Il 4 maggio si è votato nella Comunidad di Madrid per il rinnovo del parlamento regionale; la presidente uscente, Isabel Díaz Ayuso, del Partito Popolare (PP), è stata riconfermata alla presidenza della Regione. La sua vittoria, prevista nei sondaggi, purtroppo è stata eclatante e al di sopra delle peggiori aspettative. 

La partecipazione alle urne è stata alta, del 76,25%, molto superiore a quella delle regionali del 2019 (64,27%), ma la maggior partecipazione non ha portato ai risultati sperati a sinistra. Il PP ha ottenuto il 44,73% dei voti e 65 seggi (nel 2019 aveva il 22,23% e 30 seggi), il PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) ha ottenuto solo il 16,85% e 24 seggi perdendo oltre 10 punti percentuali (nel 2019 aveva il 27,31% e 37 deputati) e la seconda posizione a favore di Más Madrid che pur ottenendo un ugual numero di seggi lo supera in termini di voti con il 16,97%. Al quarto posto si piazzano i neofascisti di Vox con il 9,13% e 13 deputati (uno in più del 2019); Unidos Podemos ottiene il 7,21% dei voti con 10 deputati e dopo alcuni anni torna ad aumentare i consensi (5,60 % con 7 deputati nel 2019). Non riesce a entrare in parlamento Ciudadanos che con il 3,57% (19,46% e 26 deputati nel 2019) praticamente sparisce di scena ed è il grande sconfitto delle elezioni.

Il PP, ovviamente, invece è il grande vincitore: si ferma a soli quattro seggi dalla maggioranza assoluta e potrà facilmente governare da solo con la astensione di Vox. Si rivela giusta la scelta di Ayuso di convocare elezioni anticipate per approfittare della crisi di consensi di Ciudadanos, il partito con cui il PP governava a Madrid dal 2019. Nel mese di marzo, infatti, Ciudadanos, ex alleato di governo del PP nella regione di Murcia, ha presentato una mozione di censura insieme ai socialisti contro il presidente regionale del PP López Miras. La presidente Ayuso, approfittando dei fatti di Murcia, ha provocato la crisi del suo stesso governo con il pretesto che a Madrid si sarebbe prodotto lo stesso scenario da parte degli alleati di Ciudadanos. La mossa di Ayuso è sembrata inizialmente azzardata perché ci si aspettava un possibile calo di consensi dovuto alla pessima gestione dell’emergenza sanitaria da parte del suo governo, ma così non è stato.

I dati relativi al Covid sono in continuo aggiornamento, ma dall’inizio della pandemia a fine aprile 2021 a Madrid erano morte quasi 15.000 persone, cioè il 19,3% dei morti complessivi in Spagna. Il tasso di mortalità nella regione di Madrid era di 242,9 morti ogni 100.000 abitanti (inferiore solo a quello della regione Castilla e León), mentre il tasso medio di mortalità in Spagna era di 162,3 morti ogni 100.000 abitanti; ciò significa che il tasso di mortalità di Madrid era per il 49,6% superiore a quello medio spagnolo. L’impatto della pandemia sulla regione di Madrid è stato ancora più impressionante durante la prima ondata dello scorso anno. Delle quasi 50.000 persone che vivevano nelle 475 residenze per anziani della regione ne sono morte almeno una su dieci nei mesi di marzo e aprile 2020 e in quel periodo nelle residenze si sono contagiati 4 lavoratori su 10. L’alta densità di popolazione e l’elevata mobilità interna della regione della capitale hanno sicuramente contribuito alla diffusione del virus, ma questi numeri impressionanti avrebbero potuto essere minori se il governo fosse intervenuto in tempo e in modo adeguato e se la sanità pubblica non fosse stata colpita da tagli e privatizzazioni da parte dei governi regionali del PP negli anni precedenti.

