove copre appena il 20% e il 27% del canone d’affitto mensile medio (riferimento: un appartamento tipo di 70 metri quadrati in zone semicentrali). A Venezia il contributo copre il 33%; a Bologna, Firenze e Trento attorno al 36% del canone; a Cagliari il 37%; a Napoli il 38%. Più favorevole la situazione a Palermo, Genova, Bari, Torino, Trieste, dove il contributo coprirebbe tra il 47 e il 51% del prezzo medio di locazione; a Potenza e Perugia, dove coprirebbe più del 60% e a Catanzaro: il 67%. La conclusione: una misura “apprezzabile” ma che “rischia di non fornire una copertura sufficiente.”.

Si è accennato al limite di fondo delle politiche di sostegno ai nuclei in emergenza abitativa e/o in disagio che dir si voglia… la conferma di questa realtà la troviamo tutta in quel cosiddetto Piano Colao: Edilizia Abitativa. Sostenere un piano di investimenti finalizzato a potenziare un’offerta abitativa economicamente accessibile, socialmente funzionale ed ecosostenibile, attraverso la messa a disposizione di immobili e spazi pubblici inutilizzati da sviluppare con fondi pubblico-privati da offrire sul mercato a prezzi calmierati (ad es. Modello del Comune di Milano).

Quasi 5 milioni di famiglie e giovani professionisti hanno un accesso difficoltoso alla casa, a causa di redditi troppo alti per case popolari ma troppo bassi per il mercato libero.

Edilizia abitativa.

Sostenere investimenti di social housing per potenziare l'offerta abitativa civile (ma anche scolastica – es. nuovo studentato Ca' Foscari – e sanitaria) di qualità funzionale adeguata, sostenibile ed economicamente accessibile, attraverso:

–Introduzione di quote minime obbligatorie di edilizia convenzionata nei grandi piani privati e pubblici di trasformazione urbana delle città metropolitane

–Messa a disposizione di una parte del patrimonio pubblico (ad esempio, ex militare o carcerario) per finalità di social housing, con valori fondiari ed oneri di urbanizzazione calmierati3 e con l'obiettivo di un'oculata gestione di aree urbane ad oggi spesso sotto-utilizzate

–Destinazione di risorse pubbliche, nella forma di contributi a fondo perduto per consentire interventi a canoni e prezzi calmierati nelle aree meno agevolate del Paese.”

A leggere queste “linee di programma”, riferite esclusivamente ai “ceti medi”, mi ritorna in mente quanto affermato da Luciano Bianciardi in uno scritto del ’96, L’integrazione, (Bompiani, Milano):

«Questi sono i ceti medi, avviliti dal padrone, e insieme sollecitati a muoversi nella direzione che fa più comodo al padrone. Neanche i loro sogni sono genuini: pensa la pubblicità a fabbricarglieli, giorno per giorno. Tu vorrai il frigorifero, dice la pubblicità, tu la macchina nuova, tu addirittura una faccia nuova. E loro vogliono quel che il padrone impone, e credono che questa sia la vita moderna, la felicità».

La lettura del testo non avrebbe bisogno neppure di essere commentato, tanto esplicito, chiaro e definito nei suoi obiettivi, mi limito a riportare quanto dichiarato al riguardo (“Fatto Quotidiano”, 9 Giugno 2020) da Massimo Pasquini, Segretario Nazionale dell’Unione Inquilini, «Da Vittorio Colao sono giunte proposte abitative nell’ambito delle Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022”, che rappresentano la distanza siderale dai problemi reali delle famiglie italiane… Una analisi di puro stampo liberista e oggi fuori dal contesto reale. Negli scorsi decenni proprio la svolta verso il social housing (intervento privato con risorse pubbliche) non ha comportato alcun beneficio, basti pensare ai due miliardi di euro destinati dalla Cassa depositi e prestiti che ha generato poche migliaia di alloggi – oltretutto senza alcun impatto né sulle 650mila famiglie collocate nelle graduatorie, né tantomeno sulle 50mila sentenze di sfratto per morosità emesse ogni anno, che potrebbero, nel 2020, aumentare a dismisura a causa degli effetti delle misure per il Covid 19… Non menzionano le famiglie nelle graduatorie né quelle sfrattate… Come se in Italia non avessimo milioni di case sfitte, omettendo che si potrebbe intervenire per queste famiglie intervenendo sulla legge di riforma delle locazioni, per esempio abolendo il canale del libero mercato (sia mai che si limiti il libero mercato). Ma di questo i cosiddetti esperti non parlano, come non parlano, per esempio, delle 600-800mila famiglie che in queste settimane cercano disperatamente contributi affitto.

Per gli esperti di Colao quindi il mercato deve continuare ad imperare e cosa c’è di meglio che regalare a privati caserme o ex carceri per interventi di social housing ambientalmente compatibili e di qualità? Altro che case popolari da recuperare o autorecuperare dal patrimonio pubblico e privato inutilizzato.

La ricetta di Colao è esattamente quella degli ultimi 20 anni: niente case popolari, social housing, mercato che regola tutto, ovvero la ricetta che è parte del problema a causa della quale oggi in Italia abbiamo una vasta precarietà abitativa e un vasto disagio abitativo. La ricetta di Colao aggraverebbe ambedue».

Maurizio Pasquini solleva questioni complesse, storiche per le politiche abitative in Italia, come il passaggio dall’edilizia residenziale pubblica all’housing sociale, la problematica delle “case sfitte”, ovvero del surplus del costruito in rapporto alla popolazione, che ci riporta al diritto alla casa sintetizzato dallo slogan dei movimenti “mai più famiglie senza casa, mai più case senza famiglie”.

Come si è potuto notare, nulla è stato detto sulla popolazione delle case popolari, sulle occupazioni delle case degli immobili privati e/o pubblici, sugli insediamenti nomadi, piuttosto che su popolo delle periferie o dei “senza tetto” (paradossale quel “io resto a casa”…), sulle aree industriali dismesse (diventate luoghi dell’abitare per migliaia di immigrati e non solo), le baraccopoli per i lavoratori della terra… sul fenomeno dei pignoramenti, l’elenco è senza fine, così come lo sfruttamento del suolo per estrarre profitto infinito, ma questa è un’altra storia.