All’indomani della tornata elettorale appena conclusa, ci sembra lecito proporre alcune riflessioni  “a botta calda” ed una breve analisi preliminare, sperando che contribuiscano a suscitare un dibattito più approfondito che, senza scadere nell’elettoralismo più becero, si ponga come obiettivo quello di comprendere l’attuale situazione politica italiana, i sui rapporti di forza e gli eventuali spunti strategici per lo sviluppo di una rinascita comunista in Italia.

Il primo dato interessante di queste importanti elezioni amministrative, che hanno visto in palio la poltrona di sindaco in diversi importanti capoluoghi di regione (Torino, Milano, Bologna e Napoli), e in moltissimi comuni di non secondaria importanza, l’amministrazione della regione Calabria nonché i seggi suppletivi dei collegi di Siena e Roma Primavalle, è senz’altro il costante e inarrestabile aumentare dell’astensionismo (media nazionale è del 54,7% contro il 61,6% del corrispondente turno precedente).

Noi non ci uniremo al coro unanime che lamenta “la sfiducia collettiva che non risparmia più nessuno”, oppure più genericamente “l’italico menefreghismo” o il “qualunquismo generalizzato”; cercheremo piuttosto di capire da dove vengono, e dove vanno, queste schede bianche e questo rifiuto del voto.

Innanzitutto, è evidente come nel panorama elettorale italiano manchi ormai da trent’anni uno dei più importanti protagonisti della vita politica del dopoguerra, ovverosia il PCI, criminalmente “suicidato” dalla cricca occhettian-dalemiana – con il provvido supporto di Bertinotti – al culmine della parabola discendente dell’Eurocomunismo, con la conseguenza di lasciare orfani di rappresentanza politica (ma vedremo in seguito un elemento assai interessante di speranza) tutti coloro che hanno avuto la saggezza di non cedere alle lusinghe della sinistra liberista incarnata dai DS, dal PDS ed infine dal PD.

È pur vero, bisogna riconoscerlo, che per una breve stagione parte di questa classe lavoratrice orfana del PCI ha creduto di potersi riconoscere nell’ipnotico canto delle sirene del “cambiamento antisistema” proclamato da Giuseppe Piero Grillo in arte Beppe e dalla sua squinternata armata Brancaleone che pure, contro qualsiasi previsione, seppe in breve tempo conquistare la maggioranza relativa nel paese; ma tanto rapidamente il Movimento 5 Stelle assurse alla gloria del potere, tanto rapidamente – e questa tornata elettorale lo sancisce senza tema di smentita – è precipitato impietosamente nella polvere di risultati catastrofici, spesso sotto il dieci per cento: poco meno del 10% a Napoli, 9% a Torino, poco più del 3% a Bologna e neppure il 3% a Milano. Si salva – seppur parzialmente – la Raggi a Roma con quasi il 20% dei suffragi.

E dove finiscono questi voti? Alcuni sono sicuramente “tornati a casa” nelle accoglienti braccia del PD – che quindi non “vince” come i suoi maggiorenti si affannano a strombazzare, ma si limita a ricompattare intorno alla sua bandiera parte (non maggioritaria peraltro) dei voti pentastellati – ma la maggioranza rifluiscono, a nostro avviso, nel ribollente calderone dell astensionismo. Pochi sono gli elettori che dalla fede grillina virano decisamente a destra, e lo dimostra il flop clamoroso di Gianluigi Paragone che non riesce a raggiungere neppure il 3%, nonché l’arretramento della destra nella sua globalità.

Del PD abbiamo già detto: vince laddove incorpora – o direttamente o tramite un’alleanza che somiglia sempre di più ad un vassallaggio di stampo feudale – parte dei voti che finora erano andati ai cinquestelle; più interessante è invece l’analisi di ciò che succede nella destra, e sopratutto in casa leghista.

L’arretramento della destra non è certamente tragico come il rovinoso crollo del M5S, ma segna un punto di discontinuità non solo nel suo trend praticamente continuo di crescita, ma sopratutto nella sua sfacciata e umiliante rinuncia a quella che sino ad ora era stata la sua bandiera, ovvero il “sovranismo”.