Per avere un’idea dell’entità di tali politiche di privatizzazione selvaggia basta ricordare che nel 2018 il 49,4% dei fondi dell’assessorato alla sanità sono stati destinati al settore privato. In alcuni casi l’amministrazione regionale ha mantenuto i servizi principali degli ospedali e ha esternalizzato gli altri (costruzione, mantenimento, logistica, pulizia, catering, ecc.), in altri casi è stata privatizzata l’intera gestione. Sei su sette di questi ospedali privatizzati sono di proprietà di fondi di investimento. Enormi sono stati i profitti per le case farmaceutiche e per i grandi costruttori, come il famoso Florentino Pérez, presidente del Real Madrid. La Camera dei Conti di Madrid ha calcolato che il costo per gli interventi chirurgici per la regione è aumentato fino a sei volte con la gestione dei privati. Dal 2010 al 2018 il debito pubblico della regione è di conseguenza aumentato da 14.323 milioni a 33.270 milioni di euro. 

Díaz Ayuso è riuscita a vincere le elezioni impostando una campagna elettorale aggressiva di esaltazione del modello neoliberista sotto il simbolo della libertà in un contesto di restrizioni imposte per la gestione della pandemia. Durante questi mesi, la regione di Madrid è entrata continuamente in conflitto con il governo centrale per quanto riguarda le misure di contenimento, le chiusure delle attività commerciali, la mobilità territoriale e il coprifuoco. In questo modo è riuscita a mascherare gli errori commessi durante la sua gestione e le enormi carenze del settore sanitario e a indirizzare lo scontento di parte della popolazione contro il governo centrale. Nella dicotomia tra vita e libertà Ayuso, durante tutta la pandemia, ha scommesso per la seconda, per una libertà neoliberista, individuale e disumanizzata. 

La regione di Madrid è popolata da poco meno di 7 milioni abitanti, il che corrisponde a poco più del 14% dell’intera popolazione spagnola. Negli ultimi 20 anni la composizione sociale nella Comunidad è cambiata e di conseguenza l’elettorato di una regione storicamente di sinistra, baluardo della repubblica durante la guerra civile, si è progressivamente spostato a destra. Madrid è oggi non solo la capitale politica ma anche finanziaria del paese, mentre il cuore industriale resta più a nord, in Catalogna e nel Paese Basco. I quartieri e i comuni a nord della capitale sono abitati da popolazione a reddito medio alto, mentre rimane la tradizionale cintura operaia nella zona sud della regione. I risultati elettorali, solitamente riflettono questa distribuzione geografica.

Il 4 maggio Ayuso ha vinto quasi ovunque, arrivando prima in tutti i distretti della capitale e in 177 dei 179 municipi della Comunidad tranne che in alcuni comuni della cintura rossa del sud, dove la sinistra è ancora maggioranza. Il Partito Popolare governa ininterrottamente nella Comunidad di Madrid dal 1995. Nel 1995, per la prima volta, i popolari strappano il governo della regione ai socialisti con Ruiz-Gallardón, anticipando la vittoria di Aznar nelle elezioni politiche dell’anno successivo. Fin dall’inizio cominciano le privatizzazioni, ma la fase economica è ancora espansiva e gli effetti di tali politiche non sono ancora evidenti Gli anni peggiori per le privatizzazioni e i tagli al settore pubblico arrivano con Esperanza Aguirre, presidente dal 2004 al 2016, coinvolta in vari scandali di spionaggio politico e corruzione, di cui il più noto è il caso Gürtel.

Il PP di Madrid è superato forse solo da quello di Valencia per il suo coinvolgimento in gravi episodi di corruzione di ogni tipo. Ciò nonostante riesce a restare in sella al governo regionale anche grazie alla collaborazione con la nuova formazione politica di destra liberista e centralista, Ciudadanos, che nasce proprio in quegli anni. Ciudadanos, nei piani del blocco politico dominante, ha la funzione di offrire all’elettorato moderato una alternativa presentabile, moderna e ancora immacolata al posto del Partito Popolare, dilaniato dagli scandali di corruzione che ne hanno intaccato la credibilità politica e ridotto i consensi ai minimi storici. Le elezioni del 2019 con il PP al 22,23% e Ciudadanos al 19,46% rispecchiavano ancora questa situazione. Ma i tempi della politica sono sempre più rapidi. Oggi la situazione è completamente cambiata con l’ingresso in scena di Vox e il crollo di Ciudadanos, incapace di confermarsi come forza alternativa ai popolari.  Analizzando i dati elettorali si osserva un flusso di più di 500.000 di voti da Ciudadanos verso il PP dalle scorse regionali ad oggi. Se invece confrontiamo i dati del 4 maggio con quelli delle ultime politiche del 10 novembre 2019 nella regione di Madrid il PP passa dal 25,11% al 44,73% (aumentando da quasi 900.000 a 1.620.213 voti) recuperando, oltre ai voti di Ciudadanos (poco più di 200.000 in questo caso), più di 300.000 voti da Vox che scende dal 18,49% delle politiche al 9,13% nelle regionali (perdendo appunto circa 323.000 voti). 