Non desideriamo qui addentrarci nella sofisticata analisi necessaria per comprendere se quello della Lega, già movimento autonomista ed addirittura separatista, fu sovranismo, patriottismo o  lotta per la difesa della sovranità nazionale (anche se a nostro avviso potrebbe essersi ben trattato di puro trasformismo opportunista, nella miglior tradizione della destra italiana), ma dobbiamo sottolineare che, come docili bracchi al fischio del padrone, Lega e Fratelli d’Italia hanno subito mollato l’osso del sovranismo non appena Draghi – la “voce del padrone” per antonomasia – gli ha fatto capire coi suoi modi untuosi da gesuita che gli USA non avrebbero tollerato al governo delle forze anti-atlantiste ed anti-europeiste.

Ed è subito stata una farsesca processione di pellegrinaggi a Washington, il capo coperto di cenere, a chiedere il perdono e la benedizione del padrone statunitense, è stata una crestomazia di appelli alla ragione, alla responsabilità, alla fedeltà alla causa atlantica ed alla “comune causa europea”; farebbe sganasciare dalle risate, se non fosse profondamente disgustoso, il fatto che coloro che fino a ieri sbraitavano di “uscita dall’Europa” ed “abbandono dell’Euro” adesso si comportino quasi come se il trattato di Maastricht lo avessero scritto loro. Ma tant’è, la politica è l’arte del possibile (se non talvolta persino dell’impossibile).

Questo cambio di rotta della Lega ed anche, seppur in maniera meno marcata, di FdI non va assolutamente sottovalutata, in primis perché segna un momento di inversione di tendenza di quella crescita che, appunto, si basava fortemente su un populismo sovranità capace di far presa sugli strati più ingenui e sprovveduti dell’elettorato italiano, ma sopratutto perché segna la scomparsa quasi totale dall’agone politico di qualsiasi forza ed idea volte alla difesa – seppur nel loro caso di facciata ed ipocritamente opportunista – della sovranità nazionale.

Abbiamo detto “quasi”, ed è un “quasi” importante. Questo “quasi” è a nostro avviso da leggere insieme ai lusinghieri successi del PC nelle elezioni suppletive nei collegi Siena e Roma Primavalle, ove il compagno Marco Rizzo ha raccolto rispettivamente quasi il 5% e più del 6,5%.

Questo importante risultato sembra segnare il ritorno della capacità politica di coagulare un consenso importante intorno a delle parole d’ordine e dei programmi chiari e concreti, improntati ad un comunismo marxista leninista che sappia parlare ai lavoratori di lotte per la difesa della dignità del lavoro e del salario, che sappia mettere in luce le contraddizioni crescenti del capitalismo declinandole in analisi profonde ma comunicate in maniera chiara e comprensibile, ed, appunto, nella capacità di proporre il comunismo come l’unica vera forza – sopratutto adesso dopo l’ignobile voltafaccia della destra – che abbia realmente a cuore la sovranità ed il bene del nostro Paese, da sottrarre ad ogni costo alla morsa asfissiante di Bruxelles e del Patto Atlantico.

Sfortunatamente i risultati delle forze comuniste a livello locale non sono stati altrettanto entusiasmanti, segnale del fatto che vi è ancora molta strada da percorrere sulla triplice direttrice che ci viene additata dai maestri del comunismo: il continuo approfondimento teorico ed ideologico, che sappia utilizzare gli strumenti del materialismo storico-dialettico per interpretare una realtà ormai molto diversa da quella di trent’anni fa; la capacità di costruire un partito forte, autonomo, omogeneo, che sappia essere la casa di tutti coloro che si riconoscono nel marxismo leninismo; e, ultimo ma non per importanza, la capacità di radicarsi tra i lavoratori, tra i cittadini, tra gli studenti, condividendo le loro lotte, parlando loro con il loro linguaggio e sapendo fungere da avanguardia di quella massa che, come abbiamo appena visto, è ormai da troppo tempo senza rappresentanza politica.