La deriva del PP verso forme trumpiane di fare politica si consolida e può avere effetti a livello statale. Si rafforza al suo interno la corrente di Ayuso che si è dimostrata più efficace nel recuperare voti all’estrema destra assumendone di fatto le proposte, a discapito del segretario nazionale Casado, più moderato. La progressiva scomparsa di Ciudadanos è parallela alla normalizzazione di buona parte dell’agenda politica introdotta da Vox, che è stata assunta dal PP, capace di riconoscersi come fascista senza che ciò supponga un terremoto interno né una censura esterna nell’insieme di attori del sistema politico spagnolo. Si assiste senza dubbio a una tendenza reazionaria che canalizza il malcontento di alcuni settori normalmente poco attivi politicamente e sembra connettersi con successo anche con la gioventù esasperata dalle restrizioni relative alla pandemia. Il crollo di Ciudadanos, da un lato rafforza il PP, permettendogli di consolidarsi come attore egemonico nel blocco conservatore, dall’altro però manda all’aria il progetto di rafforzare uno spazio di centro che permetterebbe al PSOE di ridurre la sua dipendenza politica da Unidos Podemos e dai nazionalismi periferici. Si consolida così uno scenario di blocchi contrapposti definito in modo ancora più nitido: blocco reazionario e blocco democratico.

Cerchiamo adesso di analizzare il voto all’interno del blocco democratico. 

I socialisti, che avevano presentato un candidato debole come Gabilondo, sono i grandi sconfitti: perdono 13 deputati e 274.000 voti rispetto alle scorse regionali e quasi 400.000 voti in termini assoluti rispetto alle politiche. La sconfitta del PSOE assume le proporzioni di un crollo e vanifica l’aumento di voti alla sua sinistra. Ciò nonostante, all’interno del PSOE Pedro Sánchez è ancora forte e Susana Díaz, contraria all’alleanza con Unidos Podemos, appare in difficoltà persino nel suo feudo andaluso e non sembra in grado di influire più di tanto in questa fase politica. Va anche tenuto in conto che nelle elezioni regionali catalane di febbraio il PSOE, candidando alla presidenza il ministro della sanità durante la pandemia, Salvador Illa, aveva ottenuto un discreto esito risultando il primo partito (dopo molti anni), anche se la maggioranza parlamentare è andata ai partiti indipendentisti.

La sinistra madrilena è stata attraversata negli ultimi anni da crisi continue e divisioni difficili da comprendere perché spesso originate da conflitti personali e partiva indebolita nel confronto elettorale. Gli ambienti politici della capitale sono stati anche teatro del contrasto tra Iglesias e Íñigo Errejón, che ha portato alla scissione (da destra) di Podemos con la nascita di Más Madrid. Unidos Podemos rischiava di non superare lo sbarramento del 5% e di non entrare in consiglio regionale e ciò avrebbe potuto provocare un contraccolpo sulla coalizione di governo. Pablo Iglesias, leader di Podemos, ha rinunciato perciò alla carica di vicepresidente del governo per candidarsi alla presidenza della regione di Madrid come valore aggiunto nella battaglia della sinistra per cercare di fermare l’avanzata dell’estrema destra.  

La coalizione tra Podemos e Izquierda Unida è tornata a crescere, ottenendo il 7,21% con 261.000 voti e invertendo un trend negativo che durava da qualche anno. Il risultato di Unidos Podemos, che aumenta il gruppo parlamentare da 7 a 10 deputati è apprezzabile ma comunque inferiore alle aspettative che aveva suscitato la candidatura di Iglesias. Unidos Podemos ha guadagnato 80.000 voti rispetto alle scorse regionali ma ha perso circa 200.000 voti rispetto alle politiche. Questi voti sono andati probabilmente a Más Madrid, l’unica forza vincente a sinistra che con il 16,97% sorpassa i socialisti e diventa il secondo partito a livello regionale guadagnando 138.000 voti rispetto alle scorse regionali e ben 413.000 rispetto alle politiche. Il buon risultato si deve probabilmente anche alla scelta di candidare Mónica García, medico anestesista protagonista della “marea blanca” in difesa della sanità pubblica. Más Madrid per ora rimane un partito presente sostanzialmente solo a Madrid e alle politiche del novembre 2019 la formazione guidata da Íñigo Errejón aveva ottenuto un pessimo risultato, solo il 2,4%, presentandosi con il nome Más País. In altre regioni la scissione, con relativa perdita di quadri e iscritti, non è stata significativa, ad esclusione dell’Andalusia dove però ad uscire da Podemos è stata la Izquierda Anticapitalista (trockista) di Teresa Rodríguez. 

La scelta generosa di Iglesias di rinunciare alla vicepresidenza del governo ha sorpreso molti osservatori e ha caratterizzato l’intera campagna elettorale polarizzandola intorno alla dicotomia tra democrazia o fascismo, ma non è stata sufficiente per fermare l’avanzata della destra reazionaria. Bisognerà analizzare a fondo e nel tempo le conseguenze di questa scelta ed è probabilmente presto per farlo. Sicuramente il suo ingresso nella competizione è servito a rendere palesi i rischi di eversione reazionaria nel paese.

Il livello di aggressività nei confronti di Iglesias non poteva essere più intenso e ha più volte superato i limiti consentiti in democrazia. La persecuzione e gli attacchi alla sua persona, normalizzati dai mezzi di comunicazione negli ultimi anni, si sono acutizzati mettendo in luce la perdita dei valori democratici e di convivenza che dovrebbero reggere il sistema politico. Le intimidazioni, gravissime, sono arrivate fino all’invio di lettere di minaccia contenenti proiettili. Le provocazioni dei rappresentanti di Vox sono state continue. La più eclatante è stato il comizio di Abascal (segretario di Vox) e Monasterio (candidata di Vox a Madrid) nel quartiere di Vallecas. Vallecas è uno storico quartiere operaio del sud di Madrid, protagonista nella difesa della capitale durante la guerra civile che da sempre vota a sinistra. In Italia è conosciuto negli ambienti di sinistra per la tifoseria (i Bukaneros) della squadra del quartiere, il Rayo Vallecano (adesso in seconda divisione), impegnata in campagne antifasciste e antirazziste negli stadi e per il gruppo musicale Ska-P. A Vallecas, da qualche anno, il Partito Comunista Spagnolo (PCE) è tornato a svolgere la sua festa nazionale e raccoglie ancora moltissimi consensi. Abascal e Monasterio hanno sfondato il cordone di polizia che li teneva separati dai manifestanti, abitanti del quartiere che spontaneamente erano accorsi in migliaia per mostrare il proprio disprezzo nei confronti del fascismo. Al gesto dei rappresentanti di Vox sono seguiti scontri di piazza, molto enfatizzati dai mezzi di comunicazione. I media hanno continuamente strumentalizzato la candidatura di Iglesias rappresentandola come uno scontro tra comunisti e fascisti di Vox, presentando invece Ayuso come paladina della libertà. I poteri economici, politici e mediatici continuano a mobilitarsi per tenere fuori Unidos Podemos non solo dall’assemblea di Madrid ma anche dallo scenario politico nazionale. 

Il giorno dopo le elezioni Iglesias ha deciso di lasciare tutti i suoi incarichi nella politica, nel partito e nelle istituzioni perché ritiene che in questo momento la sua figura non contribuisce a vincere, a unire la sinistra e a sommare consensi. «Quando non si può essere più utili bisogna sapersi ritirare», ha spiegato Iglesias annunciando il suo momentaneo ritiro dalla politica attiva. Consapevole di essersi convertito in capro espiatorio e di essere diventato il catalizzatore della politica di avversione e odio della destra, tanto da divenire motivo per la sua mobilitazione e il suo consolidamento, ha preferito uscire dalla scena per non diventare un ostacolo per bloccare il cambiamento. Probabilmente, a prendere questa decisione hanno contribuito anche motivazioni di carattere personale, la stanchezza e l’amarezza provocata dal “bullisimo” esercitato in questi anni su di lui e sulla sua famiglia dai grandi poteri mediatici e dalle continue intimidazioni di carattere fascista mai adeguatamente condannate in un paese che, giorno dopo giorno, si scopre sempre più reazionario. Iglesias lascia la politica da una posizione di prestigio, dopo avere raggiunto vertici di influenza e di capacità egemonica imprevedibili alla nascita di Podemos, nella consapevolezza di non essere più indispensabile al suo stesso progetto politico, anzi di potergli essere controproducente.

È ovviamente prematuro un giudizio sulla sua figura e c’è da aspettarsi che presto o tardi ritorni alla politica istituzionale e/o di partito, ma sicuramente già oggi si può affermare che ha dato un importante contributo a cambiare la storia della Spagna dei primi anni 2000, scompaginando il quadro politico e facendo venir meno il bipartitismo storico. Probabilmente continuerà a esercitare una notevole influenza a sinistra anche dopo il ritiro.

Nei suoi incarichi istituzionali e di partito verrà sostituito da due donne: Yolanda Díaz e Ione Belarra. Yolanda Díaz, avvocata galiziana, iscritta al PCE, attualmente ministro del lavoro e dell’economia sociale, è subentrata nella carica di vicepresidente dopo le dimissioni di Iglesias da vicepresidente. Ha scelto di assumere questa carica per non interrompere il suo prezioso impegno al ministero. In questi mesi è stata una delle figure più apprezzate del governo, personaggio schivo ma concreto, ha concluso molti importanti accordi e ottenuto a favore dei lavoratori l’aumento del salario minimo (950 euro per 14 mensilità), la cancellazione del licenziamento per motivi di salute e la sospensione dei licenziamenti. I prossimi obiettivi sono quello di approvare una nuova riforma del lavoro che superi l’attuale, inaccettabile, introdotta dal governo Rajoy, cancellandone completamente gli aspetti più odiosi per i lavoratori e quello di una nuova legge sulla casa che regolamenti i prezzi degli affitti. Ione Belarra, invece, ha assunto l’incarico di Ministro dei Diritti Sociali e agenda 2030 (per lo sviluppo sostenibile) al posto di Iglesias ed è probabile che subentri lei anche alla segreteria di Podemos. Le dimissioni di Iglesias comportano anche un maggior coinvolgimento istituzionale e nuovi spazi di intervento all’interno della coalizione Unidos Podemos per il PCE, il cui segretario, Enrique Santiago, è stato nominato segretario di Stato per l’Agenda 2030.

Dopo il 4 maggio prosegue la guerra di posizione tra i due blocchi contrapposti, democratico e reazionario, con una congiuntura forse ancora più temibile per i pericoli di fascistizzazione del quadro politico e per il fatto che i valori individualisti guadagnano posizioni di fronte quelli di solidarietà e di legami di comunità, come dimostrano le elezioni di Madrid. A questa congiuntura sfavorevole bisogna sommare la situazione di crisi sanitaria ed economica che ha generato ulteriore povertà e precarizzazione del lavoro.

Sarà, quindi, imprescindibile per i comunisti e per la sinistra spagnola nei prossimi mesi garantire il compimento programmatico del governo di coalizione, in modo di avere la possibilità di rinforzare la base sociale e migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. Il compimento degli accordi programmatici non è scontato viste le contraddizioni interne al PSOE che deve capire che non si batte la destra con politiche economiche di destra, perché in tal caso gli elettori finiscono per scegliere l’originale.

Altro obbiettivo fondamentale sarà quello del rafforzamento dello spazio unitario di Unidos Podemos attraverso il radicamento territoriale, l’apertura sociale e le lotte in difesa dei posti di lavoro come quella che vede oggi protagonisti i lavoratori di AirBus.